ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 18 settembre 2012

Sì, ero la talpa dei protestanti in mezzo ai vescovi



Oggi, a 76 anni, il teologo Paolo Ricca è considerato una delle voci più autorevoli del mondo
protestante italiano. Ma nel 1962, quando Papa Giovanni XXIII convocò il Concilio ecumenico
Vaticano II, era un giovane pastore valdese appena consacrato e spedito a curare le anime della piccola chiesa di Forano Sabino (Rieti). «Sui cattolici» confida sorridendo «sapevo poco o nulla: ero nato a Torre Pellice, avevo studiato sempre in un ambiente protestante. E forse avevo anche qualche pregiudizio di troppo, considerandoli un corpo monolitico e sempre uguale a se stesso». All'annuncio del Concilio, l'Alleanza riformata mondiale (una tra le più grandi associazioni nelle quali è suddiviso il protestantesimo) chiamò, allarmata, i suoi affiliati: «Ci vuole qualcuno di noi che stia lì, che ci aggiorni puntualmente su quanto verrà discusso». Detto, fatto.

Giorgio Peyrot, giurista valdese scomparso nel 2006, arruolò il giovane pastore che, pur privo di
esperienza, gli pareva promettente. Accreditato come giornalista, Ricca iniziò a passare le sue giornate in Vaticano: «Agli inizi la sala stampa era blindata, non veniva fatta trapelare nessuna notizia. In apparenza, era come se in Concilio non accadesse nulla, mentre noi sapevamo benissimo che era in atto uno scontro molto duro tra progressisti e conservatori. Il mio compito prevedeva di scrivere un bollettino che veniva inviato a migliaia di chiese riformate nel mondo: l'Alleanza riunisce ottanta milioni di fedeli.
Ne dovevo produrre almeno uno ogni quindici giorni. Non ero l'unico, per altro, a essere in difficoltà:clamoroso fu il caso del vescovo di Chicago che, dopo pochi giorni dall'inizio dei lavori, se ne tornò nella sua città argomentando che non era in grado di seguire una discussione interamente in latino. lo,vivendo ai margini del Concilio, imparai che esisteva un cattolicesimo vissuto, reale, molto più complesso di quello che avevo studiato sui libri», racconta Ricca. «Del resto, non dovevo dare notizie in senso stretto, perché quel che filtrava usciva già su altri media, dovevo piuttosto commentare i fatti da un punto di vista teologico protestante». Pian piano, dalle pareti di San Pietro cominciò a filtrare il profilo dei due eserciti che si affrontavano. «Tra i conservatori c'era, innanzitutto, la Curia romana,con l'eccezione di Giovanni XXIII che, nelle sue precedenti esperienze di nunzio apostolico, si era reso conto della presenza di energie nuove e vitali che non riuscivano a emergere. Il cardinal Ottaviani era la loro bandiera. Sul fronte opposto, invece, erano schierati molti sudamericani e europei come il cardinale belga Léon-Joseph Suenens, l'uomo che fece accettare al Concilio l'idea di un diaconato permanente aperto anche agli uomini sposati.
Anche Ratzinger, allora, si poteva considerare un progressista-moderato. Nordamericani e africani
erano invece più defilati». Fortunatamente per Ricca erano stati chiamati come uditori anche esponenti del mondo protestante come il luterano Oscar Cullmann, amico di Paolo VI. Invitato personale del papa, dopo la morte di Giovanni XXIII, alla ripresa del Concilio, Cullmann era prodigo di informazioni confidenziali che alimentavano la penna di Ricca e di molti altri giornalisti, come Henri Fresquet di Le Monde: «Per sapere che cosa accadeva davvero, molti padri conciliati si strappavano di mano il quotidiano francese». Dopo il Concilio, per il giovane pastore valdese nulla fu più come prima. «Il cattolicesimo ne uscì più aperto, più ecumenico nel senso ampio del termine, e tutto questo non poteva che far piacere a un protestante: fino a quel momento, il dialogo con le altre confessioni non interessava i cattolici che trovavano nel papa ogni risposta alle esigenze di unità dei credenti. Il Concilio, però, non rese la Chiesa meno romana, né il papa meno centrale, e la collegialità affermata in quella sede venne di fatto svuotata di senso dallo stesso Paolo VI».
Ai suoi ricordi conciliari Ricca tiene però ad aggiungerne uno su Carlo Maria Martini: «Furono uomini come lui a confermarmi quel che avevo capito in Concilio. Nel 1979, quando divenne arcivescovo di Milano, scrisse una bellissima lettera pastorale sulla Parola di Dio, Lo invitammo al tempio valdese e alla fine dell'incontro gli chiesi di fermarsi per un caffè. “Non posso, rispose, perché domattina voglio partecipare in incognito alla messa di una piccola parrocchia. Voglio vedere la chiesa reale, non quella fittizia di una visita ufficiale". Pensai che anche i nostri pastori avrebbero dovuto avere lo stesso zelo».
intervista a Paolo Ricca a cura di Vera Schiavazzi
in “il venerdì” - la Repubblica – del 14 settembre 2012


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