ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 22 novembre 2014

Dallo spirito ai pizzini dei timonieri*?

“L'Europa dello Spirito”. Cent'anni di Magistero europeistico dei Papi. In preparazione alla visita di Francesco a Strasburgo

28 luglio 1915. Sembra strano ma il Magistero dei Papi sull'Europa non comincia con i Trattati di Roma del 1957 ma, esattamente un secolo fa, con un'esortazione di Papa Benedetto XV indirizzata ai popoli belligeranti e ai governi, proprio nel momento in cui il vecchio continente è in preda a una devastazione totale. “È sangue fraterno – scrive Benedetto XV – quello che si versa su la terra e sui mari! Le più belle regioni d'Europa, di questo giardino del mondo, sono seminate di cadaveri e di ruine!”. In questo breve messaggio c'è già il nocciolo di un problema che tutti i pontefici successivi considereranno cruciale.
Della Chiesa, il Papa passato alla storia per “l'inutile strage”, termine con il quale ha definito la prima guerra mondiale, intende proporre un cessate il fuoco e per farlo utilizza un'espressione molto particolare. Scrive che l'Europa, il giardino del mondo, è diventata un ammasso di cadaveri e di macerie. Il vibrante appello è percorso da una specie di nostalgia. C'è stato un tempo in cui i popoli non erano separati da trincee e fili spinati, ma si riconoscevano veramente fratelli in nome dell'unica fede cristiana, e quindi il sangue versato da milioni di giovani mandati al macello dai loro ufficiali è una pazzia. La cosa interessante è che Benedetto XV capisce subito una cosa fondamentale. E cioè che la prima guerra mondiale, in sostanza, è una guerra civile europea combattuta su scala globale, causata dall'aver perso Dio dall'orizzonte comune. In seguito, con la seconda guerra mondiale, si capirà che Dio è stato in realtà sostituito con i demoni del nazionalismo, della politica di potenza, dell'imperialismo, del razzismo e delle ideologie. All'origine del disastro, in ogni modo, sta una perdita fondamentale, si direbbe una nuova colpa consumata nel “giardino” europeo, quasi un nuovo Eden. Ventiquattro anni dopo Pio XII, nell'enciclicaSummus Pontificatus, deve constatare che il continente attraversa una nuova “ora tenebrosa”, un conflitto ancora più lacerante. E indica senza esitazione le causa, “la tanto vantata laicizzazione della società, che ha fatto sempre più rapidi progressi, sottraendo l'uomo, la famiglia e lo Stato dall'influsso benefico e rigeneratore dell'idea di Dio e dell'insegnamento della Chiesa”. Pacelli è un europeista convinto. Terminata la guerra, non manca mai di incoraggiare il sogno di un'Europa unita attraverso i suoi celebri radiomessaggi. E non manca mai di far notare agli addetti ai lavori che le fondamenta della nuova costruzione, sia essa una federazione o qualunque altra cosa, devono essere cristiane. Prima di tutto si deve parlare di ideali, e poi di politica. Negli anni Cinquanta segue con vivo interesse il dibattito e in più di un'occasione invia la sua benedizione ai congressisti che di volta in volta si radunano per discutere di Europa. Tuttavia, già con la nascita della CECA, comincia a manifestare tutta la sua delusione. “Nessun materialismo – ammonisce – è stato mai un mezzo idoneo per instaurare la pace, essendo questa innanzitutto un atteggiamento dello spirito”. Si tratta del primo affiorare di una polemica destinata ad acutizzarsi sempre più negli anni successivi. E infatti, dopo le dichiarazioni di Giovanni XXIII ai delegati dell'Assemblea Parlamentare Europea e Paesi d'oltremare associati alla CEE del 26 gennaio 1961, unico intervento di Roncalli in materia europea, Paolo VI ripropone in diverse occasioni il concetto chiave. Nel 1963, ad esempio, afferma che la vita del continente è pervasa ormai “da una rete di rapporti tecnici ed economici, che non domanda di meglio che di essere vivificata da uno stesso spirito”. Ancora una volta torna il problema fondamentale ed evidentemente avvertito con urgenza dalla Chiesa, quello cioè di dare alla costruzione europea un respiro spirituale. Il fatto che Montini, nel '64, proclami San Benedetto Patrono d'Europa (breve apostolico Pacis nuntius) sta a dimostrare che la polemica riguarda esattamente l'ossatura o per meglio dire il DNA del sogno europeo. Per Paolo VI, così come per Pio XII, per Giovanni XXIII e per Benedetto XV, non c'è Europa senza cristianesimo. La strada dei trattati commerciali, dichiara Montini a un gruppo di congressisti nel 1965, è certamente da incoraggiare, ma da sola non basta. Il crollo del Muro di Berlino e l'irrompere dei popoli dell'est caratterizzano il pontificato di Giovanni Paolo II, che certamente gioca un ruolo cruciale per liberare la sua Polonia dal tallone sovietico. Il sassolino che cade diventa una valanga. Il muro crolla l'8 novembre 1989, guarda caso, il giorno della dedicazione della Basilica lateranense, la cattedrale del Papa, un edificio che, nonostante tutto, regge. La bandiera rossa viene ammainata il 25 dicembre 1991 dal Cremlino (data che si commenta da sé). Wojtyla ha una sua teologia della storia, ha vissuto sulla propria pelle l'orrore del comunismo e spera che il crollo dell'URSS serva da lezione. “Il momento è propizio – dice al corpo diplomatico della Santa Sede il 13 gennaio 1990 – per raccogliere le pietre dei muri abbattuti e costruire insieme la casa comune”. Ha in mente un continente spirituale, un'“Europa dello Spirito” che spazia dall'Atlantico agli Urali, che riceve nuova linfa dal cristianesimo. “L'Europa che ho in mente – spiega – è un'unità politica, anzi spirituale, nella quale i politici cristiani di tutti i paesi agiscono nella coscienza delle ricchezze umane che la fede porta con sé: uomini e donne impegnati a far diventare fecondi tali valori, ponendosi al servizio di tutti per un'Europa dell'uomo, sul quale splenda il volto di Dio”. L'allargamento dell'UE ai popoli della cortina di ferro si traduce però in un contagioso, dilagante materialismo. E allora Giovanni Paolo II tuona. A Wloclawek, una cittadina polacca sul fiume Vistola, pronuncia un discorso memorabile il 7 giugno 1991, nel quale attacca il falso europeismo che seduce con i miti del consumo e del godimento. L'ultima, grande battaglia il Papa polacco la combatte con le poche forze che gli rimangono per la costituzione cristofobica firmata a Roma nel 2004, destinata peraltro al totale fallimento nel giro di pochi anni. “La marginalizzazione delle religioni, che hanno contribuito ed ancora contribuiscono alla cultura e all'umanesimo dei quali l'Europa è legittimamente fiera – osserva – mi sembra essere al tempo stesso un'ingiustizia e un errore di prospettiva”. Nell'esortazione apostolica postsinodale Ecclesia in Europa (1999) aveva inoltre parlato di “apostasia silenziosa” riferendosi ad una società ormai sull'orlo della scristianizzazione. Benedetto XVI prosegue su queste lunghezze d'onda, denuncia il laicismo aggressivo e si dedica anche a ricucire un dialogo schietto con le filosofie relativistiche del vecchio continente, che deformano non poco la vita politica. All'Università di Ratisbona tiene una cruciale lectio magistralis (12 settembre 2006) nella quale auspica che la ragione torni ad essere fecondata dalla fede cristiana. Visitando il Parlamento tedesco lancia un appello: “La cultura dell’Europa è nata dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma. Questo triplice incontro forma l’intima identità dell’Europa. Nella consapevolezza della responsabilità dell’uomo davanti a Dio e nel riconoscimento della dignità inviolabile dell’uomo, di ogni uomo, questo incontro ha fissato dei criteri del diritto, difendere i quali è nostro compito in questo momento storico”.

*Sarà Papa Francesco a smuovere l’Onu

Sarà Papa Francesco a smuovere l'Onu
Ecco le valutazioni di Monsignor Silvano M. Tomasi, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e le altre Agenzie Specializzate di Ginevra, per superare l’impasse delle istituzioni internazionali
La governance globale ha bisogno del Cristianesimo. Ne è convinto Monsignor Silvano M. Tomasi, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e le altre Agenzie Specializzate di Ginevra, che ha parlato martedì scorso a Milano nel corso dell’Inaugurazione dell’Anno Accademico 2014/2015 all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Nella prolusione, Monsignor Tomasi ha spiegato che solo una progressiva apertura alla “solidarietà” e alla “sussidiarietà” – elementi cardine della Dottrina Sociale della Chiesa – può rendere efficace l’operato delle istituzioni internazionali, Onu compreso. L’innovativa idea fonda le proprie basi in una constatazione della realtà: l’assetto geopolitico del mondo è mutato. “Le classi dirigenti del XXI secolo sono chiamate ad affrontare una varietà di crisi umanitarie, economiche e politiche, inclusi il terrorismo e la sicurezza nucleare. Emerge un nuovo scenario globale. Un crescente livello di ansia viene a sostituire il senso di trionfo che esisteva in tutto l’Occidente negli anni Novanta” ha esordito l’Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.
La conferma di quanto ha appena sostenuto arriva dai bollettini di guerra che spesso la fanno da padrone sui media. Televisioni, radio e giornali ci raccontano di focolai bellicosi che, di giorno in giorno, alimentano l’onda d’urto della distruzione.
Qualcuno certamente si sarà chiesto, anche più di una volta, perché le organizzazioni internazionali siano immobili di fronte a tutto questo. La loro scarsa dinamicità e l’approccio per nulla vocato al problem solving è dovuto a una serie di inadempienze genetiche, originate dalla natura stessa di certe istituzioni.
In altre parole, si fa sempre più urgente la necessità di riformare in chiave moderna protocolli e trattati affinché riacquistino il ruolo che gli spetta. “Le istituzioni internazionali create alle fine della Seconda Guerra Mondiale sembrano arrivate alla fine di un ciclo storico, questo mi sembra dovuto alla cultura che le sottende ed è causa della loro debolezza” ha precisato ancora Monsignor Tomasi che tuttavia, prosegue: “Le Nazioni Unite nonostante la crisi che le attraversa, dovrebbero essere il foro naturale per attuare i necessari processi di riforma, ma hanno bisogno di una nuova spinta ideale”.
Oltre sessant’anni fa, la società, la politica, l’economia erano declinate secondo paradigmi differenti. L’hostis-inimicus assumeva allora sembianze più concrete e legittimate. Oggi, le sfide globali sono di tutt’altra portata. Quindi, anche la risposta a tali prove deve necessariamente essere ripensata, creata ad hoc attraverso una visione d’insieme che abbia il proprio punto di partenza in una più corretta e completa visione antropologica. “L’arrivo della forma radicale dell’ideologia dell’individualismo che paralizza l’azione internazionale comune ha drenato le precedenti visioni della loro capacità di motivare” ha spiegato ancora il Nunzio Apostolico.
A rispondere alle esigenze dell’uomo e del pianeta è ancora una volta la Chiesa. In particolare, il Papa Emerito Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in Veritate afferma: “La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. Questa ha origine da una vocazione trascendente in Dio Padre”. E’ nell’amore del Creatore quindi che ogni singolo individuo può ritrovare se stesso e il suo posto nel mondo. Ruolo determinante per la ricerca del nuovo baricentro dell’io è quella che Tomasi definisce “dimensione trascendente della persona”.
Ciò sarebbe il preludio di un (utopico forse per qualcuno) nuovo ordine globale. Per superare l’impasse occorre dunque che gli operatori internazionali, dagli Stati alle organizzazioni che quotidianamente si spendono per orchestrare le relazioni diplomatiche, siano progressivamente iniziati al cambiamento che deve essere intriso di valori cristiani attraverso un processo “trasparente, olistico e inclusivo”.

21 - 11 - 2014Antonella Luppoli

Giorgio Napolitano oltre un'ora dal Papa. Un colloquio ampio, spirituale dal sapore del congedo


NAPOLITANO PAPA








Suona quasi come un congedo l’incontro tra Giorgio Napolitano e Jorge Mario Bergoglio nella residenza papale. Quando la macchina del capo dello Stato arriva nella residenza papale attorno alle 17,00 – “a sorpresa” scrive l’Ansa – si capisce che non si tratta di un appuntamento di routine, dedicato a questo o a quel dossier politico. Un’impressione confermata da un aggettivo usato per definire il faccia a faccia, presente sia nel comunicato del Colle sia in quello della Santa Sede, entrambi molto stringati: “Privato”. Anzi, “strettamente privato”.
Suona quasi come un concedo anche il clima intimo e personale che la nota del Collelascia intuire quando parla di “un’atmosfera che ha confermato l’intensità e l’affabilità del rapporto personale tra il pontefice e il presidente”. Rapporto personale che ha consentito un colloquio ampio di un’ora e mezza, segnato da una profonda riservatezza dei canali ufficiali comunicazione. Sarebbe riduttivo, ammettono a mezza bocca fonti affidabili, appiccare il senso dell’incontro a questo o quel tema. Sia esso uno scambio sulla situazione politica italiana o sia qualche consiglio dato dal capo dello Stato, profondo conoscitore della realtà europea, al Pontefice che martedì parlerà al Parlamento europeo di Strasburgo 26 anni dopo Giovanni Paolo II. Anche perché, confermano fonti della Santa Sede, l’incontro è stato richiesto da Napolitano e, in un certo senso, neanche al Vaticano se lo aspettavano.

Ecco perché, quando è stato richiesto, in parecchi hanno pensato che, da parte del capo dello Stato, ci fosse la volontà di un “saluto prima di lasciare”. Perché negli ultimi giorni al Colle l’argomento centrale è stato proprio quello delle dimissioni di Giorgio Napolitano. Tema su cui il presidente non ha cambiato idea rispetto a quando uscì la notizia, su Repubblica e sul Fatto, della sua volontà di lasciare al più presto, ovvero a inizio del prossimo anno. Nel senso che non ha sortito effetto la richiesta, quasi la preghiera arrivata da palazzo Chigi, a rimandare il tema della successione di qualche mese, fino all’inaugurazione dell’Expo. Napolitano è stanco. E ormai le dimissioni sono una variabile indipendente, non più subordinata a variabili politiche, come l’approvazione della legge elettorale o lo stato dell’arte delle riforme. Qualche giorno fa, al Senato, Pier Ferdinando Casini, uno che ha mantenuto una certa consuetudine col Colle, spiegava a qualche collega di palazzo Madama che non aveva mai visto Napolitano affaticato. Una sensazione confermata anche dalle sue foto con i sovrani di Spagna, nelle quali, per la prima volta il capo dello Stato si appoggiava al bastone nel corso di un incontro ufficiale.
Proprio questo elemento di stanchezza è stato sottovalutato dal grosso del mondo politico, che continua ad avvalorare la tesi politicista di una notizia – le dimissioni – fatta trapelare ad arte per stoppare la tentazione renziana di andare alle urne. Gli amici del capo dello Stato raccontano che questo dato tattico non c’è. Il paradigma è cambiato, con una accelerazione negli ultimi mesi. La deposizione nel processo di Palermo sulla trattativa ha avuto l’effetto di prosciugare le energie del presidente. È come se le settimane che lo hanno preceduto avessero avuto il peso di anni.
Ecco, è in questo clima che Napolitano si è recato dal Papa, per un colloquio che per molti ha il sapore del bilancio, in cui il confine tra le parole della politica e quelle della spiritualità diventa assai labile. Probabilmente l’ultimo incontro col Pontefice da presidente, considerato che il cambio al Colle ci sarà a gennaio. Il Papa la prossima settimana è in Europa, poi in Turchia, poi ci sono le festività natalizie. Chi conosce Napolitano è certo che nelle prossime settimane ci saranno i congedi laici, con tutti i mondi con cui il capo dello Stato ha un’interlocuzione costante, dall’Europa alle ambasciate che contano.

Giorgio Napolitano da Papa Francesco, l'incontro alla vigilia del discorso storico del pontefice a Strasburgo


Il più europeista dei presidenti e il più euroscettico dei pontefici: potrebbe essere questa la prospettiva e la “chiave” di lettura per aprire una porta: quanto meno uno spiraglio della sacra stanza e inquadrare l’incontro, imprevisto e improvviso, di oggi pomeriggio tra i due Giorgio. Bergoglio e Napolitano.
Alla vigilia del discorso che Francesco terrà il 25 novembre, martedì prossimo, al Parlamento di Strasburgo. E che sin d’ora costituisce, senza temere confronti e concorrenti, l’evento clou del semestre italiano. Un appuntamento che da Palazzo Chigi, mentre si avvicina, osservano con la sindrome del mulino a vento. In grado di fare ascendere, addirittura di catapultare la leadership tricolore oltre gli ostacoli che le si parano innanzi, dandole la spinta e il respiro che fin qui sono mancati. La visuale in assenza di visione. Ma anche di scaraventarla o lasciarla scivolare in basso. Responsabile di turno di una bocciatura memorabile: cui toccò in sorte la fascia di capitano nel giorno dello storico cappotto.
Quindi mettiamola così. Se il Papa che ha definito l’Europa “stanca” e priva di appeal, dovesse decidere di guardarla un’ultima volta, per provare a convincersi del contrario e innamorarsene, l’unico in grado di fargliela sembrare giovane, per paradossale che appaia e sia, è un novantenne. Non un teen-leader della nouvelle vague, che procede barra “al centro” sul naviglio alleggerito dai tagli allo stato sociale e verso gli approdi sicuri del rigore monetario.
E neppure, restando in città, il premier che ha eletto il conflitto a metodo di governo, personale diletto e comunicazione istituzionale. L’opposto della cultura dell’incontro, predicata sull’altra sponda del Tevere.
“Perché Santo Padre non parla mai d’Europa? Che cosa non la convince?”, ha chiesto al Papa Ferruccio de Bortoli, qualche mese fa, nel primo anniversario del pontificato, con allusione al silenzio stridente, paragonato ai predecessori.
Giovanni Paolo II, su tale sfondo, interpretò infatti l’ultimo tentativo dell’Europa di uscire da se stessa. Ed estendere al mondo la sua influenza. Benedetto XVI, di converso, ha rappresentato il ripiegamento del continente su stesso, in una resa dei conti e in una “guerra civile”, interna e identitaria, contro il relativismo. Estroflesso Wojtyla, introflesso Ratzinger, ma entrambi accomunati da un tratto eurocentrico, seppure divaricato.
Francesco invece impersona la svolta del primo pontificato a tutti gli effetti extraeuropeo, per nascita ed elezione, origine e destinazione. 
Ma è sulla barca di Bergoglio, venuta dall’oceano, che viaggiano le speranze dell’Europa. E dell’Italia. Del Quirinale e di Bruxelles. È nelle sue vele, non altrove, che può soffiare lo spirito di Ventotene, portato in Vaticano e affidatogli da un anziano “testimone”, in una sera d’autunno. Come uno spiffero tra le sacre stanze. Nell’auspicio che il timoniere lo faccia suo.

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