ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 12 agosto 2014

Tragedia cieca e sorda^


LA COMMEDIA NELLA TRAGEDIA
Ovvero: dell’ipocrisìa
 di L. P.

Drammatico titolo dell’Avvenire, il quotidiano della CEI: “Il Papa: si fermi il massacro in Iraq… non si porta l’odio in nome di Dio, non si fa la guerra in nome di Dio”. (Angelus di Domenica 10 agosto 2014).

Sgomento è papa Bergoglio e sgomenti siamo noi, cattolici, per ben tre motivi:
1 – per lo ‘sgomento’ del papa;
2 – per la chiamata in causa di Dio;
3 – per le colpe della comunità occidentale.

Vorremmo chiedere a papa Bergoglio se il suo sia un dolore lancinante per le sorti dei cristiani iraqeni, il dolore del pastore per lo sterminio del suo gregge, o non un mero dispiacere per la delusione che sta patendo per l’essersi, in modo ingenuo, per non dire stolido, speso per il riconoscimento di un intrinseco valore salvifico dell’Islam, ed essersi però svegliato dal sonno dell’illusione prendendo atto che non son questi  “gli abbondanti frutti” del Ramadan per il quale lo scorso anno 2013, egli inviò alla comunità islamica mondiale – vi ricordate cari lettori lo “sbarco” papale a Lampedusa ? – il suo personale augurio, lo stesso che, in perfetta sequenza ed assonanza ecumenistica, l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola – a cui abbiamo inviato una “nota di protesta” - ha reiterato giorni or sono con larga – e ci voleva, diamine! - commozione fraterna.
Certo, Santità: questi sono i frutti di un lavoro quando vi è assente il Signore e, in sua assenza, si presume di riuscire a costruire la pace e il paradiso terrestre. Ma, ahimé: “Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanun laboraverunt qui aedificant eam” (Ps. 126, 1).

E son questi i frutti  dell’apostasìa consumatasi ad Assisi (1986 – 2011) nei due adùlteri assembramenti confessionali svoltisi nella poltiglia tossica di un sincretismo funebre, obituario, e son questi ancora i frutti del funesto e sacrilego incontro – 8 giugno 2014 – in cui, in Vaticano, Lei, nella terra consacrata dal sangue del martirio di San Pietro, ha voluto riunire i capi delle due nazioni in conflitto: il talmudista Israele e l’islamica Palestina, e con loro elevare una preghiera comune a Dio (!) per l’ottenimento della pace, subito dopo il quale incontro – guarda un po’ lo sconvolgimento dei piani umani! -  vennero rapiti, e uccisi, dei giovani israeliani e, da questo evento, lo scatenamento dell’attuale guerra.

Prima di chiederle, Santità, a quale “dio” Lei si riferisca, ci preme farle presente che le stragi che l’Islam in quanto tale compie oggi in Iraq, in Pakistan, in Nigeria, Somalia sono le stesse, targate con lo stesso marchio che, negli anni successivi alla morte di Maometto – 632 d. C. –  seminò nelle guerre di conquista: Palestina, Nord Africa, Spagna, Balcani, Sicilia, Puglia. Sono le stesse stragi compiute in nome del dio Allah – un falso dio – in cui vennero trucidati centinaia di migliaia di cristiani – pensi all’eccidio di Otranto (1480), agli 813 martiri che Lei, lo scorso anno ha canonizzato! – stragi contro la cui virulenza e frequenza – o convertirsi all’islam o morire! come oggi ordinano i taliban iraqeni – santi come Bernardo prima e Pio V e Marco d’Aviano poi, chiamarono a raccolta i  monarchi cattolici europei per costituire quelle che, con opportuno e santo nome, furono chiamate “Crociate”, a difesa dei pellegrini in Terra Santa e dei confini dell’Europa cristiana. E fu Poitiers (732), fu Gerusalemme (1099), fu Lepanto (1571), fu Vienna (1683).

Stranamente, per queste imprese di legittima difesa, la Chiesa, anzi, un supposto santo pontefice, Giovanni Paolo II, credulo nella leggenda nerasulle violenze crociate che l’Illuminismo – Michelet, Hugo - inventò e diffuse, ha sentito il bisogno di “chiedere perdono” indicando e condannando, perciò, la santa Madre Chiesa, come rea di nefande azioni in nome di Dio.
E naturalmente l’Islam è passato all’incasso di questo pagamento ed oggi, come allora, continua incoraggiato nella sua politica di sterminio. E mentre il fenomeno dilaga, Lei, Santità, non si capacita per come in nome di Dio si porti odio e si faccia la guerra. Ma quale dio?
E nell’affermare tale menzogna Ella annuncia, intanto, che andrà in Corea del Sud per l’incontro mondiale con i giovani, ulteriore passerella mediatica con cui si spaccerà quell’intero “barnum” della tre giorni come un intenso momento di fede. Come se non fossero ancora vive, nella loro ambiguità e sconcezza le immagini di cardinali e vescovi,  tinti di venerabile canizie, smuoversi e ballare come dervisci impazziti. Se per tale evento Lei intende replicare lo spettacolo di Rio, porti allora seco la suor Cristina, quella che ha impazzato sugli schermi tv, tra delirî e strilli canori, stravolgimenti ginnici e dichiarazioni irenistiche e sciocchezze parateologiche.

Siamo, cioè, alle solite aberrazioni teologiche che, dal conciliabolo Vaticano II ad oggi, continuano a spuntare e a crescere come erba infestante, come zizzania nel campo del vero Signore. Sono quelle aberrazioni in nome delle quali Lei, Santità, ha predicato il diritto assoluto della clandestinità nel nome della “accoglienza”, incurante dei gravissimi pericoli in termini di convivenza, giustizia, etica, cultura incombenti sulla stessa comunità cattolica, e che, sulla scia del suo gesto, il pavido e smidollato governo italiano, ventre molle dell’Europa, ha pensato bene di  cancellare il reato di clandestinità col risultato, il “frutto” diciamo, di aver permesso, da gennaio 2014 ad oggi, l’approdo a circa 100 mila clandestini la cui maggioranza vivrà di espedienti andando ad ingrossare le file della malavita organizzata.
Un flusso che, diciamola questa verità!, non si configura come sciami di profughi disperati - come li definiscono i varî telegiornali – ma, piuttosto, come vera invasione confessionale disposta nel lontano desiderio della rivincita di Poitiers, di Gerusalemme, di Lepanto e di Vienna, e nel disegno che, in Europa, prevede massicce e pacifiche ondate migratorie, e nelle terre medio/orientali, il terrorismo e l’uccisione.

Non si faccia scudo, Santità, degli eretici, deprecabili e paramassonici documenti conciliari Nostra Aetate (12) e Lumen Gentium (16), nella cui paccottiglia sincretistica e liberale si accomunano e vengono dichiarate tutte le divinità come paritetiche, col conferire a tutte le confessioni eguale valenza soteriologica, ma si confronti con il primo Comandamento “Io sono il Signore Dio tuo… Non avrai altro Dio fuori che  me” (Es. 20, 2/3), a cui fa eco “Tutti i popoli della terra sappiano che il Signore è Dio e che non ce n’è altri” (I Re  8, 60), a cui ancora si aggiunge “Sappi oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra. E non ve n’è un altro” (Dt. 4, 34). E se non bastasse l’incisività dei predetti passi, le basti sapere,  Santità, che “Tutti gli dèi dei pagani sono demonî” (Ps. 95, 5).

Da ciò si deduce, con somma evidenza, che l’Islam non muove le sue guerre, non porta l’odio in nome di Dio – maiuscolo, come Avvenire riporta! – quasi si trattasse dell’Unico Signore Uno e Trino, ma lo fa in nome di un idolo e solo di questo. Non dia, perciò, dignità e sostanza divina a un’entità di segno infero. Ed è pertanto ovvio che solo in nome di un idolo e di un falso profeta è possibile muovere guerre, agitare violenze, commettere eccidî.
Lei, Santità, non può quindi continuare a spargere il seme dell’eresìa accostando alle nefandezze cruente l’ipotesi che queste vengano, purtroppo, commesse in “nome di Dio”.

E poi, ci permetta: ma se questo Dio, che già Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI ed ora Lei, avete indicato come unico Dio, almeno quello dei tre cosiddetti monoteismi – cristianesimo, ebraismo, islamismo – questo Dio di tutti, e perciò anche dei talebani che in suo nome spargono terrore e sangue, infierisce contro i cristiani, vuol dire che è un Dio in piena contraddizione con se stesso perché, padre di tutti, non può per l’infinita sua bontà, coccolare quelli che lo adorano come Allah e trucidare coloro che lo adorano come Dio/Trinità.
Non le sembra paradossale questa configurazione teologica?
C’è qualcosa che non va e questo qualcosa consiste nella illecita assimilazione del concetto di “Dio” unico e vero, patrimonio esclusivo della Religione rivelata Cristiana Cattolica, in una genericità che puzza di paganesimo e di politeismo.

Il Dio che Lei testimonia, Gesù Cristo, di cui Lei dovrebbe essere il Vicario – ma Lei si ostina a chiamarsi vescovo di Roma, chissà perché – il  Dio, Trino e Uno, Padre/Figlio/Spirito Santo, manifestatosi in fattezze umane nella Persona del Figlio, il Dio “Cattolico”  che non ha niente a che vedere e spartire né con l’oscura ed inaccessibile entità islamica né con altri idoli, è anche un Dio geloso perché, come scrive il divino Poeta «La spada di quassù non taglia in fretta né tardo, ma’ ch’al parer di Colui /che disïando o temendo l’aspetta» (Par. XXII, 16).
Stia attento santità, “ne ultra”, così come deve stare attenta, e preoccuparsi, la cosiddetta civiltà occidentale che, cancellati i segni e le ascendenze delle radici cristiane, impregnata di cultura trasgressiva e libertina nel progetto di dominio mondialistico massonico, la stessa che sta fornendo la corda a una controparte finanziaria, quella dei ‘petrodollari’ che, non ammettendo terzi incomodi, la impiccherà. L’Islam, come bene scrisse l’antropologa Ida Magli, è pronta a fondare l’“Eurabia”.


http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV896_L-P_Commedia_nella_tragedia.html

L'ACCUSA

Iraq, Antonio Socci: i cristiani muoiono e Papa Francesco sta in silenzio

Il dramma in corso dei cristiani perseguitati vede i laici (perfino governi anticlericali come quello francese) quasi più sensibili del mondo cattolico ed ecclesiastico. Dove si trattano con poca sensibilità e qualche fastidio le vittime, mentre si usa una reticente cautela - cioè i guanti bianchi - verso i carnefici. Duecentomila cristiani (ma anche altre minoranze) sono in fuga, cacciati dai miliziani islamisti che crocifiggono, decapitano e lapidano i nemici. In queste ore mi giungono pure notizie ufficiose di efferatezze indicibili su donne e bambini (speriamo non siano vere).
Considerando questo martirio dei cristiani che sono marchiati come “nazareni” senza diritti, braccati, uccisi, con le chiese bruciate e la distruzione di tutto ciò che è cristiano, la voce del Vaticano e del Papa - di solito molto interventista e vigoroso - è stata appena un flebile vagito. Neanche paragonabile rispetto al suo tuonare cinque o sei volte «vergogna! Vergogna! Vergogna!» per gli immigrati di Lampedusa, quando peraltro gli italiani non avevano proprio nulla di cui vergognarsi perché erano corsi a salvare quei poveretti la cui barca si era incendiata e rovesciata mentre erano in mare.
Ha ragione Giuliano Ferrara. Che di fronte all'orrore che si sta consumando nella pianura di Ninive, il Vaticano abbia partorito, giovedì (in grave ritardo oltretutto), una semplice “nota” di padre Federico Lombardi dove, a nome del Papa, si chiede alla «comunità internazionale» di porre fine al «dramma umanitario in atto» in Iraq, è quel minimo sindacale che ha l'unico obiettivo di salvare la faccia. Anche perché è ben più di un «dramma umanitario» e nulla si dice su cosa bisognerebbe fare. Inoltre - osserva Ferrara - «nulla, nella dichiarazione freddina, viene detto su chi siano i responsabili di questi “angosciosi eventi”. Non un accenno alle cause che hanno costretto le “comunità tribolate” a fuggire dai propri villaggi».
Ormai la forza con cui Giovanni Paolo II difendeva i cristiani perseguitati è cosa passata e dimenticata. E anche la limpidezza del grande discorso di Ratisbona di Benedetto XVI - che era una mano tesa all’Islam perché riflettesse criticamente su se stesso - è cosa rimossa. Quella dell'attuale pontificato è una reticenza sconcertante di fronte a dei criminali sanguinari con i quali - dicono i vescovi del posto - non c'è nessuna possibilità di dialogo perché nei confronti dei cristiani loro stessi han detto «non c'è che la spada».
Una reticenza che è ormai diventata consueta nell'atteggiamento di papa Bergoglio, che non pronuncia una sola parola in difesa di madri cristiane condannate a morte per la loro fede in Pakistan o in Sudan (penso ad Asia Bibi o a Meriam), che si rifiuta perfino di invitare pubblicamente a pregare per loro, che quando c'è costretto parla sempre genericamente dei cristiani perseguitati e arriva ad affermare, come nell'intervista a La Vanguardia del 13 giugno: «I cristiani perseguitati sono una preoccupazione che mi tocca da vicino come pastore. So molte cose sulla persecuzione che non mi sembra prudente raccontare qui per non offendere nessuno».
Per non offendere chi? I criminali sanguinari che crocifiggono i «nemici dell'Islam»? Non è sconcertante? Ci sono migliaia di innocenti inermi in pericolo di vita, braccati e laceri, in fuga dagli assassini e Bergoglio si preoccupa di «non offendere» i carnefici? Perché tutti questi riguardi quando si tratta del fanatismo islamista? Perché nemmeno si osa nominarlo? E perché si chiede alla comunità internazionale di mettere fine al "dramma umanitario" senza dire come?
Oltretutto il papa poteva seguire l'esempio di Giovanni Paolo II. Ci aveva già pensato questo grande pontefice infatti a elaborare la nozione di «ingerenza umanitaria», venti anni fa: quando si deve impedire un crimine contro l'umanità e non vi sono più altri mezzi diplomatici è doveroso, da parte della comunità internazionale, un intervento militare mirato e proporzionato che scongiuri il perpetrarsi di orrori incombenti. Bastava a Bergoglio ripetere questo principio che è stato già recepito a livello internazionale. D'altra parte che di questo ci sia bisogno lo dicono i vescovi di quelle terre: «Temo che non ci siano alternative in questo momento a un'azione militare, la situazione è ormai fuori controllo, e da parte della comunità internazionale c'è la responsabilità di non aver fatto nulla per prevenire o fermare tutto questo». Lo ha dichiarato Bashar Matti Warda, l'arcivescovo di Erbil che si trova in prima linea, immerso nel dramma.
È troppo comodo - da parte di certi cattolici - lanciare generiche denunce contro l'Occidente, contro il «silenzio colpevole» (di chi?), quando da anni fra i notabili cattolici si evita accuratamente di denunciare i fanatici islamisti con nome e cognome, quando si ha cura solo di sottolineare che il loro non è il vero Islam (che com'è noto è rose e fiori), quando non si richiama mai energicamente il mondo islamico al dovere di rispettare le minoranze cristiane e si evita di chiedere un intervento concreto della comunità internazionale per mettere fine al massacro.
Del resto Bergoglio non solo non ha chiesto ingerenze umanitarie, ma nemmeno ha lanciato operazioni di soccorso umanitario o iniziative di solidarietà a livello internazionale che coinvolgessero il vasto mondo cattolico. Tardiva è stata anche l'attivazione della diplomazia. Domenica scorsa, all'Angelus, non ha detto una sola parola sulla tragedia in corso e ha perfino taciuto sull’iniziativa della Chiesa italiana che ha indetto una giornata di preghiera per il 15 agosto a favore dei cristiani perseguitati. Anche pregare per i cristiani perseguitati è «offensivo» verso i musulmani?
Quantomeno quella dei vescovi italiani sarà una vera e seria preghiera cristiana. E non capiterà di rivedere l'imam che, invitato in Vaticano per l'iniziativa di pace dell'8 giugno scorso con Abu Mazen e Peres, ha scandito un versetto del Corano dove si invoca Allah dicendo «dacci la vittoria sui miscredenti». Quasi un inno alla “guerra santa” islamica nei giardini vaticani. Un incidente inaudito. Alla preghiera indetta dalla Cei non accadrà. Ora ci si aspetta almeno che il Papa, prima o poi, si associ all'iniziativa dei vescovi, magari replicando la preghiera in piazza San Pietro per la pace in Siria che, come ricordiamo, combinata con la diplomazia, qualche buon effetto lo ebbe.
Auspicabile sarebbe anche un'attivazione di tutta la cristianità per iniziative di aiuto e di solidarietà ai perseguitati. Ma pare proprio che non sia questa l'aria. Sembra di essere tornati indietro allo smarrimento dei cupi anni Settanta, alla subalternità ideologica dei cristiani, a quel buio che fu dissolto solo dall'irrompere del grande pontificato di Giovanni Paolo II.

di Antonio Socci
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Anime belle, ma come fate a credere che sia l'Islam a massacrare i cristiani e non l'americanismo coi suoi killer?

Gli USA difendono il Kurdistan mentre i loro alleati foraggiano l’ISIS

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Non appena sono comparse le dichiarazioni del Ministro Mogherini sull’intervento italiano in Medio Oriente[1], teso non a salvare i cristiani dai macellai dell’ISIS ma a “consolidare il Kurdistan”, mi sono chiesto cosa ci guadagnasse (non l’Italia ma) l’America dal consolidamento del Kurdistan. Il legame degli Usa con i Kurdi è di vecchia data, risale alla prima guerra del golfo e permane nonostante la manifesta ostilità della Turchia – pur tappezzata di basi NATO – a tale simpatia.

Dunque, perché difendere il Kurdistan? Obama è il quarto Presidente Usa a bombardare l’Iraq per difendere i Kurdi e sinora la spiegazione di quest’ultimo intervento – affatto singolare se si pensa che il carnaio non sta avvenendo in quell’area, ma a Mosul ed al confine con la Siria – era stata la difesa di imprecisate basi segrete americane in territorio kurdo ove, per paradosso, sarebbero stati armati ed addestrati, tra i ribelli siriani, pure i guerriglieri che avrebbero ingrossato le file dell’ISIS. Potrebbe anche essere, del resto l’esistenza di simili campi di addestramento Usa è documentata per quel che concerne la Giordania[2] e la Turchia[3] ma un recentissimo pezzo del New Yorker[4], a firma di Steve Coll, indica una ragione ben più tangibile: il petrolio.
Spiega Coll: “Erbil is the capital of the oil-endowed Kurdish Regional Government, in northern Iraq. There the United States built political alliances and equipped Kurdish peshmerga militias long before the Bush Administration’s invasion of Iraq, in 2003. Since 2003, it has been the most stable place in an unstable country. But last week, well-armed guerrillas loyal to the Islamic State in Iraq and al-Sham, or ISIS, threatened Erbil’s outskirts, forcing Obama’s momentous choice”. Il Kurdistan è dunque un alleato di prim’ordine degli Stati uniti nell’area, e la sua economia è letteralmente esplosa negli ultimi anni, attirando investitori e capitali, sebbene il Kurdistan stesso non sia effettivamente uno Stato, trattandosi piuttosto di un’autonomia locale, una sorta di provincia autonoma. Autonoma e molto ricca: G. W. Bush vi aveva puntato proprio come traino per l’intero Paese, sottovalutando le differenze etniche e culturali tra Kurdi e Sciiti che hanno di fatto costituito una forte barriera a che il benessere si diffondesse da Erbil all’intero Iraq. Bagdad ha infatti sempre considerato la regione una sorta di corpo estraneo. Corpo estraneo che però è, nella puntuale descrizione del New Yorker, “An undeclared Kurdish oil state whose sources of geopolitical appeal—as a long-term, non-Russian supplier of oil and gas to Europe, for example—are best not spoken of in polite or naïve company”.

Ad Erbil ed in Kurdistan, prosegue Coll citando i consiglieri di Obama, ci sono “migliaia di americani” e sono lì perché la Exxon e la Chevron operano sul luogo, con tutto l’indotto di supporto. Obama, perciò, non può e non vuole lasciare l’area, che è cruciale anche in vista di un consolidamento dell’Iraq tramite un governo di responsabilità nazionale, funzionale alla logica statunitense–israeliana di accerchiamento dell’Iran e che però, nonostante gli ammonimenti anche dell’ONU e dell’Ayatollah Al Sistani, pare sempre più irrealizzabile; esso resta tuttavia la sola possibilità per fronteggiare l’ISIS, che si rivela sempre più una creatura incontrollabile.

Creatura” però l’ISIS è di sicuro, perché migliaia di guerriglieri armati fino ai denti e ben addestrati non saltano fuori dal nulla: la sola esaltazione religiosa unita alla conoscenza del territorio non fanno un miliziano. Un miliziano deve essere formato, deve avere armi e deve sapere come usarle ed in questo l’ISIS non è assolutamente una banda di scalmanati che si fonda solo sul numero e sulla ferocia, ma un esercito competente ed equipaggiato con materiale americano, sebbene diviso in fazioni come sempre accade nel mondo arabo. Gli ufficiali dell’esercito iracheno sono concordi nell’affermare che i jihadisti sono addestrati perfettamente al combattimento cittadino, “appaiono come fantasmi, colpiscono e svaniscono. In pochi secondi”[5]: un simile livello di preparazione non si improvvisa.
Chi ha dunque creato, finanziato ed armato l’ISIS? Secondo alcune fonti[6] è un’operazione pianificata da Israele e degli stessi Usa per la creazione di uno Stato sunnita radicale che riduca l’influenza dell’Iran e lo isoli dalla Russia, una sorta di riedizione dell’Arabia Saudita. Un’altra ricostruzione vede i capi dell’ISIS come fuoriusciti dai campi di addestramento per ribelli siriani tenuti da USA ed Israele, ma quest’ultima versione non risponde al quesito su chi approvvigioni i miliziani.

Certo è il coinvolgimento, volontario e consapevole o no, degli Stati Uniti e di Israele, certo è anche il fatto che l’ISIS è libero di agire purché si tenga a debita distanza da interessi americani ed israeliani: con i bombardamenti di questi giorni gli USA paiono dire ai macellai islamici “Questa roba qui non si tocca”. Il bombardamento è quindi una misura di contenimento, scattata allorché l’ISIS ha preso Jalawia, proprio alle frontiere del Kurdistan e che risente pesantemente delle forti critiche mosse da Hillary Clinton a Barack Obama per il dilagare incontrollato dei miliziani[7]. Le critiche della Clinton riconoscono a chiare lettere che l’ISIS è nato se non per volere quantomeno per grave colpa degli USA e di Obama, imputando a questi un’indiscriminata chiamata a raccolta degli oppositori di Assad col risultato di addestrare e foraggiare anche i jihadisti.
Ma alla nascita dell’ISIS non hanno contribuito solo gli Stati Uniti. Come avverte Josh Rogin del Daily Beast[8], Kuwait, Arabia Saudita e Qatar – tutti alleati degli USA – hanno provveduto e provvedono “da anni” al finanziamento dell’ISIS, che ha nelle sue file anche diversi ufficiali e soldati dell’ex esercito iracheno, sciolto nel 2003 da Gorge Bush Jr. con una decisione i cui disastrosi esiti sono tuttora evidenti. “Tutti sanno che il denaro passa attraverso il Kuwait e viene dal Golfo Persico” dice Andrew Tabler, Senior fellow al Washington Institute for Near East Policy. “Il sistema bancario del Kuwait ed i suoi intermediari sono da lungo tempo un grosso problema perché sono un enorme canale per il denaro si gruppi estremisti in Siria ed ora in Iraq”: questa circostanza, denunciata da mesi dal Presidente Al Maliki[9], viene del tutto ignorata dagli Stati Uniti che pure sono in stretti rapporti con Arabia Saudita, Qatar e Kuwait. Nella denuncia di Al Maliki, l’ISIS non è una scheggia impazzita dei ribelli siriani, ma ne è parte a tutti gli effetti ed è operativa da tempo, avendo generato la guerra in Siria e, prima ancora, le sommosse in Iraq, con la finalità di destabilizzare l’area ed impedire l’avvicinamento dell’Iraq all’Iran.
Riferisce Rogin che l’Arabia, il Qatar ed il Kuwait finanziano non solo l’ISIS, ma anche il ramo siriano di Al Qaeda – Al Nusrah, recentemente alleatasi con i jihadisti[10] – ed altri gruppi ribelli: il legame tra questi Paesi ed i loro “protetti” è l’essere tutti musulmani sunniti. Si tratta di un solido fattore di coesione, che ha portato soprattutto il Kuwait ad essere un forte sostenitore dei miliziani, anche se responsabili delle peggiori atrocità, come documenta un puntuale ed interessantissimo report del Brookings Project on U.S. Relations with the Islamic World dall’eloquente titolo “Playing with Fire: Why Private Gulf Financing for Syria’s Extremist Rebels Risks Igniting Sectarian Conflict at Home”[11].
Nel documento si legge che gli Stati Uniti sono ben al corrente di questo traffico di denaro, ma che dinanzi alle perplessità del Tesoro americano i governi ed i diplomatici occidentali hanno preferito far spallucce ed ignorare la cosa, mentre i diplomatici dei Paesi accusati hanno chiaramente asserito che il loro ruolo di supporto ai ribelli ed all’ISIS è dovuto al fallimento del tentativo di Obama di abbattere il regime di Assad con il pretesto delle armi chimiche. Peraltro, fatta salva l’appartenenza sunnita, l’unico criterio che questi “sponsor del terrore” hanno per discernere quali gruppi finanziare è l’efficacia, ossia, in altri termini, il potenziale offensivo, quindi la ferocia: ciò mette all’angolo le forze moderate tra i ribelli siriani, che non di rado subiscono veri e propri attacchi da parte dell’ISIS e delle altre fazioni jihadiste e che possono contare sempre meno sul sostegno dei Paesi del golfo.
L’ISIS, inoltre, si regge sui proventi delle sue feroci razzie: solo dal saccheggio della principale banca di Mosul ha ricavato ben 430 milioni di dollari[12], mentre grandi proventi derivano anche dallo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas naturale che è riuscito a conquistare nel nord della Siria nonché dall’occupazione delle raffinerie come quella di Baiji, una delle principali del paese[13].
Questa gente dunque è responsabile del bagno di sangue degli ultimi giorni, colpendo con inaudita bestiale violenza. Armi americane, addestramento americano ed israeliano, soldi arabi: poca meraviglia, quindi, se per i cristiani, nei loro piani, c’è solo il massacro, nella servile indifferenza dei governi occidentali.
Massimo Micaletti 



Secondo il Financial Times, gli attacchi aerei degli USA in Iraq “non sono riusciti a fermare l’avanzata dell'ISIS e possono essere visti come una vittoria propagandistica del gruppo… Finora le forze statunitensi non sono riuscite a colpire edifici, depositi di armi o la leadership del SIIL nel deserto presso Mosul”. Ryan Crocker, ex-ambasciatore statunitense in Iraq ha detto al Financial Times: “Un paio di bombe da 500 libbre dagli F-18 e un paio di attacchi dei droni non possono fermare ISIS. Abbiamo avuto la possibilità di colpire la loro leadership e le loro strutture di comando e controllo, ora è finita… Se diciamo che ciò serve a proteggere Irbil, che ISIS non ha mai voluto (occupare), la missione è finita e possiamo andarcene a casa“. Abdulla Hawaz, commentatore politico curdo, ha detto al Financial Times: "ISIS avanza e le sue capacità d’attacco non sono indebolite“. Wladimir van Wilgenburg, analista ad Erbil della Fondazione Jamestown, ha detto al Financial Times: “Ho visto sui social media che ISIS in realtà non sembra impensierito dell’intervento USA. Sul piano della propaganda, il coinvolgimento statunitense non è poi così male per loro“. In effetti gli americani non hanno nessuna intenzione di fermare l'ISIS, una creatura cui hanno deicato tempo, denaro e sforzi per metterla in condizioni di fare il lavoro che sta svolgendo. Quei due F16, patetici con le loro bombette da 250 kg. che sganciano su qualche scassatissimo fuoristrada rappresentano la misura dell'oltraggio statunitense a decine di migliaia di donne e bambini in fuga davanti a quello che si prefigura come il genocidio cui il mondo assiterà in diretta, Fottendosene riccamente.Obamanon ha nessuna intenzione di bombardare gli agenti del Mossad, nè di salvare gli Yazidi e tantomeno i cristiani. Un ufficiale dei peshmerga curdi ha detto: Tutto ciò che hanno (l' ISIS) è statunitense, tutto fino agli ultimi mezzi con armi pesanti, gli Humvee” (Dailymail)
ECCO IL VERO INTERVENTO USA
John McCain insieme con i leader di ISIS...cerchiato in rosso Shimon Elliot, alias Califfo Al Baghdadi.
Sempre McCain a convegno con i tagliagole dell'ISIS, notare sullo sfondo la bandiera dei siriani ribelli, la stessa sventolata dalle due ragazze italiane rapite in Siria
Le Toyota nuove di zecca dell'ISIS con cui hanno varcato la frontiera tra Turchia e Irak. Anche tutte dello stesso color sabbia...CIA e Mossad le cose le fanno per bene
 http://informare.over-blog.it/2014/08/usa-israele-e-isis-pappa-e-ciccia.html

Non bastano gli interventi aerei Usa. Occorre salvare la convivenza islamo-cristiana e l'Iraq
di Bernardo Cervellera
I raid vicino ad Erbil rischiano di essere operazioni chirurgiche che avallano la divisione del Paese. L'interesse per il Kurdistan, ricco di petrolio. Il sogno di uno sbriciolamento del Medio oriente secondo confini etnico-religiosi lascia intatto il pericolo fondamentalista. Il patriarca caldeo e il grande ayatollah al Sistani per la convivenza islamo-cristiana e l'unità dell'Iraq.


Roma (AsiaNews) -Profughi cristiani da Mosul e Qaraqosh, ammassati nelle chiese (v. foto) e sulle strade di Erbil; famiglie yazide costrette a fuggire sotto il sole cocente dell'estate irakena e nel deserto di Sinjar: queste immagini strazianti stanno spingendo la comunità internazionale a interventi umanitari e militari, seppure con lentezza.
Da tre giorni aerei statunitensi colpiscono postazioni dell'esercito islamico (ex Isis) vicino a Erbil, la capitale del Kurdistan, mentre lanciano dall'alto provviste di cibo ed acqua ai fuggitivi che camminano verso una possibile salvezza.
Il presidente Barack Obama ha già messo le mani avanti, dicendo che non ci sarà una vera guerra, ma operazioni mirate. Il rischio è che queste operazioni chirurgiche, senza sporcarsi troppo le mani con il crogiolo irakeno, avallino una situazione presentata come dato di fatto, che sarebbe terribile per i cristiani - che Obama vorrebbe salvare - e per tutti gli irakeni.
Proprio oggi, il patriarca Louis Sako di Baghdad  ha fatto notare che i raid americani sono interessati a salvare Erbil, la capitale del Kurdistan e non liberare Mosul e Qaraqosh da dove cristiani, yazidi e sciiti sono dovuti fuggire. L'intervento degli aerei Usa  sembrerebbe voler ridurre la tensione, più che trovare una soluzione contro la crudeltà e la violenza del Califfato islamico.
Negli States c'è chi pensa che l'intervento americano abbia come interesse solo la difesa di Erbil, centro amministrativo del petrolio curdo, che produce un quarto del petrolio dell'Iraq. I curdi affermano che in caso d'indipendenza, il loro Stato sarebbe al nono posto per riserve di petrolio al mondo.
Quello di accarezzare l'indipendenza del Kurdistan è un vezzo degli Usa (e di Israele) da molto tempo. L'aver subito messo a disposizione gli aerei alla richiesta dei curdi - e non alla richiesta del premier Al Maliki  un mese fa - sembra andare verso un abbandono di Baghdad per rafforzare il legame con Erbil.
Secondo quanto riportato da agenzie, pure il ministro italiano degli esteri, Federica Mogherini, ha parlato di "sostegno, anche di tipo militare, al governo curdo".
E' probabile che anche l'Italia sia preoccupata dei pozzi di petrolio e delle forniture all'Europa.
Il problema in Iraq non è salvare il Kurdistan, ma fermare l'ex Isis.
Senza voler vedere negli Usa e nell'Italia un egoismo pregiudicato, mi sembra che se si vuole operare in Iraq occorra tener presente alcuni elementi:
1)   Il sostegno più grande dell'Esercito islamico viene dai sunniti ed ex baathisti di Saddam Hussein che frustrati dalla politica esclusivista di Al Maliki, hanno giocato il tutto per tutto.  Per questo è urgente la nascita di un governo di unità nazionale..
2)   Allo stesso tempo è importante non svilire l'autorità centrale di Baghdad e non rafforzare la divisione fra sciiti, sunniti e curdi. Per questo, l'offerta di aiuti, anche militari, devono passare attraverso Baghdad.
3)   La forza militare dell'esercito islamico - con armi supermoderne - viene dai finanziamenti che i Paesi occidentali, Arabia saudita e Qatar hanno versato sulla cosiddetta "resistenza anti-Assad".  Gli stessi miliziani che venivano approvati dall'occidente in Siria sono oggi i nemici dei cristiani, degli yazidi, degli sciiti in Iraq. E le loro minacce giungono fino all'occidente. Per far finire la vittoriosa conquista degli islamisti basta non finanziarlo più e costringere i cari alleati del Golfo a non svendere più le armi che l'occidente ha così generosamente procurato.
4)   E' importante non accarezzare il sogno di un Medio oriente sbriciolato in tanti staterelli etnico-religiosi, che moltiplicherebbero le guerre interetniche e i massacri e soprattutto lascerebbe intatto quello Stato islamico (o califfato) che ha già pozzi di petrolio e dighe e che promette una guerra santa contro tutto il mondo. In  più, in questo scacchiere etnico-religioso i cristiani non avrebbero patria, essendo una comunità trasversale, radicata nelle diverse etnie della regione.

5)   Occorre aiutare i cristiani a rimanere in Iraq. Come mi hanno sempre testimoniato decine di musulmani in Medio oriente, la loro presenza è la migliore garanzia a un'educazione dell'islam contro il fondamentalismo. Non per nulla, la convivenza fra cristiani e musulmani e l'unità dell'Iraq sono i principi comuni sia al patriarca caldeo di Baghdad che al grande ayatollah al Sistani.
http://www.asianews.it/notizie-it/Non-bastano-gli-interventi-aerei-Usa.-Occorre-salvare-la-convivenza-islamo-cristiana-e-l%27Iraq-31867.html
Le atrocità del Califfo Al-Mossad: occhio alla disinformazione
MAURIZIO BLONDET
Come al solito, Israele e il Califfo coi suoi takfiri hanno lo stesso nemico: gli sciiti, Iran, Assad, Hezbollah. E come al solito il gioco che si chiama «disinformazione», ed è in pieno corso a proposito dell’atroce Califfo. I giornalisti nostrani ci vanno a nozze, tanto che adesso, dopo 1 milione di morti, ci insegnano a piangere sugli yazidi. Per fortuna che è apparso il Califfo! Un musulmano più cattivo degli israeliani, che compie più atrocità di Sion e del glorioso Tsahal.
http://www.effedieffe.com/index.php?option=com_content&task=view&id=304114&Itemid=135

L'equazione islamista

Hillary Clinton: «L'Isil è roba nostra, ma ci è sfuggita di mano». [Franco Fracassi]
Redazione
martedì 12 agosto 2014 12:01


di Franco Fracassi 

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