ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 27 novembre 2019

Dov’è il nesso?

Mons. Athanasius Schneider raccorda le profanazioni idolatriche avvenute di recente in Vaticano alle "ambiguità dottrinali" del Vaticano II, condannate energicamente anche da mons. Carlo Maria Viganò - Commento di P. Pasqualucci

https://sites.google.com/site/controilfalsocattolicesimo/home/sabino-paciolla-la-preghiera-alla-pachamama-nella-fondazione-missio-organismo-della-cei/SINODO%20AMAZZONIA%20%20PACHAMAMA%20%20%20CHIESA.jpg (immagine aggiunta

Sommario :   1. Il “relativismo dottrinale” imperversante frutto delle “ambiguità dottrinali” e delle dottrine “panteistiche e agnostiche” penetrate nel Vaticano II.  2. L’antropocentrismo di ‘Gaudium et spes’, già denunciato dai critici più autorevoli del Concilio.  3.  Una libertà religiosa che promuove l’indifferentismo e il relativismo, intesa addirittura come diritto naturale della persona.  4. È grave peccato di “relativismo dottrinale” affermare che l’islam adora lo stesso nostro Dio. 4.1 Nota. La corretta interpretazione della Lettera di S. Gregorio VII all’Emiro della Mauritania.

1. Il “relativismo dottrinale” imperversante frutto delle “ambiguità dottrinali” e delle dottrine “panteistiche e agnostiche” penetrate nel Vaticano II.
Qualsiasi cosa abbia detto il Papa regnante in proposito, non vi è alcun dubbio, ha sottolineato mons. Schneider, che l’adorazione degli idoli lignei avvenuta recentemente con l’approvazione e la parziale partecipazione del Papa nei Giardini Vaticani, in S. Pietro, nella chiesa di S. Maria in Traspontina, ha rappresentato una “chiarissima forma di culto religioso”.  Infatti abbiamo dovuto assistere a “inchini, riverenze e persino preghiere rivolte a una statua di legno”.  E questa mediocre statuetta, raffigurante una donna nuda incinta, secondo quanto ha dovuto ammettere lo stesso Bergoglio, rappresenta la Pachamama, simbolo, ci ricorda mons. Schneider, di una “divinità femminile” presente “in tutta la cultura dei popoli indigeni del Sud America.”[1]
Presente, aggiungo, con vari nomi, indicanti tuttavia una medesima realtà:  quella dei culti della vegetazione e agrari all’insegna della fertilità, rappresentata per l’appunto da una dea personificante le forze della natura, terremoti e uragani compresi, cui si facevano offerte e sacrifici di ogni tipo, anche umani, per ottenerne i favori ma anche per placarla.  Che nell’antico Perù inca, area dalla quale proviene il culto originario della Pachamama, cioè della natura-dea-madre intesa con quel nome, si facessero sacrifici umani, in special modo di bambini, ragazzi e ragazze, documentati anche di recente in modo inequivocabile dai ritrovamente archeologici -- questa sgradevole realtà viene ovviamente taciuta dai neopagani attuali e dai cosiddetti “teologi indigenisti” o “indi”, protagonisti del Sinodo per l’Amazzonia.[2]
Ma torniamo all’analisi di mons. Schneider.  Dov’è il nesso tra le sacrileghe rappresentazioni idolatriche autorizzate da Bergoglio e il pastorale Concilio Vaticano II?
Il nesso è costituito dal “relativismo dottrinale”  penetrato da decenni nella Chiesa cattolica, implicante l’evidente scomparsa della fede in un una “verità assoluta”, sulla fede e sui costumi, come è quella divinamente rivelata a noi da Gesù Cristo Nostro Signore e dagli Apostoli da Lui istruiti e guidati dallo Spirito Santo.
Questo “relativismo” ha creato, sostiene mons. Schneider, un clima di “ambiguità dottrinale”.  E questa “ambiguità” è per l’appunto “riscontrabile parzialmente in alcune espressioni del Concilio Vaticano II”.[3]  
L’origine dell’odierno “relativismo dottrinale” è dunque in certe “ambiguità dottrinali” presenti nel Concilio. Così si spiegherebbe – bisogna aggiungere -  la scomparsa dalla pastorale del Post-Concilio del dogma fondamentale del Cristianesimo, secondo il quale al di fuori della Chiesa fondata da Cristo non si dà salvezza (tranne che nei casi individuali di “battesimo di desiderio”, implicito o esplicito).  
Dal Concilio in poi si è affermata tra i cattolici la convinzione che tutte le religioni salvino i loro adepti – e in ciò consiste appunto il “relativismo dottrinale”: in questo mettere di fatto la nostra religione rivelata (unica vera) sullo stesso piano di tutte le altre, per cui la salvezza diventerebbe qualcosa di relativo alla religione di appartenenza, quale essa sia, cessando di essere quel valore assoluto che solo la conversione a Cristo, in fede e opere, può realizzare.  In tal modo, tutte le religioni sono sentite come uguali, quanto alla possibilità della salvezza, e scompare l’unicità del cattolicesimo ai fini della salvezza.
Quest’impropria equiparazione – eretica, poiché contraddice il Primo Comandamento – è a fondamento della pratica della collaborazione e dei riti in comune con eretici e scismatici e con le altre religioni. È altresì alla base di dichiarazioni dal significato apostatico come quella di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, fatta mesi fa da Papa Francesco assieme al Grande Imam Achmed Al-Tayeb, massima autorità dell’islam sunnita, nella quale, in nome della costruenda fratellanza universale, di un “nuovo umanesimo”, si afferma (sempre contro il Primo Comandamento) che Dio ha voluto le differenze di religione come cosa positiva, da mantenere e tutelare nella reciproca tolleranza.  Ed è quindi alla base dell’adesione dell’attuale Pontefice al progetto della Abrahamic Family House, sempre ad Abu Dhabi: una moschea, una chiesa, una sinagoga stilizzate con un ampio parco-giardino comune, simboleggianti l’unità delle tre cosiddette “religioni abramitiche”; centro di meditazione, raccoglimento e studi dedicato alla ricerca “di ciò che ci unisce”, avendo di mira la pace e l’unità del genere umano.
 Con la complicità della Gerarchia neo-modernista partorita dal Vaticano II, una concezione deistica e sincretistica della religione (“neo-religione mondiale” l’ha definita di recente mons. Viganò) sta ora apertamente sostituendo quella rivelata dal Verbo Incarnato. Sembra che si voglia attuare l’utopia di una religione universale pensata dall’uomo, apparentemente ragionevole e umanitaria, simile (osservo) a quella propagandata dal Venerabile Fratello Gotthold Efraim Lessing (1729-1781), poeta, drammaturgo e saggista, il teorico dell’ “educazione del genere umano” secondo i dettami di quell’Illuminismo del quale fu in Germania uno dei più autorevoli esponenti.[4]  Sembra che proprio questo stia accadendo, come ha sottolineato con la consueta chiarezza e precisione mons. Carlo Maria Viganò, riconducendo giustamente agli errori del Vaticano II le attuali aberrazioni, deistiche oltre che idolatriche.
“Il progetto di sir David Adjaye Obe prevede che i tre diversi luoghi di culto siano uniti tra loro da fondamenta uniche e inseriti all’interno di un giardino, evocatore di un Nuovo Eden, riedizione in chiave gnostica e massonica del paradiso della Prima Creazione […] L’edificazione della Casa della Famiglia Abramitica appare come un’impresa babelica, architettata dai nemici di Dio, della Chiea cattolica e dell’unica vera religione capace di salvare l’uomo […] Papa Bergoglio procede così ad un’ulteriore attuazione dell’apostasia di Abu Dhabi, frutto del neo-modernismo panteista e agnostico che tiranneggia la Chiesa Romana, germinato dal documento conciliare Nostra Aetate.  Siamo costretti a riconoscerlo: i frutti avvelenati della “primavera conciliare”sono sotto gli occhi di chiunque non si lasci più accecare dalla Menzogna imperante.  Pio XI ci aveva ammonito e messo in guardia.  Ma gli insegnamenti che hanno preceduto il Vaticano II sono stati gettati alle ortiche, come intolleranti e obsoleti.  Il confronto tra il Magistero preconciliare e i nuovi insegnamenti di Nostra Aetate Dignitatis humanae – per citare solo quelli – manifesta una terribile discontinuità, di cui bisogna prendere atto e che urge quanto prima emendare. Deo adiuvante”. [5]  
Giudizio pesantissimo, che accusa di “terribile discontinuità” non solo i documenti citati ma in sostanza l’intero Concilio, invitando ad una generale ed urgente emendatio,  compito tremendo, per il quale come non mai è indispensabile l’aiuto di Dio. In effetti, se guardiamo alle condizioni nelle quali è ridotta oggi la Chiesa riformata in base alla indicazioni del Concilio, è impossibile non riconoscere una “terribile discontinuità” nella dottrina, nella pastorale, persino nel modo di parlare, di fare, nello stile: la discontinuità di un’istituzione che appare in termini umani morente, afflitta dalla desertificazione delle vocazioni, dalla corruzione dei costumi e dall’apostasia dilaganti tra il clero e tra i fedeli, mentre a centinaia le chiese e i seminari ormai vuoti vengono messi in vendita o demoliti o vandalizzati…”Li riconoscerete dai loro frutti, i falsi profeti. Si coglie forse dell’uva sui pruni, o fichi sui rovi?” (Mt 7, 16).
Ma vediamo gli esempi di “relativismo dottrinale” che mons. Schneider apporta dai testi del Concilio.  Sono t r e , trattati ora per esteso ora riassuntivamente:
1. L’affermazione che noi adoriamo lo stesso Dio dei mussulmani (Lumen Gentium 16).
2. La tesi che l’uomo è il centro e il culmine di tutto quanto esiste sulla terra (una prospettiva antropocentrica sorregge in realtà il “relativismo dottrinale”). Mons. Schneider si riferisce qui con ogni evidenza a Gaudium et spes 12.1:  “Per consenso generale di credenti e non credenti tutte le cose del mondo si devono ordinare all’uomo come alla loro cima e al loro centro”.  Nonché all’art. 24.4  della stessa costituzione:  “L’uomo è nel mondo la sola creatura che Dio abbia voluta per sé stessa”. 
3. Una nozione di “libertà religiosa” che arriva ad affermare l’esistenza di un “diritto naturale” a scegliere la propria religione, diritto “impiantato nella natura umana da Dio. Anche se è vero che nessuno deve esser forzato, questo nuovo insegnamento si spinge fino al punto di affermare che ognuno è libero di scegliere la propria religione”. [6]
Tratterò per ultimo e in modo più esteso il punto n. 1. 

2. L’antropocentrismo di ‘Gaudium et spes’, già denunciato dai critici più autorevoli del Concilio. 
Sul punto n. 2 mi sembra giusto ricordare che esso è stato oggetto di un’accurata analisi da parte di Romano Amerio nel cap. XXX di Iota Unum§§ 205-209.  Il capitolo si intitola: L’autonomia dei valori. Amerio vi dimostra come tale autonomia a tinta antropocentrica sia incompatibile  con il cattolicesimo, per il quale il centro di tutto è Dio non l’uomo; come essa sia falsa  nel suo riferirsi all’opinione dei non credenti (è contrata da tutte le filosofie pessimitiche, da Lucrezio a Schopenhauer, e da quelle meccanicistiche); come tale “centralità finalistica dell’uomo” rifletta in realtà “lo spirito dell’uomo contemporaneo e non abbia  fondamento alcuno nella religione, la quale ordina tutto a Dio e non all’uomo.  L’uomo non è un fine in sé ma un fine secondario e ad aliud, che sottostà alla signoria di Dio, fine universale della creazione”(§ 207). Inoltre, il Concilio contraddice apertamente la Scrittura nell’affermare che l’uomo “in terris sola creatura est quam Deus propter seipsam voluerit”, dal momento che la Scrittura ci rivela, all’opposto:  “universa propter semetipsum operatus est Dominus” (Prov 16, 4), “il Signore ha fatto tutte le cose per se stesso”.  Affermare in modo così radicale l’autonomia dei valori umani apre la strada (aggiungo) al “relativismo dottrinale” perché, come ha sottolineato Amerio,  “dall’autonomia dell’ordine creato si viene direttamente all’idea dell’uomo degno per sé medesimo di amore”(§ 208). Da simile “dignità” inerente all’uomo per natura scaturisce anche il “diritto” alla libertà religiosa.  Ma fondare la dignità della persona in se stessa non si accorda affatto con la dottrina cattolica, “la quale insegna che l’amor del prossimo ha il proprio motivo nell’amor di Dio.  Tutte le formule dell’atto di carità, frequentato dal popolo cristiano fino al Vaticano II, portano che Dio si ha da amare per sé stesso e sommamente e il prossimo per amor di Dio.  Questo motivo dell’ amor del prossimo è invece taciuto nei documenti del Concilio”.[7]
Mons. Brunero Gherardini ha criticato aspramente, ma sempre con la precisione nei concetti che gli era propria, l’antropocentrismo  della Gaudium et spes
“Pescando quasi a caso nei documenti conciliari, è facile imbattersi in reiterate dichiarazioni di sfrenato antropocentrismo: evidentemente la lezione razionalista e modernista è stata recepita e rigorosamente applicata, con buona pace di quelle encicliche che, come la Pascendi e la Humani generis – ed anche la Mystici corporis –, non solo distinguono tra ordine naturale e soprannaturale, ma rifiutan la concentrazione della realtà nei soli limiti del naturale, condannan il naturalismo e, pur riconoscendo l’altissima dignità dell’uomo rispetto ad ogni altra creatura, evitan di farne il centro assoluto del tutto.  Non altrettanto si rileva nel Vaticano II.  E men ancora in Gaudium et spes, il suo documento più antropocentrico.  GS 12/a dichiara:  “tutto quel che esiste sulla terra dev’esser riferito all’uomo come al suo centro e vertice”.  GS 24/c  rincara la dose:  “L’uomo, sulla terra, è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa”.  La frase, che si fa risalire addirittura a san Tommaso, è passata di bocca in bocca fin a diventar un luogo comune.  Ma non è altro che un non-senso, e se un senso c’è, è blasfemo:  Dio finalizzato all’uomo.  Che le creature inferiori sian finalizzate alla creatura razionale e trovino in essa la voce per lodar anch’esse il Creatore e Signore dell’universo, è plausibile.  Che Dio diventi il caudatario della sua creatura, sia pur la più nobile, è assurdo e blasfemo.  Quale continuità colleghi tutto questo con la dottrina di sempre e specialmente con quella dell’encicliche poco sopra ricordate, è con ogni evidenza o un mistero o una fallace utopia.”[8]  

3. Una libertà religiosa che promuove l’indifferentismo e il relativismo, intesa addirittura come diritto naturale della persona.
Sul tema della “libertà religiosa” mons. Schneider si sofferma più ampiamente mettendo in evidenza una patente contraddizione nella Dichiarazione conciliare Dignitatis humanae che la promuove.  Da un lato il testo afferma che “tutti hanno il dovere di cercare la verità, e quest’ultima è [coincide con] l’insegnamento della Chiesa cattolica”.  Dall’altro, “che la libertà di religione è radicata nella natura umana”.  Si tratta di un insegnamento “ambiguo”, ha spiegato il prelato, “e la conseguenza che esso ha provocato dopo il Concilio è che quasi tutti i seminari e le facoltà teologiche cattoliche, l’episcopato e persino la Santa Sede hanno promosso il diritto di ciascuno a scegliere la propria religione”.[9]      
Il Concilio, sottolinea mons. Schneider, all’art. 1.2 di DH, “professa la sua fede nel fatto che Dio Stesso ha reso noto all’umanità in che modo essa deve servirlo, affinché possa esser salvata in Cristo e raggiungere la salvezza eterna.” Infatti, specifica l’articolo: “crediamo che quest’unica vera religione sussista nella Chiesa cattolica e apostolica, a cui il Signore Gesù ha affidato il compito di diffondere la verità tra tutti gli uomini”.  Ma in seguito nell’art. 2 DH, si dichiara che “la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Tale libertà consiste nel fatto che tutti gli uomini devono essere immuni alla coercizione da parte di individui o gruppi sociali o poteri umani, dimodoché nessuno possa essere costretto ad agire in maniera contraria alla propria fede […].” Giustissimo, osservo.  Si tratta allora del diritto a praticare liberamente il proprio culto, “consueta ritus sui cultura”, diritto che la Chiesa e gli Stati cattolici, pur nell’ambito di  limitazioni attinenti all’ordine pubblico e alla morale, hanno quasi sempre riconosciuto?[10] No. Si tratta del riconoscimento di un diritto naturale a praticare la religione di propria scelta, quale essa sia, come pura scelta individuale, fondata sulla supposta dignità della persona, concezione che appare simile a quella della laica, liberale, democratica, agnostica libertà di coscienza propugnata dai figli del Secolo, costruita sul presupposto dell’inesistenza di una Verità Rivelata per ciò che riguarda la religione e i costumi.
Difatti, continua mons. Schneider, “il Concilio dichiara inoltre  [sempre all’art. 2 di DH] che il diritto alla libertà religiosa ha il suo fondamento nella dignità stessa della persona umana così come essa è espressa dalla parola rivelata di Dio e dalla ragione stessa […]. Pertanto, il diritto alla libertà religiosa ha il suo fondamento non nella disposizione soggettiva della persona ma nella natura stessa di quest’ultima.  Di conseguenza, il diritto a questa immunità continua a esistere anche in quanti non compiono il loro dovere di cercare la verità e di aderire ad essa, e l’esercizio di questo diritto non deve esser impedito, sempre e quando ciò non ostacoli il mantenimento dell’ordine pubblico”.[11]    
Concludendo il suo intervento, mons. Schneider in parte riassume con parole sue il concetto espresso dal testo conciliare.  Il riassunto è tuttavia fedele.  Il testo conciliare recita:  “Inoltre, dichiara [il Concilio] che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione.  Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve esser riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società”(DH 2.1).  I limiti alla libertà religiosa, concernenti unicamente l’ordine pubblico, sono richiamati all’art. 7 di DH.
Il diritto alla libertà religiosa non viene qui inteso come un diritto concesso dal potere civile in base ai criteri che in genere guidano il potere civile nei suoi rapporti con la religione, criteri che possono variare ma che quasi sempre sono di tipo politico e comunque non presuppongono in alcun modo un obbligo dello Stato a concedere la libertà religiosa. Al contrario, per il Concilio,  lo Stato questo diritto deve riconoscerlo come diritto inerente alla persona in quanto tale: il suo fondamento non si trova pertanto nel diritto positivo ma nella natura stessa dell’uomo, come intesa dal Concilio.  Ha perciò ragione mons. Schneider a spiegare che il “diritto alla libertà religiosa” ha per il Concilio il suo fondamento non nella “disposizione soggettiva della persona” ovvero in quella sfera del nostro Io sempre influenzata da passioni, abitudini, pregiudizi e situazioni di fatto, pertanto mutevole e indeterminata, ora in accordo ora in lotta con l’intelletto di quello stesso Io, bensì, al contrario, “nella natura stessa” della persona ovvero del nostro Io profondo. Ha perfettamente ragione, mons. Schneider, nel dirci che tale diritto ha quindi per il Concilio (contrariamente a tutta la tradizione della Chiesa) significato ontologico, che risulta proprio dal riferimento conciliare alla “dignità della persona umana come  fatta conoscere dalla parola di Dio rivelata [nei Vangeli] e dalla stessa ragione”.  Una libertà così fondata, lo è (come appunto sottolinea mons. Schneider) sulla natura stessa dell’uomodell’individuo, ed è da considerarsi alla stregua di un vero e proprio diritto naturale.
Che il Verbo Incarnato si sia preoccupato in primo luogo di fondare o restaurare la “dignità della persona umana” è assai dubbio, ed anzi non è da credere, dato che Egli è venuto in questo mondo per convertire i peccatori; per strapparci a Satana e mostrarci la via della salvezza eterna della nostra anima: “paenitemini et credite Evangelio” (Mc 1, 15). Ciò comporta che l’unica vera dignità cui noi dobbiamo aspirare è quella del cristiano ovvero del peccatore pentito e convertito a Cristo, il Divino Maestro ora modello della nostra vita:  peccatore che ora rinasce moralmente in Cristo, diventando, con il suo imprescindibile aiuto, un uomo nuovo.
 Ulteriore considerazione: in che senso si contraddicono qui il diritto e il dovere? In questo senso: se in ognuno di noi è ontologicamente radicato il diritto alla libertà di religione, non si può poi pretendere che ciascuno di noi abbia nello stesso tempo il dovere di cercare quella verità che lo conduca al cristianesimo, dal momento che (si è pur costretti a dire) “la verità” in religione è solo quella insegnata dalla Chiesa cattolica. Questo dovere e questo supposto diritto naturale si contraddicono a vicenda. La libertà implica un potere di scelta che possa manifestarsi senza coazione da parte di terzi. Libertà di religione implicherà allora libertà di scegliere la religione che il soggetto trovi più valida per lui. Tale libertà non può pertanto ammettere l’esistenza di un dovere a trovare nella religione cristiana l’unica valida perché in sé l’unica vera.  Un dovere, inoltre, che sarebbe a sua volta fondato sulla natura umana; che inerirebbe ontologicamente all'uomo, in quanto dotato di ragione.  Insomma:  se per natura ho il diritto a credere nella religione che più mi aggrada, non posso nello stesso tempo vedermi imporre (sempre dalla mia stessa natura) il dovere di arrivare a credere in una determinata religione, che nel caso di specie altri non può essere che quella cristiana.  
Ma questa contraddizione si spiega, a mio avviso, con il fatto che il volutamente pastorale Concilio, nel quale era prevalsa sin dal suo tumultuoso e rivoluzionario inizio, infiorato di illegalità, una agguerrita fazione neomodernista, si contorceva nello sforzo di infilare concetti eterodossi in testi che dovevano, ratione officii, presentare sempre in qualche modo tradizionali contenuti ortodossi.
Alla fine del suo intervento mons. Schneider ribadisce, quindi, contro l’assurda dottrina di Dignitatis humanae, che “nessuno ha il diritto di scegliere l’idolatria, nessuno ha il diritto di offendere Dio per mezzo dell’idolatria o della blasfemia”. [12] Ma che oggi si creda di “avere per natura il diritto dato da Dio di poter scegliere atti di idolatria – come quelli rivolti con l’approvazione e la partecipazione papale alla Pachamama – e che persino la scelta della religione della Pachamama sia radicata nella dignità umana è l’ultima conseguenza di questo modo di esprimersi del testo conciliare”; modo intrinsecamente “ambiguo, che avrebbe dovuto esser formulato in maniera diversa”, per evitare, continua mons. Schneider, che accadessero cose come l’incontro religioso di Assisi voluto da Papa Giovanni Paolo II nel 1986 ed altri consimili incontri, “in cui persino religioni idolatriche sono state invitate a pregare nella loro guisa – ossia nel loro modo idolatrico – per la pace”. [13]
Secondo mons. Schneider, quindi, un filo diretto lega le ambiguità conciliari sulle religioni acattoliche e la libertà di coscienza alla partecipazione ai culti pagani sviluppatasi durante il successivo “dialogo” interreligioso, sino agli eccessi idolatrici odierni. Diagnosi sulla quale chi ha occhi per vedere e orecchie per intendere non può che esser d’accordo.  

4. È grave peccato di “relativismo dottrinale” affermare che l’islam adora lo stesso nostro Dio.
   Ci ricorda infatti mons. Schneider, quale esempio patente di questo “relativismo”:
“Nella Costituzione Dogmatica Lumen Gentium (16), i Padri del Concilio dichiarano:  “Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare [in primis] i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale [qui fidem Abrahae se tenere profitentes, nobiscum Deum adorant unicum, misericordem, homines die novissimo iudicaturum]”.[14]
Dal riassunto della sua intervista non sembra che mons. Schneider abbia detto altro sul rapporto tra cristianesimo ed islam.  All’interprete, dunque, il compito di spiegare per qual motivo una simile dichiarazione dimostri la presenza di un chiaro “relativismo dottrinale” e sia eretica o prossima all’eresia, nell’equiparare, come fa, la fede mussulmana nel Dio unico a quella nostra nella divina Monotriade.
Il testo conciliare attribuisce ai mussulmani l’adorazione del nostro stesso Dio e li include in quanto tali nel disegno della salvezza:  affermazione contraria al dogma della fede, poiché non può essere incluso nel piano della salvezza chi non adora il vero Dio.[15]  Ed i musulmani non adorano il vero Dio, dal momento che, pur riconoscendo a Dio (Allah : “il Dio”) la creazione del “mondo” e dell’”uomo” dal nulla e gli attributi tradizionali dell’onnipotenza, dell’onniscienza, dell’essere Egli il giudice del genere umano alla fine dei tempi, tuttavia né lo concepiscono come Dio Padre , che ha creato nella sua bontà l’uomo a sua “immagine e somiglianza”(Gen 1, 26; Dt 32, 6 etc) e ha stabilito un patto con l’uomo, nella persona di Abramo, né credono nella SS. Trinità, che aborrono ripetendo l’errore dei Giudei, e perciò negano la Grazia, la divinità di Nostro Signore, l’Incarnazione, la Redenzione, la morte in croce (inflitta secondo loro a un sosia,  come nell’eresia docetista), la Resurrezione.  Essi negano tutti i nostri dogmi e si rifiutano di leggere il Vecchio e il Nuovo Testamento poiché li considerano testi falsificati, non essendoci in essi ovviamente menzione alcuna di Maometto, da loro ritenuto “il Sigillo dei Profeti”.  Falsificati, e in ogni caso abrogati dal Corano. Secondo le loro esegesi, Cristo avrebbe preannunciato Maometto (per esempio in Gv 14, 6; 16, 7 ss., quando promise l’invio dello Spirito Santo, ma anche in altri passi evangelici, i più citati tra i quali, ci informa Bausani, troviamo: Mt 13, 31; Mt 21, 33-44; Mc 12, 1-11; Lc 20, 9-18, Gv 1, 22). Ma i discepoli  avrebbero cancellato (non si sa perché) ogni riferimento al futuro fondatore dell’islam[16].
Siffatta straordinaria imputazione di falso dei musulmani non può che lasciar sbalorditi i fedeli cattolici.  Come sarebbe avvenuto il fatto? Questo il passo coranico più usato contro i cristiani:  “Ricorda, inoltre, quando Gesù, figlio di Maria, disse:  ‘o figli d’Israele, io, certo, sono l’apostolo di Dio, inviato a voi, per confermare il Pentateuco che vi è stato dato prima di me, e per annunciare un apostolo che verrà dopo di me, e il cui nome sarà Achmad; ma quando questi venne ad essi, colle prove evidenti, quelli dissero: - Questo è un sortilegio manifesto” (61 : 6).
I commentatori islamici affermano che il testo coranico alluderebbe qui alla promessa del Paracleto (parákletos), fatta da Gesù ai discepoli.  Poiché il greco períklytos, vocabolo solo esteriormente affine, significa “il molto eccellente”, e in arabo si potrebbe tradurre con Achmad, “ il lodato, il famoso, il glorioso”, quasi identico per senso a Muhammad, Maometto, costoro hanno sostenuto che il Paracleto sarebbe una falsificazione cristiana di periklytos = Achmad = Muhammad/Maometto.  Tesi veramente straordinaria, non più sostenuta, affermava Bausani quasi quarant’anni fa, “dai musulmani più seri”.[17]
Tesi, tuttavia, non scomparsa. Ma come è  possibile sostenere una tesi del genere?  Innanzitutto, manca del tutto il movente della supposta falsificazione: perché i discepoli avrebbero dovuto alterare un discorso nel quale il Maestro tanto amato profetizzava un evento futuro, e abbastanza vicino, il cui protagonista era chiaramente di natura sovrannaturale? E a chi si dovrebbe attribuire il falso, a S. Giovanni evangelista in persona o ai cristiani contemporanei di Maometto, quando (sempre secondo il Corano) si sarebbero rifiutati di prendere in considerazione le “prove” fornite dallo stesso Maometto?  Ma i papiri in nostro possesso con il testo del Quarto Evangelio, dall’AD 200 circa in poi, mostrano sempre la dizione parákletos.[18] 
Inoltre, se l’originale, per mera ipotesi, fosse stato periklytos bisogna dire che questo vocabolo significa in greco “eccellentissimo, famosissimo”, forma superlativa di klytos, eccellente, famoso (parallelo, ci spiega il Gemoll, al latino ínclitus, trapassato poi nell’italiano ínclito).  Ora, se nel Vangelo di Giovanni noi mettiamo “eccellentissimo” al posto di Paracleto, cioè del soprannaturale Consolatore e Avvocato di noi peccatori presso Dio Padre e nostra Guida spirituale, noi stravolgiamo del tutto il significato dei relativi passi di Giovanni. Il Signore promette ai discepoli che, dopo la sua dipartita, avrebbe mandato soprannaturalmente lo “Spirito di verità”, “guida alla verità tutta intera” e patrocinatore nostro presso Dio, come lo stesso Cristo, che attribuisce il carattere di “paracleto” anche a se stesso, cosa questa che già dimostra l’assurdità della supposta falsificazione, visto che non avrebbe avuto alcun senso per il Signore vantarsi di essere “l’eccellentissimo” o “il lodato” nel discorso che stava facendo ai suoi discepoli. Tra l’altro, non era questo il suo stile.
“Il greco parákletos  significa “colui che viene chiamato in aiuto”(parakaléo : chiamo vicino), soprattutto in giudizio: perciò avvocato, difensore, patrocinatore; in senso derivato “consolatore” […] e difatti l’antica versione latina lo rende con “advocatus”[…] Gesù, nel promettere e preannunciare lo Spirito Santo, lo chiama a più riprese P., pur attribuendo tal titolo anche a se stesso: “Pregherò il Padre e vi darà un altro P., perché rimanga con voi in eterno, lo Spirito di verità”(Gv 14, 16).  Il P. avrà il compito di richiamare alla mente degli Apostoli quanto Gesù ha loro insegnato (Gv 14, 16), di rendere testimonianza a Cristo (Gv 15, 26) e di convincere il mondo di peccato (Gv 16, 8-14), dopo che Gesù se ne sarà andato (Gv 16, 7).  S. Giovanni chiama anche Gesù P. (1 Gv 2, 1), tradotto dalla Volgata con “advocatus” e sembra rettamente:  Egli è infatti il patrocinatore dei nostri peccati”.[19]
I mussulmani, inoltre, negano il libero arbitrio, difeso solo da alcune esegesi minoritarie considerate eretiche, professando un determinismo assoluto, che non lascia spazio nel mondo ad autentici rapporti di causa ed effetto, dal momento che tutte le nostre azioni, buone o cattive, sono state già “create” dal decreto imperscrutabile di Allah (Corano 54:  52-53).  Il determinismo mussulmano è in un certo senso l’altra faccia del volontarismo che domina nella loro idea di Dio, che nel Corano appare improntata fermamente al principio stat pro ratione voluntas.
Dai concetti fondamentali della teologia mussulmana si capisce subito che l’idea di Dio che si ricava dal Corano, nonostante certe assonanze esteriori con il Dio del Vecchio e Nuovo Testamento, è in realtà notevolmente diversa.  E non solo perché essa rigetta come blasfemo il dogma della Santissima Trinità, percepito peraltro in modo del tutto distorto.  Anche perché l’essere di Dio è concepito in modo tale, in relazione al creato e all’uomo, da non potersi applicare ad esso la categoria della razionalità.  Se tutto ha la sua causa unicamente e continuamente nella volontà insondabile e onnipotente di Dio, senza alcuno spazio per le cause secundae, la creazione si trova sottoposta ad un libito divino indeterminato, perché potrebbe rivolgersi sempre contro se stesso, rovesciando senza motivo nel suo opposto l’ordine da esso stesso costituito.  Quanti versetti coranici non si concludono con una frase del genere:  “invero, il tuo Signore, mette in opera ciò che vuole” ossia fa ciò che vuole, e quindi anche il contrario di ciò che ha appena fatto, se lo vuole?  Come è stato più volte notato dagli interpreti occidentali, i rapporti di Allah con le sue creature sembrano quelli di un padrone verso i suoi schiavi, anche quando si parla di clemenza e perdono.  E in effetti, se non è concepito come Padre, come può essere veramente “clemente” e “misericordioso”? Questo Dio che non fa patti con l’uomo è soprattutto “l’Eccelso”, “il Padrone”, “il Dominatore”(49 : 23), del quale l’uomo è il servo (abd).  “Il concetto cristiano della posizione paterna di Dio, condivisa in parte dal Giudaismo, è percepito dai mussulmani  come un assurdo blasfemo, e tale rifiuto sembra essersi esteso all’immagine del sovrano visto come padre”.[20]  Pensare Dio come “Padre” significherebbe per i maomettani incrinarne l’unicità assoluta.  E pensare (aggiungo) che l’uomo possa esser stato creato a sua “immagine e somiglianza” significherebbe evidentemente offendere anche da questo lato l’unicità abissale ed impenetrabile di Allah e divinizzare l’uomo.   
  L’incredibile riconoscimento di LG 16 viene ripetuto nella Dichiarazione Nostra Aetate sulle religioni non cristiane, in modo più dettagliato e per certi aspetti più grave.
“La Chiesa guarda anche con stima i musulmani, che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini [qui unicum Deum adorant, viventem et subsistentem, misericordem et omnipotentem, Creatorem caeli et terrae, homines allocutum].  Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti [cuius occultis etiam decretis toto animo se submittere student], come vi si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce [sicut Deo se submisit Abraham ad quem fides islamica libenter sese refert].”(Naet 3.1). 
Qui si afferma addirittura che il Dio nel quale credono i mussulmani “ha parlato agli uomini”. Per i mussulmani “gli uomini” ai quali avrebbe parlato il Dio nel quale essi credono, si riducono al solo Maometto.  Dobbiamo allora ritenere che il Concilio ritiene autentica la “rivelazione” trasmessa da Maometto nel Corano?  Questa è l’inevitabile impressione suscitata da una frase del genere, che implica di nuovo la violazione del Primo Comandamento (“Non avrai altro Dio al di fuori di Me”), dal momento che non possiamo noi cattolici riconoscere legittime le rivelazioni diverse da quella cristiana (e che per di più contraddicono praticamente tutte le verità fondamentali della nostra fede).
In aggiunta, il testo conciliare sembra rappresentare il modo di credere dei mussulmani così come essi stessi lo intendono, quasi lo si approvasse.  Infatti, si usa l’immagine della “sottomissione a Dio”, che è per l’appunto il significato del termine arabo “islam”(sottomissione totale), il cui aggettivo sostantivato è muslim, mussulmano = sottomesso (a Dio), chiamato da sempre in Occidente anche “maomettano”, in quanto seguace di Maometto.  L’intera frase sembra riflettere Corano 4: 124:  “E chi ha una religione migliore di colui che si rimette interamente ad Allah, faccia il bene e segua la credenza di Abramo, come un puro monoteista [hanif]?”.  Infine, l’accenno all’obbedienza ai decreti di Allah “anche nascosti” ha un sapore fortemente islamico, poiché ci ricorda che nel Corano Allah è definito come “il visibile e l’occulto”( 57:3), visibile nelle sue opere e occulto nei suoi decreti:  come se il Concilio avesse voluto far capire che la sua “stima” non arretrava di fronte al carattere occulto, inaccessibile, impenetrabile dello “spirito” notturno che parlava nel Corano.  
L’elogio del Vaticano II alla “fede” di Abramo professata dai mussulmani, come se essa costituisse una caratteristica che li avvicina a noi, nasconde la verità poiché è noto che l’Abramo dei mussulmani, intriso di elementi leggendari e apocrifi, non coincide affatto con il vero Abramo, che è ovviamente quello della Bibbia: il Corano attribuisce ad Abramo un cosiddetto “monoteismo puro” o antitrinitario, anteriore a quello giudaico e cristiano, che Maometto, in quanto “profeta” arabo, discendente da Abramo grazie ad Ismaele, considerato il progenitore degli arabi, nato da Agar l’egiziana, schiava di Abramo e sua concubina, sarebbe stato inviato da Allah a restaurare, liberandolo dalle supposte falsificazioni di ebrei e cristiani!
La fede mussulmana in Abramo (Ibrahim) viene presentata dal Concilio come quell’elemento comune tra noi cristiani, mussulmani ed ebrei che permetterebbe il dialogo al fine di una certa convergenza e persino di un’alleanza (vedi Documento di Abu Dhabi) fra le tre religioni monoteistiche, in quanto “abramitiche”, su importanti temi etici e politici.  La fede in Abramo ci unirebbe.  Ma valga il vero:  mai argomento fu più falso di questo!  Proprio il modo di intendere la fede di Abramo costituisce una barriera insuperabile tra noi e loro!  Infatti, le “rivelazioni” trasmesse da Maometto costruiscono la figura di Abramo quale prototipo del mussulmano e quindi in modo tale da escludere Antico e Nuovo Testamento dalla vera Rivelazione.  Recita infatti il Corano:  “O gente del Libro [ebrei e cristiani], perché disputate riguardo ad Abramo, mentre il Pentateuco [Torah] e il Vangelo non sono stati fatti scendere se non dopo di lui? Non comprenderete dunque mai la verità? Abramo non era giudeo né cristiano: era bensì hanif muslim e non era politeista”(3 : 60-61).  Abramo non era “giudeo”?  Non ha fatto Dio, nella sua bontà, un patto con lui (Gen 15, 18) e non gli ha fatto le ben note Promesse di salvezza e redenzione (Gen 12, 1-7)? Non è stato egli il progenitore della fede degli ebrei, e considerato “padre nella fede” anche dai cristiani (Ebr 11, 8)? Quando mai. È Stato, invece, il progenitore della fede dei mussulmani:  di quelli che, come lui, Maometto, avrebbero professato un culto “puro e sincero”(hanif) di perfetta e totale “sottomissione”(islam) al Dio unico (6 : 79). E questo perché il monoteismo “puro” (“monolatrico”, ha detto qualcuno) che Maometto attribuisce ad Abramo, uguale al suo, ebrei e cristiani l’avrebbero corrotto, divinizzando Esdra e “Gesù figlio di Maria”, nonché occultando i preannunci della venuta di Maometto contenuti nei due Testamenti !!!  Della colpa di aver ritenuto Gesù figlio di Dio i cristiani saranno giudicati nel Giudizio finale (4 : 157), e proprio dallo stesso Gesù, uomo dotato da Allah di poteri straordinari, non morto in croce ma elevato presso Allah, da dove riapparirà per questa bisogna “su un minareto della grande moschea di Damasco: ucciderà l’Anticristo, darà pace al mondo, lo convertirà tutto all’islamismo e infine morirà”.[21]
Ma Nostra Aetate mostra di prendere in seria considerazione anche la venerazione che i mussulmani professano per Gesù e la Santa Vergine: “Benché essi non riconoscano Gesù come Dio, lo venerano tuttavia come profeta; onorano la sua Madre Vergine, Maria, e talvolta pure la invocano con devozione”( Naet 3, cit.).
È noto però che la “cristologia” del Corano si basa sul Gesù distorto e deformato dei Vangeli apocrifi e delle sette cristiane eretiche e gnostiche di vario tipo diffuse nell’Arabia al tempo di Maometto.  Su tutto ciò il Concilio glissa elegantemente. Tale “cristologia” ci mostra un Gesù (Isà) nato da una vergine, per intervento divino (dell’angelo Gabriele), profeta particolarmente gradito ad Allah; ma è un semplice mortale cui Allah ha concesso di fare molti miracoli; profeta quindi che ha predicato lo stesso monoteismo attribuito ad Abramo (57:  26-27), la cui formula recita:  “non havvi alcun dio se non Dio, l’unico, il dominatore” (38: 65).  Perciò Gesù per i musulmani è stato un “servo di Dio” (19: 31), un sottomesso ad Allah ossia un muslim, un mussulmano, come Abramo, tanto da aver preannunciato, come Abramo, la venuta di Maometto (51: 6)!  Quando i mussulmani venerano Gesù come profeta, lo intendono pertanto come profeta dell’islam, nient’altro che un precursore di Maometto del tutto privo di un insegnamento indipendente, che non sia cioè superato da quello del Corano e comunque documentato dai cristiani in Testi (i Vangeli) che i seguaci di Maometto considerano  falsificati e si rifiutano di leggere.
Il Gesù “mussulmano” del Corano non è pertanto il vero Gesù, che è solo quello dei Vangeli. Invece di ribadire le differenze e prendere le distanze, Nostra Aetate intorbida le acque cercando di presentarci come accettabile l’immagine del Gesù “semplice profeta” propagandata dall’islam, quasi essa potesse costituire un terreno di incontro comune, tacendo ovviamente il significato autentico che quest’immagine ha per i musulmani, del tutto anticristiano.  In questo modo Nostra Aetate ha ingannato i fedeli.[22]  Ma, come ha detto mons. Viganò, non bisogna più “lasciarsi accecare dalla Menzogna imperante”.  Bisogna reagire e pretendere che venga ristabilita la verità, in tutti i suoi aspetti.
Per ciò che costituisce la venerazione mussulmana nei confronti della Santa Vergine, talvolta da loro “invocata con devozione”, bisogna precisare che si tratta di un “culto” praticamente irrilevante, a sfondo superstizioso;  un “culto”, comunque, offerto a Maria in quanto madre di un “profeta dell’Islam”, non in quanto Madre di Dio;  un “culto”, quindi, addirittura offensivo per orecchie cattoliche. 
Bisogna inoltre sapere che anche la “mariologia” del Corano è del tutto inattendibile, venendo da un miscuglio di fonti apocrife ed eretiche.  L’esistenza di San Giuseppe e dello Spirito Santo è ignorata.  Inoltre, Maria viene chiamata “sorella di Aronne”, fratello di Mosè, e “figlia di Imram” (ebr. Amram), che era il loro padre (Num 26, 59); confusa quindi con la profetessa Maria (Es 15, 21), vissuta circa dodici secoli prima di Cristo!  E come se non bastasse, inserita nella aborrita Trinità dei cristiani, che viene rifiutata con acredine perché consiste, secondo il Corano, di Dio (Padre), Maria (Madre), Gesù (Figlio): “Gesù non disse mai: prendete me e mia madre come due divinità, accanto a Dio”(5:116).  Di certo, osservo, non lo disse mai; questo invece rivelò: che Lui e il Padre “sono uno” (Gv 10, 10).[23]
Ma come ha potuto Maometto “trasmettere” l’idea a dir poco singolare che i cristiani credono esser la S.ma Trinità composta da tre divinità, che sarebbero  Dio, Gesù e Maria?  Gli studiosi occidentali hanno ricostruito in modo attendibile la possibile origine di questo grave fraintendimento. In Arabia, al tempo di Maometto, esisteva un setta cristiana eretica “che professava una forma di triteismo.  Tale era la dottrina di Giovanni di Apamea, che faceva capo alla scuola teologica di Edessa [di tendenza nestoriana], la quale sosteneva che vi sono tre nature divine, tre sostanze divine, tre divinità.  Anche la sconcertante dottrina secondo cui Maria sarebbbe una delle persone della Trinità (o, se si preferisce, di una Triade divina) aveva trovato aderenti in certe sette cristiane [gnostiche e quindi cristiane per modo di dire].  Sin dal II secolo gli Ofiti identificavano lo Spirito Santo con la Donna primordiale, la Madre dei viventi, che avrebbe generato il Messia.  Il cosiddetto Vangelo degli Ebioniti, noto negli ambienti degli Ebioniti – cristiani giudaizzanti influenzati dallo gnosticismo – vedeva nella madre di Gesù lo Spirito Santo.  L’accostamento era favorito, se non causato, dal fatto che in aramaico la parola ruha, spirito, è femminile. Scrive del resto Sant’Afraate: - L’uomo pio ama e serve Dio, suo padre, e lo Spirito Santo, sua madre”.[24]  
Infine Nostra Aetate sembra lodare i mussulmani ed additarli ad esempio ai cattolici perché “attendono il giorno del giudizio, quando Dio retribuirà tutti gli uomini resuscitati” e perché “hanno pure in stima la vita morale e rendono culto a Dio, soprattutto con la preghiera, le elemosine, il digiuno”; ragion per cui, conclude l’articolo, dimenticati “i non pochi dissensi ed inimicizie” che hanno caratterizzato il passato, “il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà”(Naet, 3.2).
Qui si stravolge il significato anche dei fatti storici poiché le lotte sanguinose, lunghe e crudeli, fede contro fede, che abbiamo dovuto sostenere nei secoli per respingere l’assalto dell’islam, prima arabo e africano poi turco, vengono artatamente ridimensionate a semplici “dissensiones et inimicitiae”.  Inoltre, si passano sotto silenzio le abissali differenze che intercorrono tra l’escatologia cattolica e quella mussulmana:  la mancanza di una vera Visione Beatifica, solo accennata; la carnalità del paradiso, prodigo di splendide raffinatezze e, per i maschi,  di ripetuti amplessi con  eternamente vergini femmine, le Huri (le Bianche)  “dai grandi occhi” e “dai seni pieni” (78, 33);[25]  l’eternità delle pene infernali solo per gli infedeli:  “Nella loro discesa all’Inferno i dannati si dividono in sette schiere, a ciascuna delle quali è assegnata una delle porte dell’Inferno.  Queste porte, tra lor sovrapposte, non assomigliano affatto alle nostre.  Lo strato superiore, assegnato ai peccatori della Umma mussulmana, un giorno sarà completamente vuoto.  I tormenti vi sono meno crudeli.”[26] 
E si glissa sulle grandi differenze tra la loro concezione della “vita morale” e del “culto” e la nostra. L’islam è una religione che, oltre ad ammettere istituzioni moralmente inaccettabili, come la poligamia, il ripudio, il divorzio, il matrimonio temporaneo, il concubinaggio, la schiavitù; ad incitare all’uccisione e alla mutilazione degli infedeli che non riconoscano Maometto quale profeta (5 : 37).  Pretende di garantire la salvezza ai suoi adepti già con le semplici pratiche legali del culto:  religione soprattutto esteriore e legalitaria, dunque, ancor più del fariseismo, condannato senza mezzi termini da Nostro Signore (Mt 6, 5).  I mussulmani ammettono anche la pratica della taqiyya, ovvero della dissimulazione della natura della propria fede a scopo difensivo, se si è perseguitati, cosa che consente tuttavia di usare senza problemi di coscienza della doppiezza contro i non-musulmani, contro i quali ritengono di trovarsi sempre in guerra.  Mentire ad un infedele non sarebbe allora peccato.
Tutto ciò si passa sotto silenzio per esortarci ad una collaborazione  inevitabilmente falsa, foriera dei peggiori disastri per il cattolicesimo, come ha poi dimostrato l’esperienza. Falsa e menzognera anche perché i mussulmani danno alle nozioni di “giustizia sociale”, “pace”, “guerra”, popolo o nazione”, “comunità”, “libertà” e insommma a tutta la panoplia dei concetti della nostra filosofia politica e giuridica, solo il significato che se ne può ricavare dal Corano o da ciò che ha detto e fatto Maometto, come intesi dall’interpretazione ortodossa nei secoli:  un significato islamico, del tutto diverso dal nostro
I musulmani non intendono la pace, tanto per fare un esempio, per nulla nel modo utopistico in cui la intendono i Papi del post-concilio, quale risultato della collaborazione pacifica da instaurare fra tutti i popoli e tutte le religioni, per costituire l’unità del genere umano nella reciproca tolleranza ed uguaglianza.  Non ammettendo che i mussulmani possano vivere sotto gli infedeli, il mondo viene dai loro giuristi notoriamente diviso in due parti contrapposte: la parte dove domina l’islam (casa dell’islam o Dar-al-Islam) e tutto il resto, necessariamente nemico, finché non sarà stato convertito o sottomesso, con le buone o le cattive (casa della guerra o Dar-al-Hard).  Con questo resto del mondo la comunità mussulmana si considera sempre in guerra, la pace si ha per essa solo dove domina l’islam, tant’è vero che, nell’uso tradizionale, il saluto con l’augurio reciproco della pace (“la pace sia con voi”, salam ‘alaykum) dovrebbe scambiarsi solo tra mussulmani. Quindi la pace non è per loro un fine in sé, che permetta di far convivere Stati e religioni tra loro diverse, per il bene dell’umanità:  è solo un mezzo, imposto dalle circostanze, che obbligano a degli armistizi con gli infedeli.  Essa dovrebbe avere una durata limitata:  non dovrebbe superare mai i dieci anni, alla scadenza dei quali la guerra dovrebbe esser ripresa, per quanto possibile.  La guerra difensiva e per estendere l’islam (jihad: sforzo, lotta; in senso militare: “ sforzo sul cammino di Allah” – jihad fi sabili ‘llah) è un obbligo morale, religioso e giuridico per il mussulmano: se non può parteciparvi, deve aiutare chi la fa.  Essa deve esser perseguita sino all’immancabile vittoria finale cioè sino all’instaurazione del dominio dell’islam su tutto il mondo.[27] 
Anche quando usano il concetto di popolo o nazionecomunità, i musulmani lo intendono in senso diverso dal nostro:  “L’Islam non ha mai superato questo concetto puramente religioso di “popolo” come comunità, umma, oggetto di un piano divino con a capo Dio, che parla attraverso il suo Profeta.”[28]  E anche la nozione di “profeta” che Maometto attribuì a se stesso, dopo la sua “migrazione” a Yatrib poi Medina, non coincide con quella del profetismo biblico, unica valida per noi cattolici: per Maometto i profeti sono capi nazionali incaricati da Allah di predicare e imporre, come legislatori e capi militari, il monotesimo assoluto da lui attribuito ad Abramo. “Il concetto di Profeta è nell’Islam strettamente legato a quello di ‘legislatore’.  Il Profeta non è tanto chi fa conoscere dei “misteri” divini o istituisce sacramenti redentivi, quanto piuttosto colui che promulga le leggi che Dio ritiene adatte per l’umanità per un determinato periodo.  Ogni profeta abroga la parte da Dio ritenuta non più necessaria delle leggi del profeta precedente, senza abrogarne, è ovvio, le dottrine essenziali”.[29]

4.1 Nota. La corretta interpretazione della Lettera di S. Gregorio VII all’Emiro della Mauritania.
L’affermazione secondo la quale “i musulmani adorano con noi un Dio unico” sembra esser giustificata dal Concilio con la citazione in nota della lettera personale di ringraziamento che S. Gregorio VII, Papa dal 1073 al 1085, scrisse nel 1076 ad Anazir, emiro della Mauritania, che si era mostrato ben disposto verso certe richieste del Papa e generoso nei confronti di alcuni prigionieri cristiani, che aveva restituito;  lettera nella quale il Papa affermò che tale “atto di bontà” era stato “ispirato da Dio”, che esige l’amore per il prossimo e lo pretende in special modo “da noi e da voi […] che crediamo e confessiamo lo stesso Dio, anche se in modo diverso [licet diverso modo], che lodiamo e veneriamo ogni giorno il Creatore dei secoli e reggitore di questo mondo”(PL  148, 451 A).  Come spiegare simili affermazioni?  Con l’ignoranza di allora nei confronti della religione fondata da Maometto.   
Al tempo di san Gregorio VII, il Corano non era stato ancora tradotto in latino, ragion per cui sfuggivano aspetti fondamentali del suo “credo”.  Si sapeva che i mussulmani, questi accaniti nemici del nome cristiano usciti all’improvviso dai deserti dell’Arabia nel 633 con impeto conquistatore, mostravano tuttavia un certo rispetto per Gesù, come profeta solamente, e la Santa Vergine; che credevano in un Dio unico, nel carattere ispirato delle Sacre Scritture (almeno così sembrava), nel Giudizio e in una vita futura.  Potevano perciò apparire come una setta cristiana eretica (“la setta maomettana”), equivoco che si mantenne a lungo, se, ancora all’inizio del Trecento, Dante collocava Maometto all’Inferno tra gli eretici e gli scismatici (Inf.  XXVII, v. 31 ss.).
Su questo sfondo va inquadrato l’elogio privato rivolto da Gregorio VII all’emiro:  ad un supposto “eretico” che, nell’occasione, si era comportato caritatevolmente verso un gruppo di cristiani, come se il vero Dio, nel quale si riteneva credesse, gli avesse toccato il cuore.  Di un eretico si può dire, infatti, che crede e confessa il nostro stesso Dio, ma “in modo diverso”.  L’elogio non impedì, tuttavia, a san Gregorio VII di propugnare, con perfetta coerenza, l’idea di una spedizione di tutti i Paesi cristiani contro i mussulmani, per soccorrere la cristianità orientale minacciata di annientamento, idea attuata poco dopo la sua morte con la 1a Crociata, bandita da Urbano II.
La prima traduzione latina del Corano ebbe luogo solo nel 1143, cinquantotto anni dopo la morte di san Gregorio VII, ad opera dell’inglese Roberto di Chester per l’abate di Cluny, Pietro il Venerabile, il quale vi aggiunse una decisa confutazione del credo islamico.  Si trattava in realtà di un riassunto del Corano, che rimase come unica traduzione per secoli, sino alla grande versione critica e completa del Padre Marracci, molto più tardi, addirittura nel 1698.  Il Cardinale di Cusa si servì di quella prima traduzione per scrivere la sua celebre Cribratio Alcorani (vaglio critico del Corano) nella prima metà del Quattrocento, precedendo di poco la Bolla emanata da Pio II (Enea Silvio Piccolomini) per indire una Crociata (mai realizzatasi) contro i turchi che da tempo stavano avanzando minacciosamente nei Balcani e avevano espugnato Costantinopoli il 29 maggio 1453.[30] In questa Bolla, il Papa si riferì ai turchi come “orde del drago velenoso”, seguaci del “falso profeta Maometto”. Riprese il concetto il 12 settembre 1459, in un notevole discorso tenuto nel Duomo di Mantova, dove era stata convocata la Dieta incaricata di approvare la crociata che mai si fece; discorso nel quale egli si riferì di nuovo a Maometto come ad un impostore, dicendo che, se non si fosse fermato il sultano Mehmed, costui, assoggettatisi tutti i prìncipi dell’Occidente, avrebbe “abbattuto il Vangelo di Cristo e imposto a tutto il mondo la legge del suo falso profeta”.[31]
Questa, dunque, l’alta e chiara condanna dell’islam e del suo profeta da parte del Magistero pontificio, una volta tolto di mezzo l’equivoco che esso fosse una “eresia” cristiana.
Paolo  Pasqualucci -  26 novembre 2019


 Mons. Athanasius Schneider raccorda le profanazioni idolatriche avvenute di recente in Vaticano alle “ambiguità dottrinali” del Vaticano II, condannate energicamente anche da mons. Carlo Maria Viganò – Commento di Paolo Pasqualucci.
continua su:

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.