ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 3 settembre 2014

E' l'abito che fa il monaco, non il commissario.. & ^

L'abito dei monaci



 
Lottiamo, perché in verità l'abito dei monaci è degno di essere detestato dai demoni; in effetti, una volta, ho voluto metterli alla prova su questo argomento. Presi la tunica senza maniche, lo scapolare, la cocolla e li gettai su di un manichino; lo vestii, lo misi dinanzi e vidi i demoni che si tenevano lontano e gli lanciavano delle frecce. Io dissi loro: "O spiriti malvagi, che cosa fate? Questo non è un uomo ma un manichino". Mi dissero: "Lo sappiamo anche noi; ma non è lui che colpiamo, colpiamo gli abiti e i vestiti che indossa". Dissi loro: "Che male vi fanno?". Mi dissero: "Queste sono le armi da guerra di coloro che ci fanno soffrire e ci colpiscono ad ogni ora; ecco perché perfino il loro abito ci fa soffrire" (Abba Antonio).
[Pierre Miquel, Cercare Dio, Edizioni Scritti Monastici, Bresseo di Teolo (Padova) 2012, p. 58]


^Subitanea smentita!

Il religioso ideale? Semplicemente umano


"La custodia dell’umano. Nuovi orizzonti per la vita religiosa" di Rino Cozza
"LA CUSTODIA DELL’UMANO. NUOVI ORIZZONTI PER LA VITA RELIGIOSA" DI RINO COZZA

Padre Rino Cozza disegna nuovi orizzonti per la vita consacrata

MARIA TERESA PONTARA PEDERIVA
Cosa dovrebbe incontrare una persona, mettiamo un giovane, che avvicina un consacrato? Forse la perfezione? Ne sarebbe terrorizzato. Sarebbe di gran lunga preferibile fare la conoscenza di una persona il cui modo di vivere faccia trasparire il suo essere adulto nella fede e non solo il praticante, il credente nel Cristo del Vangelo piuttosto che il membro di un’istituzione.

E soprattutto – e sappiamo tutti che questo vale ad ogni età – si vorrebbe incontrare una persona con quella luce negli occhi che rivela come valesse la pena di compiere quella scelta. O per dirla con Silvano Zucal, docente associato di filosofia teoretica all’università di Trento, una persona da cui traspaia che credere non è un farsi imbrigliare l’umanità, la corporeità, la vitalità, la bellezza, la spontaneità (avrebbe allora ragione Nieztche), ma semmai farla esplodere in pienezza”.

Allargando ad una comunità l’attesa è quella di trovare una fraternità di persone che si trovano insieme non solo in prospettiva di un lavoro o anche di un momento di preghiera, ma che abbiano la capacità di “contaminarsi” col territorio, con mondi, linguaggi, volti, senza rinchiudersi nelle proprie auto rassicuranti prospettive e nei propri abituali linguaggi, incomprensibili all’esterno.

Di gran lunga più semplice è indicare chi non si vorrebbe mai conoscere, anche se ad essere onesti questo vale per “ogni” seguace di Cristo come ricorda papa Francesco : non si vorrebbe vedere una persona segnata dalla noia e dall’apatia, dalla stanchezza spirituale e dalla sfiducia nei fratelli e nel mondo intero. Perché è questo, diciamolo dai tetti, che allontana dalla Chiesa, soprattutto i giovani e tantomeno li aiuta a rispondere affermativamente ad una chiamata di consacrazione totale.

Nel panorama della profonda crisi della vita consacrata, oggetto di riflessione e autocritica soprattutto all’interno di Ordini e Congregazioni al fine di individuare “cosa” può essere cambiato perché contingente ad un preciso momento storico - senza tuttavia perdere nulla della fedeltà al carisma dei Fondatori e soprattutto all’ideale di vita sorretto dai consigli evangelici - uno dei religiosi più fecondi nello stimolare una riflessione e suggerire alcune piste di cammino è padre Rio Cozza della Congregazione di San Giuseppe, più nota come i Giuseppini del Murialdo: laurea in teologia dogmatica e dottorato in pastorale, vicentino di origine,  per molti anni in servizio alla comunità di accoglienza della Caritas di Trento dove è stato anche vicario episcopale per la vita consacrata.

Se nei testi precedenti (4 libri in tre anni) invitava a raccogliere la sfida del presente che viene offerta dall’attuale crisi (per lui non solo numerica), e ammoniva che “non si può vivere di rendita”, in questo fresco di stampa va oltre. “Il desiderio di vita evangelica non è in crisi, ma lo è unicamente quella forma storica che parte dal presupposto che la forma attuale sia la migliore ipotesi per vivere la vita fraterna evangelicamente intesa”. Forse è venuto il tempo di forme di vita consacrata e comunitaria adatte all'attuale esperienza storica, in una pluralità di modelli di comunione che contemplino anche fraternità “più leggere” dai fardelli istituzionali, più attente alle persone che alle regole. In altre parole: una decisa virata e proporre nuove forme espressive rivelatrici di senso comprensibili oggi.

Una testimonianza gioiosa della propria vocazione profezia del Regno: è questa l’unica fedeltà chiesta ai consacrati. In altre parole custodire l’umano e indicare la strada verso Dio. Quasi una parafrasi del discorso di papa Francesco ai religiosi di Corea.

Rino Cozza, La custodia dell’umano. Nuovi orizzonti per la vita religiosa, EDB 2014 pp. 128, euro 10,00.


Nessun commento:

Posta un commento