ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 4 settembre 2015

Dubito quin

Troppo buono, troppo vago. Il giubileo sotto la lente del canonista

papa
La lettera papale presentata nel precedente post, nella quale Francesco ha annunciato due atti di misericordia in occasione del prossimo anno giubilare su due punti nevralgici come il peccato d’aborto e lo scisma lefebvriano, ha suscitato in prima battuta un sentimento di ammirazione per la generosità del doppio gesto, ma ha anche presto visto sorgere delle reazioni di sconcerto per l’informalità con cui il papa ha espresso le sue volontà, un’informalità che agli esperti di diritto canonico è parsa sconfinare in una pericolosa confusione.

Il 3 settembre, due giorni dopo la pubblicazione della lettera, sul “National Catholic Register”, importante testata del gruppo multimediale EWTN, il professor Benedict Nguyen, specialista in diritto canonico e diritto civile, consulente della diocesi di Corpus Christi, nel Texas, e docente all’Avila Institute for Spiritual Formation, ha dato voce a queste riserve:
La sua analisi delle “ambiguità” canoniche della lettera di Francesco ha fatto il giro del mondo, assieme alla richiesta che tali ambiguità vengano presto chiarite proprio per poter mettere in atto le decisioni papali in modo appropriato.
Ecco qui di seguito la traduzione integrale dell’analisi di Benedict Nguyen, cortesemente offerta a Settimo Cielo dall’avvocato Lorenzo Da Pra Galanti, di Milano.
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L’INDULGENZA DELL’ANNO DELLA MISERICORDIA DI PAPA FRANCESCO SOLLEVA QUESTIONI DI DIRITTO CANONICO
di Benedict Nguyen
La lettera del 1 settembre del Santo Padre all’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, invita nuovamente i fedeli a contemplare la misericordia di Dio manifestata attraverso la sua Chiesa, particolarmente nell’imminente anno giubilare straordinario della misericordia.
La lettera è ricca di bellezza e magnanimità e mostra quanto papa Francesco, come i suoi predecessori, prenda sul serio il compito di rendere attuale la misericordia di Dio per tutti, specialmente per coloro che si trovano nelle periferie del mondo.
Tutti dovrebbero leggere attentamente la lettera e adoperarsi intensamente per rendere note e disponibili le indulgenze che vengono garantite ai fedeli nelle loro diocesi, a coloro che visitano i santuari e a coloro che sono malati o in prigione. Da non perdere sono anche i benefici garantiti a coloro che praticano le opere di misericordia spirituali e corporali. A dire il vero, si tratta di una chiamata rivolta a tutti a partecipare a queste opere di misericordia e ad aiutare ad estendere la misericordia del nostro Signore a più persone possibile.
Proprio per l’importanza del desiderio del Santo Padre di diffondere la misericordia con generosità nell’imminente anno giubilare, e con pieno rispetto filiale e affetto per il Santo Padre, ritengo necessario identificare alcune ambiguità canoniche contenute nella lettera, che seriamente richiedono dei chiarimenti, affinché i desideri del Santo Padre possano essere realizzati in modo appropriato.
Prima di tutto, qual è il valore canonico di questa lettera? Non è una legge (canone 8 e seguenti del Codice di diritto canonico). Non è un decreto generale (canone 29). Non è un decreto generale esecutivo (canone 31). Non è un’“istruzione” canonica (canone 34). Non è specificato che sia un “motu proprio” di iniziativa del papa
Chiaramente si tratta semplicemente di una lettera scritta al presidente del pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, ma questa lettera dimostra comunque di garantire delle concessioni di peso relative a indulgenze, facoltà, ecc. per l’anno della misericordia. Normalmente, in occasione di un anno santo, queste concessioni vengono espresse nella forma di una bolla papale, come ad esempio il documento di indizione con cui il papa ha annunciato l’anno della misericordia, o almeno con un decreto o un “motu proprio”, in modo che non vi possa essere confusione relativamente all’effetto canonico ufficiale del documento. La forma, o piuttosto la mancanza di forma, e le ambiguità di questa lettera sembrano sollevare alcuni dubbi di diritto canonico, che temo possano vanificare o sospendere alcuni dei suoi effetti (canone 14).
In secondo luogo, il papa sembra garantire a tutti i sacerdoti la possibilità di perdonare il peccato di aborto. Mentre nelle Chiese orientali il perdono del peccato di aborto è riservato al vescovo (Codice dei canoni delle Chiese orientali, 728), nel rito latino tutti i sacerdoti che hanno la facoltà di assolvere i peccati in confessione appaiono già in grado di assolvere tale peccato.
È importante tenere presente che vi è una distinzione tra il peccato di aborto e la scomunica che può conseguire a tale peccato (canone 1398). Infatti non si tratta della stessa cosa. Il peccato è una condizione morale, mentre la scomunica è una condizione giuridica che priva un cattolico di certi diritti e benefici derivanti dall’essere in piena comunione con la Chiesa cattolica (canone 1331).
Sembra esservi molta confusione a proposito della differenza tra il peccato di aborto e la pena della scomunica. È importante ricordare che la cosiddetta scomunica automatica (”latae sententiae”) non è necessariamente sempre “automatica”, dal momento che vi possono essere una serie di circostanze esimenti o mitiganti, elencate nei canoni 1323 e 1324.
Nel rito latino, nel caso in cui un soggetto non sia incorso soltanto nel peccato di aborto ma anche nella pena giuridica della scomunica da esso derivante, la capacità di rimuovere la pena della scomunica è riservata al vescovo. In molte diocesi degli Stati Uniti il vescovo ha delegato questa facoltà di rimuovere la scomunica a sacerdoti che hanno la facoltà di ricevere validamente la confessione.
Pertanto il problema consiste in questo: la lettera del papa non fa alcun cenno alla concessione ai sacerdoti della facoltà di rimuovere la pena della scomunica che può risultare dal peccato di aborto, ma, piuttosto, sembra soltanto garantire ai sacerdoti la possibilità di perdonare il peccato di aborto.
Per i sacerdoti di rito latino che hanno già la facoltà di ricevere validamente le confessioni, ciò non aggiunge alcunché di nuovo, ma essi non ricevono ancora la facoltà di rimuovere la pena della scomunica, a meno che non l’abbiano già ricevuta dal proprio vescovo.
Un’ulteriore ambiguità si ha nel fatto che la lettera sembra estendere tale possibilità a tutti i sacerdoti. Non vi è infatti alcuna specificazione che si applichi solo ai sacerdoti che hanno già la facoltà di ricevere validamente le confessioni. In altre parole, la facoltà di perdonare il peccato di aborto si estende anche ai sacerdoti scomunicati, a quelli sotto interdetto, a quelli ridotti allo stato laicale, a quelli appartenenti a gruppi o situazioni scismatici o irregolari, a quelli i cui vescovi abbiano limitato o revocato la facoltà di ricevere confessioni? Ma se è così, tutti questi sacerdoti possono solo perdonare il peccato di aborto e non gli altri peccati confessati?
In terzo luogo, relativamente alla concessione ai sacerdoti della Fraternità San Pio X (FSPX) di concedere l’assoluzione validamente e lecitamente, non vi è dubbio che si tratta di un gesto veramente generoso da parte di papa Francesco, un gesto che rivela il suo paterno cuore di pastore. Egli indica chiaramente che la sua speranza è quella che in un prossimo futuro la piena comunione con i sacerdoti e i superiori della FSPX possa essere ripristinata.
Tuttavia, nel frattempo, questa concessione sembra implicare un paio di conseguenze. La prima è che i sacerdoti della FSPX non siano in piena comunione con la Chiesa, la seconda che i sacerdoti della FSPX non abbiano avuto e non abbiano tuttora la facoltà di assolvere validamente e lecitamente i peccati in confessione e non l’avranno fino all’8 dicembre, data di inizio dell’anno della misericordia.
In quarto luogo, ci si chiede perché non vi sia stata una comunicazione diretta con la FSPX. Il comunicato della FSPX indica che la Fraternità ha appreso della lettera solo a mezzo della stampa. Di norma, concessioni di facoltà specifiche sono comunicate direttamente al soggetto interessato o, se appropriato, al superiore del soggetto stesso.
In quinto luogo, non si capisce perché la lettera non usi esplicitamente la parola “facoltà” quando parla della concessione ai sacerdoti della FSPX della capacità di assolvere validamente e lecitamente. Se da una parte sembra che la “mens”, l’intenzione, sia effettivamente quella di garantire una facoltà ai sacerdoti della FSPX, è del tutto insolito che la lettera del testo non contenga esplicitamente una concessione di tale facoltà a questi sacerdoti. Al contrario, la lettera sembra porre l’enfasi sul bene dei fedeli e sul loro intento di accostarsi ai sacerdoti della FSPX.
Mentre vi possono essere alcune somiglianze con la situazione di una persona in pericolo di morte, che ha la possibilità di rivolgersi a qualsiasi sacerdote per ottenere l’assoluzione, indipendentemente dallo stato canonico di quest’ultimo (canone 976), in questo caso la situazione non è analoga. Lo stato di pericolo di morte non comporta la concessione generale di una facoltà al sacerdote, ma una concessione per una circostanza specifica. Il testo della lettera papale sembra invece contemplare una situazione più generale.
Tuttavia, se pure sembra implicare una facoltà concessa genericamente ai sacerdoti della FSPX di ricevere confessioni validamente e lecitamente, la lettera non dice effettivamente questo in modo chiaro. Quindi rimane la domanda se in questo caso si tratti della concessione di una facoltà generale di ricevere confessioni – ovvero per tutti i casi in cui qualcuno si accosti ad un sacerdote della FSPX – oppure se vi sia qualche sorta di limitazione intesa dal Santo Padre nel non mettere l’accento sui sacerdoti della FSPX, ma solo sui fedeli che si accostano ai sacerdoti stessi. Se si tratta di una concessione generale di una facoltà, perché non viene usato il termine “facoltà”? Ma se vi sono delle limitazioni, perché non sono elencate?
Da ultimo, a proposito di tutte queste concessioni in occasione dell’anno della misericordia, non viene chiarito se le stesse prevalgono sulla giurisdizione del vescovo diocesano o del superiore religioso e sul loro potere di limitare in tali materie le capacità di un sacerdote ad essi sottoposto. In altre parole, può qualsiasi sacerdote concedere l’assoluzione validamente e lecitamente, indipendentemente dal fatto che il suo vescovo o superiore competente lo possa limitare a mezzo di una revoca di facoltà o in conseguenza di qualche pena canonica?
Spero personalmente che vi siano dei chiarimenti a questi dubbi canonici, che sono rispettosamente sollevati. Spero inoltre che tali dubbi possano aiutare a rafforzare la nostra possibilità di comprensione della volontà del Santo Padre e a rendere concreta la sua valida e lecita applicazione.
In tal modo, che si possa tutti essere al fianco del nostro Santo Padre per contribuire ad applicare la misericordia di Dio in modo sempre più generoso a più persone possibile in questo anno giubilare.

Un Giubileo con molti dubbi da chiarire

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Grande favore ha riscosso in tutto il mondo cattolico la lettera, indirizzata a Mons. Rino Fisichella in qualità di Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, con cui Papa Francesco ha stabilito nuove condizioni, oltre a quelle tradizionali, per ricevere l’indulgenza durante il Giubileo. La missiva, che nell’intento del Pontefice contiene indicazioni per facilitare l’incontro dei fedeli con la misericordia di Dio, riguardo ad alcuni aspetti giuridici ha sollevato però dubbi di legittimità canonica.
In particolare la rivista National Catholic Register, informatore appartenente al gruppo editoriale EWNT, fondato dall’ormai ultranovantenne Suor Angelica Rizzo, ha pubblicato ieri un articolo del canonista Benedetto Nguyen che, pur con estremo rispetto, ha sollevato delle questioni di diritto che andranno necessariamente chiarite.

Innanzitutto egli si domanda quale forma di autorità, dal punto di vista canonico, sia attribuibile alla lettera, non essendo una legge (Canone 8), né un decreto generale (Canone 29) e neppure un decreto esecutivo generale (Canone 31). Non si tratta nemmeno di una “istruzione” (Canone 34) e non si configura come un motu proprio.
Nguyen fa notare che la mancanza di forma ufficiale di tale missiva, creando ambiguità esecutive e dubbi giuridici, potrebbe provocare l’annullamento o la sospensione di alcune delle sue applicazioni (Canone 14).
In secondo luogo egli osserva che il Papa sembra concedere la possibilità a tutti i sacerdoti di perdonare il peccato di aborto, però va considerato che vi è una distinzione tra il peccato di aborto in se stesso e la scomunica che potrebbe derivarne ai sensi del Canone 1398.
Infatti il peccato è una condizione morale, la scomunica è un effetto giuridico che priva un cattolico di alcuni diritti e benefici derivanti dall’essere in piena comunione con la Chiesa cattolica (Canone 1331).
Nguyen rileva quindi che occorre fare chiarezza, perché la scomunica non è necessariamente sempre “automatica” (latae sententiae) in quanto possono esserci casi di esenzione o di circostanze attenuanti, come elencato nei Canoni 1323 e 1324.
Egli rammenta poi che, mentre nelle Chiese Orientali il perdono del peccato di aborto è riservato al solo vescovo (Codice dei Canoni delle Chiese Orientali, 728), nel rito latino, presumendo che qualcuno sia incorso effettivamente non solo nel peccato ma anche nel rigore giuridico della scomunica, la capacità di revocare tale pena è riservata ai vescovi, che in molte diocesi degli Stati Uniti (e anche d’Europa, ndr), hanno delegato tale compito ai sacerdoti con facoltà di ricevere la confessione validamente.
Quindi per il canonista statunitense il problema risiede nel fatto che la lettera del Papa non fa menzione riguardo alla revoca della scomunica ma, piuttosto, sembra concedere ai sacerdoti la sola possibilità di perdonare il peccato.
Un’ambiguità ulteriore deriva dal fatto che la lettera sembra ampliare la concessione a tutti i sacerdoti indistintamente.
In altre parole, senza ulteriori specificazioni, sembrerebbe che questa generica permissione di perdono si possa estendere anche ai sacerdoti scomunicati, a quelli sotto interdetto, ai dimessi dallo stato clericale, a coloro che appartengono a gruppi scismatici o comunque irregolari, ai sacerdoti i cui vescovi hanno limitato o tolto la capacità di confessare.
E, provocatoriamente, Nguyen si domanda se, in caso affermativo, questi sacerdoti potranno solo perdonare quel peccato o anche tutti gli altri.
La terza questione che il canonista pone è quella che riguarda l’autorizzazione ai sacerdoti della Fraternità San Pio X (FSSPX) di concedere l’assoluzione validamente e lecitamente a tutti i fedeli che ne facciano richiesta, gesto questo che egli considera veramente generoso da parte di Papa Francesco, il quale nella lettera esprime la speranza che in un futuro prossimo si restauri la piena comunione con quella realtà.
Tuttavia egli rileva che i sacerdoti della Fraternità San Pio X per il momento non sono in comunione con la Chiesa cattolica e non è pensabile che possano riconciliarsi entro l’inizio dell’Anno della Misericordia.
Si chiede poi come mai non vi sia stata una comunicazione diretta con i religiosi della Fraternità, che nel suo comunicato di ringraziamento al Papa dichiara di averne avuto notizia solo a mezzo stampa.
Nguyen trova poi sconcertante che la lettera non usi esplicitamente la parola “facoltà” quando menziona la concessione ai sacerdoti della FSSPX. Mentre sembra che la mens sia quella di concedere loro proprio una facoltà, in realtà la lettera pone l’accento solo sul bene dei fedeli e il loro rapporto con quei religiosi.
Quindi si domanda se si tratti della concessione della facoltà generale di ascoltare tutte le confessioni o se vi sia qualche tipo di limitazione che il Santo Padre prevede, dal momento che pone l’accento non sui sacerdoti FSSPX, ma sui i fedeli che li avvicinano.
E se si tratta di una concessione generale della facoltà, si chiede perché non sia stato usato tale termine mentre, se invece ci sono dei limiti, perché non siano stati elencati.
A quanto evidenziato da Benedetto Nguyen va aggiunto che né la Bolla di indizione dell’Anno Santo né la lettera indirizzata a Mons. Fisichella indicano le condizioni necessarie per lucrare l’indulgenza plenaria.
Le questioni poste dal National Catholic Register non sono cavilli pretestuosi per delegittimare gli atti pontifici relativi al Giubileo della misericordia. Anzi, l’intenzione dell’autore dell’articolo è di fornire un contributo per allontanare la possibilità che l’insorgere di dubbi giuridici provochi l’annullamento o la sospensione di alcune delle indicazioni pontificie, come legittimamente previsto dal Diritto canonico.
Quindi egli si augura, come tutti i cattolici, che le questioni sollevate vengano esaurientemente chiarite e risolte e che le intenzioni del Santo Padre possano essere attualizzate in forma valida e lecita.

Sull'emigrazione il devastante populismo di Bergoglio si contrappone alla saggezza della Chiesa cattolica

Qui forte e chiaro Antonio Socci. L'articolo, ripreso dal suo sito, è apparso su Libero del 30 agosto:

La Chiesa Cattolica e il “partito di Bergoglio” si contrappongono anche sul tema dell’immigrazione.
Bergoglio afferma che ci sono masse di persone che, per fame, hanno il diritto assoluto e indiscriminato di emigrare nei nostri Paesi.
Ma se l’attuale flusso migratorio fosse davvero scatenato dalla fame si dovrebbe affrontare lì il dramma del cibo, non costringere gli affamati anche a sradicarsi e mettersi nelle mani dei mercanti di morte.

La Chiesa ha sempre insegnato diversamente da Bergoglio. Giovanni Paolo II per esempio proclamò che
il diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione”.
E Benedetto XVI ribadì:
Nel contesto socio-politico attuale… prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra”.
Peraltro la Chiesa africana, in linea col magistero di sempre, fino a Wojtyla e Ratzinger, parla oggi addirittura del dovere di non emigrare.

“RESTATE A CASA”
Nei giorni scorsi i vescovi africani hanno lanciato un appello ai giovani dei loro popoli: 
Non fatevi ingannare dall’illusione di lasciare i vostri Paesi alla ricerca di impieghi inesistenti in Europa e in America”.
Sono queste le parole chiare usate dal vescovo Nicolas Djomo, presidente della Conferenza episcopale del Congo, inaugurando l’incontro panafricano dei cattolici.
Mons. Djomo ha aperto il forum invitando i giovani africani “a guardarsi dagli inganni delle nuove forme di distruzione della cultura di vita, dei valori morali e spirituali”, perché l’identità culturale e spirituale di un popolo è una ricchezza e solo un mondialismo nichilista può pensare che gli uomini e i popoli siano come merci che si possono sradicare e trapiantare dovunque.
Poi Djomo ha esortato i giovani africani a non cercare illusorie scorciatoie di benessere con la fuga dal proprio Paese:
 “Utilizzate i vostri talenti e le altre risorse a vostra disposizione per rinnovare e trasformare il nostro continente e per la promozione della giustizia, della pace e della riconciliazione durature in Africa. Voi siete il tesoro dell’Africa. La Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi”.
È questo che manca sempre negli interventi di Bergoglio. Mai egli afferma che l’emigrazione è un impoverimento economico e spirituale per le società africane. Né esorta i giovani africani di non emigrare e impegnarsi nello sviluppo dei loro Paesi. Anzi.
Al Terzo Mondo lui descrive l’Europa come un Bengodi, un paese delle meraviglie opulento e sazio, dove c’è ricchezza per tutti.
Ma noi saremmo egoisti, quindi ci accusa di negare il benessere a milioni di africani affamati che vogliono venire qua (saremmo colpevoli perfino dei loro naufragi in mare, mentre la verità è che li abbiamo sempre soccorsi e salvati).

Lo storico viaggio bergogliano a Lampedusa, nell’ottobre 2013, lanciò questo disastroso messaggio, che di fatto suonò come l’ordine di abbattere le frontiere per l’Italia e l’Europa (ma non per il Vaticano) e come un implicito invito a partire per migliaia di africani.
È un po’ l’ideologia immigrazionista delle sinistre che ha dominato finora in Occidente. C’è chi ritiene che proprio il falso umanitarismo tipico dell’Unione europea (che poi ha lasciato sola l’Italia) abbia attratto in questi due anni un fiume di emigranti (salpati spesso da una Libia allo sbando prodotta dalla vergognosa guerra euroamericana).
Di fatto mafie e terroristi si sono arricchiti come mercanti di carne umana, moltissimi poveretti sono morti ammazzati da questi carnefici o dal mare, infine le società europee rischiano di essere destabilizzate.
NON C’ENTRA LA FAME
Al colossale errore ideologico dell’umanitarismo astratto, si contrappone la saggezza dei vescovi africani.
Le loro ragioni sono confermate da una studiosa dell’Africa, Anna Bono, la quale ha recentemente spiegato che a emigrare non sono gli affamati, ma i giovani istruiti: 
in gran parte la motivazione non è un pericolo di vita incombente né la miseria estrema. Gli emigranti dall’Africa per lo più non stavano morendo di fame, non vivevano sotto le bombe o nel terrore di un regime spietato. Difatti pochi ottengono lo status di rifugiato”.
C’è fra loro “una netta prevalenza di giovani, maschi, istruiti, partiti da centri urbani dove avrebbero potuto continuare a vivere, così come fanno i loro coetanei rimasti a casa”.
Costoro emigrano per l’illusorio sogno del benessere europeo a portata di mano. E per questo pagano “somme di denaro ben superiori a quelle necessarie per percorrere le stesse distanze in autobus e con voli di linea, sufficienti in patria ad avviare o a migliorare delle imprese artigianali, agricole o commerciali”.
In questo modo non solo si rovinano economicamente, non solo impoveriscono i propri paesi di risorse economiche e umane, non solo si mettono a rischio di subire violenze e morte, ma anche arricchiscono reti criminali.

A muovere questi giovani africani, oltre all’illusione di un Bengodi europeo, c’è l’insicurezza del futuro in una società africana che fino a ieri – nella cultura tribale – “era basata su un progetto comunitario” che garantiva una certa solidarietà fra generazioni. Mentre oggi, malamente modernizzata, lascia soli i giovani.

Ecco perché la Chiesa Africana si muove per creare nuovi legami di solidarietà che aiutino lo sviluppo e “i giovani sono la parte più importante della popolazione africana sulla quale la Chiesa conta in modo prioritario per l’evangelizzazione e la promozione della pace, della giustizia, della riconciliazione e dello sviluppo del nostro continente”.
L’approccio della Chiesa africana è opposto all’ideologia bergogliana, mentre è in consonanza col magistero di sempre della Chiesa.
COSA DICE IL CATECHISMO
Prendiamo il Catechismo della Chiesa cattolica, varato da Giovanni Paolo II e da Ratzinger, in attuazione del Concilio.
Si è detto giustamente che col Catechismo “la Chiesa difende il diritto dell’uomo a emigrare e tuttavia non ne incoraggia l’esercizio, riconoscendo che ‘la migrazione ha un costo molto elevato e a pagarne il conto sono sempre i migranti’ ” (Magister).
Benedetto XVI in America Latina e in Centroamerica vide “il grave problema della separazione delle famiglie” dovuto all’emigrazione e definì questo fenomeno “veramente pericoloso per il tessuto sociale, morale e umano di questi Paesi”.
Quindi affermò: 
La soluzione fondamentale è che non ci sia più bisogno di emigrare, perché ci sono in Patria posti di lavoro sufficienti, un tessuto sociale sufficiente, così che nessuno abbia più bisogno di emigrare. Quindi, dobbiamo lavorare tutti per questo obiettivo, per uno sviluppo sociale che consenta di offrire ai cittadini lavoro ed un futuro nella terra d’origine”.
Del resto nello stesso Catechismo si dice che le nazioni più ricche “sono tenute ad accogliere lo straniero”, ma solo “nella misura del possibile”.
Inoltre “le autorità politiche” devono “subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L’immigrato è tenuto a rispettare con riconoscenza il patrimonio materiale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contribuire ai suoi oneri” (n. 2241).
Le parole del Catechismo non ricordano affatto Bergoglio, ma il grande discorso del cardinal Biffi alla Fondazione Migrantes, nel 2000. Quando osservò che c’è un colossale problema di integrazione rappresentato dall’immigrazione islamica.
E quando spiegò che – stante il principio dell’ospitalità – “non se ne può dedurre – se si vuol essere davvero ‘laici’ – che una nazione non abbia il diritto di gestire e regolare l’afflusso di gente che vuol entrare a ogni costo. Tanto meno se ne può dedurre che abbia il dovere di aprire indiscriminatamente le proprie frontiere”.
Antonio Socci 
Da “Libero”, 30 agosto 2015

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