ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 19 marzo 2016

Da ridere(o piangere):gli strappisti!

 


(lapresse)

L'Esortazione di Papa Francesco: mediazione su divorziati e gay e ricambio in Curia


Il documento. Oggi la firma del testo che chiude il Sinodo senza strappi alla dottrina

Nessuna spaccatura. Ma una sintesi, tra rigoristi e progressisti. Francesco disorienta ancora una volta chi sperava di "incastrarlo" nel dibattito sinodale sulla famiglia e sulla comunione ai divorziati. O chi pensava di mettere in contraddizione, dentro il sinodo e nella platea dei fedeli, la supposta rigidità di una "dottrina" con una "apertura" che il Papa sintetizza nell'espressione "misericordia". L'Esortazione post-sinodale su cui oggi Francesco apporrà la sua firma, conterrà proprio questa combinazione di elementi. E l'operazione di chi puntava su uno strappo è clamorosamente fallita.
Il Pontefice, coerentemente con la riforma del linguaggio del pastorale e del dottrinale che è al cuore del concilio Vaticano II, pensa che una dottrina che non includa la misericordia sia solo una ideologia. E che una "apertura" che non abbia la pretesa di dire la verità che è la persona di Gesù Cristo, sia solo una operazione di marketing. Ha allora superato lo scoglio chiamando a responsabilità i vescovi a cui restituisce poteri effettivi, segnando, come ha detto il cardinale Kasper, una vera e propria "rivoluzione".

Nel terzo anniversario dell'inizio del suo ministero, chiude il lavoro sul documento che sintetizza il lavoro dei due sinodi svoltosi nell'autunno 2014 e 2016. La versione stesa dal Papa con i propri collaboratori era stata inviata alla Congregazione per la dottrina della fede, ed era tornata con molte (troppe) richieste di correzione. Quando verrà pubblicato dopo Pasqua si vedrà quali sono state accolte: ma l'intento è chiaro. Evitare fratture e disarmare gli antagonisti. Al doppio Sinodo dei vescovi lo scontro tra "rigoristi" e "progressisti" (nel senso usato da Francesco l'8 dicembre 2015 quando ha detto che il Vaticano II è stato un "progresso nella fede") fu molto duro. Erano in agenda l'ammissione all'eucaristia dei divorziati risposati (la catechesi previgente diceva che potevano solo astenendosi dalla "consumazione" del loro amore), la condizione delle altre famiglie e di quelle che nascono dall'amore omosessuale. Libri e lettere di porporati avevano avviato un conflitto che sembrava sfondare.

Ma alla fine solo un terzo dei padri sinodali ha votato in "opposizione" al Papa: una quota che la propaganda antipapista dipinge come "grande", ma che vuol dire che Francesco ha avuto fra il 68% e l'85% dei consensi, cosa che farebbe invidia a qualunque governo. Su quella base di consenso, da ottobre a oggi, il Pontefice ha preparato un documento che vuole evitare spaccature e negoziati. Sulla comunione dei divorziati risposati non ci si aspettano novità. Perché il problema è legittimare una prassi (quasi tutti i parroci comunicano coppie nate per grazia dopo esperienze devastanti) e non fondarla teologicamente. Nella "misericordia", appunto.

Già alla fine del Sinodo, lo stesso Francesco disse: "Abbiamo cercato di abbracciare pienamente e coraggiosamente la bontà e la misericordia di Dio che supera i nostri calcoli umani e che non desidera altro che tutti gli uomini siano salvati". Nella Esortazione sarà questa la guida sui battezzati divorziati e sulle persone omosessuali. Quest'ultimi, dicono alcuni, non sarebbero mai citati esplicitamente: non per reticenza, ma per coerenza con la netta posizione di Francesco secondo cui "nessuna condizione umana" è come tale lontana da Dio.

Francesco non vuole dunque concedere al rigorismo dottrinariario argomenti di propaganda. Chi gli è stato vicino (Francesco ironizza sullo stuolo di amici che gli sono vicinissimi che ha scoperto di avere diventando Papa) ha riferito che sarebbe rimasto impressionato dalla linea di contrarietà esplicita e plateale assunta su questo punto dal cardinale africano Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti. Sarah - esattamente come nella comunione anglicana - è punto di riferimento del conservatorismo africano e il raccordo naturale di molti dei padri sinodali di quel continente: cioè dei vescovi che rappresentano la futura quota maggiore del cattolicesimo della metà del secolo XXI. Il Papa ha perciò deciso di non provocare, e non arretrare: non vuole correre alcun tipo di pericolo per quanto riguarda l'unità della Chiesa e sa che essa è stata storicamente minacciata da diatribe dottrinarie politicamente rilevanti come sono queste. Ma non è disposto a compromettere quella "misericordia" che nella sua teologia è il cuore stesso del vangelo.

Se sull'Esortazione il Pontefice ha preso atto di un ostacolo, sul rinnovamento della fisionomia delle gerarchie non arretra. Alle "malattie della Curia" ha dato come medicina di "una riforma": il ricambio. In Vaticano, tra i vescovi, e anche tra i vescovi italiani che per numero e funzione sono il sensore della resistenza e della fiducia nel Papa.

Nelle ultime nomine italiane si sono seguiti criteri diversi da quelli che avevano ispirato le procedure e le scelte, da ultimo affidate al cardinale canadese, Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi. A lui spetta di fatto il compito di istruire le nomine episcopali: eppure Ouellet su alcune delle scelte recenti per l'Italia o non è stato consultato o ha dovuto far buon viso a scelte come quelle di Bologna, Cassano, Lodi, Matera, Modena, Padova, Palermo, Pescia, che non corrispondono ai criteri di preti portati da cordate o movimenti che misuravano lì le loro forze. Ouellet, che dicono abbia minacciato le dimissioni sentendosi scavalcato, ha forse avuto peso o ha fatto valere vecchi criteri nelle nomine dei vescovi di Pavia, Corrado Sanguineti che viene dalle fila della Cl di Chiavari, e di Cremona, Antonio Napoleone. In più si profila vicino il biennio che segnerà i 75 anni dei cardinali Scola e Bagnasco. L'obiettivo del Papa resta comunque quello di trovare vescovi che in Curia o nella Cei capiscano che "non siamo in un epoca di cambiamenti, ma in un cambio di epoca" e che sentano l'attesa di rinnovamento di cui ha bisogno una nuova primavera missionaria.

Il ricambio in Curia ha tempi in parte prevedibili: dopo aver stabilito che i prelati di Curia decadono (senza bisogno di dimissioni) a 75 anni, sono due importanti caselle che saranno vacanti a breve: George Pell, Prefetto della Segreteria per l'economia che è stato il primo superministro delle Finanze vaticane, non esce bene dall'inchiesta australiana sulla pedofilia. E l'8 giugno termina il suo mandato. Anche Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il Clero, nato il 18 agosto 1941 è alla fine del suo servizio. L'anno prossimo escono di scena i cardinali Ravasi e Giuseppe Bertello. Sempre salvo dimissioni dopo la pubblicazione dell'esortazione post-sinodale.

L'altro tavolo del "ricambio" si gioca sul vertice della Cei: Francesco si attende un cambio di passo dai vescovi italiani. A Firenze ha consegnato loro un mandato preciso e presto uscirà un "Sussidio" preparato dal segretario generale mons. Nunzio Galantino, che gode della fiducia e della copertura di Francesco e per questo viene attaccato. Il presidente Angelo Bagnasco, che non sarà mai sleale al Papa, ma non è certo allineato al suo modo d'essere, finirà il suo mandato tra un anno e i giochi iniziati non sono pronostici, ma sgambetti. Il modo in cui "Avvenire" ha creato dal nulla un "caso trivelle" per creare difficoltà a Galantino e a Renzi, fa vedere che c'è chi pensa alla presidenza con all'orizzonte il referendum costituzionale e le elezioni.

Se così emergerà fra i vescovi un consenso che ancora non c'è - dovrebbero eleggere un "rosa" di candidati -, il Papa sarà felice di chiudere l'anomalia italiana (l'unica conferenza al mondo che non elegge il suo presidente). Se no sceglierà lui come primate. Per ora si fanno circolare nomi che fanno capire a cosa miri chi vuole bruciarli. I primi buttati in pasto al dibattito sono i primi che si vogliono escludere. Chi fa il nome di Gualtiero Bassetti, vicepresidente della Cei e Arcivescovo di Perugia, fatto inattesamente cardinale da Francesco, indica un nome che è stato caro a Bergoglio: Bassetti, però, è del 1942 e sarà già in età da pensione quando si voterà. Non ha problemi di età Giuseppe Betori: già segretario generale della Cei dell'era Ruini. Da Arcivescovo di Firenze il suo spirito di biblista gli ha dato strumenti per muoversi in linea con Bergoglio senza diventarne un imitatore goffo. Ma lanciarlo oggi è chiaramente un modo per tagliare le gambe ad una possibile mediazione sul suo nome. È significativo che qualcuno faccia circolare il nome di Mons. Rino Fisichella che è un prelato vaticano, non ha una diocesi, e non è detto che finito il giubileo ne abbia una (e forse si fa girare il suo nome proprio per scongiurare questo esito). Non sarà l'ultimo bersaglio di questa roulette mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti, il teologo di punta del Sinodo che gode della stima di Francesco e che potrebbe rappresentare se non un nome, un modello. Uno che era già vescovo prima del 2013, che ha una diocesi abbastanza piccola per potersi occupare della Cei, e che possa saldare la diffidenza del Papa per tutto ciò che è "italiano".





http://www.repubblica.it/vaticano/2016/03/19/news/il_doppio_binario_di_papa_francesco_ecco_la_mediazione_su_divorziati_e_gay_e_ricambio_in_curia-135818096/?rss 

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