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lunedì 9 dicembre 2019

Non riuscivano a trovare posto

Dal diario di Ratzinger, fatti e misfatti della commissione teologica internazionale



A fine novembre la commissione teologica internazionale si è riunita in Vaticano per celebrare il suo primo mezzo secolo di vita. E papa Francesco, nel riceverla in udienza, l’ha ringraziata per aver prodotto nel 2018 un documento su un tema a lui carissimo, la sinodalità, spiegando che essa non è quello che tanti pensano, cioè “prendersi per mano e andare in cammino, fare festa con i ragazzi, o fare un’inchiesta di opinioni su cosa si pensa sul sacerdozio delle donne”.

Pochi però si sono accorti che ai trenta teologi della commissione è arrivato anche il messaggio di un altro papa, oggi “emerito”, di nome Joseph Ratzinger,. anche lui teologo di prima grandezza, che di questa stessa commissione fece parte al suo nascere, nel 1969.
Il messaggio indirizzato da Benedetto XVI alla commissione teologica internazionale può essere letto per intero, in lingua italiana, in questa pagina del sito ufficiale del Vaticano:

> Indirizzo di saluto del papa emerito…
È un testo inconfondibilmente scritto di suo pugno. Con interessanti spunti autobiografici che si incrociano con una biografia della Chiesa cattolica di fine Novecento.
Eccone i principali passaggi.
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Per cominciare, Ratzinger apprezza l’autonomia che la commissione teologica ha avuto, fin dalle origini, rispetto alla congregazione per la dottrina della fede. Certo, il prefetto della congregazione è anche presidente della commissione, ma è come nella “monarchia austro-ungarica”, dove “l’imperatore d’Austria e il re d’Ungheria erano la medesima persona, mentre i due Paesi vivevano autonomamente l’uno accanto all’altro”.
La mancanza di questa autonomia della commissione, osserva Ratzinger, “avrebbe potuto dissuadere certi teologi dall’accettare di divenirne membri”.
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La neonata commissione, prosegue Ratzinger, ebbe il suo primo campo di prova col sinodo dei vescovi del 1971 sul sacerdozio. Precedette il sinodo con un libro, “Le ministère sacerdotal”, che fece da sussidio preparatorio. E durante l’assise alcuni teologi della commissione, “grazie a uno straordinario lavoro, fecero sì che il sinodo potesse immediatamente pubblicare un documento sul sacerdozio da esso realizzato”.
“Da allora, questo non è più avvenuto”, lamenta Ratzinger.. Si è lasciato al papa il compito di scrivere una “esortazione post-sinodale” che però è un documento suo, non propriamente del sinodo.
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Ratzinger si sofferma poi sui componenti del primo quinquennio della commissione, della quale anche lui faceva parte.
C’erano quelli che chiama “le grandi figure del Concilio”, e fa i nomi di Henri de Lubac, Yves Congar, Karl Rahner, Jorge Medina Estévez, Philippe Delhaye, Gerard Philips, Cipriano Vagaggini e Carlo Colombo, “considerato il teologo personale di Paolo VI”.
Ma c’erano anche “teologi importanti che curiosamente al Concilio non avevano trovato posto”, come Hans Urs von Balthasar e questi altri:
- Louis Bouyer “che, come convertito e monaco, era una personalità estremamente caparbia, e per la sua noncurante franchezza non piaceva a molti vescovi, ma che fu un grande collaboratore con un’incredibile vastità di sapere”;
- Marie-Joseph Le Guillou “che aveva lavorato intere notti, soprattutto durante il sinodo dei vescovi [del 1971], rendendo così possibile in sostanza il documento di quel sinodo, con questo suo modo radicale di servire”;
- Rudolf Schnackenburg che “incarnava l’esegesi tedesca, con tutta la pretesa che la caratterizzava”;
- André Feuillet e Heinz Schürmann di Erfurt, “l’esegesi dei quali era di taglio più spirituale, come una sorta di polo opposto”;
- e infine “il prof. Johannes Feiner di Coira che, come rappresentante del pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, ricopriva un ruolo particolare nella commissione. La questione se la Chiesa cattolica avesse dovuto aderire al Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, come un membro normale a tutti gli effetti, divenne un punto decisivo sulla direzione che la Chiesa avrebbe dovuto imboccare all’indomani del Concilio. Dopo uno scontro drammatico, sulla questione si decise alla fine negativamente, cosa che indusse Feiner e Rahner ad abbandonare la commissione”.
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Nel secondo quinquennio, Ratzinger segnala l’ingresso in commissione del “giovane” Carlo Caffarra, del gesuita tedesco Otto Semmelroth e dell’altro tedesco Karl Lehmann, quest’ultimo di “una nuova generazione la cui concezione cominciò ad affermarsi chiaramente”.
“Sotto la guida di Lehmann – prosegue Ratzinger – emerse il tema della teologia della liberazione, che in quel momento non rappresentava affatto un problema solo di tipo teorico ma determinava molto concretamente, e minacciava, anche la vita della Chiesa in Sudamerica. La passione che animava i teologi era pari al peso concreto, anche politico, della questione”.
E in una nota a piè di pagina aggiunge:
“Mi sia consentito qui un piccolo ricordo personale. Il mio amico padre Juan Alfaro S.I., che alla Gregoriana insegnava soprattutto la dottrina della grazia, per ragioni a me totalmente incomprensibili negli anni era divenuto un appassionato sostenitore della teologia della liberazione. Non volevo perdere l’amicizia con lui e così quella fu l’unica volta nell’intero periodo della mia appartenenza alla commissione che marinai la sessione plenaria”.
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Ma più ancora che sulla teologia della liberazione, Ratzinger si sofferma sul “problema della teologia morale”, uscito allo scoperto drammaticamente dalla fine degli anni Settanta:
“La contrapposizione dei fronti e la mancanza di un comune orientamento di fondo, di cui oggi soffriamo ancora quanto allora, in quel momento mi divenne chiara in modo inaudito. Da una parte stava il teologo morale americano prof. William May, padre di molti figli, che veniva sempre da noi con sua moglie e sosteneva la concezione antica più rigorosa. Due volte egli dovette sperimentare il respingimento all’unanimità della sua proposta, fatto altrimenti mai verificatosi. Scoppiò in lacrime, e io stesso non potei consolarlo efficacemente.
“Vicino a lui stava, per quel che ricordo, il prof. John Finnis, che insegnava negli Stati Uniti e che espresse la medesima impostazione e il medesimo concetto in modo nuovo. Fu preso sul serio dal punto di vista teologico, e tuttavia neppure lui riuscì a raggiungere alcun consenso. Nel quinto quinquennio, dalla scuola del prof. Tadeusz Styczen – l’amico di papa Giovanni Paolo II – giunse il prof. Andrzej Szoztek, un intelligente e promettente rappresentante della posizione classica, il quale comunque non riuscì a creare un consenso. Infine, padre Servais Pinckaers tentò di sviluppare a partire da san Tommaso un’etica delle virtù che mi parve molto ragionevole e convincente, e tuttavia anch’essa non riuscì a raggiungere alcun consenso.
“Quanto difficile sia la situazione lo si può evincere anche dal fatto che Giovanni Paolo II, al quale stava particolarmente a cuore la teologia morale, alla fine decise di rimandare la stesura definitiva della sua enciclica morale ‘Veritatis splendor’, volendo attendere prima di tutto il Catechismo della Chiesa cattolica. Pubblicò la sua enciclica solo il 6 agosto 1993, trovando ancora per essa nuovi collaboratori. Penso che la commissione teologica debba continuare a tenere presente il problema e debba fondamentalmente proseguire nello sforzo di ricercare un consenso”.
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Infine, Ratzinger si sofferma sul rapporto con le altre culture e religioni:
“Fino a che punto le giovani Chiese sono vincolate alla tradizione occidentale e fino a che punto le altre culture possono determinare una nuova cultura teologica? Furono soprattutto i teologi provenienti dall’Africa, da un lato, e dall’India, dall’altro, a sollevare la questione, senza che sino a quel momento essa fosse stata propriamente tematizzata. E ugualmente, non è stato tematizzato sinora il dialogo con le altre grandi religioni del mondo”.
E aggiunge in un’altra nota a piè di pagina:
“Vorrei qui accennare ancora a un curioso caso particolare. Un gesuita giapponese, padre Shun’ichi Takayanagi, aveva talmente familiarizzato con il pensiero del teologo luterano tedesco Gerhard Ebeling da argomentare completamente sulla base del suo pensiero e del suo linguaggio. Ma nessuno nella commissione teologica conosceva Ebeling così bene da permettere che si potesse sviluppare un dialogo fruttuoso, cosicché l’erudito gesuita giapponese abbandonò la commissione perché il suo linguaggio e il suo pensiero in essa non riuscivano a trovare posto”.
Settimo Cielo
di Sandro Magister 09 dic

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