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mercoledì 18 maggio 2016

“Giovanni”, senza virgolette!

E' STORICO IL IV° VANGELO ?

Il pensiero di Joseph Ratzinger: non ci troviamo in presenza di una concezione gnostica del Vangelo non c’è alcun messaggio segreto verità nascosta o alcun sapere esoterico che non siano presenti anche negli altri Vangeli 
di Francesco Lamendola  


Martin Hengel (nato a Reutlingen, nel Baden-Württemberg, nel 1926, e morto a Tubinga nel 2009), luterano e docente all’Università di Tubinga, viene considerato uno dei massimi esegeti del Nuovo Testamento, nonché esperto dell’ebraismo e del cristianesimo primitivo; anche studiosi e teologi cattolici, come Joseph Ratzinger, lo hanno letto e studiato con profitto. La sua posizione si distingue da quella di tanti altri suoi colleghi, specialmente protestanti (influenzati da Rudolf Bultmann, da Paul Tillich e da tutta la scuola del cosiddetto “cristianesimo liberale”), per la sua decisa affermazione della storicità dei quattro Vangeli canonici. Tuttavia, rispetto ai tre Sinottici (Marco, Matteo e Luca), il quarto Vangelo, che molti studiosi scrivono “Giovanni”, con le virgolette, per indicare la molteplicità dei suoi autori), per la netta impostazione mistica e trascendente che lo caratterizza, pone dei problemi non lievi, quanto al suo valore in fatto di storicità; problemi che Hengel risolve pronunciandosi, anche per esso, a favore di una sua sostanziale attendibilità teologica, ma non altrettanto per quella strettamente storica, dal momento che, secondo lui, in esso avrebbe largo spazio una prospettiva poetica e letteraria.

Queste idee sono specificamente esposte nell’opera di Hengel apparsa nel 1975 (Mohr, Tubinga) e intitolata Der Sohn Gottes. Die Enstehung der Christologie und die jüdisch-christliche Religionsgeschichte (Il Figlio di Dio: l’origine della cristologia e la storia della religione giudeo-ellenistica; traduzione italiana della casa editrice Paideia, Brescia, 1984) e in quella successiva, del 1993, pubblicata sempre a Tubinga, Die johanneische Frage. Ein Lösungsversuch. Mit einem Beitrag zur Apokalypse von Jörg Frey (traduzione italiana: La questione giovannea, Brescia, Paideia, 1998).  A sua volta Joseph Ratzinger, che di Hengel (come pure di Hans Küng) era stato collega a Tubinga – ove, dal 1966, aveva insegnato Teologia dogmatica; e furono gli anni cruciali del suo itinerario teologico, quelli che segnarono la sua svolta in senso tradizionale e antimodernista - e, per taluni aspetti, ammiratore, divenuto papa col nome di Benedetto XVI, le ha discusse, insieme ad altri aspetti della critica neotestamentaria e ad altri problemi storici ed esegetici relativi ai Vangeli, nella sua corposa opera – circa 450 pagine - Gesù di Nazareth (titolo originale: Jesus von Nazareth. Von der Taufe im Jordan bis zur Verklärung; traduzione dal tedesco di Chicca Galli e Roberta Zupper, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2007).
D’altra parte, chiunque – anche sprovvisto, o scarsamente fornito, di una specifica preparazione esegetica, e anche chi lo legga non nell’originale geco, ma in una traduzione moderna, non può non accorgersi che il quarto Vangelo è, realmente, un testo a sé; non solo e non tanto per il fatto che appare indipendente dai Sinottici, o meglio, che li dà per presupposti, per cui evita di ripetere cose già narrate da essi, e si concentra su aspetti da essi, invece, trascurati; ma soprattutto perché vi circola un’atmosfera fortemente spirituale ed escatologica, nella quale il contrasto fra Bene e Male, la lotta di Cristo contro le potenze delle tenebre, occupano una posizione assolutamente centrale, e la Buona Novella appare come la negazione e il superamento del “mondo”, ossia di tutto ciò che è terreno e chiuso nella propria finitezza, cosa che gli conferisce una particolare drammaticità, anche sul piano della narrazione letteraria, e che ha fatto parlare più d’uno studioso di “Vangelo gnostico”, espressione che può anche essere accettata, purché la si intenda in un senso estremamente generale e non già in senso tecnico e specifico. In altre parole, l’autore o gli autori del quarto Vangelo si rifanno a una corrente, o per dir meglio, a una tendenza del cristianesimo primitivo, che privilegiava fortemente la dimensione trascendente e la portata apocalittica (nel senso letterale del termine, di “disvelamento delle cose nascoste”) della Buona Novella e che, di conseguenza, sottolineava il contrasto inconciliabile esistente fra le cose di quaggiù e quelle di lassù, fra il Dio predicato dal Cristo e l’attaccamento degli uomini allo spirito del “mondo”.
Facendo il punto sulla questione, Ratzinger afferma (op. cit., pp. 267-270):

È sorprendente che Hengel, da cui abbiamo imparato tanto sul radicamento storico del Vangelo nell’aristocrazia sacerdotale di Gerusalemme e quindi nel reale contesto di vita di Gesù, rimanga così negativo  o – detto in modo più delicato – estremamente prudente nella sua diagnosi circa il carattere storico del testo. Dice: “Il quarto vangelo è un’opera largamente poetica ma NON DEL TUTTO fantasiosa su Gesù […]. Qui tanto uno scetticismo radicale quanto una fiducia ingenua inducono in errore. Da una parte, ciò che non è dimostrabile come storico non deve essere per forza una semplice finzione, dall’altra, ad avere l’ultima parola per l’evangelista (e la sua scuola) non è il banale ricordo ”storico” degli avvenimenti passati bensì lo Spirito Paraclito, che interpreta e guida verso la verità”Die johanneische Frage”, p. 322).A questo riguardo sorge la domanda: che cosa significa questa contrapposizione? Che cosa rende banale il ricordo storico? Importante la verità di quanto ricordato oppure no? E verso quale verità può guidare il Paraclito, se lascia dietro di sé come banale la dimensione storica?
Ancora più drastica appare la problematicità di tali contrapposizioni nella diagnosi di Ingo Boer: “Il Vangelo di Giovanni si presenta pertanto dinanzi ai nostri occhi come OPERA LETTERARIA che testimonia la fede e vuole rafforzare la fede, e non come resoconto storico” (“Einleitung in das Neue Testament”, Würzburg, 1998, p. 197). Quale fede “testimonia” se si è lasciato , per così dire, la storia alle spalle? Come può testimoniare la fede se si propone come testimonianza storica e lo fa con grande vigore – ma non offre poi informazioni storiche? Io penso che qui ci troviamo di fronte a un’idea errata di ciò che è storico, a un’idea errata di ciò che è fede e di ciò che è lo stesso Paraclito: una fede che lascia cadere in questo modo la fede storica diventa, in realtà, “gnosticismo”.  Si lascia alle spalle la carne, l’incarnazione, la vera storia, appunto.
Se per “storico” si intende che i discorsi di Gesù a noi tramandati devono avere , diciamo così, il carattere di trascrizione di un nastro magnetico per essere riconosciuti autenticamente come “storici”, allora i discorsi del Vangelo di Giovanni non sono “storici”. Il fatto però che non rivendichino questo genere di letteralità non significa per niente che siano, per così dire, composizioni poetiche su Gesù create a poco a poco nella cerchia giovannea, operazione per cui si sarebbe preteso poi la guida del Paraclito. La vera pretesa del Vangelo è quella di aver trasmesso correttamente il contenuto dei discorsi, l’auto-testimonianza di Gesù nei grandi confronti svoltisi a Gerusalemme, affinché il lettore incontri davvero i contenuti decisivi di questo messaggio e in esso l’autentica figura di Gesù.
Ci avviciniamo alla sostanza e possiamo definire più precisamente il particolare tipo di storicità di cui si tratta nel quarto Vangelo, se prestiamo attenzione alla correlazione dei vari fattori che Hengel reputa determinanti per la composizione del testo. A suo parere, in questo Vangelo confluiscono “la voluta impostazione teologica dell’autore, il suo ricordo personale”, “la tradizione ecclesiastica e quindi, insieme, la realtà storica”, che, sorprendentemente, Hengel giudica “modificata, anzi diciamo pure violentata, dall’evangelista”; infine- l’abbiamo sentito or ora – ad avere “l’ultima parola” non è il “ricordo […] degli avvenimenti passati, bensì lo Spirito Paraclito, che interpreta e guida verso la verità” (”Die johanneische Frage”, p. 332).
Nel modo in cui Hengel accosta e in certa misura contrappone questi cinque elementi, la loro composizione non dimostra un vero senso. Come può, infatti, il Paraclito avere l’ultima parola se l’evangelista ha prima violentato la realtà storica? Qual è il rapporto reciproco tra l’impostazione voluta  dall’evangelista, il suo annuncio personale  e la tradizione ecclesiastica?  È l’impostazione voluta più determinante  del ricordo, al punto che, in nome suo, la realtà possa essere violentata? Cime si legittima allora questa volontà di impostazione?  Come interagisce con il Paraclito?
A mio parere, i cinque elementi presentati da Hengel sono effettivamente le forze essenziali che hanno determinato la composizione del Vangelo, ma vanno visti in una differente correlazione interna e, di conseguenza,  anche singolarmente con una importanza diversa.
Anzitutto il secondo e il quarto elemento – il ricordo personale e la realtà storica – vanno insieme Essi costituiscono, l’uno con l’altro, ciò che i Padri definiscono il “factum historicum” che determina il “significato letterale” di un testo: il lat esterno degli avvenimenti che l’evangelista conosce in parte grazie al suo ricordo e in parte grazie alla tradizione ecclesia stia (senza dubbio conosceva bene i Vangeli sinottici nell’una o nell’altra versione). Egli vuole riferire l’accaduto nella veste di “testimone”…

Concludendo: il quarto Vangelo non è meno “storico” per il fatto di concentrare l’attenzione sulla dimensione teologica; e quindi anche i suoi racconti, relativi alle azioni e ai discorsi di Gesù, non perdono affatto il carattere di testimonianze storiche, pur se rivolti ad una prospettiva sovra-storica e meta-storica. Giovanni, o gli autori del Vangelo conosciuto con il suo nome, guardano in alto: riconsiderano tutta la vita e l’opera di Gesù Cristo dal punto di vista della Resurrezione, in una misura e con una coerenza interna superiori a quelle degli altri evangelisti. Tutto quel che Gesù ha detto e operato viene rievocato nel quarto Vangelo sulla base di una conoscenza personale e di una esperienza diretta; però, nello stesso tempo, viene reinterpretato alla luce del suo significato ultimo, l’Ascensione e la discesa dello Spirito Santo, ciò che, nel corso della loro vita in comune con il Maestro, i discepoli, e quindi anche gli evangelisti, non avevano affatto compreso, o, comunque, non certo in maniera sufficientemente chiara e completa.
Pertanto, sarebbe errato vedere – come pure, da taluno, si è fatto, e  si continua tuttora a fare -, nel modo del quarto Vangelo di narrare la vita e le opere di Cristo, una sorta di contrapposizione fra “storia” e “teologia”. Non vi è contrapposizione, perché la storia di risolve nella teologia e la teologia assorbe la storia, proprio come la Resurrezione e l’Ascensione assorbono, spiegano e completano la vita terrena di Gesù e la sua missione fra gli uomini. Così come il significato effettivo della Incarnazione, della Passione e della Risurrezione di Gesù appaiono completamente, alla mente dei discepoli, solo a posteriori, benché il maestro avesse cercato di spiegarlo ad essi in anticipo, specialmente durante il discorso dell’Ultima Cena, ugualmente la narrazione del quarto Vangelo si pone come il completamento e, nello stesso tempo, come il superamento, in senso teologico, degli altri Vangeli. Non vi è una vera contraddizione fra i primi tre Vangeli ed il quarto; tuttavia è innegabile che l’ultimo possiede delle caratteristiche proprie, che ne fanno un unicum, anche dal punto di vista letterario; specificità che non dipendono semplicemente dal fatto della sua composizione più tarda rispetto ai Sinottici (ma non così tarda come la critica razionalista e anticristiana ha invano tentato di dimostrare; di certo, assai anteriore alla fine del primo secolo: secondo il teologo “liberale” J. Robinson, entro il 70, l’anno della distruzione di Gerusalemme), ma soprattutto dall’accento posto sulla prospettiva escatologica e apocalittica.
Quanto alla storicità del racconto di Giovanni, bisogna vedere che cosa si intende per storia. Quasi tutti i libri di memorie dei grandi personaggi storici, antichi e moderni, da Cesare a Napoleone, da Churchill a Gorbaciov, non possono essere utilizzati come fonti storiche in maniera ingenuamente fiduciosa, perché, pur essendo delle testimonianze storiche autentiche e scritte in prima persona, nondimeno riflettono una serie di atteggiamenti psicologici che richiedono, per la loro valida interpretazione, tutta una serie di correttivi e di operazioni esegetiche specifiche. Anche le Storie di Erodoto, la Guerra del Peloponneso di Tucidide, le Elleniche di Senofonte o le Vite parallele di Plutarco, pur essendo state scritte da autori che, almeno in parte, vissero al tempo dei fatti narrati, non possono essere però utilizzate senza tutta una serie di precauzioni e di accorgimenti di ordine critico, filologico, ed anche propriamente storiografico. Questo non toglie che si tratti di opere preziose, insostituibili, per la conoscenza dei rispettivi periodi storici.
La cosa più importante da considerare, a proposito del quarto Vangelo, è, come osserva giustamente Joseph Ratzinger, che non ci troviamo in presenza di una concezione “gnostica” del Vangelo. Non c’è alcun messaggio segreto, alcuna verità nascosta, alcun sapere esoterico, che non siano presenti anche negli altri Vangeli e negli altri libri del Nuovo Testamento, come le lettere di San Paolo, o l’Apocalisse. Vi è, questo sì, un più denso spessore teologico, una più alta riflessione sul mistero della Trinità e su quello dell’Incarnazione. Manca, però, la cosa essenziale di qualsiasi concezione gnostica: il disprezzo o la negazione della carne. Proprio perché si è fatto Figlio e si è incarnato, Gesù è vero uomo, oltre che vero Dio. La carne, qui, non viene affatto negata: semmai trasfigurata...


È “storico”, il racconto del quarto Vangelo?

di Francesco Lamendola

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