ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 27 luglio 2019

Non potete servire due padroni..!

PERCHE' IL MONDO ODIA CRISTO?


«Il mondo li ha odiati perché non sono del mondo». Il cristiano si è sempre sentito posto nel mondo, ma non ad esso appartenente, in una dialettica oppositiva non perché il cristiano odi il mondo, ma perché il mondo odia Cristo 
di Francesco Lamendola  

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Il vero nodo della questione nel rapporto fra la Chiesa e il mondo, è chi dei due, la Chiesa o il mondo, debba far prevalere la propria logica e la propria concezione. Per secoli e secoli, e fin dalle origini, la Chiesa ha lottato per far prevalere la propria concezione, e ciò in perfetta coerenza con l’insegnamento di GesùNon potete servire due padroni. Si ricordi che i martiri cristiani, al tempo dell’Impero romano, erano principalmente accusati di non voler adorare l’imperatore. Essi erano disposti a onorarlo e obbedirlo e si dichiaravano, in assoluta buona fede, dei leali cittadini dello Stato; ma se avessero accettato di adorare la persona dell’imperatore, sarebbero venuti meno alla loro concezione, cioè alla loro fede. Non si può adorare sia Dio, sia un uomo

I magistrati romani li blandivano, affermando che bruciare pochi grani d’incenso di fronte a una statua era, dopotutto, una semplice formalità; ed effettivamente alcuni cristiani cedettero a questa lusinga e si giustificarono dicendo di aver prestato un omaggio puramente formale, ma senza impegnare a fondo la loro coscienza. Agli occhi della Chiesa primitiva ciò non fu sufficiente, e perché venissero riammessi furono necessarie lunghe e dolorose controversie: la maggioranza dei loro confratelli sentiva che quel cedimento, dettato da ragioni di opportunismo, equivaleva a una autentica abiura della loro fede in Gesù Cristo. Se la Chiesa avesse ceduto su quel punto, tutta l’impalcatura della fede cristiana avrebbe subito un colpo devastante. Erano in gioco l’assoluta unicità di Dio e la sua radicale alterità rispetto alla condizione umana; inoltre si trattava di porre un limite preciso, una volta per tutte, alle richieste che lo Stato poteva rivolgere legittimamente ai cristiani. Chiedendo loro di adorare le immagini dell’imperatore, lo Stato avanzava una richiesta apparentemente limitata e ragionevole, in realtà esorbitava di molto dalla sua sfera e invadeva la sfera della Chiesa, quella della vita spirituale.

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Il cristiano si è sempre sentito posto nel mondo, ma non ad esso appartenente, in una dialettica oppositiva non perché il cristiano odi il mondo, ma perché il mondo odia Cristo! Gesù è stato molto chiaro: ha detto che l’unica azione da compiere verso il mondo è convertirlo; ma se il mondo rifiuta la Verità, allora va abbandonato al suo destino di perdizione!

Ciò del resto era inevitabile, perché il potere romano ignorava una netta distinzione fra le due sfere, temporale e spirituale: l’imperatore era il capo dello Stato ma era anche pontifex maximus e, secondo la tradizione orientale ed ellenistica, un dio incarnato. Poco importava che ciò contrastasse con la genuina tradizione romana, quella repubblicana; e che, in pratica, ben pochi cittadini dell’Impero, magistrati compresi, credessero realmente alla divinità dell’imperatore. In gioco erano i principi, e lo erano da entrambe le parti: da parte dello Stato, che voleva stabilire la sua prevalenza in tutte le cose della vita pubblica e privata; e da parte della Chiesa, che voleva stabilire, al contrario, il principio dell’intangibilità della coscienza e quindi la prevalenza dell’ordine spirituale su quello materiale, dell’ordine soprannaturale su quello naturale; prevalenza che però implicava il riconoscimento della distinzione fra le due sfere. Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio, aveva detto Gesù.

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Dalla Nostra aetate, del 1965, alla dichiarazione di Abu Dhabi, secondo la quale sarebbe Dio stesso a volere l’esistenza delle diverse religioni? Il concetto stesso di “religioni”, al plurale, è un non senso per il cristiano! Non ci sono “le religioni”, ma c’è la religione di Cristo e ci sono, al di fuori di essa e contro di essa solo le false religioni!

Di fatto, nonostante quel che ripete da secoli una vieta libellistica anticristiana, che accusa la Chiesa d’integralismo e di mancato rispetto della libertà di coscienza, i primi cristiani hanno difeso, fino al sacrificio della vita, il principio opposto, cioè che nessun potere esterno, neanche quello dello Stato, ha la legittima facoltà di prescrivere alla coscienza cosa credere e cosa adorare. E anche nei secoli successivi, con le lotte incessanti della Chiesa contro il potere secolare, fosse quello dell’imperatore Enrico IV o del re di Francia Filippo il Bello, sempre la Chiesa ha lottato per difendere l’autonomia dello spirituale dal temporale. Se ha preteso per sé anche il potere temporale, lo ha fatto in via subordinata alla supremazia dello spirituale sul temporale, cioè a garanzia della propria libertà in ambito spirituale e non per amore del potere temporale in se stesso.

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 Gesù consegna le chiavi della Sua Chiesa a San Pietro. Sia anatema, dice san Paolo, se qualcuno ardisce predicare un Vangelo diverso dal Vangelo di Gesù Cristo!

Fino all’ultimo, cioè fino a Pio IX e alla caduta di Roma nel 1870, la Chiesa ha difeso il proprio potere temporale non per altro che a garanzia della propria libertà e indipendenza. Oppure c’è qualcuno disposto a sostenere che Pio IX, o uno qualunque dei suoi predecessori, abbiano perseguito la potestà temporale come fine a se stessa, per disporre della sovranità su uno Stato fra gli altri Stati? Sarebbe stato contraddittorio: il papa si è sempre considerato (sempre, fino al Vaticano II) come il capo spirituale dei cristiani, al di sopra dei confini e quindi al di sopra degli Stati. E se l’ostinata difesa del potere temporale da parte di Pio IX poté apparire anacronistica, in tempi di nazionalismo scatenato e, di lì a poco, di vera e propria statolatria, bisogna pur convenire, oggi, con mente più serena, che molte delle cose che allora apparivano certe e irresistibili, e destinate a imporsi in tutto il mondo, sono entrate profondamente in crisi; e che, nella babele delle tensioni, dei conflitti, delle confusioni ideologiche, politiche e sociali una cosa comincia ad apparire chiara: che la Chiesa, difendendo il principio dell’autonomia e della superiorità della coscienza illuminata dalla Verità, combatteva dalla parte della persona umana e difendeva quest’ultima dalle pretese assolutistiche di ogni potere estraneo.
Questo particolare approccio alla questione dei rapporto fra la sfera spirituale e quella temporale fa sì che il mondo, per il cristiano, sia da un lato la realtà materiale in cui egli si trova a vivere, dall’altro il piano di esistenza da cui egli vuole distinguersi, prendendone le distanze. Il cristiano si è sempre sentito un soggetto posto nel mondo, ma che non appartiene al mondo.E la dialettica fra il cristiano e il mondo è, per forza di cose, una dialettica oppositiva: non perché il cristiano odi il mondo, ma perché il mondo odia Cristo (Giov., 15, 18-21):
Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che vi ho detto: Un servo non è più grande del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato.

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 Montini e Roncalli, i papi del Concilio Vaticano II: da esso la pastorale è divenuta dialogo e concetti estranei al cattolicesimo, come “ecumenismo” e “dialogo interreligioso”, sono diventati un po’ alla volta dei pilastri di una nuova "apostatica" pastorale!

Tutto però è cambiato con il Concilio Vaticano II. Improvvisamente, il “mondo” è diventato un termine di confronto positivo: è diventato una realtà buona in se stessa, o, almeno, una realtà positiva, con la quale il cristiano deve sforzarsi di “dialogare”; uno strano concetto, più socratico che cristiano, visto che Gesù non dialogava affatto, bensì insegnava. A partire da quel momento, e ancor più negli anni successivi, la pastorale è divenuta dialogo e concetti estranei al cattolicesimo, come “ecumenismo” e “dialogo interreligioso”, sono diventati un po’ alla volta dei pilastri della nuova pastorale. Inevitabilmente, la nuova pastorale, a sua volta ispirata dalla nuova liturgia, ha portato e sta portando a una nuova dottrina: il che, detto in una parola sola, significa “apostasia”. Per un cristiano, non esiste alcuna nuova dottrina; la dottrina è sempre quella: e sia anatema, dice san Paolo, se qualcuno ardisce predicare un Vangelo diverso dal Vangelo di Gesù Cristo, l’unico e il solo Vangelo dei cristiani. Quanto all’ecumenismo, certamente l’obiettivo della riconciliazione e della riunificazione delle varie chiese nate dall’eresia protestante è buono e anzi necessario, così come la riconciliazione con la Chiesa ortodossa, nata dallo scisma del 1054 (scisma e non eresia; per cui la ricomposizione dell’unità con gli ortodossi è infinitamente più semplice che quella coi protestanti, non implicando grossi problemi dottrinali). Tutto sta a vedere, però, come ci si prefigge di ricostituire l’unità. L’atteggiamento della Chiesa cattolica, a partire dal Concilio, è stato quello di mettere in secondo piano le differenze teologiche e di porre l’accento sulla “buona volontà” degli uni verso gli altri, dei cattolici verso i protestanti, e viceversa. Il decreto di Paolo VI Unitatis Redintegratio, in particolare, esalta ciò che i suoi predecessori avevano fermamente condannato: l’ecumenismo, inteso come ricerca dell’unità indipendentemente dall’unicità della verità, detenuta dalla Chiesa cattolica e non dalle sette protestanti separate. Più tardi, con i convegni di Assisi, lo stesso atteggiamento relativistico è stato esteso alle religioni non cristiane; e così, di cedimento in cedimento, di degenerazione in degenerazione, siamo giunti, oggi, a vedere un papa che loda e ammira le religioni non cristiane, che bacia il Corano, che si genuflette ai rabbini, che invita gli islamici alla santa Messa, e che, affinché la misura sia colma, interloquisce con stima e rispetto col paganesimo e l’animismo, dialoga con stregoni e sciamani, celebra la “madre terra” e una specie di culto panteistico della natura.

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 Il cardinale Augustin Bea, qui nella foto con il rabbi Abraham Joshua Heschel durante il meeting del 1963 con la rappresentanza dell'American Jewish Committee, fu uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II, impegnandosi in prima persona alla stesura della dichiarazione Nostra aetate.

«Il mondo li ha odiati, perché non sono del mondo»

di Francesco Lamendola
 continua su:
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INVITO ALLA LETTURA

CURZIO NITOGLIA
NON ABBIAMO FRATELLI MAGGIORI
L’Antica Alleanza è stata revocata e gli Ebrei hanno bisogno di Gesù per salvarsi


di Carlo Natalini




Prologo

Il 28 ottobre del 1965, poco prima della fine del Concilio Vaticano II (8 dicembre 1965), venne promulgata la Dichiarazione conciliare Nostra aetate (d’ora in poi NA) sui rapporti tra Giudaismo (1postbiblico o talmudico (ben distinto dal Vecchio Testamento) e Cristianesimo. A partire da essa vi è stata una vera “sovversione” della dottrina cattolica sul tema della contro/religione giudaica/postcristiana.

Giovanni Paolo II (1978-2005) ha fatto di NA il “cavallo di battaglia” del suo lungo Pontificato e l’ha diffusa dappertutto. Egli – appena due anni dopo la sua elezione pontificia – ha dichiarato, alla luce di NA, che “l’Antica Alleanza non è stata mai revocata” (Discorso di Magonza, 17 novembre 1980) e, sei anni dopo,  che “gli Ebrei sono fratelli maggiori dei Cristiani nella fede di Abramo” (Discorso alla sinagoga Roma, 13 aprile 1986).

A partire da queste due asserzioni (oggettivamente contrarie alla fede cattolica), sia Benedetto XVI (2005-2013) sia papa Francesco (2013), non solo hanno ribadito i medesimi errori, ma ne hanno esplicitati dei nuovi (“gli Ebrei postbiblici non hanno bisogno di Gesù per salvarsi”), già contenuti virtualmente in esse e in NA.  

La dottrina cattolica insegna, al contrario, che 1°) gli Ebrei sono fratelli maggiormente separati dei Cristiani e non loro fratelli maggiori nella fede; 2°) che l’Antica Alleanza è stata rimpiazzata dalla Nuova ed Eterna Alleanza3°) ed infine che tutti gli uomini (Ebrei compresi) hanno bisogno di Gesù (unico Redentore universale dell’umanità) per salvarsi.

Infine recentissimamente – nei primi mesi dell’anno 2019 – è stato pubblicato il libro 1°) La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da Ebrei e Cristiani (Cinisello Balsamo, San Paolo) con una “Prefazione” a cura di PAPA BERGOGLIO e 2°)sùbito dopo – verso la Pasqua del medesimo anno – è uscito un secondo libro sullo stesso tema, titolato Ebrei e Cristiani, redatto dal “papa/emerito” BENEDETTO XVI (Cinisello Balsamo, San Paolo) in collaborazione col rabbino-capo di Vienna Arie Folger.

In questi due libri papa Francesco e il “papa-emerito” Benedetto XVI spargono numerosi errori, se non eresie vere e proprie materiali, riguardo alla fede nella divinità di Cristo, alla SS. Trinità, ai rapporti tra Antico e Nuovo Testamento, alla Redenzione universale di Gesù e al Dogma “Extra Ecclesiam (2) nulla salus!”. Perciò ho ritenuto doveroso affrontarli in un volume, il quale – Deo volente – vedrà la luce il mese di settembre del 2019 con le “EdizioniRadio Spada” (Cermenate – Como (3)).

Gli errori di papa Ratzinger e Bergoglio riguardano a) in generale il problema ebraico/talmudico e b) in maniera specifica 1°) la questione del “Deicidio”; 2°)  il problema se i Giudei crocifissori di Gesù sapessero che Egli era Dio) quale sia l’atteggiamento di Dio nei confronti del Giudaismo religione postbiblica dopo il Deicidio4°) il grave problema di fede che la Dichiarazione NA pone alla coscienza dei cattolici fedeli; ed infine – studiando questi quattro quesiti alla luce della Teologia cattolica tradizionale –– ci s’imbatte inevitabilmente nella 5°) questione del Giudeo/Cristianesimo e dei Cristiani Giudaizzanti, purtroppo convogliati, “autorizzati” e spinti a giudaizzare tranquillamente da Bergoglio in maniera esplicita e ancor più da Ratzinger in maniera quasi occulta o occultata. 

In questa presentazione affronto, in breve, i suddetti cinque problemi, che sviscero in maniera ampia e approfondita nel volume, di cui sopra.


CAPITOLO 1° - IL DEICIDIO

La Dichiarazione conciliare Nostra aetate (28. X. 1965) al n. 4-g scrive: “La morte di Cristo è dovuta ai peccati di tutti gli uomini. E se le autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la Passionenon può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo”.

Le cose non stanno esattamente così, anzi occorre distinguere bene: 1°) Cristo è morto PER riscattare i peccati di tutti gli uomini, ossia la causa finale della morte di Cristo è la Redenzione di tutto il genere umano; però 2°) la causa efficiente, che ha prodotto la morte di Cristo non furono i peccati degli uomini, ma a) il Giudaismo postbiblico, nella persona di “Anna & Caifa” in quanto “Sommo Sacerdote & Sommo Sacerdote/emerito” del Sinedrio, il quale, negando la divinità di Cristo, lo condannò a morte, poi fece eseguire la sentenza dai Romani e infine b) anche la maggior parte del popolo ebraico ά) vivente ai tempi di Gesù, che ratificò la condanna del Sinedrio gridando: “Crucifige, crucifige eum” (Mt., XXVII, 22 ss. (4)); e β) i suoi discendenti nella misura in cui, non credendo alla divinità e messianicità di Cristo, partecipano alla richiesta dei propri avi: “Sanguis ujus super nos et super filios nostros” (Mt., XXVII, 25), secondo la loro legge (Lev., XXIV, 10-16).

Per tutti i Padri della Chiesa – già dal I secolo sino a S. Agostino (V secolo) (5)  – la causa efficiente e volontariamente responsabile della morte di Gesù è in primis il Giudaismo farisaico/talmudico tramite i suoi capi, e, in secundis mediante i semplici fedeli.
Quindi nella morte di Cristo è implicata inequivocabilmente la comunità religiosadell’Israele post-biblico, che ha rifiutato la divinità e messianicità di Gesù e persevera tuttora nel rifiuto perpetrato dai propri padri, ma (attenzione!) non tutta la stirpe fisica. Infatti, un “piccolo resto d’Israele” (Rom., IX, 27-28) fu fedele a Cristo: i Dodici Apostoli e qualche migliaio di Discepoli, anche se la maggior parte del popolo prese parte attiva alla condanna a morte di Gesù.

Il consenso “moralmente unanime” dei Padri è segno di Tradizione divino/apostolica. Nel nostro caso (il Deicidio) i Padri ecclesiastici sono matematicamente concordi nell’insegnare che la gran parte (infedele a Cristo) del popolo ebraico, ossia il Giudaismo talmudico in sé, in quanto religione anticristiana e antitrinitaria, è responsabile, come causa efficiente, della morte di Cristo e ha dato luogo a una nuova religione scismatica ed eretica nei confronti dell’Antico Testamento: il Talmudismo, che si distacca dal Mosaismo – il quale credeva, come Abramo, nel Messia venturo, annunziato anche dalle Profezie veterotestamentarie, avverate poi  da Gesù di Nazareth – e che ancor oggi rifiuta la divinità di Cristo e lo condanna come idolatra, poiché “da uomo ha preteso farsi Dio” (Mt., XVI, 65; Mc., XIV, 63; Lc., XXII, 71; Giov., X, 36). Il problema da risolvere, perciò, è uno solo: Gesù è sì o no Dio? Tertium non datur. Se è Dio crolla il Giudaismo talmudico, se non è Dio il Cristianesimo è un imbroglio.

Per quanto riguarda la colpevolezza del Giudaismo rabbinico/talmudico, nella morte di Gesù, bisogna distinguere tra ά) i capi, i quali sapevano chiaramente – come insegna S. Tommaso d’Aquino (S. Th., III, q. 47, aa. 5-6; Ibid., II-II, q. 2, aa. 7-8) – che Gesù era il Messia e volevano ignorare o non ammettere che era Dio (ignoranza affettata o voluta, che aggrava la colpevolezza); e β) il popolo, il quale nella maggior parte ha seguìto i capi (mentre solo un “piccolo resto” ha seguìto Cristo) e ha avuto un’ignoranza non voluta, ma vincibile, quindi una colpa meno grave dei capi, ma oggettivamente o in sé grave; mentre soggettivamente, ossia nel cuore d’ogni singolo uomo, solo Dio vi entra, noi non possiamo di nulla e neppure conoscerlo. Il popolo, che pur aveva visto i miracoli di Cristo, ha l’attenuante di aver seguìto il Sommo Sacerdote del momento (anche allora erano due, di cui uno “emerito”…), il Sinedrio, i Capi d’Israele (Scribi, Dottori della Legge, Farisei e Sadducei); il suo peccato è grave in sé, anche se è diminuito in parte, non cancellato totalmente, da ignoranza vincibile, ma non voluta (STh., II-II, q. 2, aa. 7-8).

Il Giudaismo rabbinico odierno, nella misura in cui è la libera prosecuzione del Giudaismo postbiblico talmudico dei tempi di Gesù e si ostina a non accettarlo come Messia-Dio, partecipa oggettivamente alla responsabilità del Deicidio poiché un uomo che si proclama Dio “merita la morte” (Mt., XXVI, 66) secondo la legge della religione giudaica (Deut., XIII, 6; Lev., XXIV, 10-16).

L’ex-rabbino capo di Roma, convertitosi al Cattolicesimo nel 1944/45, Israel Eugenio Zolli, scrive: “Il principio di corresponsabilità era diffusissimo nell’antico Oriente […] e si estende non solo alla famiglia del trasgressore, ma anche alla sua città, e quando si tratta di un re, persino a tutto il suo Paese e a tutta la sua Nazione. […] Il principio di corresponsabilità trova la sua applicazione persino nel giure romano (6) ” (Antisemitismo, Roma, AVE, 1945; rist. Cinisello Balsamo, San Paolo, 2005, p. 56). Onde “L’uccisione di Gesù grava sugli Ebrei considerati come collettività etnica e religiosa” (E. ZOLLI, ibidem, p. 90).
Quindi non si può escludere la corresponsabilità del Giudaismo postbiblico dei tempi di Gesù come quella dei suoi figli: i Giudei increduli che rifiutano il Cristo, sino a che non diranno: “Benedictus qui venit in nomine Domini” (Sal., CVI, 8; CXIII, 2; CXVIII, 26; Mt., XXI, 9; Mc., XI, 9; Lc., XIX, 37; Giov., XII, 13) e: “Fisseranno lo sguardo in Colui che crocifissero” (Mt., XXIII, 38; Lc., XIII, 35) .


CAPITOLO 2° - CROCIFISSIONE DI GESÙ, DIVINITÀ DI CRISTO E SS. TRINITÀ

S. Tommaso d’Aquino (S. Th., III, q. 47, a. 6, ad 1um) si chiede “se i Capi dei Giudei sapevano che la Persona che crocifiggevano era Dio stesso Incarnato, la seconda Persona della SS. Trinità”. Egli risponde che quando Dio parlò ad Adamo del matrimonio gli spiegò che era una figura dell’unione di Cristo e della Chiesagli dovette spiegare, quindi, allora il mistero della Trinità ed Unità di Dio e quello dell’Incarnazione del Verbo (S. Th., II-II, q. 2, a.7, in corpore).

Inoltre l’Angelico specifica che i Prìncipi dei Giudei avevano una conoscenza esplicita del mistero dell’Incarnazione, Passione e Morte del Verbo Incarnato. Quanto poi al mistero della Trinità, S. Tommaso risponde: “Prima di Cristo il mistero della Trinità fu creduto come il mistero dell’Incarnazione e cioè esplicitamente dai maggiorenti ed in maniera implicita e quasi velata dalle persone semplici” (S. Th., II-II, q.2, a 8, in corpore).


CAPITOLO 3° - IL GIUDAISMO TALMUDICO È “RIGETTATO” DA DIO E “SOSTITUITO” DALLA CHIESA?

La Dichiarazione NA n. 4-h scrive: «Gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Scrittura».

Innanzitutto bisogna specificare che si sta parlando di Ebraismo religione post-biblica e dei fedeli di essa, ossia gli Ebrei che seguono la Càbala e il Talmùd e non dell’etnia ebraica (NAequivoca sofisticamente – quando usa la parola “Ebrei” in due significati totalmente diversi – parlando dei “rapporti tra stirpe di Abramo, che avrebbe legami spirituali molto stretti con la Chiesa di Cristo”. Ora non si può coniugare la “stirpe” con lo “spirituale” e con la “Chiesa”; la carne e il sangue con lo spirito e il Corpo Mistico di Cristo come se fossero concetti univoci, i quali hanno il medesimo significato, mentre sono equivoci, ossia hanno significati totalmente diversi.

Poi occorre precisare i termini teologici e biblici di riprovazione e maledizionea) Riprovare: significa rigettare, reputare inutile, disapprovare, rompere un’amicizia. Ora la Sinagoga talmudica, che l’Apostolo S. Giovanni chiama ben due volte “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9; III, 9), dopo l’uccisione di Cristo, è stata disapprovata, rigettata da Dio, che ha costatato la sua infedeltà al Vecchio Patto stretto da Lui con Abramo/Mosè (1900 a. C./1300 a. C.) e l’ha ripudiata per stringere una Nuova Alleanza con il “piccolo resto” o “reliquia” d’Israele fedele a Cristo e a Mosè (Cfr. SALVATORE GAROFALO, La nozione profetica del “Resto d’Israele”, Roma, Lateranum, nn. 1-4, 1962), e con tutte le Genti pronte ad accogliere il Vangelo (le quali in massima parte hanno corrisposto al dono di Dio, mentre solo una “reliquia” di Gentili lo ha rifiutato, per adorare se stessa tramite gli idoli pagani che si era costruiti, narcisisticamente, a mo’ di specchio). Dio ha sconfessato chi ha rinnegato il suo Figlio unigenito e consustanziale, “Dio vero da Dio vero”. Quindi la sana Teologia ha interpretato la Scrittura e ha insegnato che il Giudaismo post-biblico è riprovato o disapprovato da Dio, ossia sino a che permane nel rifiuto ostinato di Cristo, non è unito spiritualmente a Dio, non è caro a Lui, non è in grazia di Dio, non avendo la fede e “senza la fede è impossibile piacere a Dio” (7) (Ebr., XI, 6); b) Maledire: significa condannare, non è una “maledizione formale” scagliata da Dio (simile a quella contro il serpente infernale nell’Eden) come un’imprecazione a fin di male, ma è una “maledizione oggettiva”, ossia una situazione che è costatata come disordinata e, quindi condannata da Dio, della quale Egli dice male o “male-dice”. Infatti, Dio non può approvare, dir bene o “bene-dire” il rifiuto di Cristo. Dio Padre, avendo constatato la sterilità del Giudaismo farisaico e rabbinico, che ha ucciso i Profeti, suo Figlio e infine gli Apostoli, la condanna, disapprova e ne “dice-male” o “male-dice”: “Si quis non amat Dominus Nostrum Jesum Christum anathema sit” (I Cor., XVI, 22). Come Gesù che, constatata la sterilità di un fico, lo maledisse (Mt., XXI, 19), ossia non lo apprezzò, ma lo condannò in quanto infruttuoso ad essere sradicato e bruciato.

Nella S. Scrittura questa maledizione d’Israele da parte di Dio, in conseguenza della sua disobbedienza al Vecchio Patto stretto con Lui, è rivelata formalmente: “Io [il Signore, ndr] vi offro benedizioni e maledizioni. Benedizioni se obbedite ai comandamenti divini..., maledizioni se disobbedite” (Deut., XI, 28).


I “Padri apostolici” e la Dottrina della “sostituzione”

Nella Teologia del “periodo sub-apostolico il tratto particolarmente caratteristico è la polemica col Giudaismo contemporaneo. Alla pretesa del Giudaismo postbiblico di essere ancora il popolo eletto e il solo detentore delle promesse di Dio, da parte cristiana viene contrapposta la dottrina secondo cui, in séguito all’infedeltà del popolo ebraico al Vecchio Patto con Dio, i Cristiani sono il Verus Israel, che ha accolto l’eredità del popolo rigettato da Dio e lo ha soppiantato. Ciò è espresso nel modo più categorico da S. Ignazio d’Antiochia e nella Lettera di Barnaba” (H. JEDIN, Storia della Chiesa, Milano, Jaca Book, 1975, vol. I, pp. 183-184) (8) . 

I Padri apostolici sono (cronologicamente) i primi Padri della Chiesa che hanno avuto rapporti con gli Apostoli, i cui scritti sono le testimonianze più antiche della Tradizione divino/apostolica. Essi sono il primo anello della catena di trasmissione del Messaggio di Cristo dopo la scomparsa degli Apostoli, sono perciò i primi organi della Tradizioneapostolica. Il loro obiettivo principale fu quello di trasmettere fedelmente l’insegnamento ricevuto dagli Apostoli direttamente da parte Cristo e consegnato dagli Apostoli direttamente ai Padri apostolici (I-II secolo), seguiti dai Padri apologisti (II-III secolo) e dai Padri ecclesiastici (III-VIII secolo).

Monsignor Luigi Carli (Vescovo di Segni e poi Arcivescovo di Gaeta) ha scritto a conferma della dottrina tradizionale contraddetta da NA: «Occorre distinguere il Giudaismo dell’Antico Testamento dal Giudaismo post-cristiano. Il primo (Antico Testamento), è una preparazione del Cristianesimo; il secondo invece (Giudaismo post-cristiano), ha negato la messianicità di Gesù e continua a rifiutare il Messia Gesù Cristo. In questo senso vi è un’opposizione di contraddizione tra Cristianesimo e Giudaismo attuale. L’Antica Alleanza è basata anche sulla cooperazione degli uomini. Mosè riceve la dichiarazione di Dio, contenente le condizioni del Patto bilaterale. Infatti l’Alleanza non è incondizionata (Deut., XI, 1-28), ma è sottomessa all’obbedienza del popolo d’Israele: “Io vi offro benedizioni e maledizioni. Benedizioni se obbedite ai comandamenti divini..., maledizioni se disobbedite” (Deut., XI, 28). L’Alleanza Antica dipende anche dal comportamento d’Israele e Dio minaccia più volte di romperla a causa delle infedeltà del popolo ebreo, che Egli, in alcune circostanze, vorrebbe persino distruggere completamente (Deut., XXVIII; Lev., XXVI, 14 ss.; Ger., XXVI, 4-6; Os., VII, 8 e IX, 6).

Dopo la morte di Cristo, il perdono di Dio non è accordato a tutto Israele, ma solo a “un piccolo resto / reliquia” fedele a Cristo e a Mosè, che preannunciava Gesù. In séguito all’infedeltà del popolo d’Israele, nel suo complesso, verso Cristo e l’Antico Testamento che Lo annunciava, il perdono di Dio si restrinse solo ad “un piccolo resto / reliquia”.

Da parte di Dio, diversamente che da parte dell’uomo, non vi è rottura del Suo piano di Alleanza, della Sua chiamata o vocazione, ma solo sviluppo e perfezionamento del Patto Antico, nell’Alleanza Nuova e definitiva, che darà al “piccolo resto” dei Giudei fedeli al Messia un “cuore nuovo” (Ez., XVIII, 31; XXXVI, 26) e si aprirà all’umanità intera [...]. Gesù non ha instaurato una nuova religione, ha insegnato che Dio voleva la salvezza di tutta l’umanità e che la venuta del Cristo era la condizione di tale salvezza [...]. La comunità cristiana è rimasta fedele alla Tradizione veterotestamentaria, riconoscendo in Gesù il Cristo-Messia annunciato dai Profeti del Vecchio Testamento e misconosciuta dal Giudaismo talmudico. Per i Cristiani è il Giudaismo post-biblico ad essere infedele all’Antico Testamento, ma vi è un “piccolo resto” fedele, che entrando nella Chiesa di Cristo garantisce la continuità dell’Alleanza (Antica-Nuova), in vista di Cristo venturo e venuto. Egli è la “pietra d’angolo” (Mt., XXI, 42) che “ha fatto di due [popoli: Giudei e Gentili] una sola cosa” [Cristiani]» (9).

Per fare un esempio, Dio ha chiamato Giuda ad essere Apostolo, Lucifero ad essere Angelo, ma essi non hanno corrisposto al dono e alla chiamata di Dio, che non se ne è pentito, ma ne ha preso atto e ha abbandonato coloro che per primi lo avevano abbandonato. “Deus non deserit nisi prius deseratur / Dio abbandona solo se prima viene abbandonato” (S. Agostino, ripreso dal Concilio di Trento). Tuttavia “si Deus deseratur, tunc deserit / se Dio viene abbandonato, allora Egli abbandona chi già lo ha lasciato”. Così è stato per Lucifero, Adamo, Caino, Giuda e per Israele.


CAPITOLO 4° - LA DICHIARAZIONE NOSTRA AETATE SU “LE RELAZIONI DELLA CHIESA CON LE RELIGIONI NON CRISTIANE”

Abbiamo visto che fra Tradizione divino/apostolica cattolica (i Padri apostolici/apologisti/ecclesiastici e il Magistero pontificio da San Pietro sino a Pio XII (10)) e NA (28 ottobre 1965) vi è difformità. Ora la Tradizione cattolica è una delle due Fonti della Rivelazione assieme alla S. Scrittura, essa consiste nell’insegnamento unanimemente comune dei Padri, che è infallibile; mentre NA ha un valore unicamente prudenziale o “pastorale” – per esplicita volontà di Giovanni XXIII e Paolo VI, che indissero e conclusero il Concilio Vaticano II come “Concilio pastorale” (11)  – poiché esso consiste non nella definizione di qualche verità dogmatica o morale, ma nell’applicazione della dottrina al caso pratico. Quindi non è infallibile né irreformabile ed essendo in rottura o in difformità con l’unanime e costante Tradizione apostolica (almeno dal I al V secolo, come ha documentato l’ebrea convertita ed esperta di Patrologia, Denise Judant (12)), deve essere corretto e riformato.

I due dogmi principali del Cristianesimo (la SS. Trinità e la divinità di Gesù Cristo), per l’Ebraismo attuale o post-biblico (che non è l’Antico Testamento, ma il Talmudismo rabbinico/cabalistico), sono una “bestemmia” (Mt., XXVI, 65; Mc., XIV, 63; Lc., XXII, 71; Giov., X, 36) come disse Caifa, per la quale Cristo fu crocifisso “poiché da uomo, si faceva Dio” (Gv., X, 33) e S. Stefano fu condannato alla lapidazione (Atti degli Apostoli, VII, 1-59).

L’ambiguità di NA, consiste nel far passare tutti coloro che discendono geneticamente da Abramo, come aventi legami spirituali o di fede con la Chiesa di Cristo, mentre il sangue o la razza non ha nulla a che vedere con lo spirito e la fede e non può fungere da ponte logico, legame o “Termine Medio” tra Giudaismo e Cristianesimo nel ragionamento teologico sul Giudeo/Cristianesimo.

Al n. 4-e, NA insegna: “Secondo S. Paolo gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento”. Invece S. Paolo dice solo che la vocazione (chiamata o dono) da parte di Dio non muta: “Ego sum Dominus et non mutor” (Mal., III, 6). Mentre la risposta alla chiamata di Dio può cambiare da parte dell’uomo, com’è stato per Lucifero, inizialmente per Adamo/Eva che poi tornarono a Dio, per Caino, per Esaù, per Giuda Iscariota e per la maggior parte del popolo d’Israele, che durante la vita di Gesù, ha malamente corrisposto alla chiamata e al dono di Dio, uccidendo prima i Profeti del Vecchio Testamento, poi Cristo stesso ed infine i Suoi Apostoli del Nuovo Testamento (S. Stefano nel 30 circa, S. Giacomo il Maggiore nel 42 e S. Giacomo il Minore nel 62); onde sono cari a Dio, ossia stanno in grazia di Dio, solo “il piccolo resto” di coloro che hanno accettato il Messia-Cristo venuto (Nuovo Testamento), come lo accettarono venturo i loro padri nell’Antico Testamento. Infatti dopo il martirio di S. Giacomo il Minore (anno 62), gli Apostoli lasciarono la Palestina e si recarono a evangelizzare i Pagani dietro ispirazione divina.

Sempre secondo la dottrina conciliare (cfr. NA: “i doni di Dio sono irrevocabili”) e postconciliare (cfr. GIOVANNI PAOLO II, Magonza, 17 novembre 1980: “L’Antica Alleanza mai revocata”) l’Ebraismo attuale sarebbe ancòra titolare dell’Alleanza con Dio. Invece la Tradizione cattolica (S. Scrittura interpretata unanimemente dai Padri apostolici/ecclesiastici e dal Magistero costante e tradizionale della Chiesa) insegna che c’è una prima e c’è una seconda Alleanza: irrevocabile è ciò che dalla prima passa alla seconda, subentrata all’altra, quando questa “antiquata e soggetta ad invecchiamento ulteriore, sta ormai per scomparire” (Ebr., VIII, 8-13). Se non che la grazia promessa ai titolari dalla primaAlleanza non muore con essa, ma viene elargita ai titolari della seconda: questo, infatti, si verificò, quando quasi tutti i titolari della prima, rifiutando Cristo, non riconobbero il tempo in cui Dio li aveva visitati (Lc., XIX, 44). “A quelli, però, che l’accolsero” il Visitatore “fece il dono della figliolanza divina” (Giov., I, 12), strinse con essi (la “piccola reliquia” del popolo ebraico che accettò Cristo) la seconda Alleanza e l’aprì a quanti (i Pagani) sarebbero sopraggiunti “dall’oriente e dall’occidente, da settentrione e da mezzogiorno” (Lc., XIII, 29), trasferendo alla seconda tutti i doni già in possesso della prima. Quindi molti membri del popolo eletto rifiutarono Cristo, ma “un piccolo resto” (Apostoli e Discepoli) Lo accolse (Rom., XI, 1-10). Inoltre, prima della fine del mondo, S. Paolo prevede e rivela, divinamente ispirato, la conversione finale e in massa, della moltitudine degli Ebrei (Rom., XI, 26: “Et sic omnis Israel salvus fieret”). Questa parola “conversione”, “salvezza” non piace agli Ebrei attuali, purtroppo dispiace anche ai prelati conciliari e post-conciliari, “sed Verbum Domini manet in aeternum”.

La Dichiarazione NA non reca una sola citazione di un solo Padre della Chiesa, di un solo pronunciamento del Magistero ecclesiastico, come mai? Semplice, perché non ve ne sono! Come si fa allora a dire che essa deve essere accettata poiché in continuità con la Tradizione (cfr Benedetto XVI e “l’ermeneutica della continuità” tra Tradizione e Vaticano II) e non in rottura con essa?

Attenzione: il Vangelo ci ammonisce, come ammonì i Farisei duemila anni fa: “Il Regno di Dio vi sarà tolto e sarà dato ad altri”. L’Alleanza con Dio è Nuova ed Eterna e perciò definitiva, ma solo per quanto riguarda la Chiesa di Cristo; per quanto riguarda gli altri (anche il Giudaismo postbiblico e la Vecchia Alleanza) presuppone una corrispondenza al piano divino. Da qui nasce il problema della vera Dottrina vivificata dalla Carità soprannaturale, che occorre professare con fede soprannaturale, vivere integralmente e senza annacquamenti per essere “veramente figli di Dio”. Infatti, rivela San Paolo, “senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6).


CAPITOLO 5° - GIUDAIZZANTI E GIUDEO/CRISTIANESIMO

Giudaizzanti, teologicamente parlando, sono “i Gentili convertiti al Cristianesimo, che imitavano i costumi ebraici […] e ritenevano obbligatoria per salvarsi l’osservanza, totale o parziale, della Legge cerimoniale mosaica però – praticamente – furono quasi tutti Cristiani di sangue ebraico” (13). Mentre il termine Giudeo/Cristianesimo si applica in senso stretto ai “Cristiani nati Ebrei, i quali ritenevano che la Legge cerimoniale dell’Antico Testamento non fosse stata abrogata e sono entrati così in conflitto non solo con san Paolo, ma con il Cristianesimo stesso” (14).

Questo tema ci pone di fronte al “mistero d’iniquità già operante in questo mondo” (II Tess., II, 7) delle infiltrazioni dei Giudaizzanti all’interno dell’ambiente ecclesiale a partire da Giovanni XXIII sino a papa Bergoglio.

Ad esempio, il quotidiano della “Conferenza Episcopale Italiana” Avvenire (26. I. 2011, p. 26) riporta un articolo di Enzo Bianchi, “Intorno al Concilio la convergenza tra le Fedi” in cui spiega che «Giovanni Paolo II […], il 17 novembre 1980 a Magonza pronuncia una formula inedita, anzi contraddittoria a diciannove secoli di esegesi e Teologia cristiana, in cui gli Ebrei sono definiti “il popolo di Dio dell’Antica Alleanza che non è stata mai revocata”. […]. Si può notare la novità e l’audacia rispetto a tutto il Magistero ecclesiastico precedente. […]. La Teologia della sostituzione è così abbandonata per sempre».

Le pretese dei Giudaizzanti si fondano – materialmente ed erroneamente – sul fatto che il Messia, nato dalla razza ebraica, avrebbe stabilito sulla terra un Regno temporale, che sarebbe quello di Israele. Il Giudeo/Cristianesimo vorrebbe così “ricalcare il Cristianesimo sul Giudaismo, chiedendo ai popoli di affiliarsi – tramite la circoncisione [e l’osservanza della Legge cerimoniale, ndr] – alla nazione ebraica” (15).

Il Giudeo/Cristianesimo (condannato dal Concilio di Gerusalemme nel 49 e fatto proprio dal Concilio Vaticano II nel 1965) è l’annullamento radicale e totale del valore salvifico del Sacrificio di Gesù sulla croce e della grazia cristiana che ne deriva; in breve è l’apostasia (ossia il passare da una religione ad un’altra sostanzialmente diversa) e la distruzione del Cristianesimo apostolico, che oggi viene rimpiazzato dalla holocaustica religio, che “sostituisce” l’Olocausto  di Gesù con la shoah giudaica (16). In questo caso si può dire, senza tema di sbagliare, che “l’Antico Olocausto di Cristo non è mai stato abrogato” dal nuovo “olocausto” del popolo ebraico (1942/45) e che la “Nuova Alleanza è  ancora valida e irrevocabile”, per cui la dottrina giudaizzante di NA della “sostituzione” della Chiesa da parte della “Sinagoga di Satana” (Apoc., II, 9; III, 9) non sta in piedi, è la famosa vecchia “menzogna di Ulisse” che ritorna nel corso della storia.

Lo studio attento dei due libri di papa Francesco e di Benedetto XVI porta immancabilmente a queste conclusioni, terribili, ma vere. Siamo entrati in pieno nella “grande Apostasia universale” (II Tess., II, 3), che precede il Regno dell’Anticristo finale (I Giov., II, 19; IV, 3).

Certamente il Papa non deve e non può cambiare il Deposito rivelato, ma lo deve conservare integro e trasmetterlo fedelmente. Ora si costata che da Giovanni XXIII sino a Ratzinger/Bergoglio sia il dogma che la morale sono stati adulterati dai neomodernisti giudaizzanti. Il cattolico fedele non può seguirli, come gli Apostoli non obbedivano al Sommo Sacerdote del Tempio, oramai rabbinico/talmudico e non più mosaico, dopo il Deicidio, ma si mantenevano fedeli all’Antico e al Nuovo Testamento nella Persona divina di Cristo.

Ora, se 1°) non si deve obbedire a ordini illegittimi, che spingerebbero al peccato contro la fede e i costumi; 2°) non si può nemmeno far deporre dall’Episcopato (riunito in Concilio imperfetto o disperso nel mondo) il Papa legittimamente eletto e nominarne un altro al suo posto. Significherebbe ritenere i Vescovi superiori al Papa e negare implicitamente il Primato di Giurisdizione del Pontefice romano, definito di “fede rivelata e cattolica” dal Concilio Vaticano I (DB, 1823, 1831). Quindi sarebbe eretico. Ora un errore (Modernismo bergogliano) non si corregge con un altro errore (Conciliarismo gallicano e Veterocattolicesimo). Bisogna, quindi, mantenere la fede di sempre e chiedere a Dio di aprire o “chiudere” gli occhi al Pontefice, che proferisce eresie e non vuol ascoltare le monizioni fattegli, giustamente, da alcuni Cardinali e Vescovi.

Queste righe e le pagine del libro che seguirà possano aiutare i cattolici fedeli a vedere la gravità degli errori, soprattutto quelli nascosti e occulti di Ratzinger, essendo quelli di Bergoglio per sé evidenti, e a tenersene lontani per mantenere il Vangelo predicato da Cristo e dagli Apostoli e non il “contro/vangelo del ghetto” e della “contro/chiesa” o “Sinagoga di Satana”, predicato dai “sommi pontefici” giudaizzanti del Concilio/Sinedrio Vaticano II e del postconcilio o neomodernismo postcristiano o “meta-cristiano”, come lo chiamava Teilhard de Chardin.  


NOTE

1 - Cfr. F. SPADAFORA, Cristianesimo e Giudaismo, Caltanissetta, Crinon, 1987.
2 - Cfr. F. SPADAFORA, Fuori della Chiesa non c’è salvezza, Caltanissetta, Crinon, 1988.
3 - http://www.edizioniradiospada.com ; edizioniradiospada@gmail.com
Il libro – CURZIO NITOGLIA, Non abbiamo Fratelli Maggiori. L’Antica Alleanza è stata revocata e gli Ebrei hanno bisogno di Gesù per salvarsi, Cermenate – Como, Radio Spada, 2019, – conta circa 200 pagine e costa 15 euro.
4 - S. Agostino, quanto ai Giudei viventi al tempo di Cristo, osserva: «O Giudei, quando uccideste Cristo? Quando, aguzzando la vostra lingua come una spada bene affilata, gridaste: “Crocifiggilo, crocifiggilo”» (Comm. in Matt., XXVII, 22). Per quanto riguarda i Giudeivissuti e viventi dopo la morte di Gesù, se essi – ritenendolo un impostore che da uomo si è fatto Dio – lo reputano degno di morte come i Sommi Sacerdoti (Mt., XXVI, 66; Mc., XIV, 64), secondo la loro antica legge (Lev., XXIV, 10-16), partecipano anch’essi alla condanna a morte di Cristo a parte post.  
5 - Da S. Ignazio d’Antiochia († 107) sino a S. Agostino († 430) e a S. Cirillo d’Alessandria († 444). Come si vede si tratta di oltre 300 anni d’insegnamento patristico di origine sub-apostolica.
6 - Per esempio, se l’Imperatore romano perde la guerra contro i Barbari, assieme a lui e sotto di lui, tutto il popolo romano ha perso la guerra barbarico/romana.
7 - In San Paolo è divinamente Rivelato: “I quali [Giudei] hanno messo a morte il Signore Gesù [“Dominum occiderunt Jesum”] e i Profeti ed hanno perseguitato anche noi; essi non piacciono a Dio [“Deo non placent”] e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai Pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano la misura dei loro peccati! Ma oramai l’ira di Dio è arrivata al colmo sul loro capo” (I Tess., II, 15-16).
8 - Si noti che il professor Jedin era tedesco di origine ebraica e perse i suoi genitori in un Lager del III Reich, ma quando seppe che Hitler era morto celebrò, privatamente, una Messa per lui. 
9 - Cfr. Monsignor LUIGI MARIA CARLI, La questione giudaica davanti al Concilio Vaticano II, in «Palestra del Clero», n. 4, 15 febbraio 1965, pp. 192-203.
10 - Tanto per fare un esempio, si pensi all’Enciclica Mit brennender Sorge, promulgata il 14 marzo 1937 da PIO XI, alla cui stesura collaborò l’allora card. EUGENIO PACELLI futuro PIO XII nel 1939, ove si condanna il razzismo materialista e puramente biologico e si afferma anche che “Il Verbo avrebbe preso carne presso un Popolo che poi Lo avrebbe confitto in Croce”. Quindi la dottrina della responsabilità collettiva, nello spazio e nel tempo, del Giudaismo talmudico nella morte di Cristo è stata insegnata formalmente dal Magistero pontificio sino al 1937.
11 - L’allora Cardinal JOSEPH RATZINGER nel Discorso alla Conferenza EpiscopaleCilena, Santiago del Cile, 13 luglio 1988 (riportato in “Il Sabato”, n. 31, 30 luglio-5 agosto 1988) ha affermato: «Il Concilio Vaticano II si è imposto di non definire nessun dogma, ma ha scelto deliberatamente di restare ad un livello modesto, come semplice Concilio puramente pastorale».
12 - DENISE JUDANT, Judaisme et Christianisme, éd. du Cèdre, Paris, 1969; ID., Jalonspour une théologie chrétienne d’Israel, éd. du Cèdre, Paris, 1975.
13 - F. VERNET, in «Dictionnaire Apologétique de la Foi Catholique»,  Paris, Beauchesne, 1911, vol. II, col. 1654, voce «Juifs et Chrétiens».
14 - Ivi.
15 - 
Ibidem, col 1655.
16 - È innegabile che all’origine della Rivoluzione teologica del Vaticano II c’è la “religione olocaustica” o il “mito della shoah”, la quale sarebbe stata preparata e favorita dalla Teologia preconciliare (sulla intrinseca malvagità del Giudaismo postbiblico, infedele a Cristo e all’ Antico Testamento, che Lo annunziava), la quale avrebbe armato la mano al III Reich. Quindi il problema della shoah è un problema non solo storico/politico (in base al quale è nato lo Stato d’Israele nel 1948), economico (grazie al quale Israele ha ottenuto miliardi di dollari di risarcimento da mezzo mondo), ma soprattutto teologico (grazie al quale Israele ha ottenuto la piena riabilitazione religiosa da parte di alcuni uomini di Chiesa ancor più falsi e traditori di Giuda Iscariota). Non si può capire la Teologia modernistica e giudaizzante del Vaticano II se non si è capito il mito della shoah che è il principio e fondamento del Concilio Vaticano II.  

DAVVERO NE VALEVA LA PENA?


Riflessioni sulla morte: cosa diranno Mons. Braz de Aviz e colui che si fa chiamare "papa" quando dovranno lasciare le loro ambizioni mondane e presentarsi nudi al cospetto di Dio? Ciò che stanno facendo grida vendetta al Cielo 
di Francesco Lamendola  

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La vita umana è un soffio: oggi c’è, domani si spegnerà in un attimo. Oggi noi ci siamo, coi nostri desideri, le nostre ambizioni, le nostre vanità; domani non ci saremo più e nel giro di qualche anno saremo dimenticati. Quando se ne andranno, a loro volta, quelli che ci hanno conosciuti, e subentrerà una nuova generazioni, sarà quasi come se non fossimo mai esistiti. I nostri nomi, sulla tomba, saranno solamente nomi; le nostre immagini non diranno più niente a nessuno. Passeranno ancora degli anni, e le concessioni cimiteriali scadranno, e non verranno rinnovate; allora anche le nostre tombe verranno rimosse per fare posto ad altre, e i nostri resti finiranno mescolati a quelli di tanti altri: non ci sarà più neanche un luogo fisico a ricordare il nostro passaggio sulla terra. Nessun compiacimento macabro, nessun gusto romantico per la malinconia: questa è la realtà della condizione terrena. Aggrapparsi ad essa è come costruire una casa sulla sabbia, fatta di sabbia: il primo acquazzone la scioglierà e se la porterà via.

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 La vita umana è un soffio: oggi c’è, domani si spegnerà in un attimo!

Queste considerazioni, non pessimistiche, ma semplicemente realistiche, ci sorgono spontanee osservando l’accanimento, sempre più maligno, col quale i falsi pastori che si sono impossessati della Chiesa cattolica e la stanno pervertendo nella sinagoga di Satana, proseguono imperterriti nella loro opera infernale. L’ultimo colpo – l’ultimo, ma domani ne verrà un altro, e dopodomani un altro ancora - viene dal cardinale Braz de Aviz, presidente della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata, il quale ha dichiarato che un certo modo di pregare, un certo modo di vestire, nei conventi, devono cambiare. I media, complici o distratti, non sembrano aver colto l’enormità di quest’affermazione.

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 Il cardinale Braz de Aviz, presidente della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata ha dichiarato: "Un certo modo di pregare, un certo modo di vestire, nei conventi, devono cambiare?". Anche di questo dovranno renderne conto a Dio!

Voler cambiare il modo di pregare dei religiosi equivale a dire che per millenovecento anni essi hanno pregato in maniera sbagliata: è esattamente lo stesso che dire di voler fondare una nuova religione. La religione si basa sulla preghiera, che è il rapporto spirituale fra l’uomo e Dio: il come si prega non è un fatto esteriore e secondario, è la sostanza stessa della fede. Si prega in base a ciò che si pensa dell’uomo e di Dio; in base a ciò che si pensa della relazione che lega le creature al loro Creatore. Inoltre, significa gettare nella più totale confusione decine di migliaia di religiosi e, in prospettiva, decine di milioni di fedeli. Significa mettere in crisi la loro fede e la loro vocazione, e spingerne molti a lasciare il convento. È già successo coi Francescani dell’Immacolata e poi con le Piccole Suore di Maria Madre del Redentore. Del resto, è difficile sfuggire all’impressione che fosse proprio questo l’obiettivo della “riforma”: costringere ad andarsene quelli che non ci stanno. Ma per ognuna di queste anime che sono turbate e spinte a lasciare l’abito religioso, il cardinale Braz de Aviz dovrà rendere conto a Dio. Gesù Cristo in Persona gli chiederà di rendere conto di quel che sta facendo, così come lo chiederà a colui che si fa chiamare papa Francesco, e che intanto si diverte a fare giochi di magia davanti alla stampa. Gli domanderà di rispondere di quanto ha fatto ai Francescani dell’Immacolata; e perché non ha risposto ai quattro cardinali; e perché non li ha voluti neppur ricevere privatamente; e infine perché, mentendo, ha dichiarato di non aver mai ricevuto la loro lettera. Gli chiederà perché ha coperto il cardinale McCarrick e perché si è rifiutato di rispondere alle circostanziate accuse di monsignor Viganò.

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Bergoglio, Sosa Abascal, Paglia, Galantino, Bassetti, Ravasi, Braz de Aviz, Maradiaga, Kasper, Bianchi: ciò che stanno facendo grida vendetta al Cielo... 

Ma soprattutto gli chiederà di rendere conto di tutte le anime che ha gettato nell’angoscia, nella disperazione e nella perdita delle fede: che non sono poche, come noi personalmente possiamo testimoniare. E così per tutti gli altri. Bergoglio, Sosa Abascal, Paglia, Galantino, Bassetti, Ravasi, Braz de Aviz, Maradiaga, Kasper, Bianchi: sono tutte persone anziane. Nel giro di qualche anno non ci saranno più. Questo non è gettare il malocchio, è la normale previsione in base alla durata della vita media. Entro dieci anni, probabilmente nessuno di loro sarà più in vita. Dovranno lasciare le loro ambizioni mondane, le stanze del potere, la pubblicità mediatica, i pubblici onori, tutto ciò che gratifica l’ego, e presentarsi, nudi, al cospetto di Dio, giusto Giudice: come noi tutti, del resto. E allora che cosa diranno? Come si giustificheranno? Ciò che stanno facendo grida vendetta al Cielo...

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Dei falsi pastori si sono impossessati della Chiesa cattolica e la stanno pervertendo nella sinagoga di Satana! Ciò che stanno facendo grida vendetta al Cielo...

Davvero ne valeva la pena?
 di Francesco Lamendola

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