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domenica 3 aprile 2016

Papi colorati

LA RELIGIONE DEL "PAPA ROSSO"

    Che religione era quella professata dal cardinale Carlo Maria Martini? Martini fu soprannominato ancora in vita “il papa rosso” per le sue numerose e audaci aperture sui più svariati temi, specialmente di tipo etico e sociale 
di Francesco Lamendola  


Il cardinale Carlo Maria Martini (nato a Torino nel 1927 e deceduto a Gallarate, in provincia di Varese, nel 2012), arcivescovo Milano, è stato uno dei personaggi più in vista della Chiesa cattolica negli ultimi anni; ha avuto fama di grande teologo e, soprattutto, di grande promotore del dialogo ecumenico, a cominciare da quello con gli Ebrei, da lui definiti “i nostri fratelli maggiori”: e stiamo parlando – giova ricordarlo, in questi tempi di relativismo e di estrema confusione concettuale, non sempre coltivata in buona fede - di coloro i quali rifiutarono Gesù Cristo, lo misero in croce e che tuttora lo considerano un falso profeta, un impostore e un bestemmiatore del vero e unico Dio, il loro. Per tutte queste benemerenze, Martini fu soprannominato, ancora in vita, “il cardinale del dialogo” (evidentemente, gli altri esponenti della Chiesa cattolica non lo erano, o non lo erano abbastanza, almeno rispetto a lui), nonché “il papa rosso”, per le sue numerose e audaci aperture sui più svariati temi, specialmente di tipo etico e sociale.
È stato, insomma, uno dei principali esponenti di quella linea di pensiero la quale riteneva che la Chiesa cattolica, dopo la stagione del Concilio Vaticano II, si fosse un tantino “impantanata”, che avesse “frenato”, che non avesse dimostrato di possedere sufficiente “coraggio” per proseguire sulla via delle riforme, delle aperture, del dialogo con tutti, ma proprio tutti: con i massoni e con gli atei, con i musulmani e gli ebrei.
Presidente del Consiglio delle Conferenze dei vescovi d’Europa dal 1986 al 1993, fu il promotore, nell’arcidiocesi di Milano, dal 1987 al 2002, della cosiddetta Cattedra dei non credenti, clamorosa iniziativa di dialogo con esponenti della cultura dichiaratamente atea; nel 1990, nel giorno della festività di Sant’Ambrogio, predicò ai Milanesi la necessitò di dialogare con l’islam e di favorire l’integrazione con gli immigrati di fede islamica; nel 2007, dalle colonne de Il Sole 24 ore, criticò, in una intervista, il motu proprio di Benedetto XVI Summorum pontificum, che autorizzava il ripristino, entro certi limiti, della Messa secondo il rito tridentino: e sono solo alcune delle prese di posizione con le quali si fece una grandissima notorietà, sovente di scandalo, al punto che per alcuni anni fu considerato altamente “papabile” come successore di Giovanni Paolo II, ed ebbe validi sostenitori e sponsorizzatori, nel mondo della cultura e della politica, fra i quali il potente cancelliere tedesco Helmut Kohl.
Ora, la domanda che vogliamo farci è quale fosse la religione in cui credeva il cardinale Martini, e che egli predicava e promuoveva in tutte le sedi possibili, comprese, come abbiamo visto, le pagine dei giornali e le interviste generosamente rilasciate lungo tutto l’arco della sua lunga e prestigiosa carriera; perché essa non ci sembra affatto coincidere con quella religione cattolica, apostolica romana, una e santa, che ci è stata insegnata fin dai banchi del catechismo, e ci sorge pertanto il dubbio che, o la religione cattolica sia stata cambiata, non si sa bene come e quando, non si sa bene da chi, senza che noi ce ne accorgessimo, e in tal caso saremmo noi, e tutti quelli che pensano e sentono come noi, a trovarsi, di fatto, al di fuori di essa; oppure è stato il cardinale Martini, e, con lui, tutti i suoi estimatori, sostenitori e apologisti, a porsi al di fuori dell’insegnamento cattolico, della Tradizione cattolica e della stessa Chiesa cattolica, della quale, nondimeno, era un alto porporato: e, in tal caso, bisogna per forza concludere che egli ha fatto un cattivo uso della sua cattedra e della sua autorità, che ha male speso la sua indubbia popolarità e la sua influenza, e che si è reso responsabile della confusione, e forse del traviamento, di un grande numero di persone, le quali, seguendo le sue indicazioni, sono venute a trovarsi, magari senza rendersene conto, a professore una religione che non è quella cattolica, ma qualcos’altro. E, se ciò è vero, vorremmo cercar di capire che cosa fosse questo “qualcos’altro”: in che cosa consistesse, esattamente, la religione professata e predicata dal cardinale Carlo Maria Martini.
A tale scopo, prendiamo in mano uno dei suoi ultimi libri-intervista, suggestivamente intitolato Conversazioni notturne a Gerusalemme (la città in cui, ormai arcivescovo emerito, si era ritirato negli anni dal 2002 al 2007), sottotitolo: Il rischio della fede, che ci piacerebbe poter interpretare in senso kierkegaardiano, mentre siamo costretti a interpretarlo, dopo aver letto il volume, in senso semplicemente relativista. L’interlocutore, che pone le domande, è  il gesuita austriaco Georg Sporschill, ”prete di strada” che ha raccolto i bambini abbandonati della Romania e della Moldavia, il quale conduce la conversazione sulla base di una serie di punti di partenza che sono, a dir poco, opinabili. La sua tecnica è quella di far delle affermazioni, in genere trinciando giudizi pesantissimi sulla “cautela”, sulla “mondanizzazione”, sul “conservatorismo” di quella Chiesa cattolica, di cui anche lui fa parte, e cui ha giurato obbedienza, ma verso la quale mostra assai meno carità di quanto ne debba mostrare un figlio alla propria madre; e poi, sulla base di tali assunti, di tali affermazioni apodittiche e senza contraddittorio, fa le sue brave domandine al cardinal Martini, instradandolo, così, automaticamente, su un piano inclinato, nel quale la risposta è quasi obbligata, in modo da sentirsi dire precisamente quel che voleva sentirsi dire. Ma è chiaro che un uomo colto e intelligente, abituato alle astuzie del giornalismo, come lo è stato il cardinale Martini, non avrebbe mai abboccato ad un simile amo, se non fosse stato pienamente consapevole e consenziente. In altre parole, è chiaro che Martini voleva che gli fossero poste quelle domande, in quella forma, con quei presupposti, in modo da prendersi poi la libertà di rispondere a partire da quel contesto, da quella prospettiva, magari facendo mostra di sollevare qualche riserva, qualche obiezione, così da apparire moderato e quasi prudente, mentre quel che andava dicendo aveva una carica addirittura dirompente rispetto alla Tradizione cattolica. Abilità quasi di tipo politico: fare il rivoluzionario, nascondendosi abilmente nei panni dell’uomo che sa mediare, che sa vagliare, che sa distinguere.
Ed ecco, allora, un florilegio delle affermazioni fatte da Martini, nel rispondere alle imbeccate e alle provocazioni di Sporschill (op. cit., Milano, Monadori, 2008, pp. 94-116, passim):
[Sulla morale sessuale:] Sono fermamente convinto che la direzione della Chiesa possa mostrare una via migliore di quanto non sia riuscito all’enciclica “Humanae vitae”. La Chiesa riacquisterà credibilità e competenza .
Evidentemente, per Martini, a causa di quell’enciclica di Paolo VI la Chiesa ha perso l’una e l’altra.
[Riguardo alla pastorale dei giovani sulla sessualità] Credo che non sia il momento di cercare risposte universali. Ricordo sempre un principio pastorale e psicologico fondamentale secondo il quale le risposte cadono su un terreno fertile solo quando rima è stata posta una domanda, quando ho osservato o ascoltato. Soprattutto i queste problematiche profondamente umane, come sessualità e corporeità, non si tratta di ricette, ma di percorsi che iniziano e proseguono con le persone. Un noto medico riteneva che in questo campo molti possedessero una “ignoranza innocente”. Non possiamo pretendere dai bambini e dai giovani tutto ciò che sarebbe ideale. Troveranno la loro strada a poco a poco.
Dunque, via le “ricette” e le “risposte universali”; smettiamola di chiedere ai giovani l’ideale; lasciamo che essi trovino la loro strada da soli, senza la pretesa autoritaria di indicargliela; e avanti tutta in ordine sparso, ciascuno con la sua verità, con la sua etica personale. Buono a sapersi.
[Riguardo all’omosessualità] Nel rapporto con l’omosessualità, tuttavia, nella Chiesa dobbiamo rimproverarci di esse spesso stati insensibili.  Penso a un giovane che si sforzava di comprendere il proprio orientamento sessuale. Era in grande difficoltà. Non poteva parlarne con nessuno perché si vergognava. Sentiva che se avesse confessato le sue tendenze omosessuali sarebbe stato emarginato. Questo giovane si è ammalato perché non lo abbiamo aiutato. Le depressioni lo hanno condotto da uno psichiatra, dal quale ha trovato un orecchio pronto ad ascoltarlo e un incoraggiamento.
Dunque, anche Martini, come i teorici del “gender”, pensa in termini di “orientamento sessuale” e non di “sesso”; punta il dito contro la Chiesa cattiva e “insensibile”, e tesse le lodi della psichiatria laica, che, meno male, sa capire e aiutare la gente. Morale: se avete un problema come quello di quel tale giovane, non andate a parlarne con un prete, che tanto non vi capirebbe e vi farebbe sentire a disagio; andate da uno psichiatra, lui sì che se ne intende e vi dirà la parola giusta.]
[Sul celibato ecclesiastico:] Questo tipo di vita è oltremodo impegnativo e presuppone una profonda religiosità, una comunità valida e forti personalità, ma soprattutto la vocazione a non sposarsi. Forse non tutti gli uomini chiamati al sacerdozio possiedono questo carisma. Da noi la Chiesa dovrà escogitare qualcosa.
Prendiamo atto che, per Martini, il celibato ecclesiastico è “oltremodo impegnativo” e che solo una parte dei sacerdoti sono in grado di osservarlo. Prendiamo anche atto che, per lui, la questione è quella di “avere la vocazione a non sposarsi”, stranissima formula per definire la vocazione al sacerdozio; e che auspica che la Chiesa “escogiti” qualcosa, un verbo che è tutto un programma.
[Sulla Chiesa post-conciliare, che, secondo l’imbeccata di Sporschill, ha “chiuso le porte” alle riforme:] Vi è un’indubbia tendenza a prendere le distanze dal concilio. Il coraggio  e le forze non sono più grandi come a quell’epoca e subito dopo. Ed è indubbio che nel primo periodo di apertura alcuni valori sono stati buttati a mare. La Chiesa si è dunque indebolita. Altre energie si sono disperse nelle controversie post-conciliari. Eppure quegli accaniti dibattiti erano necessari. Ricordo teologi controversi come Karl Rahner, Pierre Teilhard de Chardin, Henri de Lubac e altri più giovani. Essi contribuirono a impostare il concilio sotto il profilo teologico e in seguito lo trasposero nei loro libri e lo  esposero nelle loro cattedre. 
Insomma, dopo il Vaticano II la Chiesa ha perso “coraggio” e si è indebolita per non aver proseguito sulla via tracciata da Rahner, de Chardin, ecc. Tralasciando il fatto che, in tutti i concili della Chiesa, sono stati i padri, cioè i vescovi, e non i teologi, a indicare la via da percorrere, colpisce il fatto che i teologi citati da Martini sono precisamente quelli che volevano forzare i lavori conciliari in una direzione extra-cattolica. Colpisce anche il fatto che, per lui, dopo il Concilio la Chiesa ha “buttato a mare” alcuni valori. Quali? Non lo dice; è la solita tecnica dei “progressisti”: gettare il sasso e nascondere la mano; alludere, e poi fare finta di nulla, professare una apparente ortodossia. Sono furbi: non si lasciano sorprendere facilmente in flagrante apostasia.
[Sulle “aperture” della Chiesa:] Martin Lutero fu un grande riformatore. Il suo amore per le Sacre Scritture, dalle quali ricavò buone idee, è la cosa più importante. Io stesso devo molto nella scienza biblica ai grandi autori protestanti. In Lutero trovo problematico il punto in cui,  da riforme necessarie e da ideali, crea un sistema a sé. Nel Concilio vaticano II la Chiesa cattolica si è lasciata ispirare anche dalle riforme di Lutero, avviando un processo di rinnovamento dall’interno.
Be’, qui Martini si fa beccare in fallo: esalta Lutero e proclama che il Vaticano II si è lasciato ispirare dalle sue idee, che erano, sostanzialmente, delle “buone idee”, anche se, ammette poi, prudente, è andato un po’ troppo oltre. Questo è il giudizio su Lutero della Chiesa cattolica? Lutero non è più il grande seminatore di discordia, colui che volle non già riformare (come suggerisce, ingannevolmente, l’espressione “riforma protestante”), bensì distruggere la Chiesa e il papato? Alla fin fine, Lutero aveva ragione? E la Chiesa ha impiegato 500 anni per capirlo? E ci voleva il Concilio Vaticano II per farcelo comprendere? Peccato; non ci risulta vera nessuna di queste cose.
[Alla domanda se approverebbe, in quanto vescovo, la costruzione di un minareto e il fatto che un’insegnante indossi il velo:] La funzione i un minareto è garantire che i musulmani posano essere chiamati alla preghiera. Il punto è quanto musulmani vivono nella comunità e pregano cinque volte al giorno. Se essi sono molti o la maggioranza, avranno bisogno del minareto, proprio quando i cristiano hanno bisogno delle campane quando sono numerosi. Anch’essi non possono pretendere le campane se sono solo un gruppetto tra persone di confessione diversa. Il velo è un simbolo della religione. Se un’insegnante o una studentessa debba indossare il velo a scuola un problema di competenza dello stato. La democrazia tratterà le grandi comunità religiose in modo uguale. Martini non è vissuto abbastanza da vedere gli attentati di Parigi e di Bruxelles; e forse non si era informato sul genocidio dei cristiani nei Paesi islamici. Ma certo sapeva che nessun campanile può essere costruito in quei luoghi, mentre lui auspicava la costruzione di minareti in Italia. Dunque, predicava la comprensione e la tolleranza a senso unico, pur sapendo bene che non vi è reciprocità...


Che religione era quella professata dal cardinale Carlo Maria Martini?

di Francesco Lamendola


1 commento:

  1. Lamendola si chiede che religione abbia professato il Card Martini il quale era un'affiliato alla massoneria come lo è lo stesso Bergoglio: entrambi lupi travestiti da agnello nemici di Cristo.

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