ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 28 aprile 2014

La “coabitazione solidale” nella "sua Chiesa"

Quell’abbraccio fraterno con Ratzinger apre l’era della “coabitazione solidale”

Padre Lombardi: segno molto bello della continuità nel ministero
CITTA’ DEL VATICANO
Ha abbracciato Francesco a simboleggiare condivisione e unità di intenti. Poi Joseph Ratzinger ha commosso piazza San Pietro appoggiandosi al bastone per ricevere il saluto di una lunga fila di fedeli e di delegazioni ufficiali. La sua presenza ha reso la canonizzazione di Roncalli e Wojtyla un evento senza precedenti. Sciolto da ogni formalismo, fuori da qualunque protocollo, Benedetto XVI ha riannodato i fili del sentimento popolare, sanando nell’immaginario collettivo la ferita delle dimissioni.  


Non si è sottratto ad alcun momento della giornata, ha scambiato parole e gesti d’affetto prima e dopo la cerimonia. Visibilmente felice nel vedere santificati il «maestro di riforme» Roncalli e l’amico Wojtyla. Due stagioni della sua vita: in servizio al Concilio e poi all’ex Sant’Uffizio.  

Ha concelebrato la messa accanto agli altri presuli e ha partecipato sul sagrato alla gioia dei devoti. Prima d’ora nella storia mai il mondo aveva assistito a una sola messa per due Pontefici, uno in carica e l’altro emerito. Ieri Ratzinger è tornato in piazza per la prima volta dall’ultima udienza generale da Papa, alla fine di febbraio di un anno fa. Finora, in questo anno da Pontefice emerito, aveva presenziato a un sola cerimonia pubblica nella basilica vaticana: il concistoro presieduto da Francesco due mesi fa per la creazione dei nuovi cardinali. Ma quella non era una messa e Benedetto XVI si limitò ad assistervi (salutato all’inizio e alla fine da Bergoglio) sedendosi per sua volontà all’ultimo posto dopo i porporati dell’ordine dei vescovi, nel quadro del rigido «ordine di precedenza» dei protocolli ecclesiastici. Stavolta tutto è avvenuto in modo più disinvolto e libero nella cornice di una festa della fede, fatta di cori, bandiere, vestiti tipici, rosari. Man mano che la piazza si riempie, si mescolano lingue, preghiere, storie. Ma anche stuoie per sedersi e ombrelli per ripararsi dalla pioggia. Ci si scambiano snack e bottigliette d’acqua. San Pietro diventa un tappeto umano.  

Quando inizia la cerimonia la piazza diviene silenziosa, composta, nello stile di Bergoglio. Tanto informale nei rapporti con la gente quanto serio al momento della celebrazione. Ma appena entra Benedetto XVI, inquadrato sui maxischermi, la piazza si commuove. Tutti in piedi a battere le mani e a scandire cori «Benedetto, Benedetto». Un boato accompagna all’altare Francesco che va subito a salutare con grande affetto proprio Ratzinger. «Quella tra Francesco e Benedetto XVI è una coabitazione solidale», spiega il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. Tra gli elementi della vita odierna del Papa emerito nel convento «Mater Ecclesiae» c’è «il rapporto con il suo successore». La coabitazione in Curia con Francesco ha «momenti di incontro personale, di dialogo: uno è andato a casa dell’altro e viceversa e poi ci sono le altre forme di contatto: il telefono e i messaggi che vengono mandati». Insomma «una situazione di rapporto del tutto normale». Le immagini dei due papi insiemi sono «un segno molto bello e incoraggiante, della continuità del ministero petrino nel servizio della Chiesa». Ratzinger «vive in un modo discreto, senza una dimensione pubblica; ma questo non vuol dire che viva isolato, chiuso come in una clausura stretta».  

Benedetto XVI, precisa padre Lombardi, «svolge una vita di preghiera, di riflessione, di lettura, di scrittura nel senso che risponde alla corrispondenza che riceve, di colloqui, di incontri con persone che gli sono vicine e con cui ritiene utile avere un dialogo e che gli chiedono consiglio o vicinanza spirituale». La vita di «una persona ricca spiritualmente, di grande esperienza, in un rapporto discreto con gli altri». Eppure le ombre non mancavano. A dar voce alle perplessità era stato lo scrittore cattolico Vittorio Messori, co-autore di Wojtyla e Ratzinger («la coabitazione in Vaticano tra i due pontefici è pericolosa») ricordando il motto di Casa Savoia: «Qui si governa uno alla volta». Infatti «l’impressione che si può ricavare dall’esterno è che l’emerito possa in qualche modo influenzare, suo malgrado, il successore». A sorprendere è stata «la decisione di Benedetto XVI di rimanere nel “recinto” di San Pietro». Se il Papa emerito vuole rimanere «nascosto al mondo» forse non dovrebbe abitare nel luogo più visibile del mondo, cioè il Vaticano». L’abbraccio in piazza ha fugato qualunque dubbio. Ratzinger è una risorsa per Francesco. 

Il Papa si affida ai nuovi santi
per le sfide della “sua” Chiesa

Francesco non relega Wojtyla e Giovanni XXIII nel passato e invia un messaggio alle gerarchie
CITTÀ DEL VATICANO
Quando alle 10.15, con voce sommessa, Francesco ha pronunciato in latino la formula della canonizzazione iscrivendo nel novero dei santi della Chiesa cattolica due suoi recenti predecessori, la folla in piazza San Pietro e in via della Conciliazione è scoppiata in un lungo applauso. Ma non si è assistito a un’auto-celebrazione del papato. Il mondo non si è trovato di fronte a un’istituzione che esalta se stessa. 


Il primo a tenersi lontano da qualsiasi fraintendimento in proposito è stato proprio lui, il Pontefice argentino, eletto a sorpresa un anno fa durante uno dei momenti più difficili per il Vaticano degli ultimi decenni. Il Papa che con la sua testimonianza sta cercando di indicare alla Chiesa il cammino per essere più fedele alle sue origini e più concentrata sull’essenziale. 

Così, celebrato il rito delle santificazioni di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, due vescovi di Roma amatissimi ben oltre i confini dei fedeli e dei credenti, Bergoglio ha scelto di pronunciare un’omelia sobria, più simile allo stile delle seguitissime prediche mattutine di Santa Marta che a quello delle grandi allocuzioni. Non ha cercato di scolpire il ritratto marmoreo di due giganti capaci di fermare le guerre nucleari o di abbattere la Cortina di ferro, non ha canonizzato il protagonismo di due pontificati straordinari dal punto di vista storico, comunque la si pensi sui neo santi Roncalli e Wojtyla. Ha colto nelle loro vite, segnate dalle tragedie del Novecento senza esserne sopraffatte, alcuni elementi di santità che non sono necessariamente legati a ruoli di guida nella Chiesa: avere due nuovi Papi santi non significa infatti che per la santità occorra essere eletti al Soglio di Pietro. 

«San Giovanni XXIII e San Giovanni Paolo II - ha detto - hanno avuto il coraggio di guardare le ferite di Gesù, di toccare le sue mani piagate e il suo costato trafitto. Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello, perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù». Sono stati due uomini coraggiosi, che «hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia». E questa ultima osservazione può essere sintesi efficace anche del programma del Papa venuto dalla fine del mondo. Francesco non ha rinchiuso il «Papa buono» e l’«atleta di Dio» nei cliché, e nemmeno li ha relegati nel passato. Ne ha invocato potentemente l’aiuto, come patroni delle scelte del suo pontificato. Non deve sfuggire la chiave attualizzante e di prospettiva per il futuro, che ha voluto dare al vero «miracolo» di Roncalli, il Concilio Vaticano II, alla cui applicazione ha contribuito Papa Wojtyla.  

«Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II - ha sottolineato - hanno collaborato con lo Spirito Santo per ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli». La fisionomia di una comunità in cui, nella gioia e nella speranza, «si vive l’essenziale del Vangelo, vale a dire l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità». 

Messaggio, questo, che Francesco sta cercando quotidianamente di trasmettere, con il suo modo di stare tra la gente, con il suo abbracciare i più poveri e sofferenti, con il suo stile di vita noncurante di certe ecclesiastiche etichette. Un esempio, quello del Papa argentino, compreso benissimo dai semplici fedeli e persino dai lontani, ma che incontra resistenze interne in quanti sono nostalgici dei progetti di egemonia culturale, delle strategie di occupazione di spazi, della riaffermazione identitaria, della fede relegata in rassicuranti schemi «Law & Order». E in quanti magari sperano - presto o tardi - di poter chiudere una parentesi come se nulla fosse accaduto in questi mesi, illudendosi che il popolo cristiano torni a guardare da un’altra parte e non noti più i lussi, il carrierismo, le metrature spropositate di appartamenti, in un’epoca in cui anche lo stile è sostanza. 

Uno squarcio sul futuro, Francesco l’ha aperto infine anche citando il lavoro del prossimo Sinodo dedicato alla famiglia, in vista del quale è incominciato un dibattito e un confronto. «Che entrambi questi nuovi santi pastori del popolo di Dio intercedano per la Chiesa - ha concluso - affinché, durante questi due anni di cammino sinodale, sia docile allo Spirito Santo nel servizio pastorale alla famiglia. Che entrambi ci insegnino a non scandalizzarci delle piaghe di Cristo, ad addentrarci nel mistero della misericordia divina che sempre spera, sempre perdona, perché sempre ama». 

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