ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 19 dicembre 2018

La chiave di tutto

CHE COS'E' LA GRAZIA?


La grazia è "la chiave di tutto": senza di essa non c’è la vita e il bene, non c’è la verità e non c’è la necessaria apertura sulla "dimensione eterna". Ignorarla equivale a ignorare la via maestra per andare incontro a Cristo 
di Francesco Lamendola  
  
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C’è una cosa di cui si parla poco, pochissimo, ai nostri giorni, non solo nella cultura profana, ma anche in quella cattolica: la grazia.Perfino il clero, gli stessi teologi, la evocano sempre di meno, la lasciano cadere quasi nel dimenticatoio delle cose sorpassate: eppure è la chiave di tutto. Senza la grazia, non c’è la vita di grazia; e senza la vita di grazia non c’è il bene, non c’è la verità, non c’è la necessaria apertura sulla dimensione eterna. Un cristiano non può neanche immaginare una vita, che non sia illuminata dalla grazia, che non sia la vita di grazia: se lo potesse, allora vorrebbe dire che costui non è più cristiano, ha cessato da un pezzo di esserlo, o forse non lo è mai stato: perché ignorare la grazia equivale a ignorare la via maestra per andare incontro a Cristo e porre la propria vita nella luce sfolgorante della Redenzione. 

Chi non pensa alla grazia, non desidera la grazia, non chiede a Dio di riceverla – perché non è possibile raggiungerla con le proprie forze – non è cristiano e non ha capito nulla del cristianesimo. Probabilmente è un umanista, con una sottile patina di cristianesimo; ma non è realmente un cristiano, perché o si è cristiani, o si è umanisti; esattamente come o si è cristiani, o si è liberali; o si è cristiani, o si è modernisti; o si è cristiani, o si è uomini del mondo e seguaci della modernità. La grazia è il ponte gettato da Dio fra noi e Lui, ed è la luce che illumina d’infinito la vita degli uomini. Senza di essa, non resta che vita naturale, la vita nella sua dimensione carnale: con i suoi interessi, anche legittimi, ma sempre esposti a tramutarsi in passioni disordinate; con le sue amarezze, che niente e nessuno potranno consolare in maniera adeguata; e con la sua intelligenza, che a fatica riesce a scorgere la linea di confine fra il bene e il male, e la sua volontà, troppo debole e incerta per scegliere sempre il bene e perseguirlo, senza stancarsi e senza lasciarsi confondere, o sedurre da immagini di beni parziali e ingannevoli. Una vita che si svolga costantemente al di fuori della grazia è una vita animalesca, nella quale contano solo gli appetiti terreni, e i cui unici moventi sono l’interesse o il piacere; anche nel migliore dei casi, sarà una vita da pesci d’acque basse, che ignorano del tutto cosa siano gl’immensi spazi oceanici.
Benedetti libri di una volta, che noi, educati al cristianesimo nell’infanzia, durante gli anni ’60 del secolo scorso, abbiamo avuto la fortuna di ricevere in regalo, e dai quali abbiamo appreso le idee fondamentali della religione cattolica, con una tale chiarezza, con una tale semplicità e con un così sapiente modo di porgere le cose a un pubblico giovanile, che non abbiamo più potuto scordarle, né fare confusione tra verità e menzogna, nonostante il diluvio di pseudo verità moderniste che da allora in poi, strato sopra strato, sono venute a depositarsi, tentando pervicacemente di offuscare la verità e la bellezza della vera fede.

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Non esiste alcuna realizzazione dell’uomo al di fuori della relazione con Dio: l’uomo, volendosi “realizzare” con le sue sole forze, incorre in un gravissimo peccato, "il peccato di superbia" che già commisero Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden.

Scriveva, dunque, M. Pettinati nel libro, destinato ai bambini della Prima Comunione, Sempre con Gesù (Edizioni Paoline, 1953; 1963, p. 40):
Sai che cosa è la grazia?
È un raggio della bellezza e della santità di Dio, che penetra nella tua anima e la rende bella della stessa bellezza di Dio, e fa di te un figlio di Dio.
È un dono preziosissimo, superiore a tutti i tesori e a tutte le ricchezze della terra. Tu la possiedi. L’hai ricevuta il giorno del tuo Battesimo e fu simboleggiata dalla veste candida che il Sacerdote ti pose sul cuore. Ora devi custodirla. Finché la conservi, rimani unito a Gesù come il tralcio è unito alla vite; ma se per disgrazia la perdi, la tua anima si stacca da Gesù che le dà vita e… muore.
Un giovane prigioniero in Russia nel 1948 riusciva a far giungere una lettera in famiglia. Dopo aver parlato della pena che provava nell’essere da cinque anni privo delle loro notizie, concludeva: 
“Sono stracciato, bisognoso di mille cose, eppure mi sento tanto felice, perché sento di avere la grazia di Dio nel cuore”. Egli aveva compreso bene la preziosità di questo dono.
Tante volte ci siamo chiesti perché questi concetti, così semplici e chiari, e una volta così evidenti all’intelligenza naturale dei bambini, siano divenuti oggi così ostici, così difficili da introiettare, così inaccettabili per la mentalità degli uomini che pur si dicono cristiani; e siamo giunti alla conclusione che la ragione fondamentale è l’ingresso, o piuttosto l’irruzione, dello spirito laico e irreligioso nella loro coscienza. Il clero stesso è stato contagiato da quello spirito, e, a monte del clero, ne sono stati contagiati, senza dubbio per primi, i teologi: così come, in un lazzaretto, i primi a contrarre la lebbra o la peste sono i medici che si affaticano tutto il giorno intorno ai malati. Proprio così: la modernità è una malattia; l’irreligiosità e il laicismo sono i suoi frutti; e chi si accosta alla scienza divina senza indossare l’armatura della fede e lo scudo dei Sacramenti, fatalmente soccombe, cioè introietta quello stesso male che ha fatto impazzire la società profana. Gonfi di orgoglio, i teologi della seconda metà del XX secolo, a partire dal Concilio Vaticano II, hanno creduto di trovare la quadratura del cerchio: di poter conciliare, cioè, la loro incredulità, la loro perdita della fede, con gli studi biblici ed esegetici, dall’alto dei quali, come da una fortezza inespugnabile, hanno preteso di riformare la dottrina cattolica, a misura della loro incredulità e della loro mancanza di fede.

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La modernità è una malattia; l’irreligiosità e il laicismo sono i suoi frutti; e chi si accosta alla scienza divina senza indossare l’armatura della fede e lo scudo dei Sacramenti, fatalmente soccombe.

Oh, ma sono stati molto, molto abili: non hanno mai dichiarato esplicitamente le loro intenzioni; se mirassero ad ingannare gli altri, o se stessero ingannano anche se stessi, è un segreto che Dio solo conosce, e sul quale non vogliamo pronunciarci. A noi basta osservare gli effetti della “svolta” antropologica in teologia: una sorta di neo-umanesimo e una drastica storicizzazione delle Scritture, che ha permesso a questi teologi, ormai devoti più al culto dell’uomo che a quello di Dio, di portare avanti il loro programma di “riforme”, che era, in realtà, e oggi lo si vede chiaramente, non un programma riformista ma un programma rivoluzionario. Hanno dichiarato di voler riformare solo la pastorale; poi hanno intaccato, e in maniera radicale, la liturgia; infine, ma questo solo negli ultimi anni, hanno posto mano apertamente anche alla “riforma” del magistero, cioè della dottrina, essendo ormai i fedeli cotti a dovere e non più in grado, per la maggior parte, di rendersi conto della estrema gravità di quanto stavano facendo. Come potrebbe un fedele che ha meno di cinquant’anni, e che non ha mai visto la Chiesa di prima del Concilio, capire fino a che punto si è perpetrato un tradimento, non solo nei confronti dei cattolici, ma in primo luogo nei confronti di Dio? Facciamo solo un esempio: i famigerati altari del popolo. La brillante idea di costruire dei nuovi altari, moderni e bruttissimi, da porre al centro del presbiterio, in modo che la Messa venga officiata con il sacerdote costantemente rivolto verso i fedeli, e non più verso l’altare del Santissimo, è il segno visibile di questa umanizzazione, di questa immanetizzazione e protestantizzazione della liturgia cattolica. Che c’entra con il cattolicesimo l’altare del popolo, che trasforma il Sacrificio eucaristico in una conferenza di stile mondano, dove al centro di tutto c’è l’uomo, e non Dio e il suo Mistero? E che c’entra con il Sacrificio eucaristico quel presentarsi davanti al celebrante in piedi, in fila, per prendere la Particola, come la fila in attesa davanti alla biglietteria di una stazione ferroviaria attende di poter acquistare il biglietto per salire sul treno? E che c’entra con l’adorazione di Dio quel massonico scambiatevi un segno di pace, che è, in effetti, un confuso, disordinato aggirarsi fra i banchi in cerca di persone cui stringere la mano, anche voltando le spalle al Santissimo, anche parlando mentre il sacerdote prosegue la liturgia della santa Messa? E che c’entra con l’omelia, a commento delle letture dell’Antico e del Nuovo Testamento, il querulo cicaleccio su argomenti politici, sui migranti, sull’ambiente, sul clima, e su cento altre cose che riguardano sempre e solo la dimensione terrena, mai la dimensione dell’Assoluto e dell’Eterno? È mai possibile che, nelle chiese, non si senta più il sacerdote parlare del peccato, e, quindi, dell’assoluta necessità della grazia di Dio? Sì, purtroppo è possibile: ormai, nove sacerdoti su dieci parlano in questi termini, nell’omelia della santa Messa: parlano di quel che piace al mondo, di giustizia, di pace, di equilibri naturali; ma non più della vita buona, della grazia divina, della morte, del giudizio, del paradiso e dell’inferno.
Tornando al nostro problema: stando così le cose, gli uomini moderni non riescono neanche a sopportare un discorso sulla grazia, perché esso implica, di necessità, una riflessione sulla incompletezza e sulla fragilità della dimensione naturale. Incompletezza, fragilità? Gli uomini moderni non ne vogliono neanche sentir parlare: questi espressioni sono odiose ai loro orecchi: sanno di misticismo, di ascesi, di medioevo. Gli uomini moderni dicono di non voler complessi, né ricatti, né sensi di colpa; dicono di trovarsi belli e bravi così come sono; ritengono che non ci sia nulla che non vada in loro, che i loro istinti siano fondamentalmente buoni, e che la loro ragione, comunque, sia più che sufficiente a disciplinarli e controllarli. Agli uomini moderni non piace sentir ricordare il limite antropologico, che è un limite ontologico: ritengono che ciò equivalga a un voler sminuire, a un voler rimpicciolire la dimensione umana, e a un voler denigrare la piena e felice realizzazione di sé che ciascuno, legittimamente, persegue. A quanto pare, agli uomini moderni non viene in mente, e non viene più in mente neppure ai cattolici moderni, che non esiste alcuna realizzazione dell’uomo al di fuori della relazione con Dio; che l’uomo, volendosi “realizzare” con le sue sole forze, incorre in un gravissimo peccato, il peccato di superbia che già commisero Adamo ed Eva nel Giardino dell’Eden; e che se mai l’uomo potesse realizzarsi da se stesso, allora non ci sarebbe bisogno di Dio, tanto meno di un Dio che, per amor suo, si fa uomo, s’incarna, vive nel mondo, soffre nella carne, muore nella carne, per poi risorgere e dischiudere all’umanità redenta la via del Cielo. Ma il punto è proprio questo che l’uomo non può fare da solo; non può capire tutto da solo; non può redimersi da solo; non può perdonarsi da solo. Se un uomo uccide suo fratello, a chi domanderà perdono? Da se stesso, non arriverà mai a perdonarsi; vivrà, fino all’ultimo giorno della sua esistenza, divorato da un terribile senso di colpa, che finirà per schiacciarlo; e se lo negherà, se – in omaggio alla cultura moderna – rifiuterà di sentirsi colpevole, e si autogiustificherà e si autoassolverà con cento scuse e con cento sofismi, sarà per lui ancora peggio, perché il senso di colpa, negato, non riconosciuto, respinto nelle profondità abissali della coscienza, fermenterà, marcirà, emanerà cattivo odore – odore di putrefazione e di morte - e finirà per intossicare in maniera irreversibile la vita dell’anima.

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L’uomo è semplicemente incapace di seguire la diritta via e di non smarrirsi nella foresta delle passioni, che lo trascinano fatalmente verso il male; figuriamoci quando non ha neppure la ventura di ricevere buoni esempi nell’infanzia, e di avere dei buoni modelli di riferimento. Che cosa farà, abbandonato alle sue sole risorse e alla sua fragile volontà? Soccomberà miseramente, perché nessun uomo potrebbe mai vincere la battaglia contro il suo peggior nemico: se stesso.

Come ha potuto, l’uomo moderno, scordarsi della propria fragilità e ripetere l’errore fatale dei nostri primi progenitori? Lo ha potuto perché tutta la civiltà moderna è una rivolta contro la condizione creaturale dell’uomo, una faustiana celebrazione dell’uomo che vuol dare l’assalto al Cielo. Eppure la saggezza naturale mostra all’uomo, prima ancora che intervenga la Rivelazione cristiana, a quali funeste conseguenze conduce la sottovalutazione della fragilità umana davanti alle tentazioni della carne. Il regista coreano Kim Ki-duk, nel film Primavera, estate, autunno, inverno… e di nuovo primavera, del 2003, mostra con estrema linearità di linguaggio e con piena coscienza del problema quale sia il limite antropologico: l’incapacità, per l’uomo, di apprendere la lezione delle generazioni precedenti e di domare i propri istinti con il solo ausilio della ragione e della volontà. A dispetto dei migliori insegnamenti da parte dei migliori maestri (con buona pace di Rousseau e del suo Emilio), l’uomo è semplicemente incapace di seguire la diritta via e di non smarrirsi nella foresta delle passioni, che lo trascinano fatalmente verso il male; figuriamoci quando non ha neppure la ventura di ricevere buoni esempi nell’infanzia, e di avere dei buoni modelli di riferimento. Che cosa farà, abbandonato alle sue sole risorse e alla sua fragile volontà? Soccomberà miseramente, perché nessun uomo potrebbe mai vincere la battaglia contro il suo peggior nemico: se stesso. A ciò si aggiunga l’altro nemico, quello soprannaturale, il diavolo, che striscia nell’erba del giardino e spia ogni sua mossa per coglierlo in un momento di particolare debolezza e di particolare difficoltà, e che conosce perfettamente le parole giuste con le quali sedurlo e incantarlo, ammantando i suoi velenosi inviti dietro una cortina di plausibilità e di ragionevolezza, ma solo apparenti. E come si può capire che certi suggerimenti vengono da lui, se sono rivestiti di plausibilità e ragionevolezza? Appunto da questo: che si tratta di una plausibilità e di una ragionevolezza tutte e solamente umane. L’uomo spirituale, infatti, che ha timor di Dio, sa bene che tutto ciò che ha un valore, tutto ciò che è realmente prezioso, non si ottiene senza fatica e senza sacrifici e pericoli; e sa che tutto ciò che è interamente dolce, mellifluo, carezzevole, invitante, non viene da Dio, ma dal diavolo. Anche la paura di soffrire, anche l’amor di sé, vengono dal basso e non dall’alto. Ricordiamo che Gesù, a san Pietro che rifiutava di accettare il mistero della sua Passione, rispose bruscamente: Via da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini. Ecco: capire questo, è la grazia…

Che cos’è la grazia?

di Francesco Lamendola

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