ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 26 agosto 2016

“Indietro non si torna”?

DOVREBBERO VERGOGNARSI

Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi. La navicella di San Pietro se ne sta andando allegramente alla deriva quasi che una brama di autodistruzione li avesse afferrati. Sorge la domanda: quale padrone stanno servendo? 
di Francesco Lamendola



Oramai ne stiamo vedendo di tutti i colori, per cui, purtroppo, si finisce per non meravigliarsi più di nulla, per non scandalizzarsi, per non indignarsi. Specialmente quando il cattivo esempio viene dall’alto, non c’è trombettiere o mascotte del reggimento, perfino vivandaia al seguito, che non si sentano autorizzati a stracciare e lordare le bandiere, a tirare fango contro le uniformi, a ballare oscenamente sulle ceneri di ciò che un tempo furono onore, disciplina, spirito di sacrificio, senso del dovere, lealtà, fedeltà, coerenza.
La navicella di San Pietro se ne sta andando allegramente alla deriva e una parte dei marinai, invece di ammainare le vele, le mandano tutte a riva, quasi che una brama di autodistruzione li avesse afferrati; e il nocchiero, invece di tenersi sottovento, porta la nave di traverso alle onde e si direbbe che voglia offrirle il fianco per farle imbarcare più acqua che sia possibile, fin che le onde non l’avranno rovesciata e affondata.

Sorge allora la domanda: quale padrone stanno servendo, tutti costoro? Vedono il pericolo, vedono la rotta suicida su cui la nave si posta, eppure non fanno nulla per tentar di scongiurare la catastrofe imminente; al contrario, si direbbe che facciano di tutto per affrettarla, per renderla più certa e più immediata. Eppure non sono degli stupidi; molti di loro sono persone intelligenti e preparate, pertanto sanno benissimo quello che stanno facendo. Sapranno anche il perché? Sarebbe meglio pensare di no: perché, se non lo sapessero, a dispetto di tutta la loro intelligenza, sarebbero solo dei presuntuosi che hanno deciso di sfidare la rovina, in piena coscienza, illudendosi, forse, di riportare chi sa quale trionfo, mai visto e mai udito prima: cosa che tradirebbe il loro movente segreto, una sfrenata, folle ambizione, insieme ad una compulsiva, indomabile voglia di apparire, di essere al centro dell’attenzione, di ricevere applausi e, magari, anche critiche, ma comunque di far parlare di sé, di lasciare il segno. Se, al contrario, sapessero perché stanno agendo in questo modo, cioè se stessero portando la nave verso il naufragio sapendo quello che fanno, allora sarebbe ancora peggio: l’unica conclusione possibile alla quale potremmo giungere, sarebbe che ad ispirarli non sia la voce di Dio, ma quella del Diavolo.
Il papa Francesco, ormai da molto tempo, si può dire quasi dall’inizio del suo pontificato, ha adottato un nuovo stile “pastorale”: quello di sfidare, irridere e offendere i sentimenti di quanti, dentro la Chiesa, non la pensano come lui; di quanti non condividono certe sue aperture, certe sue “sparate”, certe sue temerarie improvvisazioni; di quanti, soprattutto, si preoccupano di salvare la navicella di Pietro e non pensano solo in termini quantitativi, non sono dominati dall’ossessione di ritrovare i grandi numeri, le folle oceaniche del passato, ma di ricompattare il tessuto dogmatico, teologico e morale della Chiesa, di rinsaldare la fede vacillante di una parte significativa del clero, di ripartire alla ricerca delle anime da salvare e non solamente delle folle da attirare per i grandi incontri internazionali, come la Giornate Mondiale della Gioventù, dove, di cristiano e di cattolico, alla fine dei conti, si vede ben poco e si respira ancora meno.
Tutti i Papi del XX secolo, coscienti delle tensioni e delle contraddizioni innescate dai processi della modernità nella carne viva della Chiesa, clero e laici, hanno sempre tenuto conto della sensibilità dell’intero popolo di Dio: sia i Papi considerati, a torto o a ragione, progressisti, sia quelli considerati conservatori. Tutti si sono sforzati di salvare la concordia, o, quantomeno, l’unità all’interno della Chiesa; tutti hanno assunto un atteggiamento di rispetto e, fin dove possibile, di delicatezza, verso quanti non condividevano appieno la loro linea. Bisogna dire, peraltro, che, prima di papa Francesco, non si era mai parlato di una “linea” pontificale, perché i Papi, tutti dal primo all’ultimo, si sono sempre considerati come i depositari e i custodi di una Verità da custodire, difendere e tramandare, non certo come gli autori di una innovazione unilaterale, di una accelerazione nel senso desiderato dal “mondo”.
Le cose sono cambiate, in quest’ultimo pontificato, davanti allo spettacolo, ormai pressoché quotidiano, di un Papa che polemizza in continuazione con i suoi veri o presunti “oppositori”; che, non pago di averli esemplarmente castigati e mortificati - come  avvenuto nel caso dei Francescani dell’Immacolata -, non si perita di denigrarli pubblicamente; che sfrutta il pulpito delle sue omelie quotidiane nella Chiesa di Santa Marta, e soprattutto i microfoni dei giornalisti che lo intervistano, specialmente durante i suoi spostamenti aerei nel corso dei viaggi pastorali, per indirizzare bordate su bordate contro quelli che lui giudica, facendo di tutta l’erba un fascio, i ”conservatori”, i “nostalgici” del passato e, naturalmente, i “nemici” del Concilio Vaticano II. Spettacolo clamoroso, sconcertante, penosissimo: che non avremmo mai voluto vedere, cui non avremmo mai desiderato assistere. Spettacolo inaudito, se appena si riflette su quale sia la natura della missione del romano pontefice.
Chi è il Papa, infatti? Si risponde: il successore di San Pietro, che Gesù Cristo ha eretto a capo della sua Chiesa. Dunque, San Pietro e Gesù Cristo dovrebbero essere i suoi grandi, i suoi unici modelli; e nessun altro. Ora, non ci risulta affatto, leggendo il santo Vangelo, che né San Pietro, né, tanto meno, il divino Maestro, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, avessero l’abitudine di regolarsi in questo modo: di rivolgersi con tono d’incessante reprimenda, di sfida, di fastidio  verso gli altri Apostoli; né, per la verità, nei confronti di nessun altro, né i semplici fedeli, e neppure i non credenti. No: non era questo il loro stile pastorale. Essi andavano alla ricerca della pecorella smarrita; cercavano di persuadere con l’esempio e con la dolcezza; certo, erano severi quanto alla sostanza del Vangelo, nel senso che non tolleravano storpiature o compromessi della dottrina di salvezza, ma erano estremamente pazienti e misericordiosi con i loro fratelli, compresi quelli che, a loro giudizio, si stavano allontanando, o erano in errore. Questa dolcezza, questa carità, questa mitezza, Bergoglio le riserva esclusivamente agli altri: ai protestanti, ai musulmani, ai giudei, agli atei; quanto ai cattolici, li divide drasticamente in due campi: quelli che sono d’accordo con la sua “linea”, e quelli che non lo sono; questi ultimi non solo non tenta di persuaderli, ma li provoca e li maltratta ogni santo giorno, senza misericordia, senza nemmeno un tratto di umana tolleranza o comprensione.
La misericordia, Bergoglio la riserva unicamente ai lontani e ai diversi, primi fra tutti i migranti/invasori, da lui promossi tutti quanti, senza bisogno di quisquilie come l’accertamento individuale, al rango di “profughi”, e, pertanto, di “fratelli bisognosi” e meritevoli di ogni aiuto e di ogni comprensione da parte nostra; ma per i cattolici che egli, con pochissima stima, considera “tradizionalisti”, e che sono semplicemente coloro i quali sono rimasti fedeli al Vangelo perenne e alla Chiesa di ieri, di oggi e di sempre, senza tanta teologia della liberazione (peraltro condannata in maniera esplicita da Giovanni Paolo II) e senza tanto buonismo e sociologia neomarxista, o, peggio, neoradicale (si pensi alla sua stima dichiarata per personaggi come Pannella e Bonino, campioni del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia, della droga libera e dei matrimoni omosessuali), egli non ha che rimbrotti, frecciate, provocazioni, e, in definitiva, disprezzo.
Il bello è che il “partito” clericale a lui favorevole  non solo non fa nulla per attenuare queste sue asprezze, questa sua mancanza di tatto e di misericordia, questa sua durezza sgradevole e poco cristiana (si ricordi la luce cattiva che gli brillava nello sguardo quando, ai microfoni, ricordava che lui, l’allora sindaco Marino, in America non l’aveva invitato, no, assolutamente no, chiaro?), ma, come fanno i cortigiani di un sovrano che è sempre sopra le righe, lo fomentano, lo istigano e lo applaudiscono ogni volta che alza i toni e raddoppia le provocazioni. La grande stampa cattolica, a cominciare daAvvenire L’Osservatore Romano - per non parlare di Famiglia Cristiana, che, in questa linea modernista e progressista, si era messa già da tempo, per conto suo, sovente in polemica con i predecessori del Papa attuale – si è schierata tutta al suo fianco, o meglio, al suo seguito. Si legga, a titolo di esempio – uno fra mille – quanto scrive il vaticanista Luigi Accattoli per il mensile La Voce di Padre Pio (n. 5 del maggio 2016), che così conclude un articolo intitolato Un vecchio pieno di giovinezza, che è tutto un panegirico di papa Francesco, anche negli aspetti più discutibili e divisivi del suo stile pastorale:

…Tutti i Papi sono contestato, da dentro o da fuori, da destra o da sinistra. È inevitabile che una figura unica e bianca, posta sul candelabro, ogni giorno sotto gli occhi di tutti, non incontri il favore generale. Ed è inevitabile che le sue decisioni scontentino alcuni o molti tra i tanti osservatori esteri e anche tra i cattolici. Ma se tutti i Papi sono contestati, i Pai riformatori sono contestati due volte: c’è un convincimento antico nella Chiesa Cattolica, ma anche nelle altre, che non si debba mai cambiare nulla e chi propone cambiamenti viene posto comunque sotto accusa.
Infine Bergoglio è contestato tre volte: tutti i Papi recenti cercavano di attenuare con il linguaggio il risentimento di quanti non erano d’accordo. Seppure dovevano contraddirli, provavano a farlo con buone parole. Papa Francesco non si preoccupa di tenere buoni gli oppositori – qui è la più sorprendente delle sue novità – persino polemizza apertamente con loro, dicendo per esempio che quanti vogliono “tornare indietro” rispetto al Concilio Vaticano II sono “stolti” e “testardi”. Si tratta di un atteggiamento spregiudicato che è attribuibile alla “libertà di spirito” dei gesuiti che è famosa, e che Bergoglio ha più volte rivendicato. Una libertà che spiazza gli oppositori e che costituisce una elle migliori armi in mano al riformatore venuto “dalla fine del mondo”.
Molti si chiedono che succederà “dopo” che Francesco sarà uscito di scena. Sarei tentato di scommettere che se durerà quanto Benedetto – cioè otto anni – riuscirà a porre le premesse perché il successore possa continuar l’opera avviata”.

Possa, o debba? Perché, se il motto di papa Francesco è “indietro non si torna”, allora egli sta facendo una cosa ancor più grave che imporre la “sua” linea, quasi che il Depositum Fidei, del quale è solo il custode, gli appartenesse in proprio, compresa la licenza di modificarlo a suo arbitrio; sta addirittura gettando le premesse per una svolta irreversibile, per una mutazione genetica definitiva della Chiesa cattolica. Ma ne ha il diritto: giuridico, morale, pastorale? Perfino i suoi ammiratori, se fossero in buona fede, dovrebbero convenire che questa, forse, non è precisamente l’opera che si domanda di svolgere ad un pontefice, nel momento in cui viene eletto a capo della Chiesa cattolica. Si noti, peraltro, il sofisma svolto da Accattoli: Bergoglio viene criticato (“tre volte”: come dire, tanti nemici, tanto onore) perché il suo stile consiste nel polemizzare apertamente, sfidare e offendere gli “oppositori” (perché chiamare dei cattolici, come lui fa, “stolti” e “testardi”, è un vero e proprio offendere). Ma allora, egli viene criticato perché è progressista, o perché non rispetta e, anzi, provoca e insulta chi non è d’accordo con lui? Sono due cose diverse; non è lecito confonderle. Del resto, un Papa che sia anche responsabilmente il capo della Chiesa cattolica (ma non aveva esordito dicendosi, semplicemente e assai umilmente, soltanto “il vescovo di Roma?”) dovrebbe preoccuparsi, e molto, di avere degli “oppositori”. Non è una cosa normale: chi resta fedele all’insegnamento di Cristo, non ha “oppositori” dentro la Chiesa, se non gli eretici. Dunque, i “conservatori” sono diventati eretici? Perché, se così non fosse – e ci sembra che nemmeno lui e i suoi seguaci e ammiratori, tipo Enzo Bianchi, siano arrivati a tanto –, allora non resterebbe che l’altro corno del dilemma: che eretica sia una certa “linea” da lui portata avanti con estrema decisione e ostinazione (a proposito di “testardaggine”). Tutto questo fa ancora più specie, se si considera che, dalla bocca del Papa, non è mai uscita una sola parola, non diciamo di rimprovero, ma neanche lontanamente di ammonimento, per quanto blando, nei confronti dei seguaci delle altre religioni e delle altre confessioni cristiane, per non parlare degli atei dichiarati e militanti: tutte bravissime persone, a sentir lui. E basti pensare che, davanti alla persecuzione e allo sterminio di migliaia e migliaia di cristiani, in tutto il mondo, ad opera dei terroristi islamici, e davanti al sangue ancora caldo di padre Hamel, sgozzato sull’altare, in una chiesa della Normandia, da due ragazzi islamici, Francesco ha avuto l’ardire di negare che esista un fondamentalismo islamico, che vi sia un problema islamico; e, anzi, ha sostenuto, con una logica aberrante, che, semmai, un fondamentalismo esiste anche fra i cristiani, e così pure un terrorismo, visto che… vi sono dei mariti, di religione cattolica, i quali uccidono le loro mogli, o le suocere. Che dire, poi, della “famosa libertà di spirito dei gesuiti”, di cui parla Accattoli? Non ci risulta per niente. Al contrario, si son sempre vantati di obbedire (alla Chiesa?) perinde ac cadaver, cioè come cadaveri...


Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi

di Francesco Lamendola

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