ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 28 ottobre 2015

Chi semina, raccoglie..!

KUNG SEMINATORE DI CONFUSIONE

    Hans Küng: cattivo teologo e seminatore di confusione. Küng confonde “risuscitamento” e “resurrezione”, due concetti diversissimi? Eppure, anche così si fa teologia, oggi: almeno da parte di certi cattolici progressisti di Francesco Lamendola  






A partire dal Concilio Vaticano II (a partire da esso e non a causa di esso) la dottrina cristiana è stata infiltrata da una mala razza di pseudo teologi “progressisti”, “ecumenici” e “modernisti”, i quali, oltre ad aver seminato confusione, spacciando le loro discutibili elucubrazioni per moneta buona, ossia per ciò che un buon cattolico è tenuto a credere, hanno preparato il terreno ad una schiera di vescovi e preti di uguale tendenza, tutti contrassegnati dalla smania di far vedere che sono tanto aperti, dialoganti e pluralisti, quanto può esserlo il laicista e l’ateista più sfegatato: dimenticandosi che il dialogo si costruisce a partire dalla coscienza della propria identità, e non dalla confusione e dall’assunzione delle identità altrui.

Uno di questi seminatori di confusione e di questi cattivi teologi, che si sono permessi di manipolare e manomettere la dottrina cattolica, autoproclamandosi i suoi “veri” e legittimi interpreti, è stato, senza dubbio, lo svizzero Hans Küng, classe 1928, presbitero che raramente si mostra in abito sacerdotale, nonché scrittore prolifico, il quale, benché sospeso dall’insegnamento della teologia cattolica fin dal 1979, ha continuato imperterrito a tenere conferenze, rilasciare interviste e sfornare un libro dopo l’altro, spesso raccogliendo i testi delle proprie lezioni e portando avanti una specie di battaglia per “svecchiare”, “modernizzare” e “aprire” la Chiesa e la comunità cristiana al dialogo interreligioso e per “sensibilizzarle” sui problemi etici, a cominciare da quello dell’eutanasia, pratica che lui, in determinati casi, ammette (si veda, in proposito, il suo libro significativamente intitolato «Sulla dignità del morire»). A tale scopo ha anche creato la Fondazione Weltethos (etica mondiale), il cui documento-base è stato approvato e adottato niente meno che dal Consiglio per il Parlamento delle religioni del mondo, a Chicago, nel 1993.
Hans Küng, che non si è trattenuto dal levare alte strida per essere stato allontanato dall’insegnamento della teologia negli istituti cattolici, paragonandosi ai martiri della Santa Inquisizione e puntando il dito contro i papi “reazionari”, come Giovanni Paolo II e soprattutto Benedetto XVI, responsabili, a suo dire, del conservatorismo, della chiusura e dell’involuzione  della Chiesa cattolica, si è speso parecchio per diffondere i suoi punti di vista su numerosi argomenti, non solo di ordine etico, ma anche morale, sociale, civile, scientifico (sostenendo, ovviamente, che il cattolicesimo deve mettersi al passo con i progressi della scienza moderna, essendo ancora troppo restio a farlo), e sforzandosi costantemente di piegare il senso del Vangelo alla sua particolare sensibilità di teologo “moderno”, dunque particolarmente attento alle questioni della libertà, dei diritti, del potere ingiusto che dev’essere combattuto, dell’eurocentrismo che dev’essere superato, dell’esclusivismo che dev’essere abbandonato, senza mai stancarsi di denunciare le resistenze, le chiusure, le intolleranze, vere o presunte, che si annidano nella Chiesa e specialmente nella Curia e nelle alte gerarchie.
Oltre ad essere un interprete alquanto soggettivo e discutibile del messaggio evangelico, è anche un pensatore pochissimo originale: in fondo, non fa altro che ripetere quello che moltissimi cattolici progressisti e modernisti, specialmente di area tedesca, svizzera e olandese, sostengono da parecchi anni, e lo fa, oltretutto, in maniera involuta e quanto mai ambigua (questo, però, deriva forse da una strategia difensiva, per evitare censure troppo esplicite): come tutti costoro, egli guarda con ammirazione e con un mal dissimulato complesso di inferiorità alle Chiesa protestanti, e pensa che la Chiesa cattolica sarà assai migliore quando avrà imparato da esse, sia a livello dottrinario, sia a livello organizzativo. Non è certo un caso che nelle migliaia di pagine dei suoi libri, non si parli mai della Madonna o dei santi e non si affermi volentieri il dogma dell’infallibilità pontificia. Tutto questo, evidentemente, per lui è troppo cattolico: pertanto, o che non ci creda, o che non voglia offendere la sensibilità altrui, in nome di un ecumenismo che appiattisce e distrugge le identità e le differenze, di fatto egli pensa, parla e scrive come un teologo protestante, come un discepolo di Bultmann o di Tillich; non sembra affatto un teologo cattolico (e poi si meraviglia e si lamenta di essere stato sospeso dall’insegnamento; ma è la tipica strategia modernista: restare dentro la Chiesa per demolirne la Tradizione dall’interno); anzi, per dirla tutta, non sembra proprio un teologo, e solo con molta fatica si può immaginare che sia un cristiano.
Prendiamo il caso di uno dei suoi libri più famosi: «Vita eterna?», uscito a Monaco nel 1982: proprio così, con il punto interrogativo; che è stato preceduto da «Dio esiste? Risposta al problema di Dio nell’età moderna», del 1978, e seguito, fra gli altri, dall’ancora più eloquente «Contro il tradimento del Concilio. Dove va la Chiesa cattolica», del 1987 (stavolta il punto interrogativo cede il posto a una recisa affermazione, che qualifica di “traditori” quanti si oppongono, non al Concilio, ma alla sua personale interpretazione del Concilio Vaticano II).
In quel libro vi è, fra gli altri, un capitolo significativamente intitolato: «Difficoltà con la Resurrezione di Gesù». Dopo aver esaminato la questione ed essersi domandato se Gesù sia risorto veramente "con il corpo" e che cosa significhi l'espressione "vita eterna", Küng chiude il capitolo con un paragrafo riassuntivo, intitolato «La Resurrezione oggi». Anche questo titolo è significativo, perché, per duemila anni, nessun teologo si è mai sognato di chiedersi cosa voglia dire la Resurrezione di Cristo "oggi", vale a dire nella contemporaneità: tutti, sempre, hanno avuto piena consapevolezza che la Resurrezione è un fatto eterno, che trascende la storia e che non ha un particolare significato in questa o quella epoca storica, ma interpella l'uomo di ieri, di oggi e di domani, l'uomo di sempre: l'uomo in quanto uomo.
Ma tant'è: l'uomo moderno, come è noto, a un certo punto della storia ha detto: "io"; l’ha chiamata "rivoluzione scientifica", "rischiaramento delle tenebre", "svolta antropologica" e in tante altre maniere, ma sempre col medesimo significato. Per migliaia d'anni ci si è accontentati, come dice Kant, di credere quel che era stato detto dalle generazioni precedenti; l'uomo moderno, più evoluto e intelligente, ha deciso di fare altrimenti: di adoperare la propria ragione in maniera assolutamente libera e spregiudicata, senza alcun rispetto per la tradizione, e, soprattutto, senza riconoscere un limite al di sopra di essa: il suo limite è divenuto il Cielo. Dunque, è chiaro che l'uomo moderno, e specialmente l'uomo contemporaneo, non può porsi davanti alla Resurrezione con lo stesso atteggiamento dell'uomo pre-moderno; anche il credente non può accontentarsi della “semplice" fede: egli sa di essere un credente adulto ed emancipato, e storie per vecchiette o leggende edificanti non ne vuole più, si è stufato di una simile minestra. Vuole cose da uomo adulto, non fiabe; vuole credere da uomo libero ed emancipato, cioè con fede, sì, ma non una fede qualunque, non la fede dei padri, bensì con quel genere di fede che, sola, è compatibile con il mondo moderno: la fede razionale, esigente, "matura" e consapevole.
Ora, il paragrafo conclusivo di Küng si articola in tre momenti: nel primo (mezza pagina di testo) sostiene che la fede nella Resurrezione significa una radicalizzazione della fede in Cristo; nel secondo (una pagina e tre quarti) , che la Resurrezione significa una conferma della fede in Cristo; nel terzo (circa tre pagine) afferma che "Resurrezione" significa lotta di tutti i giorni contro la morte. Ed è qui che egli sembra concentrare la sua attenzione: la Resurrezione diventa, così, una specie di protesta contro la morte e, nello stesso tempo, una rivendicazione della vita autentica e secondo giustizia (ma la giustizia cui pensa va intesa in senso sociale ancor prima che morale): insomma, una protesta contro le “strutture ingiuste" che rendono la vita simile alla morte. Citando Bertolt Brecht, Küng rimprovera alla società di permettere molte forme d'ingiustizia e perfino di assassinio legale. Che cosa c'entri tutto questo con la Resurrezione di Cristo, non è proprio chiarissimo; par comunque di capire che il legame consista in una lettura "di sinistra" del Vangelo: la Resurrezione di Cristo è promessa e caparra dalla liberazione contro i mali del mondo. A quanto pare, si parla dei “mali” terreni, ai quali, evidentemente, bisogna porre rimedio: anche se Küng è abbastanza abile da porre in relazione l’ingiustizia terrena con l’ingiustizia morale e quindi con il “tradimento” del messaggio cristiano; comunque il risultato di tutto il suo ragionamento è, di fatto se non in linea di principio, che il “vero” cristiano, più che a cercare Dio e a testimoniare il suo amore, deve essere incessantemente impegnato a battersi per tutte le buone cause: della giustizia sociale, della pace, dell’ambientalismo, del dialogo interreligioso e specialmente con l’Islam (del quale si ritiene un esperto, avendo scritto un grossissimo volume su di esso): ma forse non si è chiesto se l’Islam è altrettanto interessato a dialogare con le altre religioni e specialmente con quella cristiana: ci piacerebbe sapere che ne pensa della distruzione dei Buddha di Bamian da parte dei talebani afghani, o di quella delle sculture assire da parte dell’I.S.I.S., o della cruenta e sistematica persecuzione delle comunità cristiane in Africa e in Asia).
Ci sembra opportuno, a questo punto, riportare la pagina conclusiva del ragionamento del'Autore, in modo che il lettore possa farsene un'idea più chiara (da: Hans Küng, «Vita eterna»; titolo originale: «Ewiges Leben?», Munchen, R. Piper & Co. Verlag, 1982; traduzione dal tedesco di Giovanni Moretto, Milano, Mondadori, 1983, pp. 155-156):

«Si comprende ora che cosa io intendessi, nelle osservazioni ermeneutiche preliminari a questo secondo blocco di lezioni, con l'espressione "verificazione indiretta" della fede nella resurrezione, con la CONOSCENZA, RAPPORTATA ALL'ESPERIENZA, DELLA VITA ETERNA: le nostre concretissime esperienze umane confrontare con e interpretate, illuminate mediante la speranza biblica nella resurrezione. La speranza nella resurrezione non riveste, quindi, una funzione consolatoria, ma piuttosto critico-liberatoria. [...] Ciò significa che la protesta contro la morte in virtù della speranza nella resurrezione è insieme una protesta contro una società, nella quale la morte senza questa speranza viene sfruttata per la conservazione di strutture ingiuste. Qui non vengono messe in questione la subordinazione e l'autorità in sé, ma il dominio e la schiavitù, ch si rivelano micidiali per entrambi per il signor come per il servo, per il padrone come per lo schiavo. La speranza nel risuscitamento, nella risurrezione dai morti, diventa qui la critica a una società segnata dalla more, nella quale i "signori" - grandi e piccoli, secolari ed ecclesiastici  possono sfruttare impunemente i loro servi, impunemente, perché essi  u questa terra, erigono se stessi ad autorità, norma e verità così che, per essi, in pratica, non c'è una superiore istanza di giustizia, una "superior auctoritas". la speranza nel risuscitamento, nella resurrezione, rivendica questa giustizia, diventando così un’inquietudine critico-liberatrice in mezzo agli uomini: essa destabilizza i rapporti di dominio, che qui e ora si ritengono definitivi,  e fa apparire ragionevoli i rapporti di vicendevole servizio, in cui viene esaltato" soltanto colui che si è "umiliato", in cui non soltanto l'inferiore deve servire al superiore, ma anche il superiore all'inferiore.
Il risuscitamento, la risurrezione ha un senso compiuto, oggi e ora, soltanto quando viene pensato nell'orizzonte del risuscitamento, della risurrezione domani e là. La tradizione cristiana conosce al riguardo due simboli, l'uno positivo e l'altro negativo: cielo e inferno.»

Ahimè, quando si va leggere il capitolo successivo, dedicato appunto al Cielo e all’Inferno, si scopre, ancora una volta, che il signor Küng gioca con le parole, si nasconde dietro formule ambigue, semina ovunque punti interrogativi; e l’unica cosa che si capisce è che egli non crede alla dottrina cattolica sull’Inferno, e specialmente alla sua eternità; mentre il Cielo è una speranza un po’ ingenua, non bisogna prendere troppo alla lettera la “vita eterna”, non bisogna immaginarsela come “una vita dopo la morte”; e bisogna ricordare che i primi cristiani, Cristo compreso, aspettavano la fine del mondo come imminente, ma sbagliavano. Noi moderni, che siamo più evoluti e intelligenti di loro, non crediamo più a queste fisime: l’aldilà lo vogliamo quaggiù, fin da ora; non ci interessa una “casa di luce” proiettata in un ipotetico altrove. E sia chiaro che Gesù non è “asceso al Cielo”, non ha fatto un volo spaziale. Del resto, perché meravigliarsi di fronte a simili, sconcertanti affermazioni, quando Küng confonde tranquillamente, come si è visto (anche se in un’altra parte del libro sembra consapevole della differenza) “risuscitamento” e “resurrezione”, due concetti diversissimi? Eppure, anche così si fa teologia, oggi: almeno da parte di certi cattolici progressisti…

 Francesco Lamendola

Hans Küng: cattivo teologo e seminatore di confusione
di Francesco Lamendola

http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=7042:un-seminatore-di-confusione&catid=96:filosofia&Itemid=124

Morbus germanicus



grissino
A quanto pare adesso avremo a che fare con una palingenetica Chiesa della tenerezza. Qualcuno si è ironicamente interrogato
se ci dovremo attendere una Chiesa che si taglia con un grissino. Mentre scrivo i padri sinodali hanno da poco terminato le votazioni della relazione finale, un documento che ci sarà modo di analizzare e commentare.
C’è però un punto che mi pare meritevole di una riflessione ed è lo stato penoso in cui versa una parte della popolazione cattolica che non risparmia l’episcopato (anzi in certe aree questo gruppo appare totalmente compromesso) e quanto più è penoso tanto più si autoproclama misericordioso, anzi misericordiosissimo, ma che dico, più misericordioso di Gesù, vero Dio e vero uomo. Lo so, segnalare una minaccia per la salute pubblica espone chi lo fa al rischio di grane per procurato falso allarme, ma la realtà che osservo è tale che denunciarla, come dice il marchese di Valmont, è cosa che “trascende ogni mio controllo“. E dunque quello che mi pare di vedere è che nell’ospedale da campo ci siano dei medici che mostrano chiari segni di teutomisericordioma metastatico.
Il nome della malattia è dovuto al fatto che il primo caso ad essere diagnosticato è stato quello di un cittadino tedesco ed in Germania si è manifestato il primo focolaio, anche se in breve altri casi sono stati segnalati tra i cittadini di Stati Uniti, Belgio, Italia, sud America, Australia. Si tratta di una forma cancerosa caratterizzata dalla presenza di un virus, isolato nei laboratori della cittadina di Ortodoxia, a cui è stato dato il nome di T.L.V. (Tongue Licking Virus ovvero virus della lingua leccante) capace di creare lesioni al cervello che in breve tempo inducono una depressione del sistema di articolazione dei più semplici processi cattolici. Il virus viene espulso dai fluidi del malato e si trasmette sfruttando le strutture presenti nella mucosa linguale. Una volta penetrato nell’ospite esso agisce integrandosi nel DNA cattolico delle cellule neuronali e inducendo la produzione di una sostanza che alcuni autori hanno chiamato orgoglina, mentre altri la indicano come pseudoumilina, perché tendente a simulare la proteina dell’umiltà.
Fatto sta che questa è capace di azzerare le funzioni nell’organismo cattolico note come virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza, spesso minando anche la castità. Ancora non è stato messo a punto un test diagnostico universalmente accettato, ma gli studiosi ci stanno lavorando sopra con il massimo dell’urgenza, perché il virus è altamente diffusivo e le comunità cattoliche che ne sono venute in contatto in breve tempo sono state devastate. Tra i segni più evidenti c’è la comparsa di una terza narice, il che fa pensare ad un imparentamento del virus con quello responsabile del cattocomunismo, ma per altri il codice genetico del virus ha somiglianze con l’agente responsabile della teologia della liberazione. Dal nuovo orifizio scola via il catechismo e il Magistero di XX secoli della Chiesa, sostituiti dal parenchima canceroso del misericordioma. Un altro sintomo consiste in una incapacità d’inibire comportamenti incongrui alla situazione che assomiglia alla sindrome dei lobi frontali. Il teutomisericordioma fa sì che se soggiunge alla mente un pensiero, qualsiasi sia l’uditorio, si presenta un’impellente bisogno di tradurlo in parole. Il sintomo si esacerba in presenza di giornalisti e di produzioni mentali ad alto contenuto di idiozia, ma i motivi di questo restano sconosciuti. Poi vi è una strana ecolalia: “pastorale, pastorale, pastorale“. Il malato inserisce la parola in ogni frase. La dice talmente tante volte che chi si trova ad ascoltarlo e non sa riconoscerne i segni, tende a scambiare la persona affetta per un grande esperto di pastorale e a garantirgli un podio da cui somministrare generosissime dosi di pastorale quando magari la cosa più simile di cui sia esperto sia la pastorizia. Il risultato tende a mantenere qualcosa in comune con il mondo animale: la conduzione al macello di ogni pecorella.
Per ora l’unica forma di profilassi è evitare quanto possibile ogni contatto con tutte le fonti sospette d’infezione.
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Il cyberteologo e l'Eucarestia di san Cirillo
Padre Antonio Spadaro
Antonio Spadaro, gesuita e cyberteologo, è stato tra i padri sinodali più attivi nella comunicazione. Su facebook, twitter, su vari giornali ha espresso con regolarità le sue opinioni e la sua lettura del Sinodo, prima e dopo. Generando così interessanti dibattiti che possono aiutare a comprendere meglio alcune questioni difficili.
Premetto di essere, come padre e come insegnante, un ammiratore dei gesuiti. La loro cultura e la loro umanità sono state un esempio per secoli di cosa l'educatore cristiano deve fare: unire la competenza, la passione, ad uno sguardo comprensivo e accogliente, sino al confine ultimo possibile. Ignazio insegnava così: "Ogni cristiano deve essere pronto più a salvare la parola del prossimo che a condannarla; e se non può salvarla, indaghi in qual senso la intenda e se l'intenda in male, la corregga con amore; e se non basta, cerchi tutti i mezzi opportuni affinchè, intendendola in bene, si salvi".
Si vede bene che il fine per Ignazio è sempre indicare la salvezza, la Verità, attraverso un metodo: l'Amore. Un po' come fanno il padre che ama i suoi figli o il professore che ama i suoi studenti: poichè il fine è sempre il loro bene, sarà capace di valorizzare ogni cosa buona, in vista di un obiettivo finale. "Misericordia e verità si incontreranno", recita il Salmo 85, con un chiasmo che lega tra loro verità e giustizia, misericordia e pace, "giustizia e pace si baceranno" In quest'ottica un castigo, o un voto insufficiente, possono essere espressione di vero amore e misericordia, molto di più che il lassimo o l'elargizione di voti positivi sempre e comunque.
Agostino ricordava che tutto dipende da come il castigo, l'ammonimento, viene infilitto: anche se vero, senza amore, è avvelenato alla radice; ma se è vero e con amore è esattamente ciò che dobbiamo fare. "Se correggi, affermava Agostino, correggi per amore". E aggiungeva: non credere però "che ami tuo figlio, per il fatto che non lo castighi; o che ami il tuo vicino allorquando non lo rimproveri; questa non è carità, ma trascuratezza"
Può essere la naturale difficoltà umana di tenere un giusto rapporto tra verità e amore, ad aver spinto padre Spadaro a trovare in san Cirillo di Gerusalemme una giustificazione ad una sua personale convinzione: che l'Eucaristia vada "concessa" anche a coloro che san Paolo definirebbe "adulteri", cioè a coloro che, pur essendosi sposati, vivono una relazione anche carnale con un'altra persona.
Così il 23 ottobre, padre Spadaro su twitter ha citato una frase di san Cirillo: "Non privatevi della comunione nè astenetevi da questi santi misteri per esservi macchiati di peccato". Se un grande santo invita a fare la comunione anche in condizioni di peccato, intendeva dire Spadaro, ciò significa che la comunione ai divorziati risposati può essere ben introdotta non come una novità assoluta nella storia della Chiesa e della salvezza, ma come una migliore comprensione della Eucaristia stessa. Insomma, non come un cambiamento dottrinale, ma come un mutamento di prassi, di disciplina.
Tweet padre Spadaro
Ma ammesso e non concesso - come vedremo più avanti - che san Cirillo abbia avuto questa posizione sull'Eucarestia, la tesi presenta almeno tre grossi rischi: possiamo usare una citazione di un santo contro un magistero consolidato, sancito per esempio dal Concilio di Trento nel De Ss. Eucharistia, ulteriormente ribadito da vari pontefici sino alla Familiaris Consortio di Giovanni Paolo II? Possiamo farlo senza ingenerare l'idea che in fondo la Chiesa fa o disfa le "regole", a suo capriccio?
È possibile schierare san Cirillo contro altri padri, che si sono espressi in modo del tutto diverso, ignorando secoli di tradizione? Trascurando per esempio san Tommaso (il grande cantore dell'Eucarestia, nel Tantum ergo), che nella Summa teologica afferma che chi riceve l'Eucarestia trovandosi in peccato mortale, pecca mortalmente?
Ancora: come conciliare la rottura di un vincolo, per la Chiesa indissolubile, e l'accesso alla comunione, al sacramento dell'unità, alla luce del passo di san Matteo: "Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono"? E con il terribile passo di san Paolo nella I lettera ai Corinzi: "Perciò, chiunque mangerà il pane o berrà dal calice del Signore indegnamente, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ora ciascuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva dal calice; poiché chi mangia e beve, mangia e beve un giudizio contro se stesso, se non discerne il corpo del Signore"?
Il testo di san Matteo e quello di san Paolo sono stati sempre intepretati in un modo molto preciso, cioè collegando Eucarestia e confessione, tra le quali, altrimenti, non ci sarebbe quel legame ribadito da due millenni di storia della salvezza.
Insomma, la questione è problematica assai, e come scrive un vescovo africano, nessuno deve avere la presunzione di essere più "misericordioso" di quanto è stato Cristo, o di quanto sono stati santi e papi del passato. Sarebbe, più che misericordia, o "tenerezza" come scrive qualcuno, semplice presunzione. Anche perché, così facendo, da una parte si direbbe implicitamente a coloro che hanno rotto il loro vincolo matrimoniale, che non è successo nulla; dall'altra si diminuirebbe il senso della grandezza del matrimonio nelle nuove generazioni, amplificando ulteriormente la disgregazione in atto in Occidente. Senza per questo andare davvero incontro a chi, se crediamo ancora al piano di Dio, non cerca commiserazione, e neppure l'Eucarestia "da sola", ma qualcosa di ben diverso.
Tornando a san Cirillo però, la verità è che se usasse twitter così bene come padre Spadaro, avrebbe qualcosa da ridire. Scriverebbe, utilizzando il numero di caratteri consentito: "hai travisato completamente il senso della mia frase, che significava l'esatto contrario di ciò che hai inteso". Essendo in verità, come hanno notato altri prima del sottoscritto (clicca qui), questa: "Non privatevi della comunione né astenetevi da questi misteri per esservi macchiati di peccato".
Per concludere una pagina di vita: il grande poeta Charles Peguy ad un certo punto della vita si convertì dal socialismo ateo al cattolicesimo dell'infanzia; non essendosi sposato, ma convivendo con una donna non credente, si trovò a vivere escluso dall'Eucarestia. Spiegava agli amici di incontrare Cristo nella preghiera, nella messa, in paziente attesa che la compagna di una vita (che si farà battezzare dopo la sua morte!), divenisse, liberamente, credente...
Peguy si scagliava con forza contro i sacerdoti che si limitano a maledire i tempi e a brontolare, e ugualmente crtiticava con fermezza quelli secondo i quali "va tutto sempre bene", quelli che "negano il disastro" della modernità: il fatto che la "nostra stessa miseria non è più una miseria cristiana". E', cioè, una miseria presuntuosa, arrogante, che pretende la salvezza e il riconoscimento di ogni propria scelta e decisione. Presuntuosa perché nega il peccato e il bisogno di redenzione.
Questo grande uomo - che in chiesa, come vari amici "irregolari" di chi scrive, pregava senza osare salire all'altare, senza pretendere nulla, aspettando solo che la grazia di Cristo piovesse su di lui e sulla sua famiglia, gratuitamente - scriveva: "I sacramenti sono indelebili. E' la profonda idea cristiana che i nomi sui registri di Dio non si cancellano mai... Amico mio, questa idea quanto si oppone, risolutamente, deliberatamente, alla frivolezza moderna che vuole, che pretende, di ricominciare tutto... che vuole ritornare su tutto, e rifare tutto, soprattutto il matrimonio....".

di Francesco Agnoli 27-10-2015

io non sono più puro da un bel pezzo

Il Santo e la Sibilla

Il problema delle citazioni su internet è che non se ne può provare l’autenticità. (Giulio Verne).



Certo, capire se una citazione è vera o no è un problema. Lo è sempre stato: quante bufale ottocentesche sui Papi ripetute acriticamente ancora oggi ho evidenziato su questo blog! Ma a volte si presenta un caso ancora più difficile da decifrare: la citazione ambigua.
A volte l’ambiguità è voluta. Viene in mente la famosa predizione della Sibilla, “Andrai in guerra, tornerai non morirai in battaglia“, dove ai parenti infuriati per l’imprevista dipartita del loro caro in combattimento veniva ribattuto “Siete voi che avete capito male, la frase diceva chiaramente ‘Tornerai non, morirai in battaglia’“.
Altre volte è incidentale. Si prende un pezzo di frase che, tolta dal contesto, può venire interpretata come l’opposto di quello che originariamente asseriva. La mente corre subito alla famosa affermazione di Francesco, “Chi sono io per giudicare i gay”, di cui troppo spesso si dimentica cosa precede e cosa segue.
Un caso del genere mi è capitata recentemente con un tweet di una eminente personalità; una frase che mi ha lasciato abbastanza stupito e perplesso.
“Non privatevi della comunione nè astenetevi da questi santi misteri per esservi macchiati di peccato” San Cirillo di Gerus., Cath Mist XXIII
Uela, com’è progressista San Cirillo di Gerusalemme. Questo Padre della Chiesa dice esplicitamente che non è un po’ di peccato che deve tenerci lontano dai sacramenti, questa è la Chiesa dell’apertura e non della chiusura che ci piace…
O no?
Andiamo a vedere cosa ha realmente scritto Il nostro San Cirillo, arcivescovo di Gerusalemme nel quarto secolo. Questo bravo santo ci ha lasciato tutta una serie di prediche catechetiche, fatte apposta cioè per coloro che si accostavano per la prima volta al battesimo e agli altri sacramenti.
Fin dal prologo esorta, se si è in stato di peccato, a non accedere alla liturgia. Chi si accosta ai sacramenti in stato di peccato, dice, sarà ritenuto nei cieli uno spergiuro. Cita la parabola di colui che, al banchetto di nozze, fu trovato dal re non vestito adeguatamente e per questo gettato fuori legato mani e piedi. “Hai visto cosa è accaduto a quell’uomo: rendi la tua condizione sicura“. E se non sei convinto, “Impara da quello che vedi, vai via e ritorna il giorno dopo“.
Nell’ultimo di questi sermoni descrive ai nuovi battezzati il rito della Messa. Si sofferma in particolare sul Padre Nostro, dove così commenta “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”:
Perché noi abbiamo molti peccati. Perché noi offendiamo sia in pensieri che opere, e moltissime cose che facciamo sono degne di condanna; e se diciamo che non abbiamo peccato, mentiamo, come dice Giovanni. E noi facciamo un patto con Dio, entrando. Che lui perdoni i nostri peccati, e noi a nostra volta perdoniamo ai prossimi i loro debiti. Considerando allora quanto noi riceviamo e in cambio di cosa, non ritardiamo nel perdonarci gli uni con gli altri. Le offese contro di noi sono piccole e triviali, e facilmente appianabili; ma quelle che abbiamo commesso contro Dio sono grandi, e hanno bisogno di tale misericordia che solo Lui la può dare. Fate attenzione, dunque, che i piccoli e triviali peccati contro di te non ti chiudano fuori dal perdono per te stesso da parte di Dio per i tuoi gravosi peccati.
e al termine pronuncia la frase che completa suona così:
Attenetevi strettamente a queste immacolate tradizioni e rimanete liberi dalle offese. Non separate voi stessi dalla Comunione; non privatevi, a causa della sporcizia dei peccati, di questi santi e spirituali Misteri.
Letta così, la frase assume un significato opposto a quello che a molti, me compreso, era parso di primo acchito.
Ed è un pochino più grande, come concetto, del piccolo cabotaggio di “aperture e chiusure”. Qui si parla di salvezza eterna, materia che non ammette errore o sottovalutazione.
Ora, riguardando la frase originale, possiamo vedere come deve essere letta se si vuole rispettare il suo significato. “Non peccate, perché questo vi separa di Dio“. Purtroppo è facile fraintendere le frasi e gli intenti.
“Omnia munda mundi”, tutto è puro a chi è puro. Io, disgraziatamente per me, non sono più mundo da un bel pezzo.
https://berlicche.wordpress.com/2015/10/26/il-santo-e-la-sibilla/
http://muniatintrantes.blogspot.it/2015/10/io-non-sono-piu-puro-da-un-bel-pezzo.html

Cacciari: «Sant'Ignazio ha vinto al Sinodo»


INTERVISTA CON IL FILOSOFO SULL'ESITO DEI LAVORI SINODALI
GIACOMO GALEAZZIROMA

Massimo Cacciari
MASSIMO CACCIARI

«È una data storica. Francesco ricompone una disputa millenaria». Il filosofo Massimo Cacciari si unisce al cardinale domenicano Christoph Schönborn, nell’attribuire al fondatore dei gesuiti, Ignazio di Loyola, la «vittoria al Sinodo».

La riammissione ai sacramenti per i divorziati risposati viene affidata al «discernimento» dei confessori, caso per caso. È un compromesso?

«Sì ma nel senso migliore del termine: quello della Compagnia di Gesù. Il Sinodo ha seguito Francesco sulle orme di sant’Ignazio. Non è il mettersi d’accordo fingendo di ignorare le differenze. È il riconoscimento, da sempre praticato dai Gesuiti, della complessità civile ed etica  del contesto mondano, con la necessità di accompagnarlo nelle sue valutazioni. Ciò non significa cedere ai princìpi e ai comportamenti mondani, bensì riconoscere la realtà e muoversi al suo interno per cambiarla».

È una strategia “politica”?

«Sì. La Chiesa di Francesco non si confonde con l’etica mondana ma si colloca al suo interno per influenzarla da dentro. La linea di Bergoglio è chiaramente la stessa applicata sempre e ovunque dai Gesuiti. In Sud America, Cina, India. Nei secoli questa strategia è stata politicamente avversata non solo dai reazionari ma anche dai radicali come Giansenio e Pascal, per i quali il Vangelo deve essere una spada nel mondo e il discorso cristiano deve essere netto: o sì o no. Al Sinodo si è riproposto uno storico dissidio nella Chiesa che andrà affrontato. Francesco è coerentemente un gesuita, nella sua accezione più nobile».

Perché tante resistenze a Francesco?

«La sua è una linea che nella storia ecclesiastica ha conosciuto radicali opposizioni. È un dissidio fondamentale che non si potrà evolvere. Non è un patteggiamento intermedio. Con questa svolta il Sinodo comprende la situazione etica del mondo contemporaneo ma si mette dentro, non la combatte come avversario dall’esterno. È sempre stato l’approccio dei Gesuiti, in ogni epoca e nazione. Nella Curia ci sono posizioni di ostilità a Francesco come quelle di cui si fa portavoce Giuliano Ferrara. Reazionari che, non condividendo la sua presa d’atto delle odierne trasformazioni etiche e comportamentali, accusano il Papa di cedimento, di resa al mondo moderno».

Condivide queste critiche al Papa?

«No. La storia della Chiesa è decisamente più complessa delle polemiche sulla riforma del Senato o delle fronde in Parlamento di Bersani e della minoranza del Pd. Il modello di Francesco e con lui del Sinodo è la comprensione ignaziana della contemporaneità. Non è tatticismo politico come pensano i nemici interni di Bergoglio, ma viene dalla grande mistica umanistica. Sant’Ignazio si rapportava alla lezione di Erasmo da Rotterdam e venerava San Francesco. Bergoglio non ha scelto il nome del Santo di Assisi per arruffianarsi il moderno ecologismo. Prima di attaccarlo bisognerebbe conoscere un po’ di storia».

Qual è il metodo seguito dal gesuita Bergoglio?

«Sciogliere piano piano tutti i nodi, lentamente, in una prospettiva di millenni. La riforma della Chiesa terminerà solo con la fine dei tempi, alla conclusione della storia. Francesco fa muovere la Chiesa su questa prospettiva. La pazienza è virtù raccomandata dai padri della Chiesa, insieme con un obbedienza non passiva e servile, bensì consapevole che la Chiesa ha tutto il tempo per formare i fedeli all’ascolto. Si può giudicare il pontificato solo da questa prospettiva. Lo scontro emerso al Sinodo è vero, reale, profondo. Non finirà qui e non si può prevedere come andrà a finire».

Cosa potrebbe minacciare il pontificato?

“L’eterogenesi dei fini è un pericolo sempre presente nella storia della Chiesa. Bergoglio deve affrontare due tipi di resistenze alla sua azione. L’opposizione reazionaria è una fronda minoritaria destinata a una crescente irrilevanza. È gente che si oppone a Bergoglio per spirito di conservazione e che è arroccata in trincee devastate. Ce n’è poi una più intelligente che riscontro nei dialoghi franchi che ho con alcuni vescovi. Mi dicono che loro di fatto la comunione ai divorziati risposati la danno già e che è una prassi diffusa. Però temono che metterla nero su bianco e sancire la riammissione ai sacramenti faccia venir meno la sacralità del matrimonio. Un salto che, a loro parere, depotenzia un principio se non viene collocato in un contesto teologico».

Lei è d’accordo con queste resistenze?

«No ma ne comprendo il senso. Negare l’eucarestia ai divorziati risposati non ha fondamento dogmatico. Si basa sulla tradizione. Chi non è d’accordo con le aperture di Francesco denota un eccesso di timore e di prudenza. Ma avere paura è un errore. Dall’altro lato diffido dell’appoggio laicista al Papa di quanti vogliono appropriarsene per ecologismo e per  loro altre battaglie di retroguardia che nulla hanno a che vedere con la profondità del suo messaggio di fede. Gli atei di sinistra rischiano di fare al pontificato di Bergoglio gli stessi danni che gli atei devoti e i teocon hanno provocato a quello di Ratzinger».

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