ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 27 ottobre 2015

La puzza delle pecore

Francesco colpisce ancora. Fa vescovi due "pretacci"

L'ex anima di Sant'Egido Zuppi a Bologna, il parroco di Modica Lorefice a Palermo. Il Papa lo aveva promesso: "Nominerò chi è pastore e ha l'odore delle pecore addosso"

Normale in Vaticano. Ormai lo straordinario con Bergoglio si è fatto consueto. Francesco dice del proprio pontificato: «Questo è il tempo della misericordia», e cerca di marcare ogni sua decisione con il segno della vicinanza della Chiesa ai più poveri.
Dal sito sanfrancescopatronoditalia.it







Per questo ha scelto come arcivescovi di Palermo e di Bologna due preti che vengono dal duro lavoro della compagnia fatta ai povericristi, a quelli che più sono stati feriti dalla vita, le prostitute, i senzatetto, gli ex detenuti. Insomma, vescovi samaritani.
A Palermo va don Corrado Lorefice, parroco di Modica, un giovanottone forte, che veste spesso in borghese, alla Luigi Ciotti, per intenderci, e non dimostra i suoi 53 anni. Viene invece inviato in Emilia, a pascere quei bolognesi «sazi e disperati» di cui parlò il cardinale Biffi, Matteo Maria Zuppi, 60 anni, ma ne dimostra di più, una figura antica, ascetica come i preti di Bernanos, emaciato come il santo curato d'Ars. Lorefice, detto il don Ciotti siciliano bazzicava da giovane prete don Puglisi, assassinato dalla mafia, che visse il proprio martirio con un sorriso carico di tenerezza per il carnefice. Subentra al cardinale Paolo Romeo, il quale aveva tutt'altro curriculum, era infatti stato al top della diplomazia vaticana, nunzio in Italia. In pratica era il prelato che selezionava i candidati all'episcopato. Zuppi, a sua volta, un po' diplomatico lo è stato e lo è: viene dalla comunità di Sant'Egidio e ha condotto con successo le trattative per la pace in Mozambico. Era stato fatto vescovo ausiliario di Roma, nel gennaio del 2012. A Bologna prende il posto del cardinale Carlo Caffarra, grande teologo, ratzingeriano assoluto, forse il cardinale più colto del collegio dei porporati, e nel contempo uomo molto vicino ai lavoratori: quando ereditò la Faac, azienda primaria nei cancelli comandati elettronicamente, il comitato di fabbrica tirò un respiro di sollievo: non avrebbe licenziato nessuno, e così è stato.
Bergoglio aveva avvertito: voglio che diventi vescovo chi ha fatto di tutto per non diventarlo. I teologi facciano il loro lavoro nelle università, insegnino nei seminari e scrivano libri. Deve fare il vescovo chi «è pastore e ha l'odore delle pecore addosso», non quello dei libri e dell'incenso.
Viene da pensare che, se ci fosse stato un Papa Bergoglio, Bergoglio non sarebbe diventato vescovo. Era provinciale dei gesuiti, non di una comunità di recupero di tossicodipendenti, e fu anche molto diplomatico nel preservare i suoi nel momento della dittatura del generale Videla. Un'avvertenza dunque: occhio all'ideologia. Quella di chi vuole slegare Francesco dal vincolo della tradizione e da un legame coi suoi predecessori, quasi che Benedetto XVI e Giovanni Paolo II si compiacessero di promuovere azzimati monsignori o alti papaveri senza misericordia, invece che preti amici del popolo. La mossa di questi teorici del «papato di rottura» era già stata anticipata con abile mossa di marketing ecclesiastico alcuni giorni fa con lo slogan: «Due preti di strada diventano vescovi». La retorica, che guaio. Si presta molto all'equivoco. In questo caso voluto: costruendo una specie di piedistallo di superiorità morale per Lorefice e Zuppi, instillando così l'idea che gli altri siano sì vescovi, ma un po' meno degni, un po' meno pastori.
Di certo il Papa un segno vuole però darlo, e chiaro. Basta con le carriere ecclesiastiche degli abatini del Settecento. Del resto, i primi apostoli erano pescatori, l'unico intellettuale del gruppo era Giovanni. Per altro, tra tutti e dodici, Giuda è quello che si arrabbia con la Maddalena perché spreca profumo prezioso per spargerlo sui piedi di Gesù. Disse: «Si poteva vendere quest'olio per più di trecento denari, e darli ai poveri» (Marco 14, 5). Occhio all'ideologia dunque.

Il Papa sceglie Lorefice e Zuppi come vescovi di Palermo e Bologna: il “don Ciotti siciliano” e il “Bergoglio italiano”



Francesco prosegue la sua rivoluzione indicando altri due "pastori" alla guida di due delle più importanti diocesi italiane. Il primo è noto per la sua lotta alla mafia e i suoi scritti su don Puglisi. Il secondo, attuale ausiliare di Roma, è esponente della Comunità di Sant'Egidio: è noto per girare Roma con la sua utilitaria e la sua attenzione ai poveri
Due parroci alla guida delle arcidiocesi di Palermo e Bologna.
È la rivoluzione di Papa Francesco che, contrastando il più classico “spoils system ecclesiale”, ha deciso di affidare la guida del clero dei capoluoghi della Sicilia e dell’Emilia Romagna nelle mani di due “pastori con l’odore delle pecore”.

Per Palermo, nomina che sarà resa pubblica oggi, 27 ottobre, Bergoglio ha scelto don Corrado Lorefice, 53 anni, nativo diModica in provincia di Ragusa. Attualmente è vicario episcopale della diocesi di Noto guidata da monsignor Antonio Staglianò, divenuto famoso per le sue prediche in musica con brani di Noemie Marco MengoniLorefice è soprannominato “il don Ciottidella Sicilia” per la sua lotta alla mafia e i suoi scritti su don Pino Puglisi. Succederà al cardinale Paolo Romeo che guida l’arcidiocesi siciliana dal 2006 e che ha raggiunto da tempo ormai l’età canonica della pensione.
Teologo molto stimato, Lorefice è autore anche di un libro su “Dossetti e Lercaro: la Chiesa povera e dei poveri” in cui analizza gli interventi del “progressista” cardinale di Bologna negli anni Sessanta in cui il porporato chiedeva con forza al mondo ecclesiale di tornare al Vangelo delle origini spogliandosi del lusso e della mondanità della corte papale. Temi e lotte oggi al centro del pontificato di Francesco. Una nomina, quella di Lorefice, che ha stupito lui stesso. “Quando il nipote gli ha telefonato per dirgli che lo avevano fatto arcivescovo di Palermo – racconta ailfattoquotidiano.it il fratello maggiore Michelangelo – lo zio prete gli ha risposto meravigliato: ‘Dove lo hai letto?’. Mio fratello non mi aveva detto niente e in famiglia siamo rimasti tutti molto stupiti di questa decisione del Papa”.
Per Bologna, invece, Bergoglio ha scelto monsignor Matteo Maria Zuppi, romano, 60 anni, dal 2012 vescovo ausiliare di Roma per il settore Centro, ma per numerosi anni parroco ed esponente della Comunità di Sant’Egidio fondata dall’ex ministro Andrea Riccardi. Succederà al cardinale Carlo Caffarra che guida l’arcidiocesi emiliana dal 2003 e che, come Romeo, ha raggiunto da tempo l’età canonica della pensione. Zuppi, che gira per Roma con la sua semplice utilitaria, è soprannominato “il Bergoglio italiano” per la sua modestia e la sua attenzione ai poveri e agli ultimi.
Due nomine inattese che lasceranno l’amaro in bocca a molti vescovi che negli ultimi mesi hanno sperato di esserepromossi a Palermo e Bologna. Due sedi tradizionalmente cardinalizie, ma non è detto che ciò avverrà anche in futuro con Lorefice e Zuppi nel ribaltamento dei criteri voluto da Francesco che non ha ancora voluto dare la porpora al patriarca di Venezia,Francesco Moraglia, e all’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia. Anzi, Bergoglio, lasciando delusi molti carrieristi, ha voluto nominare cardinali i vescovi di diocesi più piccole, comePerugia con Gualtiero BassettiAgrigento con Francesco Montenegro e Ancona-Osimo con Edoardo Menichelli. Tre uomini di cui il Papa si fida moltissimo e che ha voluto accanto a sé nel Sinodo dei vescovi sulla famiglia che ha aperto le porte della Chiesa ai divorziati risposati.
I criteri con i quali Bergoglio sta rinnovando l’episcopato mondiale, creando non pochi mal di pancia, sono stati indicati chiaramente da lui stesso. Parlando alla Cei Francesco ha sottolineato che “i laici che hanno una formazione cristiana autentica, non dovrebbero aver bisogno del vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo! Hanno invece tutti la necessità del vescovo pastore!”. Così come il Papa ha chiesto alla Congregazione per i vescovi, “nel delicato compito di realizzare l’indagine per le nomine episcopali”, di essere “attenti che i candidati siano pastori vicini alla gente: questo è il primo criterio. Pastori vicini alla gente. È un gran teologo, una grande testa: che vada all’università, dove farà tanto bene! Pastori! Ne abbiamo bisogno! Che siano, padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da ‘principi’. Siate attenti che non siano ambiziosi, che non ricerchino l’episcopato. E che siano sposi di una Chiesa, senza essere in costante ricerca di un’altra”.
La Stampa
(Giacomo Galeazzi) Papa Francesco volta pagina, le importanti arcidiocesi avranno pastori "giovani, social e sobri" Un altro tassello nella riforma della Chiesa che Bergoglio vuole "della misericordia e non del potere". Francesco lo ha già dimostrato nei concistori, concedendo la porpora a presuli di popolo come Francesco Montenegro, Gualtiero Bassetti ed Edoardo Menichelli. Adesso è la volta di cattedre storiche d' Italia. Se il Sinodo sulla famiglia, come hanno raccontato molti padri sinodali, è stata anche una scuola di episcopato, così l' indicazione dei titolari di importanti arcidiocesi i esprime il modello pastorale di papa Francesco.: «social» e sobrio. 
Francesco volta pagina E' atteso per oggi a mezzogiorno (in contemporanea a Palermo e in Vaticano) l' annuncio del successore del cardinale Paolo Romeo, dimissionario, come prassi, dal febbraio 2013, quando ha compiuto il 75esimo anno di età. Per la sede episcopale più importante di Sicilia, quella di Palermo, la scelta sarebbe caduta su un sacerdote da venticinque anni in prima linea nella lotta al racket della prostituzione e a sostegno degli emarginati: don Corrado Lorefice, parroco 53enne di Modica, in provincia di Ragusa. Un altro tassello della riforma di papa Francesco e della sua Chiesa non del potere, ma della misericordia e del servizio. Una figura, quella di Lorefice, per forma e contenuti vicina allo stile trasmesso alla Chiesa italiana anche dal nuovo segretario generale della Cei. La politica della sobrietà Nunzio Galantino a sua volta ha scelto di abitare in una foresteria con gli altri sacerdoti che lavorano a Roma negli uffici della Conferenza episcopale invece di occupare l' ampio appartamento che avrebbe a disposizione per la sua carica nella sede romana alla Circonvallazione Aurelia e per il quale è allo studio una divisione in minialloggi da destinare a confratelli che abbiano concluso il loro mandato in diocesi. Un' intenzione condivisa anche con la Santa Sede. Un' altra designazione nel solco della Chiesa della misericordia è quella in arrivo all' arcidiocesi di Bologna. L' ex parroco di Trastevere e attuale ausiliare di Roma, Matteo Zuppi è in predicato di sostituire il cardinale Carlo Caffarra, anch' egli dimissionario per aver superato da due anni l' età della pensione. Antidoto ai veleni Zuppi, 60 anni, da sempre impegnato per i senza tetto alla comunità di Sant' Egidio, è apprezzato dal clero romano per il costante aiuto alle parrocchie e alle associazioni di volontariato che si occupano del disagio sociale e dell' evangelizzazione degli ambienti più degradati. Indicazione che volta pagina rispetto ad una stagione di polemiche e veleni che ha visto l' arcivescovo uscente Caffarra tra i firmatari del libro contro le aperture sinodali sui divorziati risposati e Bologna epicentro delle false notizie sulla malattia di Francesco riportate dal Resto del Carlino, che nel capoluogo emiliano ha il quartier generale. A Palermo e Bologna, salgono in cattedra i preti di strada. Una svolta.
http://ilsismografo.blogspot.it/2015/10/italia-preti-di-strada-alla-guida-di.html

Palermo e Bologna, i nuovi vescovi di Bergoglio sono «preti di strada, pastori con l’odore delle pecore»

Il Papa nomina le due nuove guide di Palermo e Bologna: sono l’assistente della Comunità Sant’Egidio Lorefice e il parroco di Modica Zuppi. Due scelte nel nome di un pontificato che da sempre sostiene i preti di strada e la «rivoluzione della tenerezza»

Gian Guido Vecchi 

Matteo Zuppi, nuovo arcivescovo di Bologna (Ansa) Matteo Zuppi, nuovo arcivescovo di Bologna (Ansa)
Sabato sera, a conclusione del Sinodo, Francesco aveva regalato ai 270 padri Il profumo del pastore (Àncora), un libro del gesuita argentino Diego Fares, scrittore della Civiltà Cattolica, che compendia gli interventi di Bergoglio su ciò che devono essere i vescovi: pastori «con l’odore delle pecore», perché «essere pastore significa non solamente confermare nella dottrina, ma accompagnare le persone nel loro cammino, anche in cammini bui...». La nomina dei nuovi arcivescovi di Bologna e Palermo, Matteo Zuppi e Corrado Lorefice, è esemplare, in questo senso.
Preti di strada
Il sacerdote della comunità di Sant’Egidio da sempre impegnato per i senzatetto, poveri e profughi; il parroco siciliano, amico di don Ciotti, in prima fila contro il racket della prostituzione, un teologo che ha scritto libri come Dossetti e Lercaro: la Chiesa povera e dei poveri o La compagnia del Vangelo, dedicato a Don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio assassinato da Cosa Nostra il 15 settembre 1993. È la stessa linea che in questi anni ha portato Bergoglio a nominare Nunzio Galantino segretario generale della Cei, o a dare la porpora a vescovi come Gualtiero Bassetti (Perugia), Edoardo Menichelli (Ancona) o Francesco Montenegro (Agrigento), pastori di diocesi non tradizionalmente «cardinalizie»: Bergoglio si è sempre definito un prete «callejero» e sceglie i preti di strada, con «l’odore delle pecore».
La rivoluzione della tenerezza
Lo stile cui il Papa non si stanca di richiamare tutti vescovi, come disse fin dal primo anno di pontificato: «Esistono pastorali “lontane”, pastorali disciplinari che privilegiano i principi, le condotte, i procedimenti organizzativi... Ovviamente senza vicinanza, senza tenerezza, senza carezza. Si ignora la rivoluzione della tenerezza che provocò l’incarnazione del Verbo».
Gian Guido Vecchi




MONSIGNOR BORGHETTI, IL PIFFERAIO CHE MAGICO NON È

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Nell’unica diocesi al mondo commissariata da Papa Francesco qualcuno comincia a rimpiangere monsignor Mario Olivieri, chi invece no, fatica a vedere “la grande rivoluzione” messa in atto da monsignor Guglielmo Borghetti, una rivoluzione presunta ma che nei fatti pare solo “tanto fumo ma niente arrosto”.
A quanto pare il commissario inviato da Papa Francesco per fare pulizia nella diocesi più chiacchierata d’Italia sembra che stia solo facendo silenzio e non pulizia, a dirlo non sono solo molti sacerdoti della diocesi ingauna, ma anche i fatti.


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L’ultimo dei casi che ha lasciato perplessi è quello di don Francesco Zappella, il parroco di Borghetto S. Spirito accusato di molestie eindagato formalmente dalla Procura di Savona per l’ipotesi di reato di violenza sessuale, che paradossalmente, anziché essere sospeso, proprio nei giorni in cui veniva aperto nei suoi confronti un fascicolo, viene promosso da Borghetti come collaboratore della Caritas Diocesana.
Pietra Ligure, 06052014 Don Giacomo Pisano, cappellano della Chiesa sell'Ospedale Santa Corona

Pietra Ligure, 06052014 Don Giacomo Pisano, cappellano della Chiesa sell’Ospedale Santa Corona
E ancora il caso di Giacomo Pisano,cappellano dell’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure che a seguito di un tentativo di furto nella sua abitazione, aveva attirato l’attenzione di don Filippo Bardini, il quale aveva avvisato la vigilanza. Una successiva visita dei NAS aveva accertato una situazione a dir poco imbarazzante, il pavimento dell’abitazione era cosparso di rifiuti, escrementi e avanzi di cibo, e in mezzo a oggetti e paramenti sacri, anche materiale pornografico. Questa vicenda pare non abbia turbato molto la diocesi che lo ha “riciclato” e adesso presta servizio nel fine settimana come vice parroco di Balestrino, mentre in settimana presta servizio a Loano, nella chiesa di S. Pio 10°. In questo caso ad allontanare il sacerdote dall’ospedale non è stata la diocesi, ma la Regione che ha provveduto a “licenziarlo” tramite i vertici dell’ASL .

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Poi c’è il caso di don Renato Giaccardi, arrestato a Mondovì nel luglio del 2005, con l’accusa di induzione, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione minorile, adescava giovani tra i 15 e i 18 anni per prestazioni omosessuali. Condannato successivamente in via definitiva a 4 mesi di reclusione, fu trasferito nella diocesi di Albenga dove ora fa il parroco a Loano nella Chiesa della Madonna di Loreto nella zona del porto ed è cappellano presso il santuario delle Suore della Visitazione di Loano, adiacente ad un asilo.



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Ancora in circolazione per la diocesi ingauna don Italo Casiraghi, condannato a 6 mesi nel Canton Ticino per atti sessuali con fanciulli, trasferito anche lui dopo la condanna nella diocesi di Albenga. Lo avevamo scoperto noi della Rete L’ABUSO qualche anno fa mentre celebrava come se niente fosse messa a Pietra Ligure, dove vive tuttora.




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Infine il caso più famoso, quello di don Luciano Massaferro, condannato in via definitiva a 7 anni e otto mesi. Attualmente ai domiciliari e affidato ai servizi sociali di Imperia, di giorno deve solo assolvere i compiti previsti dalla sua mansione, cioè fare il giro di consegna dei pasti, poi può fare sostanzialmente ciò che vuole. Anche se per il momento non dice messa, non è mai stato ridotto allo stato laicale.
La Rete L’ABUSO ovviamente, occupandosi di tematiche sessuali, si è limitata ad elencare solo questi aspetti. In realtà le recenti vicende ed esternazioni del clero ingauno, nell’ultimo periodo non hanno mancato di guadagnarsi gli onori della cronaca, ma malgrado ciò pare che anche in quei contesti non sia stato preso provvedimento alcuno.
La domanda che alla fine ci poniamo noi comuni mortali è molto semplice, ma “la grande rivoluzione di Guglielmo Borghetti” in che cosa consiste?

Francesco Zanardi Portavoce Rete L’ABUSO
http://apocalisselaica.net/monsignor-borghetti-il-pifferaio-che-magico-non-e/

Papa Francesco a Milano, i parroci di frontiera lo aspettano «Giusta la svolta del Sinodo»

Milano, 27 ottobre 2015 - «Porte aperte, spalancate, le periferie lo attendono». I parroci milanesi si preparano ad accogliere Papa Francesco che sarà a Milano il prossimo 7 maggio. La comunicazione della Diocesi è di ieri pomeriggio mentre l’annuncio ufficiale arriverà oggi alle 10, in occasione dell’incontro dei sacerdoti ambrosiani con il cardinale Béchara Boutros Raï, Patriarca dei Maroniti in Libano. Da Quarto Oggiaro al Giambellino, la reazione è la stessa: stupore e gioia. La notizia, inaspettata, fa capolino mentre ancora nelle parrocchie si discute sul Sinodo, che ha sdoganato la comunione per i divorziati risposati valutando i singoli casi. Si parlerà anche di questo, a maggio? «Può darsi», dicono i sacerdoti. Il tema è caldo.
«Mia madre è divorziata da anni, non per colpa sua. È stata abbandonata. Perché farla soffrire ancora, escludendola dall’eucarestia? Il suo parroco le concede la comunione da anni». Il racconto di Luisa R., incrociata nella zona di via Padova, arriva subito al nocciolo della questione. Il Sinodo della famiglia ha aperto uno squarcio in una rete che aveva già le maglie allargate dal buon senso dei sacerdoti. Niente “fedeli di serie B”. Adesso «non ci dobbiamo aspettare le file di divorziati che verranno all’altare per il sacramento», dicono i parroci milanesi interpellati dal Giorno. «Non è il nero che diventa bianco. Semmai è il coronamento di una linea pastorale già in atto», sottolineano tutti. Dov’è la svolta? «Nel riconoscimento. Un grosso passo avanti – assicura Padre Giuseppe Bettoni, presidente della Fondazione Arché, onlus che si prende cura di mamme e bambini con disagio psichico e sociale –. Senza inficiare il matrimonio, si tiene conto del cammino di ciascuno. Così la chiesa è ancora più misericordiosa, fedele al Vangelo. Chi, tra i divorziati, non si è mai allontanato dalla chiesa, e magari viveva un tormento interiore, si sentirà più compreso. Altri potranno avvicinarsi, nuovamente o per la prima volta». Fermo restando che «non siamo di fronte a una legge da attuare o a un rimborso da riscuotere – ricordano i sacerdoti –, parliamo di spiritualità, di relazioni. Ciascuno ha la sua storia». Sarà un cammino lento, graduale, personalizzato. Ma l’annuncio della visita del Papa dà un nuovo slancio alla riflessione, entusiasma gli animi.«Aspettiamo Papa Francesco a Quarto Oggiaro», dice ancora Bettoni. Un desiderio che accomuna tutti.«Lo accoglieremo più che volentieri», gli fa eco don Renzo Marnati, parroco di Santo Curato d’Ars al Giambellino. Quanto alla comunione per i divorziati, «ci sono alcuni che son rimasti legati alla chiesa e hanno continuato a frequentare la parrocchia, indipendentemente dalla comunione. Nessuno è mai stato escluso».
E gli altri? «È troppo presto per fare un bilancio. Comunque, nel nostro quartiere ci sono tanti anziani che vivono soli e poche famiglie giovani rispetto ad altre zone. Ma ben venga questa apertura». Don Aurelio Frigerio, parroco di San Bernardo alla Comasina, è convinto che «questa apertura sia un primo passo. Ci aiuterà a riflettere sulla complessità della questione. Non si tratta di un mero “permesso”. Finora non abbiamo avuto richieste esplicite di divorziati». Nel quartiere Salomone, periferia sud-est, «ci sono diversi divorziati che frequentano la parrocchia, bravi e generosi, che con grande rispetto accettano di non ricevere l’eucaristia. L’apertura del Sinodo spiana la strada», sottolinea don Augusto Bonora, parroco di San Galdino. Il Papa? «Sarà una grande gioia accoglierlo. Toccherà come sempre le corde del cuore».

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