ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 10 ottobre 2018

Strano il destino dei credenti ai nostri giorni

L'ESSERE E' IL BENE


Le domande importanti. Gli enti sono buoni perché l’Essere è il Bene. Mentre la filosofia e la cultura moderna ci ripetono sempre lo stesso lamento monotono: che brutta cosa è il mondo che brutta cosa è esistere e l’essere nati 
di Francesco Lamendola  
  
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Assistiamo, nello svolgimento della cultura moderna, a un fuoco di fila di accuse contro la bontà degli enti, contro la bontà del mondo, contro la bontà dell’essere; da Leopardi e Schopenhauer in poi, fino a Eduard von Hartmann, a Heidegger, a Sartre, a Montale, filosofia e letteratura ci ripetono sempre lo stesso lamento, sconsolato, monotono, estenuante: che brutta cosa è il mondo, che brutta cosa è esistere, che brutta cosa l’essere nati; quanto meglio sarebbe non esistere, non essere costretti a questa esistenza misera e infelice, che non abbiamo chiesto, che non abbiamo voluto, ma che ci è stata data, forse per castigo, forse per capriccio di un dio sadico e ingiusto. E ce lo siamo sentito ripetere tante volte, che abbiamo finito per crederci: perché la realtà è, per noi, quello che gli altri dicono che sia. Pochissimi si prendono il disturbo di andare a verificare da se stessi, in prima persona: è troppo arduo, troppo faticoso; meglio fidarsi di quel che dicono gli altri: il cinema, la televisione, i libri, i professori, i critici, i preti. Già, i preti. 

Loro rappresentano la prova provata del conformismo delle masse: fino a qualche decennio fa la Chiesa diceva certe cose, insegnava una certa morale, esponeva una certa dottrina; ma il clero odierno ha praticamente rovesciato tutte quelle affermazioni, tutte quelle certezze, tutte quelle verità, e il popolo dei fedeli non si è ribellato, non si è indignato, non è insorto; pochissimi hanno detto: Eh che, volte menarci per il naso? Ma non vedete che siete in piena contraddizione con voi stessi? Ma come è possibile che il magistero di oggi smentisca quello di ieri, quello di sempre? Al contrario, la massa dei fedeli fa a gara per intrupparsi, per uniformarsi, per adeguarsi, anzi, se possibile, per passare dalle posizioni di coda a quelle di testa, per emergere, per farsi notare, per portare avanti le bandiere della “riforma” e del “progresso”. Oh, ma riforma e progresso della fede, beninteso. Strano, perché ci era sempre stato detto e insegnato che la fede non è riformabile, né progressiva: è quella e non cambia; perché non cambiano, né possono cambiare, i suoi contenuti, ovvero la dottrina. Ma ora ci stanno dicendo esattamente il contrario di quel che dicevano ieri, con tanto fervore e con tanta convinzione; e lo stanno anche facendoOra vien fuori un gesuita a dirci che un sacco di santi erano sodomiti, e che non c’è nulla di strano se due sposi si separano e divorziano, anzi, possono pure comunicarsi come prima, se “in coscienza” sentono e giudicano di poterlo fare. Ora non è più il sacerdote  che rimette i peccati a nome di Gesù Cristo; ora i fedeli se li rimettono da soli. Quel che conta è la propria coscienza, dice il signore argentino. Stranissimo, perché non è così che ce l’hanno sempre raccontata; si vede che hanno cambiato idea. Ma no; guai a dirglielo: loro non hanno mica cambiato idea, forse siamo noi che avevamo capito male. Traditi e anche presi in giro, in sostanza: questo  il destino dei credenti ai nostri giorni.

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Da Leopardi e Schopenhauer in poi, fino a Eduard von Hartmann, a Heidegger, a Sartre, a Montale, filosofia e letteratura ci ripetono sempre lo stesso lamento, sconsolato, monotono, estenuante: che brutta cosa è il mondo.

Dunque, dicevamo: mai fidarsi di quel che dicono gli altri, di quel che dice la massa. La massa non dice niente, la massa bela, muggisce o grugnisce, a seconda di quel che le viene detto: ripete i gesti, imita le mosse; altro non sa fare. Perciò, mettiamo fra parentesi tutto quel che abbiamo sentito dire contro la bontà della vita, da Leopardi in poi, e domandiamoci a nostra volta: sono buone, le cose? È buono il mondo? È un bene, il fatto di esistere? Sono domande importanti, decisive, e non sono affatto, come potrebbe sembrare, delle domande astratte, rivolte ad una sfera puramente teorica, ma domande che hanno a che fare con il nostro presente, con la nostra vita di adesso, con la nostra felicità e quindi con il nostro atteggiamento verso la vita, verso gli altri e verso noi stessi. Per amarci veramente, dobbiamo poter credere che in noi vi è qualcosa di amabile, dunque qualcosa di buono; e lo stesso vale nei confronti degli altri. Per amarli, bisogna andare oltre i loro difetti: si tratta di vedere se c’è in loro, se c’è in ogni essere umano, un angolino buono, capace di riscattare tutto il resto, la cattiveria, l’invidia, l’egoismo, la perfidia; perché se quell’angolino esiste, magari nascosto, magari sepolto sotto strati e strati di fango, allora vuol dire che esiste anche il bene, e che le cose, in se stesse, sono buone, e sta a noi farle essere buone del tutto, oppure no; significa che dobbiamo smetterla di prendercela con il mondo, come fanno i bambini capricciosi e viziati, quando non vengono accontentati, e rimboccarci le maniche, per far sì che le cose siano un po’ migliori di come sono attualmente. Ma questo sforzo noi non potremmo farlo, se il bene non esistesse, se esistesse solo il male: perché, in questo caso, non avremmo letteralmente dove far leva per tirar fuori il bene; di più; non ne avremmo neppure il desiderio, neppure l’istinto. Ci accontenteremmo del mondo così com’è, ci adatteremmo a tutte le sue brutture, ci ritaglieremmo il nostro posticino caldo anche in mezzo alla palude più tetra e fangosa.

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Le cose tendono realmente ad un fine: si tratta di vedere quale sia il fine dell’uomo. Sia nella prospettiva aristotelica che in quella tomista, il fine ultimo di ogni cosa è il Bene supremo, cioè Dio.

Scriveva Pio della Valentina (1913-1998), una bella figura di sacerdote e di studioso friulano, non conosciuto quanto meriterebbe, nel suo Nuovo sommario di metafisica classica (Padova, Libreria Editrice Gregoriana, 1965, pp. 92-93):
OGNI ENTE È BUONO.
Ciò di cui è costituito l’ente è CONVENIENTE ed è DESIDERABILE  (amabile, apprezzabile) dagli altri.
Se uno degli elementi di cui risulta un dato ente non gli fosse conveniente, ostacolerebbe questo ente, si opporrebbe a che lui ci sia. Ciò che non è conveniente all’ente lo annulla (gli toglie l’essere): è la negazione dell’ente. Invece, proprio perché degli elementi convengono fra di loro perciò convengono a formare un dato essere.
Un essere è quello che è, per quello che ha (per quello di cui è costituito).
Quello che un essere ha  (= è) GLI STA BENE. Un ente è quello che è, proprio perché quello che ha gi sta bene. Se un dato essere non si reggesse, ciò accadrebbe a causa di qualche cosa che non è fatta per lui.
Un essere non può esistere, non può reggersi, proprio e solo in virtù di qualche cosa che non è fatta per lui. Non ci si regge per quel cibo che non nutre, per quello scheletro che non ci sostiene. Un essere sta su per quello che gli è conveniente, ciò che gli sta bene, ciò che è BUONO.
Se qualcosa ad un individuo sta male, questa cosa ha due aspetti: uno pel quale opportunamente si innesta, si proporziona, si adatta a quell’individuo, e l’altro, per altro titolo, pel quale ne disturba l’attività, le tendenze e la stessa esistenza. Non disturberebbe però se non entrasse nella costituzione accidentale di quell’individuo. Un cancro non si innesta su una pietra, mentre si innesta su un organo, perché trova in questi degli elementi coi quali si accorda. Ne risulta che ciò che è sconveniente è illogico, non unitario.
L’ENTE INDICA UNA POSITIVITÀ, UN VALORE.
Il valore, che è la perfezione dell’ente, è sempre stimato da chi lo possiede, ed è desiderabile da colui a cui manca.
Ammesso che un individuo non desideri (=azione) una cosa, questa è sempre buona, proporzionata e conveniente per colui che la possiede. In questo senso si può accogliere la definizione scolastica del bene: quod omnia appetunt: BENE È CIÒ CHE TUTTI GLI ESSERI DESIDERANO. Meglio: BENE È CIÒ A CUI TUTTE LE COSE ASPIRANO.
Se una qualità non è proporzionata ad un essere non può appartenergli, non lo può costituire. D’altra parte un ente è, per quello che possiede. Se non lo possedesse non sarebbe quello che è.
L’ESSERE È SEMPRE QUALCHE COSA DI PERFETTO IN SÉ.
Ogni essere infatti, o è completo in sé, ed è buono semplicemente, o è incompleto, e, in quanto tale, sarà egualmente un bene, per quanto RELATIVO. Per quello che è, è buono. Se non è perfetto, cioè è dovuto alla mancanza di un’altra PORZIONE DI ESSERE; porzione d’essere che per ciò stesso si rivela causa di bontà, e quindi, buona essa stessa.
Il male infatti c’è per una mancanza di una perfezione conveniente.
Si capisce quindi che una realtà è desiderabile in quanto è REALTÀ perfezionante, cioè in quanto buona.
La POVERTÀ non è mai fonte di benessere. La presenza dell’essere è sempre fonte di ricchezza (di perfezione).
Si capisce, d’altronde, che UNA COSA BUONA HA TITOLI PER ESISTERE; È UN ENTE.
È chiaro inoltre che l’ente rappresentando in sé un bene, come tale, sarà sempre riconosciuto dall’intelletto ed apprezzato(amato) dalla volontà.
Da questa considerazione trae forza la definizione scolastica: bene è ogni cosa in quanto è oggetto di TENDENZA (è conveniente) da parte di qualsiasi. E qui si rammentino i tre tipi di tendenze: fisiche, sensibili, spirituali.
Come si vede, non si parla di bontà relativamente ad alcuni esseri, ma della BONTÀ METAFISICA, ontologica, dell’essere in quanto tale.

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Dobbiamo smetterla di prendercela con il mondo, come fanno i bambini capricciosi e viziati, quando non vengono accontentati, e rimboccarci le maniche, per far sì che le cose siano un po’ migliori di come sono attualmente.

Ricapitolando. Tutti gli enti sono buoni, perché, per il fatto stesso di esistere e di sussistere, possiedono ciò che è loro conveniente: buono, infatti, è ciò che conviene loro, cattivo ciò che non conviene, in quanto li danneggia. Le cose in se stesse, perciò, sono sempre buone, fintanto che esistono; diventano cattive se vengono desiderate per un fine che non compete loro, o se vengono utilizzate in una maniera che non è adeguata alla loro natura. Per fare un esempio: il maschile e il femminile, in se stessi, sono buoni; ed è bene che il maschile desideri il femminile, e il femminile cerchi il maschile, perché ciò è conforme alla loro natura, che è quella di completarsi l’un l’altro. Né il maschile potrebbe sostenersi senza il femminile, infatti, né il femminile, senza il maschile. Se non ci fossero le donne, il genere umano si estinguerebbe; ma ciò accadrebbe anche se non ci fossero gli uomini. Viceversa, l’unione del maschile col maschile, o del femminile col femminile, non è cosa buona, perché non completa le loro rispettive nature, ma le duplica in un rapporto che è, ed è destinato a rimanere, sterile. E per quanto sia sgradevole scendere in certi particolari, si può ancora dire che buono è l’atto sessuale fra l’uomo e la donna, perché da esso si genera un nuovo essere, il che è la massima manifestazione di positività degli enti; e che gli organi sessuali dell’uomo e della donna sono fatti in modo da completarsi armoniosamente e da rendere possibile il concepimento di una nuova vita, e nello stesso tempo dare piacere ai futuri, o potenziali, genitori; mentre è evidente che l’apparato escretore è fatto per espellere le feci e non per fungere da surrogato dell’organo femminile in un rapporto anormale fra due maschi. È quasi umiliante dover dire simili ovvietà, e tuttavia è necessario, visto che una martellante ed insidiosa propaganda vorrebbe mettere sullo stesso piano l’ano e la vagina e sostenere che qualsiasi parte del corpo, purché suscettibile di generare piacere, può surrogare gli organi sessuali, maschili e femminili. Se così fosse, tanto varrebbe asserire che il piacere che prova lo scabbioso nel grattarsi vigorosamente e incessantemente la scabbia, ha la stessa dignità del piacere amoroso nel quale è racchiuso il sublime mistero della vita che nasce.

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E' strano il destino dei credenti ai nostri giorni. Guardiamo alla Chiesa Cattolica: ora non è più il sacerdote che rimette i peccati a nome di Gesù Cristo; ora i fedeli se li rimettono da soli, anche i più aberranti !

Certo, il ragionamento sulla bontà intrinseca di tutti gli enti, considerati in se stessi, richiede due precisazioni. La prima è che il comune consenso sulla desiderabilità degli enti, che ci fa definire “buona” una certa cosa, si regge sul presupposto che il giudizio sia espresso da soggetti normali e in circostanze normali. Normale, ad esempio, è dire che chi ha sete desidera il bere, e che l’acqua è un bene per colui che è assetato; però, se colui che ha sete si trova nell’impossibilità di bere acqua, o una qualsiasi altra bevanda appropriata, si adatterà a bene qualsiasi liquido, perfino la propria urina, pur di non morire di sete nel deserto. Questo non significa affatto che l’urina e l’acqua rappresentino uno stesso grado di bene, per colui che ha sete, ma solo che, in mancanza del bene maggiore, gli enti ripiegano sul bene minore, o, se si preferisce, sul male minore, pur di conservarsi in vita. La seconda precisazione è che l’idea della bontà intrinseca degli enti trae origine dal fatto che gli enti tendono a qualcosa: è il finalismo che ci fa dire che una cosa è buona nella misura in cui risponde al suo fine. Qualcuno, naturalmente, può obiettare che questo ragionamento è tautologico, cioè contiene la conclusione nella stessa premessa, mentre si dovrebbe prima dimostrare che le cose tendono realmente a un fine, invece di muoversi a caso. A questa obiezione rispondiamo che tutte le cose senzienti, e a maggior ragione quelle intelligenti, tendono a un fine, per il semplice fatto che tutte si muovono, e il movimento è l’espressione del tendere da uno stato meno prefetto a uno stato maggiormente perfetto. Per esempio, l’assetato che sta morendo di sete nel deserto, se ode lo scorrere dell’acqua, si avvicina alla riva del fiume, perché vuole dissetarsi: egli si è dunque mosso per spegnere la sete e assicurare la propria sopravvivenza. Pertanto, le cose tendono realmente ad un fine: si tratta di vedere quale sia il fine dell’uomo. Sia nella prospettiva aristotelica che in quella tomista, il fine ultimo di ogni cosa è il Bene supremo, cioè Dio; quanto a noi, in questa sede, ci limiteremo a dire questo: che il fatto di tendere a un fine è già indice della bontà delle cose, perché esprime il desiderio di un miglioramento e di un perfezionamento della propria condizione. Chi resta fermo, non ha questo desiderio, o questo istinto, o come lo si vuol chiamare; ma chi si muove, col fatto stesso di muoversi, mostra di averlo. Ora, se perfino gli enti dotati della sola sensibilità obbediscono a questa legge, come l’albero che si muove, col crescere, per cercare la luce di cui le sue foglie hanno necessità, a maggior ragione gli enti dotati d’intelligenza e volontà tendono a migliorarsi, e ciò, a sua volta, vuol dire che hanno la nozione del meglio, e sia pure istintivamente e inconsciamente. E se hanno la nozione del meglio, hanno pure la nozione del peggio: il che vuol dire che sono dotate di senso etico.  L’etica, infatti, non è altro che la volontà di scegliere fra il bene e il male, presupponendo la libertà del volere umano; perché, se si mette in dubbio tale libertà, qualsiasi discorso etico si riduce a uno scrivere sulla sabbia. Gli enti che desiderano migliorare il proprio stato, tendono al bene e perciò sono buoni, anche se, evidentemente, esiste una scala illimitata di perfezione, che può essere salita in varia misura, sicché, quanto agli enti, si parlerà sempre di perfezione relativa, e quindi anche di bene relativo. Tutti gli enti sono perciò buoni, ma relativamente buoni; la sola realtà esistente che sia assolutamente buona, e quindi assolutamente perfetta, è l’Essere in se medesimo, che i credenti chiamano Dio. Dio è pertanto sia la causa efficiente del mondo, perché fa esistere tutte le cose, sia la causa finale, perché le ha create tutte in vista di un fine: ricondurle a Sé mediante l’Amore.

Gli enti sono buoni perché l’Essere è il Bene
di Francesco Lamendola

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L'IDENTITA':"LA PARTITA DECISIVA"

    Il nocciolo della questione è l'identità. Vogliono imporci una post-verità relativista, per sottrarci la nostra identità e ridurci a piccoli narcisisti, consumatori compulsivi, cioè utili idioti passivi e totalmente manovrabili 
di Francesco Lamendola

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Il nocciolo della questione, the Hearth of the Matter, come dicono gli inglesi, è l'identità. Tutti i problemi e tutte le questioni si riconducono a questo: sapere chi si è. Identità significa consapevolezza, e consapevolezza significa padronanza di se stessi e capacità progettuale riguardo ai mezzi e ai fini che ci si prefigge nella vita. Senza dubbio vi sono molte persone le quali non si prefiggono un bel nulla e che scelgono a caso, di volta in volta, i mezzi da adoperare per fare questa o quella cosa, ma ciò significa una cosa soltanto: che tali persone hanno obliato la loro identità - o, peggio, che non l'hanno mai avuta. L'identità, infatti, è sia l'impronta che si riceve dal mondo esterno, fin dal concepimento (e non dalla nascita, questo è ormai assodato), sia la sua rielaborazione in chiave personale. Pertanto, noi siamo sia il frutto di ciò che - per dirla col buon vecchio Taine - la razza (intesa come eredità genetica) l'ambiente e il momento storico hanno fatto di noi, sia di ciò che noi abbiamo deciso (o cui abbiamo rinunciato) di essere. Se avesse ragione Taine, se avessero ragione i positivisti, i materialisti e i deterministi, noi saremmo solo il frutto di cose che non dipendono da noi, ma, apparentemente, dal caso, o forse dal destino; se  invece, come noi crediamo, ha torto, allora diventa decisivo il fatto che noi assumiamo coscienza di noi stessi, che decidiamo che cosa volgliamo essere, e che rielaboriamo i dati esteriori della nostra vita per indirizzarli verso una meta da noi stessi determinata. Nel primo caso, si vive sostanzialmente a caso, senza speranza, zimbelli del caso o del destino, e con la prospettiva di scivolare, infine, nel nulla; nel secondo, si concepisce la vita come una chiamata, si valutano i fattori che giocano a favore o contro di essa, e si sceglie se si vuol rispondere positivamente o negativamente nei suoi confronti. Sono due maniere radicalmente diverse di vivere la vita, alle quali corrispondono quasi due forme differenti di umanità.Solo nel secondo caso la vita diviene qualcosa di dinamico, e cioè una evoluzione (o, al limite, una involuzione); nel primo caso, essa è e rimane qualcosa di statico, che non ci insegna nulla, perché non vi è in essa nulla da imparare, tranne le abilità necessarie a barcamenarsi nella foresta della contingenza, senza però arrivare mai a intravedere il cielo, al di sopra delle chiome degli alberi. E vivere nel folto della foresta, senza mai uscirne, equivale a vivere senza capire nemmeno se è giorno o notte, se è mattino o sera, cioè, fuori di metafora, se ci troviamo sul sentiero giusto, o no; se stiamo andando verso la luce o verso le tenebre sempre più fitte.

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Un popolo senza differenze - etniche, linguistiche, culturali, religiose, perfino gastronomiche - non è più veramente un popolo, ma una massa confusa d'individui, privi di quelle individualità che rappresentano gli anticorpi necessari a contrastare quella forma di patologia tumorale che è la mondializzazione.

Una vita nella quale non ci si pone in atteggiamento discente è una vita nella quale si ripetono sempre le stesse dinamiche, e perciò anche gli stessi errori. Al tempo stesso, una persona che vive senza sviluppare e senza coltivare la propria identità è molto più facilmente manipolabile di una persona che lo fa; estendendo il ragionamento alle società, ai popoli e alle nazioni, appare chiaro che qualcuno ha interesse a inibire il senso della identità personale e collettiva, perché la società destrutturata e i popoli ridotti a masse dì'individui egoisti e narcisisti, sono solo bestiame da macello nelle mani di chi tiene le redini del gioco. Le redini del gioco sono nelle mani della grande finanza, il cui potere, negli ultimi cento anni, è cresciuto in misura esponenziale, e che sono giunti, oggi, a controllare la quasi totalità dell'informazione e anche di ciò che va pomposamente sotto il nome di cultura. Come esiste l'identità delle persone, infatti, esiste anche l'identità dei popoli; e sia l'una che l'altra sono sotto attacco da parte di quei poteri globalisti che vorrebbero fare tabula rasa di ogni identità, perché le identità sono definite dalle differenze, così come gli Stati sono definiti dei confini che li separano dagli altri Stati. Uno Stato che non abbia dei veri confini, non è più un vero Stato (ed è precisamente quel che ci sta accadendo, oggi, come Italia e come Europa, di fronte all'invasione massiccia di migranti e falsi profughi), così come un popolo senza differenze - etniche, linguistiche, culturali, religiose, perfino gastronomiche - non è più veramente un popolo, ma una massa confusa d'individui, privi di quelle individualità che rappresentano gli anticorpi necessari a contrastare quella forma di patologia tumorale che è la mondializzazione. Se non c'è più una cucina napoletana, una cucina bavarese, una cucina greca, resta solo McDonald's, resta solo un mondo dove tutti mangiano hamburger e patatine fritte. Si estenda questo ragionamento al cinema, alla letteratura, alla musica, al teatro, alla televisione, allo spettacolo, al tempo libero, allo sport, per non parlare della scuola, il luogo privilegiato dell'appiattimento e dell'omologazione, e si capirà quale sia la posta in gioco. Similmente, se un individuo non si sente se stesso neppure riguardo all'identità sessuale, ma considera una conquista di civiltà il fatto di poter cambiare sesso, o il proprio orientamento sessuale, qualora lo decida, e di pretendere che gli altri lo chiamino "lui" o "lei" secondo quel che egli decide soggettivamente, in barba alla propria identità biologica, allora viene a cadere anche uno dei fattori determinanti dell'identità in quanto tale, e subentra una realtà precaria, liquida, continuamente modificabile, indefinita e indefinibile, dove i ruoli sessuali mutano secondo un atto soggettivo della volontà. In un quadro di questo genere, viene meno, anche rispetto ai bambini, il concetto di "maschio" e "femmina", di "padre" e "madre", per non parlare del radicale stravolgimento che subisce il concetto di “genitorialità”, visto che basta affittare l’utero di una donna bisognosa e poi comprare il bebè, pagandolo in contanti per poi portarselo a casa, per divenire genitori anche in senso legale – almeno in alcuni Paesi, ma gli altri si adegueranno quanto prima, vista la tendenza generale. Oppure visto che fra poco si potrà scegliere su catalogo il bambino che si desidera avere, pagandolo da 75 mila a 120 mila dollari, con la tecnica degli ovuli e degli uteri in affitto, coinvolgendo una sola donna oppure due, una per i gameti e l’altra per l’utero, mentre al “cliente” – che sia una coppia eterosessuale, una coppia omosessuale o anche un single - resta solo da consegnare lo sperma, e il gioco è fatto, cioè, la merce viene consegnata a domicilio, chiavi n mano, aggirando tutte le leggi in contrario.

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L’unica istituzione che, a livello mondiale avrebbe potuto e dovuto contrastare questo processo di distruzione dell’identità, era la Chiesa cattolica, invece sono riusciti a metter le mani anche su di essa, o almeno sul suo vertice, ponendo gli uomini “giusti” nei posti-chiave, in modo che anche lei si adoperasse attivamente per favorire i processi di decostruzione dell’identità, a cominciare dalle invasioni/migrazioni. E la cosa ha funzionato così bene, che ormai neppure un cattolico è ancora certo di essere cattolico, o di non esser diventato, senza saperlo, qualcosa d’altro...

Dunque, riassumendo. Oggi è in corso una partita decisiva fra le forze che mirano alla distruzione delle identità e quelle che, mediante una necessaria presa di coscienza, mirano a difenderla, preservarla e svilupparla: perché, come abbiamo visto, l'identità fa parte della consapevolezza, e la consapevolezza non è un elemento statico, ma dinamico, necessario all'evoluzione della vita. Tradizione e progresso sono i due corni della questione identitaria: è inconcepibile un progresso senza tradizione, ma anche una tradizione senza progresso. I due elementi devono trovare un equilibrio, almeno se si vuol realizzare una vita armoniosa, sia per il singolo che per la società. Chi nega la tradizione in nome del progresso è un barbaro, chi nega il progresso in nome della tradizione è un fossile.L'identità è il risultato del gioco dialettico fra i due elementi, entrambi necessari alla vita. Le forze interessate alla manipolazione degli uomini e dei popoli puntano le loro carte su un progresso senza tradizione, e, per giunta, su un progresso di tipo meramente materiale e quantitativo, specialmente il progresso tecnologico, mentre il vero progresso è innanzitutto un progresso della coscienza e quindi della spiritualità (fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza, dice il padre Dante). Perciò, oggi, è relativamente facile, se si possiedono ancora due occhi per vedere, due orecchi per udire e una testa per pensare, individuare il nemico: il nemico è tutto ciò che va nella direzione di un progresso senza la tradizione e contro la tradizione; di una modernità che abolisce i confini, le regole e le differenze; di un filantropisimo e un umanitarismo a senso unico, che prescindono completamente dal dato della identità, per propagandare incessantemente un modello di individuo e di società che siano sostanzialmente intercambiabili, dove A è la stessa cosa di B, ma anche di C, D, E, ecc.; e dove, ecco il lato oscuro, e veramente diabolico, è la stessa cosa di non-A, non-B, ecc. In altre parole, la strategia di cui si serve il grande capitale finanziario, attraverso l'enorme macchina dei suoi servitori e dei suoi strumenti, per sottrarci l'identità, cioè la consapevolezza di noi stessi, e ridurci allo stato di piccoli narcisisti e consumatori compulsivi, cioè utili idioti passivi e totalmente manovrabili, mira a diffondere la post-verità: nulla deve più essere vero in senso assoluto, ogni verità deve  essere relativa, cioè deve essere rovesciabile nel suo contrario - in ultima analisi, deve scomparire, perché una verità relativa non è una quasi verità, ma è il contrario della verità. Ed ecco che la battaglia per difendere l'identità è una battaglia contro il relativismo, in tutte le sue forme, e spacciato sotto qualsiasi maschera. Fateci caso: i nemici dell'identità si riempiono la bocca con slogan dall'apparenza gradevole, o comunque suggestiva: abbattere muri, gettare ponti... ma la sostanza del discorso è che, abbattendo tutti i muri e gettando ponti ovunque, alla fine si distrugge ogni identità e si trasforma il mondo in un immenso campo di concentramento, i cui prigionieri non sanno di essere tali, ma lo sono, eccome. Anzi, non vi è condizione più infelice del prigioniero che non si rende conto della sua prigionia, dello schiavo che non vede le catene della sua schiavitù, perché quel prigioniero e quello schiavo non saranno mai sfiorati dal desiderio di recuperare la loro libertà. Evidentemente, stanno bene così.

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La sacralità della vita, la famiglia? solo ricordi del passato, spazzate via con la cancellazione "dell'identità sessuale": oggi basta affittare l’utero di una donna bisognosa e poi comprare il bebè, pagandolo in contanti !
Il nocciolo della questione è l'identità

di Francesco Lamendola
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