ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 20 novembre 2014

Risposte clericali a Veronesi..Buber e Dawkins..




Caro Veronesi, il Dio di Gesù Cristo è il Dio della domanda e non l'idolo delle risposte

Caro Dott. Umberto Veronesi,

ho letto con attenzione la sua confessione autobiografica pubblicata su La Repubblica del 17 Novembre scorso, relativa al suo rapporto con la fede e/o con "Dio". Metto tra virgolette il termine "Dio" perché ritengo che il termine sia altamente inquinato, talmente polivalente da significare tutto e il contrario di tutto.

Martin Buber racconta che un giorno un anziano signore lo rimproverò duramente per aver usato troppo spesso il termine Dio: "Quale altra parola del linguaggio umano è stata così maltrattata, macchiata e deturpata? Tutto il sangue innocente versato in suo nome le ha tolto il suo splendore. Tutte le ingiustizie che è stata costretta a coprire hanno offuscato la sua chiarezza. Qualche volta sentire nominare l'Altissimo con il nome di Dio mi sembra un'imprecazione".


Capisco e condivido in pieno tutto ciò che lei scrive nel suo lungo articolo, ma ciononostante approdo a delle conclusioni che sono diverse dalle sue. Quel "Dio" che benedice il dolore, che istaura surrettiziamente "l'integralismo della dottrina cattolica", che nel tumore trova una "manifestazione della sua volontà", è scomparso ormai da molto tempo dall'orizzonte della mia fede; fede che dal tramonto di questo "Dio" è rimasta purificata", diversamente da lei, la cui fede è stata annullata.

Ricordo che Richard Dawkins, davanti al feretro del suo amico Christopher Hitchens, morto il 15.12.2011, ebbe a dire, orgogliosamente: "Era un coraggioso combattente contro tutti i tiranni, incluso Dio!". Fossi stato presente, gli avrei battuto le mani.

Vede, dottor Veronesi, ciò che lei, giustamente, rifiuta nella sua razionalità di uomo-di-cultura e nella sua sensibilità di uomo-umano, stranamente poi continua a considerarlo "necessario" alla fede del credente, rifiutandosi di ipotizzare la possibilità di una Fede in un "Dio" diverso. Insomma, negando quel "Dio" e negando conseguenzialmente la fede, lei afferma necessario ciò che afferma essere deleterio. Sia chiaro: queste riflessioni non sono finalizzate a "recuperarlo" alla fede. Lontano da me ogni mira annessionistica e conquistatrice: il colonialismo l'ho sempre combattuto, sia nelle sue vesti socio-politiche, sia nelle sue versioni religionistiche! La mia è solo la testimonianza di una diversa "fede" in un "dio" diverso (rigorosamente con le lettere minuscole!).

Secondo Salvatore Natoli due sono per l'Occidente i possibili scenari di senso entro cui il dolore è stato compreso e giustificato: quello greco della tragedia e quello cristiano della redenzione. Là dove redenzione non significa affrancamento, ma capacità, che viene dall'amore, di starci dentro a testa alta... Per un cristiano adulto, Dio non può ridursi ad essere un "ottativo del cuore", come amava criticare Feuerbach. Il Dio cristiano non è nemmeno il divino amato, pensato e glorificato nella sfera del desiderabile, la cui illusorietà, prima che dai maestri del sospetto della modernità (Feuerbach, Marx, Nietzsche e Freud), è stata denunciata e smascherata dalla rivelazione biblica che pensa Dio non come risposta al bisogno umano ma come sua rottura e instaurazione di un al di là del bisogno, che è bontà e santità" (Carmine Di Sante, Il forestiero nella Bibbia).

Il "Dio" di Gesù Cristo non è il Dio della risposte alle domande dell'uomo, ma il "Dio" delle domande che interpella la coscienza dell'uomo e la sua responsabilità. È il Dio che chiede ad Adamo: "Dove sei?", "Cosa hai fatto?"; ed è il Dio che chiede a Caino: "Dov'è tuo fratello?". Il cristiano, non conosce una strada che aggiri il dolore: conosce piuttosto una strada, insieme con Dio, che lo attraversa (Cfr. Ernst Schuchardt). "Il cristianesimo non è un metodo per evitare il dolore, ma per attraversarlo e assumerlo", secondo le parole di Arturo Paoli (Le Beatitudini).

Quando il nome di Dio viene usato come prefisso nei movimenti politici ("teo-con" o "teo-dem") o nelle morali di comodo ("le radici cristiane"), allora è in atto un'azione di rapina e di usurpazione. Ciò, comunque, non mi autorizza a desertificare il tutto, tagliando alla radice la domanda "scomoda" che noi credenti ci portiamo dentro e che, per onestà, non possiamo mettere a tacere eliminando l'Interlocutore: il Dio della domanda e non l'idolo della risposte.


Don Aldo Antonelli Headshot

http://www.huffingtonpost.it/don-aldo-antonelli/caro-veronesi-dio-gesu-cristo-non-risposte-ma-domande_b_6174720.html?utm_hp_ref=italy


Caro e stimato prof. Veronesi,
Come tanti, ho letto l’articolo sul suo nuovo libro, dove fa l’affermazione che «il cancro, come Auschwitz, è diventato la prova della non esistenza di Dio» e dove dichiara che «non può pensare che un angelo custode guidi la sua mano quando incide e inizia l’operazione».
Ho letto e, per un primo momento, sono andato oltre. Mi ha fatto tornare sull’articolo la gentile provocazione di un’amica che mi ha scritto: «Un tema delicatissimo ed intenso che ci tocca tutti nel profondo. Sarebbe bello essere illuminati alla tua "maniera"».
Un ossequio al pudore
Ecco, per cominciare, una risposta alla mia “maniera” non può partire che dal condividere il pudore con il quale il prof. Veronesi affronta la “realtà” del dolore. Dico realtà e non tema o questione, perché il dolore è concretissimo, è esageratamente intimo e im-mediato e nessun pensiero può intraporsi tra una persona e la sua sofferenza. Per questo, professore, ha tutta la mia stima!
Il dolore a volte diventa un discorso piacevole dove facciamo voli pindarici di pensiero, dimenticando che stiamo parlando di vite spezzate, o almeno ferite. È uno dei pericoli a cui sono esposti gli uomini di pensiero, teologi o filosofi che siano. Lei non ha questo rischio e per questo La ammiro.
Bisogna accostarsi al dolore con pudore, non solo per rispetto verso chi soffre e chi ha una persona cara nel dolore, ma perché chi scrive (e chi legge) non è immune all’esperienza del dolore! Anzi, nel caso di chi scrive, se Lei ha parlato in passato dell’alta probabilità che “ci ammaleremo tutti di cancro”, questa probabilità, dato lo sterminio di cancro tra la mia parentela, diventa quasi una certezza matematica!
Quindi non posso parlare del dolore in una maniera disinteressata, distaccata o semplicemente teorica. Al contrario, parlo da uomo che lotta contro la famosa tragica triade del male come chiunque altro. Sono sicuro che Lei condivida con me almeno i due lati estremi di questa triade: sofferenza-colpa-morte. La terza fa parte della definizione dell’uomo secondo Heidegger!
Mi permetta di dirle che contro la diffusa convinzione errata che il credente parli del dolore per difendere Dio, ribadisco di parlare per difendere l’uomo, per ascoltare e aiutare innanzitutto l’uomo che sono a districarmi dinanzi a questo inquilino indesiderato; al male che arriva senza invito.
Il credente non è accecato al problema del male, della malattia. Noi lo vediamo e come! Ne sentiamo il peso più degli altri proprio perché professiamo la fede nel Bene, nel Sommo Bene. Il male è contemplato – e a lungo! – nel nostro mosaico, se non altro perché ogni volta che guardiamo a Gesù Cristo, vediamo nelle piaghe del Crocifisso tutta la triade e non solo la sofferenza. Non a caso nella preghiera paradigmatica insegnata da Gesù preghiamo per essere liberati dal male. Pensi a quanti cristiani elevano questa preghiera tutti i giorni, tante volte al giorno.
Chiarito il “pulpito” da cui parlo, vorrei soffermarmi sulle due affermazioni con cui ho esordito citandola. Vedremo come in realtà sono strettamente collegate.
Auschwitz: tomba di Dio?
Il male è stato da sempre uno degli argomenti più spinosi posti contro l’esistenza di Dio: il male c’è allora Dio non esiste. È questa l’obiezione da cui san Tommaso parte per poi proporre le sue famose cinque vie per argomentare (qualcuno direbbe dimostrare) l’esistenza di Dio (cf. STh. q.2 a.3). Auschwtiz rappresenta un’apoteosi di questo male.
Sulla questione del dolore innocente, delle varie forme di male (male naturale, male morale, male metafisico), della genesi del male, ecc. ci sono fiumi di letteratura. Chi è interessato può pescare a volontà tra i volumoni sul tema. Qui vorrei soltanto mostrare che la prospettiva può essere rovesciata: il male c’è allora Dio esiste.
Innanzitutto, visto che Lei stesso rievoca Auschwitz, vorrei ricordare che tanti sopravvissuti ai campi di concentramento, ebrei e non, dicono giustamente che la vera domanda non è: «Dov’era Dio?», ma «Dov’era l’uomo?» (cf. Primo Levi). Chiedersi dov’era Dio è chiudere un occhio sulla responsabilità dell’uomo che ha operato quel grande male e dell’uomo che ha acconsentito tacendo. Lei è sicuramente d’accordo che non erano gli angeli, cherubini, serafini e compagnia bella a torturare la gente ad Auschwitz. Era l’uomo – umano, troppo umano (o troppo poco umano) – che uccideva suo fratello. A ragione scrisse Ravasi nel 2006, dopo la visita di Benedetto XVI ad Auschwitz e dopo il suo commosso discorso: «Prima di mettere Dio sul banco degli imputati, bisogna ricordare che quell'orrore nasce dalle mani dell'uomo, da quella libertà che è dono mirabile ma che può essere un esplosivo dirompente. Dio ha preso sul serio questa qualità che ci ha assegnato creandoci. Non la smentisce per comodità sua e nostra, non ci blocca come un sasso a leggi obbligatorie e a meccanismi fissi quando traligniamo».
Dov’era Dio ad Auschwitz?
– Ci rispondono le opere eroiche di persone come Massimiliano Kolbe. Ce lo dice la “resistenza” e l’opera di Dietrich Bonhoeffer, il teologo che ha collaborato attivamente a un complotto per il rovesciamento di Hilter e che è stato fucilato alla vigilia della fine della guerra.
Ce lo dice Viktor Frankl con la sua lotta per il senso e per dare senso agli altri e alla loro vita durante quel non-senso creato dall’uomo. Ce lo dicono le mille storie di eroismo scritte con la vita e non con le parole da persone che hanno ospitato famiglie ebree a costo di venire denunciati, persone che hanno rifiutato di soccombere alla “banalità del male” (cf. Hanna Arendt) e non hanno permesso ai condizionamenti esteriori di offuscare le loro coscienze nel discernimento del bene e del male.
Le persone che incarnano il bene nel cuore della tempesta del male, queste sono la prova di Dio.
Due moribondi e un letto singolo: Il cancro e Dio
Il cancro, mi dirà Lei professore, è un male diverso. E ha ragione! Fino a un certo punto, però! Perché non sono io a doverLe ricordare quanta responsabilità abbiamo noi nella tragica crescita e diffusione del cancro. È il giocare sporco con la natura che ci fa rovesciare addosso le sue reazioni, perché Dio – se esiste – perdona, la natura no!
Nondimeno non vorrei attribuire tutta la responsabilità del male (ogni male) all’uomo. Il male naturale (detto in gergo “male fisico” c’è). E non vorrei interpretarlo qui con dietrologie archetipiche (peccato originale o altro). Vorrei prenderlo come dato di fatto.
Anche qui l’argomentazione potrebbe diventare un libro, ma vorrei invitarLa, se mi permette, a riflettere su una cosa sola, e per questo parto da un esempio: Se tutti fossimo ciechi, nati tali, non ci sarebbe la sensazione che manchi qualcosa. La cecità sarebbe la normalità. Sentiamo invece che la cecità sia un problema proprio perché esiste l’occhio, la visione. Nella nostra esperienza del male, percepiamo una mancanza, percepiamo un’imperfezione che porta in sé (e non solo come parola) la “perfezione”. In questo senso si potrebbe dire che se non ci fosse il bene, non ci sarebbe il male.
Tornando a noi: percepiamo il peso del male nelle sue diverse forme perché c’è un bene, anzi un Optimum, Sommum Bonum, che ci fa percepire la deficienza (nel senso etimologico del termine) della situazione in cui versiamo. Se non ci fosse quel bene, non sentiremmo quella mancanza. Fatto sta, però, che dentro di noi sussiste un richiamo “naturale” a una pienezza che ci interpella continuamente, un desiderio, un “cuore inquieto” che desidera il bene, il bello, il vero, nel grado sommo e ogni realtà che va contro questo lo sentiamo come stonatura.
Se non ci fosse un’impronta del Bene, il male non sarebbe male, sarebbe una parte della natura che segue le sue leggi senza suscitare in noi alcuna reazione. Quello che dico, forse non è una risposta, ma è sicuramente una domanda, un interrogativo che non permette una facile risposta del tipo “il male (il cancro) c’è, allora Dio non esiste”, perché si potrebbe affermare l’esatto opposto: «Quia malum, Deus est».
Alla fine di questa prima parte della mia condivisione, mi piacerebbe lasciare la parola a un grande filosofo del XX secolo, a un padre del personalismo, Emmanuel Mounier, il quale ha vissuto il male sulla propria pelle, anzi, peggio, sulla pelle di una figlia (e parlo da padre… è più atroce che sulla propria pelle!). La figlia Françoise, nata nel 1938, in seguito ad una iniezione sbagliata, era entrata in coma due anni dopo e non doveva più uscirne. Morirà dopo un lungo calvario nel 1954.
In una lettera alla moglie, Paulette, che porta la data del 20 marzo 1940, Mounier scrive: «Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia; se ogni colpo più duro non fosse una nuova elevazione che ogni volta, allorché il nostro cuore comincia ad abituarsi al colpo prevedente, si rivela come una nuova richiesta d’amore».
Non oso aggiungere altro… per questo, sul secondo punto, scriverò domani.

Per ora La saluto con grande stima 


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