ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 1 maggio 2016

Ma che religione è la loro?

L'ARCIVESCOVO IN BICICLETTA

Se l’arcivescovo vuol farsi un giro in bicicletta nel presbiterio della cattedrale. Lo show circense di sua Eccellenza Reverendissima Corrado Lorefice fra gli applausi servili di alcuni sacerdoti: ma che religione è la loro?
di Francesco Lamendola  




Mercoledì 27 aprile 2016: si apre a Palermo il Giubileo degli Sportivi. Recita lo slogan: Realizziamo il gol [sic] più bello attraversando la porta, segno di Cristo, che ci riconduce alla misericordia del Padre. Hanno aderito il Centro Sportivo Italiano, il C.O.N.I., l’Unione Stampa Sportiva Italiana di Sicilia e il Panathlon International, sezione di Palermo. Nell’ambito delle manifestazioni è previsto un Trofeo della Misericordia fra le squadre di calcio per i ragazzi degli oratori parrocchiali.  

Un’ora dopo l’apertura, verso le 17,00, è giunto davanti alla basilica cattedrale palermitana, dedicata alla Santa Vergine Maria Assunta, l’arcivescovo in persona, Sua Eccellenza Reverendissima Corrado Lorefice. È arrivato in bicicletta, per dare l’esempio di ciò che significa essere sportivi e politically correct; ma, evidentemente, il giretto su due ruote per le strade cittadine non gli è sembrata abbastanza eloquente e ha voluto far di meglio. Così, entrato nel sacro edificio per celebrare la Santa Messa, ha prima intrattenuto i fedeli sportivi con le meraviglie della misericordia divina, affermando che, dove c’è Cristo, non c’è doping, e altre amene battute del medesimo tenore; poi, per far vedere quanto ha gradito il dono della bicicletta da parte di alcuni sportivi disabili, di nuovo è salito in sella e lì, nel bel mezzo del presbiterio, fra gli applausi servili di alcuni sacerdoti e dei suoi fans, si è prodigato in un numero circense che, francamente, avrebbe potuto risparmiarsi e risparmiare alla sua comunità: un ulteriore giretto in bici. Proprio lì, davanti ai banchi e fin presso l’altare del Santissimo, con indosso la mitra episcopale e tutti i sacri paramenti, e con l’aria felice e compiaciuta di chi sa di stare facendo una mossa demagogicamente vincente, di quelle che tanto piacciono ai cattolici progressisti nonché ai preti civettuoli che si autodefiniscono “di strada” tutte le volte che vanno in televisione, e ai teologi modernisti, ansiosi di dare la spallata finale al detestato castello del “tradizionalismo” che ancora si ostina a fare resistenza contro l’ispirato e non meglio precisato  “spirito post-conciliare”.
Quanto a noi, non faremo a Sua Eccellenza l’onore di ritenerlo il protagonista di un sacrilegio o di una profanazione del luogo sacro che lui per primo, in teoria, dovrebbe far percepire come tale ai fedeli; e, del resto, non abbiamo sufficiente competenza di diritto canonico per giudicare in materia. Ci limitiamo a osservare, con infinita tristezza, che, dopo la Messa con i burattini in quel di Verona, e dopo i frati e le suore che ballano, saltano e cantano sguaiatamente per le strade di varie città italiane, ed altre innumerevoli pagliacciate, perpetrate ormai quasi ogni giorno da parte di membri del clero, i quali si reputano molto bravi e all’avanguardia, molto aperti e al passo coi tempi, molto sensibili e attenti nell’intercettare i gusti e gli umori del pubblico, pardon, dei loro fedeli e parrocchiani, c’è ormai ben poco di cui stupirsi e quasi non ci restano parole per definire l’indegnità di simili atti, spacciati per didattici e misericordiosi, mentre ottengono l’unico effetto di demolire quel poco che resta del doveroso senso di rispetto e timor di Dio davanti alle cose sacre, e suscitano, checché ne pensino i loro compiaciuti protagonisti, più derisione e disprezzo di quanto appaia. Infatti, ormai è proprio dai laici che sta partendo uno spontaneo moto di sdegno e di ripulsa nei confronti di quei pastori che, invece di custodire con il massimo zelo il deposito della fede nelle loro pecorelle, se ne vanno continuamente a caccia di notorietà con dei gesti spettacolari e poco o nulla consoni al loro ruolo e ai luoghi nei quali si prodigano. E questo per non parlare degli spropositi teologici e delle vere e proprie aberrazioni dottrinali che, sempre più spesso, i fedeli sono costretti a udire dal pulpito, nel corso della Santa Messa, da parte di preti che hanno perso la fede, ma non hanno l’onestà di trarne le debite conclusioni e chiedere di essere dimessi dallo stato clericale, ma cercando di contaminare con omelie apostatiche il gregge loro affidato, in modo da sentirsi meno soli nella loro incredulità, dopo di averla rivestita con le apparenze menzognere di una fede “più viva”, “più coraggiosa” e, soprattutto (slogan ormai trito e ritrito, ma sempre efficace, almeno per i cattolici dal palato grosso), “più misericordiosa”.
Quanto al gesto dell’arcivescovo Lorefice, esso è stato doppiamente biasimevole e, non esitiamo a dirlo, vile, perché si è fatto scudo di una bicicletta ricevuta in dono da un gruppo di atleti disabili e, quindi, ha ammantato la sua grottesca passeggiata in bicicletta nella cattedrale, dietro l’affetto e la riconoscenza nei confronti di costoro; vale a dire che ha usato e strumentalizzato le problematiche dei portatori di handicap per giustificare il suo modo di comportarsi e prevenire, tacitandole in partenza, eventuali critiche o perplessità. Chi potrebbe essere, infatti, così poco misericordioso, così poco cristiano, così poco umano, da rivolger critiche ad un pastore di anime il quale, per far vedere a dei disabili quanto abbia gradito il loro dono, si prodiga in un piccolo spettacolo improvvisato (ma era davvero improvvisato?), che ha, fra l’altro, il vantaggio, dal suo punto di vista, di rimarcare come la chiesa sia la casa di tutti, la casa del popolo dei fedeli, e, quindi, non vi sia assolutamente nulla di strano se i fedeli si comportano, in essa, proprio come se fossero a casa loro (ammesso che vi siano dei fedeli i quali se ne vanno in bicicletta dentro le stanze di casa, sui tappeti e lungo i mobili: vorremmo sapere che ne penserebbero, in tal caso, le loro mogli, le quali, magari, hanno appena finito di scopare e dar la cera ai pavimenti).
A tutto questo, riconosciamolo, siamo stati abituati un poco per volta, grazie a numerosissimi parroci i quali hanno adottato, nel corso delle sacre funzioni, uno stile tutt’altro che sobrio e rispettoso della solennità del rito e del luogo; che hanno sollecitato gli applausi a scena aperta nel corso di omelie infarcite di espressioni gergali o dialettali, di battute umoristiche, di gigionerie d’ogni sorta, quasi facendosi discepoli di Dario Fo e del suo Mistero Buffo, cioè, per dirla tutta, trasformando i Misteri sacri in altrettante buffonate, mossi da incontenibile narcisismo e smania di protagonismo. Oh, ma per favore, sia chiaro: sempre al santo scopo di avvicinare le pecorelle del gregge “moderno”, per evitare che si disperdano in cerca di altri pascoli. Ci siamo anche abituati a vedere i fedeli che, non appena il sacerdote pronuncia la formula: La Messa è finita, andate in pace, spesso arricchendola – Bergoglio docet – di un laicissimo “buona giornata” o di un “buona sera”, tanto per togliere l’onta e anche solo il sospetto di “clericalismo” (pare che il clero debba ora vergognarsi di se stesso: e infatti molti preti fan di tutto per non sembrare tali, a cominciare da come vestono, ma anche da come parlano), senza aspettare di essere usciti fuori, sul sagrato, ma proprio lì, in chiesa, si affrettano a fare capannello, a riunirsi in gruppi e gruppetti vocianti e festanti, che ridono, scherzano, si intrattengono a voce alta sulle loro faccende private, beatamente immemori di dove sono e cosa son venuti a fare; e a vedere il sacerdote che, non appena uscito dalla sacrestia, dopo essersi tolto i paramenti, si ferma a sua volta, compiaciuto, in mezzi ai suoi disinvolti fedeli, ai bambini che corrono, alle donne che spettegolano, agli uomini che ridacchiano, come se tutto ciò fosse la cosa più consona e naturale di questo mondo.
Perciò la bravata dell’arcivescovo palermitano non giunge affatto come qualcosa d’inaspettato, al contrario; e la prova ne è che la stampa, occupandosi del fatto, lo ha trovato alquanto carino e spiritoso, come dire: finalmente un arcivescovo che capisce i sentimenti della gente! E questo, poi, nella città che ha visto i delitti Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino; per non parlare di quel don Pino Puglisi, di quel prete – lui sì, veramente coraggioso, anzi eroico – che si è fatto ammazzare dalla mafia per essersi prodigato nel sottrarle i giovani dei quartieri a rischio con il suo autentico zelo di buon pastore. E quanto alla stampa cattolica, essa, ancora una volta, si è segnalata per la piaggeria entusiasta con cui ha plaudito il gesto divertente, e, manco a dirlo, sommamente misericordioso, di Sua Eccellenza Reverendissima; uno di quei gesti dai quali traspare tutta l’umanità, tutta la dedizione, tutta la benevolenza di un vero pastore d’anime. E basta, suvvia, con i vescovi e gli arcivescovi dall’aria seria, pensosa, accigliata; basta con un cristianesimo che, come dice padre Ermes Ronchi, ha giocato sulle paure dei fedeli; e basta, come dice papa Bergoglio, con il sacramento della confessione trasformato in tribunale inesorabile o, addirittura, in camera di tortura. Il cristianesimo, si sa, dev’essere gioia, letizia, risata! Quanta povertà dottrinale e anche umana, Dio mio, dietro simili sparate, dietro simili baggianate, che vengono presentate, tuttavia, come il non plus ultra del “vero” cristianesimo; quanta confusione concettuale, quanta disonestà intellettuale, quanta inconsapevolezza di sé - ammesso, e sperando, che non sia qualcosa di peggio: che non sia volontà deliberata, e perciò diabolica, di portare la Chiesa fuori dai binari e di trasformarla silenziosamente, senza averne l’aria, in una chiesa apostatica e post-cristiana, nella quale il soffio divino si spegne e ciò che resta è un guscio vuoto, pieno di vento e di umana vanità e presunzione.
E allora vediamo di chiarire un po’ l’equivoco. La Chiesa deve essere misericordiosa? Ma certo; il che non significa affatto che deve ridursi a un insieme di spettacoli circensi! La Chiesa deve essere dialogante e sorridente? Ma certo; il che non equivale a dire che deve dar ragione a tutti e torto solamente a se stessa; né che deve mescolare il momento dello scherzo, che può anche esservi, e quello della gravità spirituale. Don Bosco sapeva ridere e far ridere i suoi ragazzi; ma non si sarebbe mai sognato di fare i suoi spettacoli giocosi dentro la chiesa, che non è per niente la casa del popolo, ma è la casa di Dio, dove si entra con rispetto e spirito di adorazione, con umiltà e discrezione, facendosi piccoli e cercando Dio nella preghiera e nel raccoglimento silenzioso; e lasciando andare, almeno per quei quaranta minuti scarsi della Santa Messa, il proprio Ego, che già vuole esercitare una signoria tirannica sui nostri pensieri e sui nostri atti nelle altre ventitre ore della giornata e negli altri sei giorni della settimana. Possibile che neppure alla Santa Messa, che neppure dentro la casa del Signore, questo benedetto Ego non possa starsene un po’ quieto, un po’ tranquillo, un po’ silenzioso, e che l’anima non possa farsi umile e piccola per accogliere lo Spirito di Dio? Come potrebbe farlo, se continua a recitare sul palcoscenico, e se il prete o il vescovo, per primi, danno il pessimo esempio del chiasso, della risata, dello scherzo, proprio in quel momento, proprio in quel luogo, proprio nell’esercizio delle loro sacre funzioni?
Sì: riesce davvero difficile pensare che tutto questo avvenga per caso; che sia dovuto solamente a degli innocenti malintesi, a una eccessiva esuberanza e a una sorta di ingenuità, piena però di buona fede, da parte di membri del clero che si sentono spinti a tentarle tutte per non perdere la presa sulle anime. Riesce sempre più arduo, perché è palese che, così facendo, essi non aumentano affatto la credibilità della Chiesa, della quale sono solo i servitori (non i padroni, come talvolta danno l’impressione di credersi!); e che la presa sulle anime dei fedeli, passato il momento della risata e del compiacimento grossolano, del consenso demagogico, strappato con trovate istrioniche (e qui, ahimè, bisogna pur ammettere che il primo pontefice ad imboccare la china della teatralità “modernista” è stato proprio un papa che pareva presentarsi, semmai, come ”tradizionalista”: Giovanni Paolo II), si perde ancora più in fretta adottando una simile strategia. Stupisce e sconcerta la presunzione, la superbia, l’arroganza, con le quali costoro procedono imperterriti per la loro strada, incuranti dello scandalo che seminano; stupisce il loro darsi l’aria di essere gli unici depositari della Verità, e l’atteggiamento di sufficienza, per non dire di compatimento, che mostrano verso quei fedeli, specialmente di una certa età, i quali non capiscono, sono turbati, sono allontanati da tale modo di fare (e noi ne conosciamo parecchi; come è chiaro che ve ne sono a centinaia di migliaia, forse a milioni, che si stanno ritraendo dalle chiese e dalla Santa Messa, perché non sopportano lo stile di questi “pastori”, che offende nel profondo la loro sensibilità e la loro stessa educazione cattolica). Per trovare una analogia storica, non si può non pensare all’illuminismo e a quella turba di pretesi philosophes, di pretesi savants, i quali, dall’alto della loro ineffabile, luminosa Ragione, si facevano beffe della “credulità” e della “superstizione” del popolino, e deridevano ciò che di più puro e di più santo vi è nella coscienza d’un cattolico: la sete umile, fiduciosa, semplice, che l’anima ha di Dio, secondo le parole di Gesù stesso: Se non vi farete piccoli come dei bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli.
Si dirà che la liturgia non è la dottrina, e che l’importante è rispettare la dottrina. Non è così: la liturgia esprime la dottrina, non è una cosa diversa. Si ha l’impressione che il prossimo bersaglio dei “progressisti” sarà la pietà popolare, e specialmente il culto mariano; già vi sono indizi allarmanti al riguardo. Nel cattolicesimo del terzo millennio, secondo costoro, non deve esservi più posto per cose che “sanno di Medioevo”. Ma non possiamo evitar di chiedere: che religione è dunque, la loro?


Se l’arcivescovo vuol farsi un giro in bicicletta nel presbiterio della cattedrale…

di Francesco Lamendola

1 commento:

  1. E d'altra parte l'arcivescovo Lorefice deve ingegnarsi come può per nutrire l'entusiasmo dei suoi devoti, pardon, del suo fan club.

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