ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 21 giugno 2014

Togliere a Dio quello che è di Dio?

La “conferenza di pace” nei giardini vaticani  

…il significato politico dell’incontro è stato del tutto oscurato dalla ormai logora enfatizzazione della superiorità delle c.d. religioni monoteiste che, figurando come arbitre qualificate dei destini umani e alla cui autorità questi sono stati rimessi, finiscono tutte in una sorta di parificazione di valore buona per affossare definitivamente la verità del cattolicesimo e la sua unicità. Ne è sortita l’immagine di una specie di pool religioso sovranazionale, una forma onusiana delle religioni tutte ugualmente accreditate come vere sullo scenario morale globalizzato, sullo sfondo “teologico” della fungibilità religiosa

di Patrizia Fermani

zzincntrpcL’iniziativa di Bergoglio di indire una conferenza di pace nei giardini vaticani meriterà di essere ricordata, oltreché per la sua scontata inutilità, per quella formidabile miscela di idee confuse, ambizioni mediatiche e aspirazioni ecumeniche con cui è stato dato un contributo decisivo al disorientamento generale.
E alla fine sul piatto dei vantaggi potrebbe rimanere soltanto un magro tornaconto pubblicitario equamente guadagnato da tutti i partecipanti.
L’idea, dunque, era quella di affidare alla preghiera di tutti gli interlocutori intervenuti la composizione dell’annoso conflitto arabo-israeliano, e di invocare l’intervento divino per risolvere una impasse che sembra diventata insuperabile.

Ma è risultato subito evidente il paradosso di chiamare in causa proprio quel fattore religioso che nel caso di specie appare del tutto incapace di agire come elemento di pacificazione.
E’ innegabile che affidare la pace alla preghiera possa essere di per sé una buona iniziativa. La invocazione del soccorso divino ha da sempre rappresentato la difficoltà dell’uomo di misurarsi con le sofferenze e con i mali che lo affliggono e di fronte ai quali egli si scopre impotente. Libera nos a malo, è la preghiera di sempre.
E una preghiera per la pace può essere espressa essenzialmente solo nel dire : “mio Dio, fa che nessuno ci porti la guerra e che nessuno di noi ceda alla tragica tentazione della guerra”.
Invece una tale invocazione perderebbe di significato nel caso in cui la guerra non venisse come evento inaspettato e non voluto, o non fosse imposto per ragioni di difesa. Cioè quando lo stato di guerra dipendesse dalla volontà degli oranti. In questo caso pregare per la pace diventerebbe quanto meno curioso, sicuramente ipocrita e dunque vano.
Ma ancora più vano risulterebbe nel caso in cui la stessa guerra rispondesse ad un vero e proprio dovere religioso, ad un preciso comandamento.
Ed è noto, a questo proposito, come l’Islam in particolare, quale irriducibile antagonista di ogni altro credo religioso, concepisca gli infedeli solo come coloro contro i quali è comunque sempre doveroso indire la guerra santa.
Dunque è evidente che il dio islamico al quale doveva essere rivolta la preghiera della pace impone il contrario di quello per cui viene invocato. Anzi, poiché, sia pure con motivazioni diverse,  entrambe le parti in causa potrebbero attribuire alla guerra  il significato di guerra santa, ne discende che, per ciascuna di esse, invocare la pace può significare tutt’al più pregare per la desistenza dell’avversario.
Per questo la stessa iniziativa del padrone di casa è apparsa del tutto priva di significato poiché fondata sulla strana idea che la pace possa scaturire, oltreché dalle buone intenzioni, dal credo religioso di tutti gli interlocutori, uno dei quali almeno ha sicuramente nella propria agenda la distruzione degli altri due.
Una utopia dunque, se non proprio una follia, alla quale, si può dire che manchi anche il metodo.
Se dunque, in queste circostanze, non ha avuto senso compiuto porre la questione sul piano religioso, l’unico valore da attribuire alla operazione può essere politico, oltreché, come di diceva all’inizio, pubblicitario.
E’ vero che il rapporto tra politica e religione è stato riportato da Roberto Bellarmino al comandamento evangelico della separazione tra le cose di Dio e quelle dello Stato, salvo il caso in cui entri in pericolo la libertà della Chiesa o la integrità della fede. Ma è anche vero che di fronte alle questioni di politica internazionale la Chiesa ha rivendicato più di recente un ruolo di soggetto politico capace di intervenire in virtù della propria autorità morale, per richiamare ai principi di ragione ai quali debbono ispirarsi quanti reggono di fatto le sorti di una intera umanità. Soprattutto Benedetto XVI, come notava  Baget Bozzo, già a Colonia ha parlato tanto agli ebrei quanto ai musulmani come uomini politici e da leader politico all’interno della cristianità occidentale. Egli, di lì a poco, esorterà l’islam a rinunciare al terrorismo in base all’unico vero elemento che può orientare gli uomini verso un comune obiettivo salvifico, cioè quella retta ragione che è in armonia con la verità di Dio. Questo sarà poi lo sfondo di tanti altri poderosi interventi successivi nello spazio politico internazionale. E questo avrebbe dovuto essere l’unico senso plausibile da dare alla mediazione vaticana.
Ma purtroppo tutt’altra è stata la ricaduta dell’evento, che si è rivelato devastante proprio sul piano religioso e ai danni, ancora una volta, del cattolicesimo, la cui difesa sembra definitivamente uscita dall’agenda vaticana.
Infatti anche il significato politico dell’incontro è stato del tutto oscurato dalla ormai logora enfatizzazione della superiorità delle c.d. religioni monoteiste che, figurando come arbitre qualificate dei destini umani e alla cui autorità questi sono stati rimessi, finiscono tutte in una sorta di parificazione di valore buona per affossare definitivamente la verità del cattolicesimo e la sua unicità. Ne è sortita l’immagine di una specie di pool religioso sovranazionale, una forma onusiana delle religioni tutte ugualmente accreditate come vere sullo scenario morale globalizzato, sullo sfondo “teologico” della fungibilità religiosa. E, questo, proprio da chi dovrebbe considerarsi il depositario e il custode della verità di Cristo.
Più che la pace universale è stata dunque varata la religione sovranazionale del dio comunitario, sul quale si possono avviare trattative, fare concessioni, stipulare accordi e cessioni di sovranità. Un nuovo dio interscambiabile che può aggiungere ai propri nomi tutti quelli dell’altro, come è in uso nei matrimoni tra esponenti di due casate nobiliari. Cosa che ha suscitato il rapito entusiasmo di un editorialista della Bussola, felice per il fatto che finalmente anche il Dio di Gesù Cristo possa usufruire senza badare a spese anche dei tanti nomi di Allah.
Eppure tanti altri meno evoluti degli editorialisti della Bussola si sentono espropriati della propria religione là dove essa doveva essere custodita e si sentono profondamente smarriti.
Perché, se a Lampedusa è stato tolto a Cesare quello che era di Cesare, a Roma sembra proprio che si stia togliendo a Dio quello che è di Dio.

-  di Patrizia Fermani



Redazione
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