ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 28 gennaio 2015

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NEBBIE IN VAL VATICANA
   

1 - In punta di piedi.



Nell’udienza del 24 gennaio scorso tenutasi  nella Sala Clementina, in occasione del 50° del Pontificio Istituto Studi Arabi e Islamici (PISAI), il Papa, davanti ai convenuti, ha svolto il tema dell’incontro secondo la prospettiva pedagogica. Riandando alle passate esperienze, si è complimentato per il clima fiduciario che si sta instaurando fra i due monoteismi (?) e per la reciproca comprensione. Inutile replicare, da parte nostra, innanzi tutto sulla faccenda dei monoteismi, eretica frottola conciliarista su cui si è già detto e scritto tutto, inutile replicare dicevano perché i fatti attuali smentiscono questa ottimistica visione, ma tant’è. La smania di dialogare, dialogare e dialogare impedisce di vedere una realtà molto, ma molto diversa e più acerba. Le persecuzioni anticristiane, infatti, continuano come diuturno esercizio di mattanza, i proclami del Califfato si fanno sempre più ruggenti e vicini, l’invasione “programmata” dei clandestini – i “disperati” come li chiama la stampa corretta, forniti di smartphone e tablet, col séguito di bambini e donne incinte - continua imperterrita ad onta di quel pomposo e vaniloquente programma “Triton” che l’italica repubblichetta renziano/alfaniana ha varato per “monitorare” – e meno male! – le infiltrazioni terroristiche islamiche.
  
Tornando al tema, il Papa ha concluso il suo intervento con la seguente esortazione: “Ci si avvicina all’altro in punta di piedi e senza alzare la polvere che annebbia la vista” (O. R. 24/1/2015).
Un’esortazione in perfetta aderenza al programma bergogliano intessuto di rorida misericordia, amore, pietà, accoglienza, cammino che, prima vista rapisce per quel condensato di virtù umane di cui sèntesi, oggi, la necessità.

Polvere che annebbia? 
L’espressione ci ha riportato alla mente un passo evangelico in cui Gesù parla proprio di questa polvere, di questa realtà che, nel contesto narrativo, non è metafora come nella citazione papale, ma vera e concreta materialità concludente, poi, in simbolo. Ed ecco il passo: “Entrando in quella casa, rivolgete il saluto… Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi.” (Mt. 10, 12,14).
La parola di Cristo “sembra” – ci si permetta un eufemismo ironico - di tono alquanto diverso da quella papale e decisamente più significativa dacché dice che, davanti al rifiuto ostinato di accogliere la parola di Dio non c’è altro da fare che scuotere la polvere, quella vera, dai piedi, ad  indicare cioè quanto inutile sia stato il tempo speso per indurre alla conversione l’altro. Ed in proposito esemplare fu il comportamento di San Francesco missionario in Egitto per convertirne il Soldano, che vista la tenace e superba resistenza di costui, decise di non perder ulteriore tempo  “redissi al frutto dell’italica erba” (Par. XI, 105). 

Gesù, è vero, invita gli apostoli ad entrare in casa altrui con gentilezza annunciando la pace, e a questo atteggiamento si accorda l’incipit dell’esortazione papale, ma poi la conclusione pratica è un’altra: davanti al rifiuto e alla superbia “dell’altro” il Maestro comanda, come sopra si legge, di alzare i tacchi in modo vistoso, scuotendo cioè la polvere dai piedi. Papa Bergoglio, secondo cui il Vangelo “è una teorìa”, è rimasto alla prima parte della pericope, in una situazione di continua e garbata attesa aggiungendo di suo che la polvere è nebbia e rimanendo a perdere tempo nel PISAI, mentre la Chiesa inaridisce.

Una domanda: ma a che serve un Pontificio Istituto Studi Arabi/Islamici? Se non erriamo, non ci pare che, per moto di reciprocità, nella grande moschea de La Mecca, o in quella di Medina, funzioni un Islamico Istituto Studi Latini/Cattolici.


2 - Qui lo dico e qui lo (an)nego



Diego Neria Lejárraga, sulla scala della chiesa di San Esteban,
a Plasencia, Extemadura, Spagna
Foto pubblicata dal giornale spagnolo HOY

Il Cardinal Angelo Bagnasco, anticipando alcuni contenuti della sua relazione introduttiva alla prossima Assemblea CEI del 28 corrente mese, afferma perentoriamente che “il gender è un incrocio fra una dottrina pseudoscientifica e un bisogno politico che ha finito per tramutarsi in ideologìa” (Il Messaggero – Franca Giansoldati – 26/1/2015). Il prelato, con tale definizione, non fa che allinearsi, e giustamente, all’allarme che per la fattispecie  il Papa, riferendosi alla scuola, ha lanciato col dire che “imporre libri sul gender è come tornare alla gioventù hitleriana o al fascismo”( Il Messaggero, idem).

Moniti necessarî, questi, che vogliono richiamare i cristiani cattolici a non cedere alla sirene del modernismo che persegue lo scopo di creare il disordine nell’individuo e nella società secondo l’assunto massonico chiuso nel motto “Ordo ab Chao”, ritorno all’ordine dopo aver seminato il disordine. Di che ordine si tratti i lettori sanno bene; quello di una libertà assoluta che renda l’individuo sciolto da legami e da vincoli etici e soprattutto teologici ma schiavo di se stesso e di Satana, libertà che si identifica in quella personale nozione di bene e di male che, come affermò Papa Bergoglio allo Scalfari,  ogni coscienza si fa e alla quale si rapportano gesti, azioni, parole  rottamando così il divino Decalogo.

Se, poi, il Papa avesse chiarito maggiormente in qual modo la dottrina del gender è come un tornare alle gioventù hitleriane o fasciste, sarebbe stato un ulteriore elemento di comprensione perché noi avremmo aggiunto, a quelle gioventù, anche la comunista, la coreana e la cinese. E tutto per verità e par condicio.

Ma ciò che ci ha indotto a vergar questa noterella è la notizia che l’ANSA, in data 26 corrente mese, ha diffuso e che noi trascriviamo integralmente:
Papa Francesco ha ricevuto sabato scorso in un’udienza privata in Vaticano un transessuale spagnolo, accompagnato dall’attuale fidanzata. Lo ha riferito il quotidiano iberico Holy, secondo cui il trans gender, Diego Neria Lejarraga, ex donna di 48 anni, aveva scritto tempo fa al papa denunciando di essere stato emarginato dalla Chiesa nella sua città di Plasencia, in Estremadura, dopo il cambio di sesso. Il Papa gli avrebbe telefonato due volte in dicembre e sabato scorso l’ha ricevuto in Santa Marta”. 

Bocche quasi cucite in Vaticano da cui l’unico commento ha parlato trattarsi di “gesto d’amore”.

Evidente, in questo caso, l’applicazione della roncalliana distinzione errore/errante per la quale, secondo un paradossale processo dialettico, il peccato in sé e per sé è un entità  che, pur se astratta, va condannata mentre il peccatore, concreto e soggetto di opzioni concrete, va scorporato e considerato altro da sé.

Noi, onde non  apparire sul tema critici a prescindere, ci avvaliamo del parere di un grande e santo pastore che così commenta la massima roncalliana: “
Questa massima ha influenzato il cattolicesimo successivo. Il principio è giustissimo e attinge la sua forza dallo stesso insegnamento evangelico: l’errore non può non essere deprecato, odiato, combattuto dai discepoli di Colui che è verità, mentre l’errante – nella sua inalienabile umanità – è sempre un’immagine viva, pur se incoativa, del Figlio di Dio incarnato: e pertanto va rispettato, amato, aiutato per quel che è possibile. Io però non potevo dimenticare, riflettendo su questa sentenza, che la storica saggezza della Chiesa non ha mai ridotto la condanna dell’errore a un PIR e inefficace astrazione. Il popolo cristiano va messo in guardia e difeso da colui che di fatto semina l’errore, senza che per questo si cessi di cercare il suo vero bene e pur senza giudicare la responsabilità soggettiva di ciascuno, che è nota a Dio” (Giacomo Biffi: Memorie e digressioni di un italiano Cardinale – Ed. Cantagalli 2007 pag. 179). 

La rev. da Eminenza dice, in sintesi che il peccatore, in quanto portatore di opzioni storiche personali  erronee, va coinvolto nella condanna acciocché, col pentimento, possa sanare negative situazioni pregresse ben rammentando che la penitenza a cui la Chiesa assoggetta quel fedele è atto di carità. Nel caso di cui parliamo, il transessuale ricevuto con la  “fidanzata”, più che un libro sul gender è il gender stesso fatto carne e siffatta situazione, se rapportata alla relazione del cardinal Bagnasco, si delinea come  gravemente trasgressiva dell’ordine divino, talché il modo per sanarne la irregolarità sta nel ritorno allo stato originale, così come per il divorziato risposato l’ordine si ricostituisce con la primitiva condizione monogamica. Se si fosse attenuto al carattere di Gregorio VII gli avrebbe, Papa Bergoglio, fatto fare quantomeno debita anticamera. Ma la carità è sollecita e premurosa.

Non vogliamo entrare nel giudizio di Dio, ma ci sembra quanto mai stridente e contraddittorio che, nel mentre il cardinale presidente CEI tuona contro la dottrina del gender, mentre il Papa ci avverte sul rischio di far resuscitare, col gender, le legioni hitleriane, egli stesso ne riceve in udienza personale la concreta personificazione, e cioè, un transessuale. C’è da credere, quindi, che nella sacra stanza fosse presente solo l’uomo in sé mentre il suo peccato ne era rimasto fuori. E pensiamo, poi, che le intelligenze vaticane avrebbero fatto molto ma molto meglio se avessero trattato il caso con discrezione e silenzio; anzi, se non lo avessero affatto realizzato. Errore ed errante. Già, e la cosa ci suona strana, inaccettabile se pensiamo alla condanna comminata ai mercanti di droga, e poi a quell’udienza in cui Papa Bergoglio accolse i rappresentanti dei Quechuas argentini benedicendone il cesto di foglie di coca; se pensiamo alla condanna dell’aborto, dell’eutanasìa, della gnosi, del comunismo e a  come, però, personaggi fatti viventi emblemi di questi errori - noti atei/abortisti/gnostici/comunisti - vengono ricevuti, riveriti e trattati nelle sacre stanze.

Di contro, come l’ombra di Banquo, sta l’iniquo comportamento tenuto invece nei confronti dei poveri Frati Francescani dell’Immacolata. Paradossale: peccatori esaltati, santi umiliati!


3 - Sì, quest’amore è splendido
      Ovvero: paternità responsabile



Borgo San Dalmazzo (Cn).
Don Claudio Cavallo, 50 anni, ha annunciato, stamane domenica 25 gennaio, al termine della Messa che mercoledì, 28 gennaio, lascia la parrocchia . A marzo diventerà padre di un bambino e insieme alla “sua compagna” darà vita a una famiglia. Solo l’amore – aggiunge– costruisce una vita e la rende vera”.

Questo è il sunto di un articolo – La Stampa 26 gennaio 2015 – con cui veniamo a sapere che, con gioia esaltante, un parroco lascia la sua missione di pastore per metter su famiglia. 50 anni lui, 47 la sua donna o, meglio, la “sua compagna”. Stando alla statistiche -  vedi sito “preti sposati” – nel decennio 2002/2012, solo in Italia sono state rilasciate circa 200 dispense  con relativa riduzione allo stato laicale per richieste matrimoniali. Non contiamo quelli ridotti allo stesso stato per reati di pedofilìa o per abbandono vocazionale determinato da altre cause.

Diciamo subito che la vicenda di San Dalmazzo si rivela, per un verso, su una prospettiva di sincerità e di coerenza dacchè l’interessato, diversamente da tanti altri suoi confratelli che in simile circostanza si son tenuti la parrocchia e la “compagna” in dissimulato rapporto moreuxorio, offensivo per la sacralità dell’istituzione, don Claudio ha sentito la necessità di annunciare le sue dimissioni. Ma aggiungiamo, però,  che, per altro verso, ci vien da pensare con quale condizione spirituale egli abbia, durante il periodo di concubinato o di illecito commercio carnale, esercitato l’ufficio pastorale: celebrar Messa, amministrare i Sacramenti, svolgere la catechesi. 

Il suo annuncio, gioioso ed entusiasta, stride tuttavia con la gravità di che si connota l’abbandono e la dismissione dal sacro ufficio. La vocazione è la dimostrazione del particolare amore che Dio riserva ai suoi eletti e non è, perciò, da prendere a gabbo, come già avvertiva Dante che, per bocca di Beatrice così ammoniva: “Non prendano i mortali il vóto a ciancia/ siate fedeli e a ciò far non bieci” (Par. V, 64/65).

Il sacerdote, certamente, non viene, con l’essere persona consacrata, esentato dalle debolezze umane ma a sostenerlo nel suo Getsemani soccorre la grazia di stato che il Signore gli elargisce col renderlo “sacerdos in aeternum”. Pertanto non ci sentiamo di lanciarci in una scandalizzata e pruriginosa invettiva. Lungi da noi! Ma ciò che di questa faccenda non ci è piaciuto è stata la caramellosa romanticheria con cui don Claudio ha rivestito il suo annuncio, alludendo a quell’amore che solo può edificare una famiglia vera. Stia calmo, perché si fa assai presto a confondere l’amore per Cristo e la sua famiglia – la Chiesa - e l’amore per . . .le donne. Certamente, il clima che si sta oggi creando intorno alla questione del celibato ecclesiastico, con le moderniste risonanze del Sinodo trascorso, con gli interventi sempre più frequenti sul tema dell’amore senza precisare di qual natura, sul tema della solitudine del prete, sul tema della misericordia di Dio che tutto perdona, sul tema di una Chiesa  madre amorevole, questo clima sentimentalone, dicevamo, sta rendendo come fatto ovvio, da applaudire e festeggiare con squilli di tromba e congratulazioni – come è successo a San Dalmazzo a Borgo – l’abbandono della vocazione per la vita coniugale.

Noi ci saremmo aspettati una confessione non diciamo mortificante  ma intonata a pentimento, a serietà, a dispiacere, ad imbarazzo soprattutto nei confronti di Dio, della Chiesa e dei fedeli.

C’è mancato che non scoppiassero i fuochi d’artificio. Ma vedrete, ci saranno a marzo.

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