ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 25 luglio 2013

Le sane dottrine e chi le rovinò (faranno santo anche lui..)

SyllabusLa Dottrina Sociale al Concilio Vaticano        LA DOTTRINA SOCIALE AL CONCILIO VATICANO I

Da Pio IX a Leone XIII Comunemente si insegna che la Dottrina sociale della Chiesa è iniziata in maniera magisteriale e sistematica con l’Enciclica Rerum novarum di Leone XIII del 15 maggio del 1891.
Tuttavia occorre sapere che già nel 1869 durante in Concilio Vaticano I, interrotto dall’invasione di Roma da parte delle truppe piemontesi il XX settembre 1870, era stato preparato un Documento sulla questione sociale, il quale riprendeva ed approfondiva ciò che aveva già insegnato papa Pio IX nell’Enciclica Quanta cura e nel Syllabus (8 dicembre 1864) condannando in maniera breve e concisa, ma assai chiara gli errori socio-politici ed economici del social/comunismo e del liberalismo/liberista.
Il Documento sociale del Vaticano I
Il Documento in questione, che non è stato promulgato a causa dell’interruzione forzata del Vaticano I e quindi non è formalmente Magistero autentico, si trova tra gli Schemi elaborati dalla “Commissione politico-ecclesiastica” del Concilio Vaticano I (1869-1870). Tale Decreto, che si prefiggeva di sovvenire alla miseria materiale e spirituale degli operai e dei poveri, si intitola Decretum de pauperum operariorumque miseria sublevanda (Decreto per sollevare la miseria dei poveri e degli operai). Esso fu esaminato il 3 ottobre del 1869 e consta di tre parti: 1a) il buon uso dei beni materiali; 2a) la Carità cristiana; 3a) i mezzi pratici per eliminare gli ostacoli alla soluzione del problema.
Il 1° capitolo (“De recto honorum temporalium usu. Il buon uso dei beni temporali”) spiega come l’infelice condizione degli operai sia dovuta soprattutto alla deviazione morale per cui gli uomini hanno posto nelle creature, e soprattutto nelle ricchezze materiali, il loro Fine ultimo e non un mezzo per cogliere il Fine. Ciò porta i ricchi a disprezzare i poveri e ad usarli come cose per aumentare la propria ricchezza (errore del liberalismo/liberista), mentre i poveri diventano gelosi ed invidiosi dei ricchi e li odiano (errore del marxismo social/comunista). Occorre, invece, ritornare al principio e fondamento della vita cristiana secondo cui l’uomo ha come Fine ultimo Dio e le altre creature lo debbono aiutare ad unirsi a Lui come mezzi ordinati al fine. Quindi il ricco non deve abusare della ricchezza accumulandola come fosse eterna, sfruttando il debole ed il povero, e questo non deve rattristarsi eccessivamente della povertà, cadendo così nella disperazione.
Il 2° capitolo (“Charitas omnibus commendatur. La Carità è raccomandata a tutti”), specifica che la Carità cristiana ci spinge a prenderci cura del prossimo, soprattutto dei più bisognosi e specialmente di coloro che si vergognano di palesare la loro miseria. S. Teresa d’Avila diceva che “i veri poveri non fanno rumore”. Tutti devono praticare la Carità: i ricchi dando del loro ai poveri ed i poveri aiutando i ricchi a salvarsi l’anima facendo far loro l’elemosina, senza sentirsi offesi o tendere all’odio di classe e alla rivoluzione del proletariato comunista per risolvere il problema dell’indigenza, la quale sarà sempre presente in questo mondo caduco e limitato. I Governanti hanno il compito ufficiale e specifico (più di tutti gli altri cittadini) di alleviare le sofferenze dei poveri, facendo leggi che assicurino la stabilità e l’ordine interno della Società civile e che li aiutino a migliorarsi economicamente e socialmente. I sacerdoti debbono ricordare ai ricchi che il giorno del Giudizio renderanno conto a Dio di come hanno amministrato i beni o i “talenti” terreni. Inoltre essi stessi non debbono dimenticare che i beni temporali della Chiesa non sono propri dei chierici, ma sono stati costituiti dalle offerte dei fedeli, per cui sono il patrimonio di tutti e specialmente dei più bisognosi; quindi il clero ne ha solo l’amministrazione e non il possesso e ne renderà conto a Dio in maniera ancora più severa al Giudizio particolare ed universale.
Il 3° capitolo (“De tollendis causis Charitatem impedientibus. Bisogna togliere le cause che impediscono la pratica della Carità”), tratta specialmente della questione, allora attualissima, dei Governi che ostacolano la pratica della Carità della Chiesa, vietando gli Istituti che Essa ha costituito nel corso dei secoli: gli ospedali, le mense, le scuole, le università, i ricoveri, le corporazioni. Il Risorgimento ha voluto “laicizzare” brutalmente anche le opere caritative cristiane; oggi la laicizzazione è un dato di fatto che viene portato avanti in maniera apparentemente non-violenta e purtroppo con l’avallo dei chierici modernisti i quali hanno accettato il principio della “libertà religiosa” proprio del liberalismo. Le industrie stesse hanno perso, per volontà del liberalismo, ogni carattere religioso che si trovava al loro interno (Corporazioni di Arti e Mestieri) e son divenute i covi del social/comunismo. Giustamente Lenin diceva: “la borghesia liberale sta fornendo al proletariato la corda con la quale sarà impiccata”.  Infatti dalla “Rivoluzione industriale” liberista è nato lo sfruttamento del proletariato e questo oramai laicizzato si è rivoltato ed ha odiato come insegna la dottrina comunista: “odio di classe” e “Rivoluzione del proletariato”. Se i ricchi e i poveri cercano solo ricchezze materiali sono come due animali feroci che si disputano la stessa coperta, la quale è troppo piccola per entrambi e quindi si azzannano per averne la parte più grande. Il Cristianesimo ha insegnato al ricco a non disprezzare il povero e al povero a non invidiare il ricco. Ciò non significa che ogni cristiano sia ipso facto coerente con la dottrina e la pratica del Cristianesimo: occorre sempre distinguere i princìpi immortali del cristianesimo dagli uomini sedicenti “cristiani”. Tuttavia tolto l’influsso sociale del Cristianesimo, ridotto dal liberalismo a qualcosa di puramente individuale, resta solo l’al di qua, il quale è limitato, finito e troppo stretto per l’uomo che ha un’anima spirituale aperta oggettivamente a tutto, e si va verso la “Rivoluzione del proletariato” comunista animato dall’odio di classe, fomentato dall’ingordigia liberale e dalla propaganda marxista e dall’incoerenza per principio del modernismo sociale dei demo/cristiani o catto/liberali. Oggi come allora va di moda la “filantropia” o surrogato della Carità soprannaturale resa “carità” legale. Mentre il comunismo rende obbligatorio il voto di povertà statalizzata (“tutti poveri”), il liberalismo rende obbligatorio il consiglio dell’elemosina e vorrebbe trasformare la carità soprannaturale in carità legale e giuridica laicizzata  o rotariana (“tutti filantropi e solidali”).
Il Documento, inoltre, ricorda che i padroni debbono la giusta paga agli operai e chi la nega commette un peccato che “grida vendetta al Cielo” e nello stesso tempo ammonisce il povero a far bene il suo lavoro senza mormorazione o invidia e odio. Senza l’influsso sociale e politico (non partitico o “clepto-cratico”) del Cristianesimo operai e padroni perdono la Fede e si odiano vicendevolmente. Il mondo attuale è una sorta di bolgia infernale in cui gli uomini oramai assatanati si odiano tra loro e si uniscono solo per combattere il bene e il vero.
Il Documento, infine, esorta i Vescovi a prendersi cura dei fedeli vigilando sul matrimonio, la famiglia e le singole anime, essendo stati esclusi laicisticamente dalla Società civile.
Il 22 luglio del 1869 fu approntato in Concilio un altro Decreto chiamato Postulatum de Socialismo di 72 pagine (G. D. Mansi, Sacrorum conciliorum…, cit., vol. 49, pp. 718 ss.) riguardante la Dottrina sociale alla luce dell’errore del socialismo; esso fu ultimato e presentato in latino il 7 marzo del 1870 firmato da 16 vescovi ed appoggiato specialmente dal cardinal Mermillod.
Il rimedio
L’unico vero rimedio ai mali della questione sociale è lo spirito cristiano: “cercate innanzitutto la santità e la vita eterna ed il resto vi sarà dato in sovrappiù”. Purtroppo lo Stato moderno liberale o comunista ha laicizzato, ha eliminato l’influsso del Vangelo sulla polis e la societas ed ha abolito le Corporazioni religiose degli artigiani ed operai, ha impoverito il mondo dell’artigianato, della agricoltura a favore della grande industria, ha scoraggiato il risparmio a favore dei “bankster”, che hanno reso il popolo massa pronta per essere fagocitata dal marxismo e dal liberismo; ha favorito il lavoro delle donne  dei bambini, ha disprezzato il riposo domenicale, il giusto tempo da dare a se stessi, alla famiglia e a Dio. Quindi ha rivoluzionato la società, la famiglia e l’individuo, non più ordinati e finalizzati a Dio, ma al denaro e al benessere materiale su questa terra, la quale non è più a misura d’uomo ma l’uomo è diventato una rotella dell’ingranaggio industriale anonimo ed economico/finanziario. Naturalmente questa terra è diventata un campo di battaglia, la guerra di tutti contro tutti in cui vince il più forte (che non sempre è il migliore moralmente, ma solo il più prepotente fisicamente).
Attualità del Documento del 1869
Oggi (2001-2013) la rivoluzione liberale e quella socialista si sono unite e dominano il mondo dando il peggio che portano in sé: 1°) il liberalismo concede la licenza assoluta e il consumismo amorale, che portano al caos anarchico dei poteri forti e ricchi; 2°) il socialismo è sempre pronto a fomentare disordini e guerre civili, ed inoltre non concede più al cittadino quel certo ordine sociale e civile che davano i regimi forti nel passato: avendo sposato il liberismo libertario e libertino è diventato fonte di anarchia dei poveri; 3°) infine, dopo aver tolto la Fede e la Speranza soprannaturali all’uomo odierno ed averlo illuso per decenni sino al 2008/2009 su un’era di pace, ricchezza, benessere fisico, hanno lasciato sprofondare il mondo intero (2009/2013) in uno stato di povertà e crisi economica, che si ripercuote sulla sussistenza economica e sulla salute dei cittadini, i quali sono non solo in preda alle malattie (data la natura umana che per definizione è corruttibile), ma non ricevono più i sussidi per curarsi e non hanno di che vivere decentemente, per cui cadono nella disperazione e talvolta si suicidano.
Il mondo vivificato socialmente e politicamente dal Vangelo, essendo l’uomo un “animale socievole per natura” (Aristotele e San Tommaso) conosceva una certa tranquillità dell’ordine (sempre relativa ed imperfetta su questa terra),  le leggi cercavano di impedire lo sfruttamento dei poveri e la rivolta contro i ricchi,  volevano che l’uomo lavorasse per vivere dignitosamente e moralmente onde salvarsi l’anima, mentre oggi si corre affannati senza giungere alla fine del mese in pareggio e non si ha il tempo né per se stessi, né per la famiglia, né per pensare all’anima. Il lavoro delle donne ha privato i figli della presenza delle mamme in casa, ha separato de facto il marito dalla moglie ed ha aperto la porta all’infedeltà coniugale ed al divorzio.
Lo Stato o il Governo deve garantire innanzitutto l’ordine interno della Società civile e la tranquillità dei cittadini. Il laicismo deruba la Società e i cittadini dell’uno e dell’altra, inoltre toglie loro anche Dio e l’aldilà, promettendo a parole un “paradiso” in terra (sovietica o americanista), ma trasformando in re la terra in un inferno (Gulag e libertarianismo/freudiano alla Milton Friedmann).
Il grande pericolo che sovrasta la vecchia Europa è l’invasione od occupazione da parte di masse enormi inviate dall’Africa e dall’Asia, le quali in sé hanno ricchezze enormi ma che i “poteri forti” non lasciano sfruttare agli indigeni, che rappresentano la nuova manovalanza della Rivoluzione del “proletariato” (senza neppure la prole) o meglio “extra-comunitariato” sbandato e pronto alla guerra di classe, di razza e di religione. Gli uomini di Chiesa, che dovrebbero insegnare la Dottrina sociale, son diventati con il Vaticano II delle marionette nelle mani dei poteri forti o massonici ebraico/americani e vanno a Lampedusa o dall’on. “Luxuria” a Genova ad incoraggiare coloro che metteranno a ferro e a fuoco un’Europa diventata un’enorme Sodoma e Gomorra.
Oggi vi è un razzismo all’incontrario: se prima l’occidente ha schiavizzato l’Africa (nel Brasile la schiavitù è stata abolita solo nel 1888) oggi è l’Africa a dominare l’occidente ed anche l’Europa che è diventata una costola della “Magna America”. Non esiste una “Magna Europa” (come pretende “Alleanza Cattolica”), che si estende culturalmente sino in nord-America, ma esiste un’America del nord la quale si è estesa sino alla vecchia Europa e ne ha disseccato le radici e divelto le fondamenta culturali, morali, religiose, spirituali e civili. Siamo  tutti “americani” e gli Stati che si ostinano a restare se stessi (Russia, Libia, Tunisia, Egitto, Siria, Libano, Palestina) vedono improvvisamente delle rivoluzioni colorate o primaverili nascere “spontaneamente” teleguidate dalle tre forze che reggono gli Usa: il Calvinismo, la Massoneria e il Giudaismo talmudico.
Di fronte a un caos talmente profondo e universale solo l’Onnipotenza divina può mettervi rimedio, noi dobbiamo fare il nostro dovere quotidiano, dedicarci alla “preghiera e penitenza” come ha raccomandato la Madonna da Lourdes a Fatima ed aspettare il castigo che ci siamo ampiamente meritato per aver apostatato da Dio ed avergli preferito l’Uomo, che è diventato “l’asso piglia tutto” dell’epoca moderna, come scriveva acutamente padre Cornelio Fabro.
d. Curzio Nitoglia
22 luglio 2013

Così il mysterium magnum dei poveri si prese il Vaticano II

Il 6 dicembre 1962, nel corso della Congregazione generale 35 del Concilio Vaticano II che si era aperto l’11 ottobre, l’arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro, che all’assise sinodale aveva voluto come perito di fiducia don Giuseppe Dossetti, pronunciò l’intervento che qui ripubblichiamo, dedicato a “Chiesa e povertà”. Si tratta di un testo programmatico, dal sapore profetico, che suggeriva di considerare “unico tema di tutto il Vaticano II” quello della povertà, nel suo stretto rapporto con la riforma delle istituzioni ecclesiali. Punto di riferimento per la componente progressista dei padri sinodali, l’intervento di Lercaro resterà come una pietra miliare, citato e ripreso innumerevoli volte, nel dibattito ecclesiale di marca progressista dei decenni del post Concilio.
La maternità della Chiesa è mysterium magnum. Ed io vorrei insistere perché di questo mistero il Concilio ponesse in evidenza un aspetto che è eterno ed insieme attualissimo: la generazione alla grazia dei poveri e degli umili. Già altri hanno chiesto che tra i temi che con priorità si debbono porre nell’agenda del Concilio sia quello della evangelizzazione dei poveri.
E’ giusto e doveroso. Ma io vorrei dire di più: non è tanto un nuovo tema, sia pure importante da aggiungere ma in un certo senso è la presa di coscienza del tema generale e sintetico di questo Concilio. E’ stato detto che il Vaticano II è il Concilio soprattutto De Ecclesia. E allora si può anche precisare che il Concilio De Ecclesia in concreto — rispetto a quest’ora dell’umanità e a questo grado di sviluppo della coscienza cristiana — deve essere il Concilio della Chiesa, particolarmente e soprattutto la Chiesa dei poveri.
Quindi più che proporre un tema aggiuntivo vorrei proprio in questa conclusione della sessione rivolgere a me stesso una domanda: che cosa è mancato al Concilio sinora se non proprio questo: cioè l’esplicita consapevolezza che questo è in certo senso l’elemento di sintesi, il punto di chiarificazione e di coerenza di tutti gli argomenti sinora trattati e di tutto il lavoro che dovremo svolgere.
Questa sessione non finisce certo senza risultati. Anzi. Anche se non si promulgherà nessuna costituzione e decreto, il Concilio ha lavorato molto, nel complesso ha lavorato bene, superando le difficoltà inevitabili degli inizi e correggendo l’impostazione di fondo della fase preparatoria non in tutto forse pienamente adeguata, esprimendo degli orientamenti e dei criteri la cui positività e fecondità si rivelerà di certo nel futuro. Risultati non trascurabili, anzi forse grandi, di cui noi dobbiamo essere grati al Signore che dovremo attestare, ora ritornando alle nostre chiese, ai nostri sacerdoti e fedeli. Eppure tutti sentiamo che al Concilio sinora è mancato qualche cosa: tanti elementi preziosi, sono rimasti un po’ frammentari, sembravano non avere ancora trovato un principio unificatore e vivificante.
Dove cercheremo questo impulso vitale, questa anima, diciamo veramente questa pienezza dello Spirito?
Se non proprio in questo: in un atto di sovrannaturale docilità di ciascuno di noi e del Concilio tutto all’indicazione che sembra farsi sempre più chiara e imperativa: questa è l’ora dei poveri, dei milioni di poveri che sono su tutta la terra, questa è l’ora del mistero della Chiesa madre dei poveri, questa è l’ora del mistero di Cristo soprattutto nel povero.
I. Anzitutto anch’io insisto su quanto ha chiesto l’em.mo card. Suenens e sulle precisazioni fatte ieri dal cardinale Montini: circa il fine di questo Concilio, l’agenda dei lavori futuri, l’ordine e la concentrazione degli argomenti e soprattutto circa la necessità di enucleare una dottrina De ecclesia.
Occorre una dottrina De Ecclesia, capace di penetrare più a fondo, oltre i lineamenti dell’ordine giuridico-ecclesiastico, ai quali si arrestano sinora molte delle nostre trattazioni e direttive. Se una conclusione possiamo trarre alla fine di questa sessione del nostro Concilio è proprio questa: due mesi di fatica e di veramente generosa, umile, libera e fraterna ricerca, con l’assistenza dello Spirito santo, ci hanno portati a comprendere meglio e tutti assieme quel che il Concilio Vaticano II deve proporre agli uomini del nostro tempo, per illuminare con una luce di verità e di grazia i loro cuori; quel che dobbiamo proporre è l’intimo mistero della Chiesa, come il “grande sacramento” del Cristo, del Verbo di Dio, che si rivela, che abita, che vive, e che opera fra gli uomini.
II. Ma lo scopo più proprio di questo mio intervento è di richiamare l’attenzione ancor più di quanto non sia già stato fatto, su un aspetto di questo mistero di Cristo nella Chiesa che mi sembra non solo perennemente essenziale ma anche di suprema attualità storica.
Intendo dire: il mistero di Cristo nella Chiesa sempre è stato ed è, ma oggi è particolarmente il mistero di Cristo nei poveri: in quanto la Chiesa, come ha detto il santo padre Giovanni XXIII, se è la Chiesa di tutti, oggi è specialmente “la Chiesa dei poveri”.
Leggendo l’indice analitico dei diversi schemi che ieri ci è stato distribuito, mi ha colpito questa carenza: tutti gli argomenti che sono stati proposti, o che saranno proposti, al nostro esame e alla nostra discussione, non sembrano avere tenuto conto — nel modo cosciente ed esplicito e nella misura storicamente proporzionata che sarebbe stata necessaria — di questo aspetto essenziale e primario del mistero di Cristo: aspetto preannunciato già dai profeti come segno inconfondibile della consacrazione e missione messianica di Cristo; aspetto magnificato dalla stessa madre del Salvatore al momento della incarnazione del Verbo; aspetto promulgato dalla nascita, dall’infanzia, dalla vita nascosta e dall’insegnamento pubblico di Gesù; aspetto che costituisce la legge costituzionale del regno di Dio; aspetto che condiziona tutto il flusso della grazia e della vita della Chiesa, dalla comunità apostolica sino a tutte le grandi ore di maggior e miglior rinnovamento interno e di conquista esterna della stessa Chiesa; aspetto finalmente che sarà sanzionato per l’eternità, con il premio o il castigo, nel secondo e glorioso avvento del Figlio di Dio alla fine del tempo e della storia.
III. Perciò mi sembra dovere nostro in questa conclusione della prima tappa del nostro Concilio riconoscere e proclamare solennemente: noi non faremo il nostro dovere, non sapremo intendere con animo aperto la volontà di Dio e l’attesa degli uomini su questo Concilio, se non metteremo al centro a un tempo del suo insegnamento dottrinale e della sua opera di rinnovamento, il mistero di Cristo nei poveri, l’annunzio dell’evangelo ai poveri. Questo infatti è il dovere più chiaro, più concreto, più attuale, più imperativo di un’età in cui, più che in qualunque altra, i poveri sembrano non essere evangelizzati e in cui i loro cuori sembrano alienati ed estranei al mistero di Cristo e della sua Chiesa; di un’età in cui per altro la coscienza dell’umanità interroga e scruta con ansiose e quasi drammatiche domande il perché della povertà e il destino dei poveri: dei singoli poveri e degli interi popoli poveri, che prendono ora una consapevolezza nuova dei loro diritti; di un’età in cui la povertà dei moltissimi (due terzi dell’umanità) è offesa dal confronto con la smisurata ricchezza dei pochi, e in cui la povertà più che mai è temuta e sfuggita dall’istinto delle moltitudini, dalla carne e dal sangue dell’uomo.
IV. Ma richiamando – come altri del resto ha già fatto – il problema dell’evangelizzazione dei poveri, io non intendo soltanto aggiungere un altro tema all’elenco già così tanto abbondante dei temi che il Concilio dovrebbe affrontare. Mi sembra di dovere anzi dire proprio questo: che l’esigenza più profonda e più vera del nostro tempo, compresa la nostra somma speranza di promuovere l’unità di tutti i cristiani, non sarebbe soddisfatta ma elusa se il problema dell’evangelizzazione dei poveri nel nostro tempo, dovesse essere affrontato dal Concilio come un tema aggiuntivo dopo tutti gli altri.
Non si tratta di un qualunque tema, ma in un certo senso dell’unico tema di tutto il Vaticano II.
Se, come è stato detto più volte anche ieri in questa aula, il tema di questo Concilio è la Chiesa, si può e si deve precisare che la formulazione più conforme alla verità eterna del vangelo e insieme più adeguata alla situazione storica del nostro tempo è proprio questa: il tema del Concilio è la Chiesa, in quanto particolarmente Chiesa dei poveri, di tutti i milioni e milioni di singoli uomini poveri, e collettivamente dei popoli poveri dì tutta la terra.
V. Precisato in questi termini l’oggetto proprio e immediato di questo Concilio, mi sia consentito ora di fare alcune proposte concrete per il lavoro da svolgere, sin da ora, in vista della futura sessione.
1) Che nel lavoro da svolgere dal Concilio d’ora in poi trovi, non soltanto un posto, ma vorrei dire il primo posto, la formulazione della dottrina evangelica della divina povertà del Cristo nella Chiesa: il mistero dell’elezione divina che ha scelto la povertà come un segno e un modo – “sacramentum magnum, dico, in Cristo et in ecclesia” – come un segno e un modo preferenziale di presenza e di forza operativa e salvifica del Verbo incarnato tra gli uomini.
2) Che parallelamente nel nostro lavoro trovi posto e giusta priorità la formulazione della dottrina evangelica della eminente dignità dei poveri, come membra elette della Chiesa, perché sono le membra nelle quali a preferenza il Verbo di Dio incarnato nasconde il fulgore della sua gloria che si rivelerà solo alla fine del tempo.
3) Che chiarite solidamente queste dottrine essenziali, in tutto il resto dei nostri lavori – e particolarmente per la trattazione di tutti i temi dottrinali, secondo la nuova impostazione invocata dai più che deve essere data agli schemi delle costituzioni dogmatiche – si tenga sempre presente e ci si sforzi di mettere in chiaro la connessione ontologica strettissima che esiste fra la presenza di Cristo nei poveri e le altre due realtà più profonde di tutto il mistero di Cristo nella Chiesa: cioè la presenza di Cristo nell’eucaristia che fonda e costituisce la Chiesa, e la presenza di Cristo nella sacra gerarchia che ammaestra e ordina la Chiesa. In fondo vorrei dire che non si tratta che di tre aspetti dell’unico mistero e che non si può dire che cosa è la Chiesa, se non si considerano congiuntamente tutti i tre aspetti a un tempo e se non si imposta così globalmente ogni problema: per esempio quello della presenza della rivelazione nella Chiesa, o quello della trasmissione e interpretazione della rivelazione, o quello dell’unità della Chiesa, o quello dei membri della Chiesa, o quello della sua struttura gerarchica, del rapporto tra primato e collegio episcopale o quello tra gerarchia e laicato, ecc.;
4) Che parallelamente in tutta l’altra parte del nostro lavoro, cioè per ogni problema pratico di rinnovamento delle istituzioni ecclesiastiche e dei modi di evangelizzazione, si tenga sempre presente e ci si sforzi di mettere in chiaro da una parte la strettissima connessione storica tra il riconoscimento sincero e coerente dell’eminente dignità del povero nel regno di Dio e nella Chiesa e dall’altra la nostra individuazione realistica delle possibilità e degli ostacoli dell’evangelizzazione nel nostro tempo, come dei modi e delle forme nuove necessarie e feconde dell’annunzio agli uomini della nostra età. Non è necessario che giustifichi di più questo asserto.
6. Può solo bastare che proponga conchiudendo – e a modo di riscontro pratico di tutte le affermazioni sinora fatte – un semplice elenco dei temi più indispensabili e più decisivi che i nostri decreti di riforma dovranno affrontare con sobrietà e misura, ma senza nessuna timidità e compromessi:
a) la delimitazione dell’impiego dei mezzi materiali, specialmente di quelli meno poveri secondo l’espressione «non ho né oro né argento, ma quello che ho te lo dò», nell’organizzazione ecclesiastica e nelle attività apostoliche;
b) la definizione generale di un nuovo stile e di un decoro delle autorità ecclesiastiche che non contrasti la sensibilità degli uomini del nostro tempo e specialmente dei poveri e che non ci faccia sembrare ricchi, mentre nella grande maggioranza non lo siamo;
c) la fedeltà non solo individuale ma anche comunitaria alla santa povertà delle famiglie religiose;
d) la liquidazione degli avanzi storici di strutture patrimoniali che, mentre non sono ormai di vera utilità per la Chiesa e le sue opere, ingombrano come residui di un feudalesimo ormai del tutto tramontato, ecc..
Se noi faremo tutto questo avremo oltretutto fatto tesoro del frutto più prezioso delle nostre fatiche di questa prima sessione: cioè avremo compreso il senso positivo e valido che vi è stato nel dibattito fondamentale di questi due mesi.
Non è stata né inutile né senza motivo la discussione che ci ha tanto impegnato tra quanti più hanno insistito sulla necessità di proporre anzitutto una precisa enunciazione della verità dottrinale e quanti invece più hanno insistito sulla necessità di tenere conto di esigenze pastorali e di opportuni adattamenti ai tempi, ai luoghi, alla mentalità degli uomini e delle genti.
Non si tratta, invero, né di togliere nulla alla proclamazione della verità eterna e neppure di accontentarsi di adattamenti soltanto formali e verbali.
7. Se noi saremo docili al richiamo che la divina provvidenza oggi ci fa per ‘affermare e perseguire un primato dell’evangelizzazione dei poveri, non sarà difficile, con l’aiuto dello Spirito del Signore e la protezione di Maria madre di Dio, che noi troviamo, per tutti i problemi, dottrinali e pratici, un modo «autentico» di presentare l’evangelo di Dio eterno ed immutabile integralmente, senza alcuna reticenza o attenuazione e insieme di presentarlo nella forma che più facilmente renda una tutta la cristiana famiglia, come il Padre e il Cristo sono una cosa sola e più accessibile al cuore e alla speranza ‘di tutti gli uomini di questo tempo e soprattutto dei poveri nella Chiesa di Cristo, che essendo ricco per noi si è fatto povero per farci ricchi della sua grazia e della sua gloria.
di  Giacomo Lercaro

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