ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 7 agosto 2016

Un nuovo genere di fede?

Un nuovo genere di fede? Confutazione di un articolo comparso sulla rivista "Apulia Theologica"

Pubblichiamo volentieri questa critica ad un articolo comparso sulla rivista della facoltà “teologica” pugliese Apulia Theologica, nella quale vengono stigmatizzate le tesi discutibili diffuse su questa. In primo luogo: la negazione dell’ispirazione divina delle Sacre Scritture, e dunque del valore della Rivelazione. Si dimentica in tal modo quanto insegna l’Apostolo Paolo, che chiama le Scritture eloquia Dei (Rom. 3), al suo discepolo Timoteo nella sua II Epistola (2 Tim. 3, 16) e cioè che omnis Scriptura divinitus inspirata.
Diversamente opinando, meglio opinando come ritiene la rivista pugliese, rammenta sant’Agostino, tota scripturarum vacillaret auctoritas, ideoque et fides nostra (de doct. Christ., lib. I, cap. 27).
Per questo, come cattolici ribadiamo e riaffermiamo quanto stabilisce, tra l’altro il Beato Pio IX in modo infallibile: «… Questa Rivelazione soprannaturale, secondo la fede della Chiesa universale, proclamata anche dal santo Concilio Tridentino, è contenuta nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte ricevute dagli Apostoli dalla stessa bocca di Cristo o dagli Apostoli dalla stessa bocca di Cristo o dagli Apostoli, ispirati dallo Spirito Santo, tramandate di generazione in generazione fino a noi [CONC. TRID., Sess. IV, Decr. De Can. Script.]. Ora questi libri, sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, integri in tutte le loro parti, come sono numerati nel decreto del medesimo Concilio e come si trovano tradotti nell'antica edizione latina, devono ritenersi per sacri e canonici. La Chiesa li considera sacri e canonici non perché, composti da opera umana, siano poi stati approvati dalla sua autorità, e neppure perché contengono la Rivelazione divina senza errore, ma perché, essendo stati scritti sotto l'ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio come autore e come tali sono stati affidati alla Chiesa.
Poiché quelle cose che il santo Concilio Tridentino decretò per porre conveniente freno alle menti presuntuose sono state interpretate in modo malvagio da taluni, Noi rinnoviamo il medesimo decreto e dichiariamo che questo è il suo significato: nelle cose della fede e dei costumi appartenenti alla edificazione della dottrina Cristiana deve essere tenuto per vero quel senso della sacra Scrittura che ha sempre tenuto e tiene la Santa Madre Chiesa, alla cui autorità spetta giudicare del vero pensiero e della vera interpretazione delle sante Scritture; perciò a nessuno deve essere lecito interpretare tale Scrittura contro questo intendimento o anche contro l'unanime giudizio dei Padri» (Beato Pio IX, Cost. Ap. Dei Filius, cap. II).
Lo stesso Pontefice, sempre infallibilmente, stabilì nel can. 4 relativo a questo capitolo: «Se qualcuno non accetterà come sacri e canonici i libri interi della sacra Scrittura, in tutte le loro parti, come li ha accreditati il santo Concilio Tridentino, o negherà che siano divinamente ispirati: sia anatema».
Ci domandiamo legittimamente come si faccia, al giorno d’oggi, a rimettere in discussione elementari verità di fede, solennemente affermate, e se sia davvero lecito rispolverare, in chiave relativista, antiche eresie, già condannate dalla Chiesa, quale lo gnosticismo. Nell’articolo, in effetti, si confuta l’idea gnosticheggiante, per la verità mai del tutto sopita all’interno di correnti eretiche di marca neoplatonica, di un Dio “femminilizzato”, che è un caposaldo della “teologia” da strapazzo fondata sulla concezione di quell’Androgino (cioèErmafrodito, Uomo-Donna) primitivo, vagheggiato dalle tradizioni esoteriche, e che sarebbe presente pure nella Divinità …, e che sarebbe desunto sull’errata interpretazione del passo della Genesi laddove si afferma che l’uomo sarebbe immagine e somiglianza di Dio. Si dimentica – come ben spiega l’Aquinate (ah quanto male deriva alla Chiesa dal non seguire più nei seminari  nelle scuole teologiche l’insegnamento dell’Angelico!) - le creature irrazionali non sono a immagine e somiglianza di Dio: vi è in esse solo un vestigio del Creatore. Le creature angeliche innanzitutto e poi anche gli uomini sono a immagine di Dio (imago creationis) non nel corpo ma nell’anima intellettuale. L’essenza dell’anima umana è immagine dell’unità della natura divina, le potenze, della trinità delle Persone. Angeli e uomini possono poi essere a somiglianza di Dio nella Grazia, che è come una seconda creazione (imago recreationis), questa volta sovrannaturale, che diventerà consumata nella Gloria (imago similitudinis). Questa somiglianza non è comune a tutti gli uomini, ma solo a quelli che sono in grazia di Dio: può essere acquistata, ma anche perduta. Infine, l’uomo e la donna sono ad immagine di Dio per quel che riguarda il principale (l’anima spirituale e le sue potenze) ma solo l’uomo (vir) lo è per quel che riguarda gli aspetti secondari. In questo senso San Paolo afferma che «l’uomo è immagine e gloria di Dio, la donna invece è gloria dell’uomo» (per questo l’uomo deve pregare a capo scoperto e la donna col capo velato) perché «non viene l’uomo dalla donna, ma la donna dall’uomo; né fu fatto l’uomo per la donna, ma la donna per l’uomo» (1 Cor. 11, 9).
Risponde a queste “teologie”, che vorrebbero pure in Dio un principio femminino, sempre il nostro San Tommaso: «Come riferisce Sant’Agostino (12 de Trin. c. 5), alcuni ammisero nell’uomo l’immagine della Trinità, non rispetto a ciascun individuo, ma a più individui[della specie umana], affermando che “l’uomo fa pensare alla Persona del Padre; fa pensare a quella del Figlio ciò che deriva dall’uomo per generazione; e così dicono che la donna fa pensare alla terza Persona, cioè allo Spirito Santo, poiché essa è derivata dall’uomo, in maniera però da non essere figlio o figlia di lui”. La qual teoria appare assurda a prima vista. Primo, perché lo Spirito Santo verrebbe ad essere principio del Figlio, come la donna è principio della prole che nasce dall’uomo. Secondo, perché ciascun uomo non sarebbe fatto che a immagine di una sola Persona. Terzo, perché in questa ipotesi, la Scrittura avrebbe dovuto parlare dell’immagine di Dio nell’uomo soltanto dopo la produzione della prole». In una nota di commento alla Summa pubblicata dall’ESD, il domenicano Padre Tito Sante Centi ci precisa che la dottrina condannata era «abbastanza diffusa tra i Padri greci quando S. Agostino prese a refutarla» e ne sarebbe autore Metodio di Olimpo (+ 311). «La teoria - aggiunge p. Centi - ha trovato favore in alcuni teologi moderni, nonostante la netta opposizione di S. Agostino e di S. Tommaso».
Forse sarebbe bene che questi “teologi” neoplatonici ricordino la prescrizione del codice di diritto canonico: «I fedeli, consapevoli della propria responsabilità, sono tenuti ad osservare con cristiana obbedienza ciò che i sacri Pastori, in quanto rappresentano Cristo, dichiarano come maestri della fede o dispongono come capi della Chiesa» (can. 212 § 1); «Coloro che si dedicano alle scienze sacre godono della giusta libertà di investigare e di manifestare con prudenza il loro pensiero su ciò di cui sono esperti, conservando il dovuto ossequio nei confronti del magistero della Chiesa» (can. 218).
Ci chiediamo se coloro che scrivono su questa rivista siano disposti a sottoscrivere e ribadire queste verità di fede … .

Un nuovo genere di fede?

di Manuela Antonacci

Ciò che più colpisce nel leggere i primi due saggi contenuti nella rivista della facoltà teologica pugliese Apulia Theologica, nel numero dedicato al tema del rapporto tra Maschile e Femminile nelle Sacre Scritture, è senza dubbio la scarsa considerazione che di esse emerge. Ciò appare chiaramente sin dall’Introduzione, a cura di Sebastiano Pinto che si apre con le seguenti, testuali parole: La Bibbia è scritta da uomini e riflette la prospettiva maschilista e patriarcale delle società arcaiche (cfr. S. PintoUomo e donna nella Bibbia: generi a confronto. Quello che le donne non dicono ma fanno, in Apulia Theologica, 2 (2016),  Maschile/femminile a più voci. La problematica, a cura di A. Caputo – L. Renna, Ed. EDB, Bari 2016, p. 5). Affermazione piuttosto azzardata e arbitraria che considera il testo sacro opera squisitamente umana, ponendosi in aperta contraddizione con quanto è contenuto nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum a proposito della divina ispirazione delle Sacre Scritture.
Nel Capitolo III, sotto l’intestazione L’ispirazione divina e l’interpretazione della Scritturala Costituzione afferma: «Le verità divinamente rivelate che sono contenute ed espresse nei libri della sacra Scrittura, furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo. La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo […]» (DV 11).
L’analisi condotta da Sebastiano Pinto, nell’Introduzione e dalla teologa Selene Zorzi, nel primo saggio, invece, sembra smentire tutto questo.
Il quadro dell’Antico Testamento che ci forniscono è infatti assai povero e avvilente. Si tratta di un’analisi che tende a vivisezionare le Sacre Scritture e a tracciare un confine netto tra un Antico Testamento foriero di antiche ideologie patriarcali, che avrebbe influito in modo negativo sulla costruzione dei ruoli femminili, arrivando addirittura, nei secoli, a ridimensionare la missione delle donne cristiane; eppure, proprio l’Antico Testamento è composto, in parte, da libri dedicati a donne considerate straordinarie, Ester e Giuditta, descritte come esempi eccezionali di coraggio e fortezza, quindi virtù tipicamente “maschili”, fornendo un’idea tutt’altro che stereotipata della donna che ama e serve Dio; quanto al Nuovo Testamento, esso sarebbe dominato da un Gesù, il cui modo di vivere la propria virilità avrebbe portato, secondo le affermazioni di Selene Zorzi, alla costruzione di un modello di maschilità non “machista”, abbattendo finalmente, l’androcentrismoimperante nell’Antico Testamento. Nel suo saggio la teologa afferma, infatti, che: «La modalità in cui Gesù ha vissuto la sua mascolinità costituisce una critica alla maschilità androcentrica, a un assetto antropologico e sociale in cui l’uomo maschio è al centro e supporta piuttosto una prospettiva comunionale della Chiesa, della società e delle relazioni di genere. La mascolinità di Gesù può essere dunque il punto di confronto e ripensamento forte per le nuove forme di ricostruzione del maschile» (S. ZorziMaschile/ Femminile nella tradizione teologica, ivi, p. 44).
Certamente, il culmine della Rivelazione di Dio agli uomini è rappresentata da Cristo stesso, il Logos, la Parola per eccellenza, come sottolinea la stessa Dei Verbum: «La profonda verità, poi, che questa Rivelazione manifesta su Dio e sulla salvezza degli uomini, risplende per noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta intera la Rivelazione» (DV 2).
Il Figlio non solo è la persona che trasmette la verità, ma è Lui stesso la pienezza della Rivelazione.
Tuttavia, la storia della salvezza, dalla creazione ai patriarchi, dall'alleanza ai libri sapienziali, nelle parole e nei segni, è preparazione a questa rivelazione definitiva (cfr. DV 3). Per questo non ha senso operare un distinguo arbitrario tra contenuti più o meno “evoluti”, più o meno “maschilisti” più o meno “moderni” e “accettabili” all’interno delle Sacre Scritture, che invece sono il frutto dell'unico Autore divino.
Ponendosi, al contrario, in un’ottica sbagliata, ideologica e prevenuta si rischia, infatti, di fornire una lettura parziale e dunque superficiale del testo sacro, laddove, ad esempio, come nel saggio della Zorzi, ci si ostini a soffermarsi solo sull’uso “discriminante” delle categorie di genere e di determinate espressioni, perdendo completamente di vista la “sostanza” ovvero il messaggio di salvezza contenuto nei testi analizzati.
Ad esempio, nel racconto del Genesi, vero e proprio canto dell’amore di Dio che esplode nella creazione, la Teologa si sofferma sulla presunta misoginia contenuta nell’immagine con cui viene descritta la creazione di Eva «plasmata dalla costola di Adamo».  Espressione con cui, secondo la Zorzi, si intenderebbe sottolineare la presunta inferiorità di Eva (e quindi della donna) rispetto all’uomo, non valutando, nemmeno per un momento, invece, l’ipotesi più plausibile e sensata che con tale espressione, nel testo biblico si intenda, al contrario, affermare l’identità strutturale tra l’uomo e la donna, riconfermata nell’affermazione finale di Adamo: «Essa è carne della mia carne e ossa delle mie ossa».
Tutto questo comporta il pagamento di un prezzo salato: la perdita o forse la “dimenticanza” del messaggio di salvezza contenuto nel libro del Genesi.
Genesi è il punto di partenza della storia d’ amore e amicizia tra Dio e l’uomo, creato ad “immagine e somiglianza” del suo Creatore, non può essere ridotta ad un puzzle di espressioni più o meno limitanti e limitate.
Riducendo l’analisi del testo biblico alla descrizione puramente formale dell’uso delle categorie grammaticali di genere, come si evince dal saggio della Zorzi, si incorre nel pericolo di perdere la “perla preziosa” del Messaggio sotteso alle Sacre Scritture, che si dispiega nei modi e tempi più vari e creativi, in quanto suggeriti dallo Spirito stesso. A conferma di questo ci viene ancora una volta in soccorso la Dei Verbum: «Le verità divinamente rivelate che sono contenute ed espresse nei libri della Sacra Scrittura furono scritte per ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa per la composizione dei libri sacri. Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità affinché agendo Egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva fossero scritte. Poiché, dunque, tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere per conseguenza che i libri delle Sacre Scritture insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture» (DV 11).
Dio dunque è veramente l’Autore della Bibbia e nonostante la varietà dei suoi redattori umani, delle espressioni contenute in essa e del contesto storico-sociale in cui essi hanno vissuto e operato, la Sacra Scrittura è un testo profondamente unitario, a motivo dell’unicità del suo Autore.
Con forza la Tradizione della Chiesa afferma, attraverso la Dei Verbum, le parole dell’apostolo Paolo. «Tutta la Scrittura è ispirata da Dio e utile per insegnare, per convincere, per correggere, per educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia perfetto, addestrato ad ogni opera buona» (2 Tm 3, 16).
La perdita di tale consapevolezza porta ad una lettura parziale e deviante della Scrittura, così come emerge dal saggio della Zorzi, in particolare, nella sua analisi conclusiva in cui insiste nell’affermare che l’uso di un’immagine di Dio, solo al maschile, avrebbe contribuito a diffondere e giustificare la diffusione di un’ideologia “sessista”. A sostegno della sua tesi, la Zorzi cita Mary Daly (filosofa e teologa statunitense, nonché femminista radicale) la quale affermava che «Se Dio è maschio, allora il maschio è Dio» (cfr. M. DalyAl di là di Dio Padre. Verso una filosofia della liberazione delle donne, Editori Riuniti, Roma 1990, p. 27) intendendo sottolineare, in questo modo, come Dio sia stato usato per supportare strutture sociali oppressive nei confronti delle donne.
È davvero il caso di verificare l’attendibilità dell’affermazione di Mary Daly, insieme ad un’altra sua “celebre” frase, questa volta rivolta direttamente contro la Chiesa Cattolica: «Una donna che chiedesse la parità nella Chiesa potrebbe essere paragonata a un nero che chiedesse la parità nel Ku Klux Klan» (Id., La Chiesa ed il secondo sesso, prefazione 2° edizione, Milano, Rizzoli 1982).
 In risposta a queste elucubrazioni basterà semplicemente portare degli esempi concreti, anzi “incarnati”: non parole ma fatti.
Fino a centocinquanta anni fa gran parte delle donne istruite era composta da cattoliche religiose e questo è tutt’altro che un caso. Pensiamo a santa Caterina da Siena, consigliera di papi e re, che la Chiesa ha definito “Dottore”, così come Ildegarda di Bingen (che Zorzi cita spesso nel suo saggio) che ha fornito contributi importanti nel campo della teologia, della medicina, della scienza, della musica ecc.
Come dimenticare Santa Teresa d’Avila che, dopo aver riformato un ordine religioso corrotto, ha fondato numerosi monasteri e ha scritto opere considerate dei “classici“ della teologia, anch’ella dichiarata Dottore della Chiesa? E infine (ma di esempi si potrebbe citarne all’infinito) Giovanna d’Arco, addirittura una donna guerriera che guidava gli uomini in battaglia.
Questo perché, in barba alle affermazioni denigratorie di chi accusa le Sacre Scritture e di conseguenza anche la Chiesa Cattolica che ne diffonde l’insegnamento, di aver in qualche modo diffuso una mentalità oppressiva nei confronti della donna, in realtà, questi e tanti altri casi concreti, dimostrano che non è esistita una religione - più del Cristianesimo - e un’istituzione - più della Chiesa Cattolica - che abbiano tanto promosso la donna; ma tale graduale emancipazione è stata ingiustamente trascurata (o forse dovremmo dire “discriminata”?) perché promossa da donne che indossavano l'abito religioso.
Eppure il discorso della Zorzi, si spinge ancora oltre l’androcentrismo presente e diffuso nelle Sacre Scritture; nella sua analisi, tesa a dimostrare il volto femminile di Dio, cerca di esasperare persino i “generi”, che alcuni padri hanno metaforicamente attribuito alle Persone della Santissima Trinità. Scrive dapprima: «Una seconda traiettoria è quella che ha riscoperto le immagini di Dio come madre: tale filone emerge dalla terminologia dell’utero (rehem). Dio ha viscere di misericordia (rahamim), quindi ama con amore di una madre» (S. Zorziop. cit., p. 42). Qualche pagina seguente aggiunge: «Abbiamo visto infatti che il Padre è maschile ma ha un utero, è materno. Gesù, il Logos, la seconda persona della Trinità incarna un’immagine femminile di Dio, la Sapienza […]. Lo Spirito Santo è femminile, ma come diceva Gerolamo, in ebraico ruah è femminile, in grecopneuma è neutro, in latino Spiritus è maschile […]. Siccome le proprietà di genere non si possono identificare con una sola persona in Dio, ovvero non sono intransitive, allora sono di tutti e tre: il maschile e il femminile appartengono a Dio stesso» (ibidem, p. 46).
Appare un’analisi del Mistero trinitario, che stride con l’atteggiamento e le affermazioni di Agostino d’Ippona, contenute nel De Trinitate in cui, al contrario, questi, sottolineando l’ineffabilità dell’essenza divina, afferma: «Dio è colui che è», e cioè sia il Padre, sia il Figlio, sia lo Spirito Santo. Agostino conduce gradualmente il lettore alla contemplazione di quel grandissimo mistero, attraverso  le relazioni tra le tre Persone divine e le loro diverse funzioni. Il Figlio ha la funzione di condurre i credenti alla contemplazione del Padre, missione che compie mostrandoci concretamente l’amore del Padre, con la morte sulla croce; e poi, l’amore del Padre è effuso nei nostri cuori attraverso lo Spirito Santo (De Trin. 1,8,17). Ma ciò che Agostino sottolinea e che qui ci preme riportare, è la sua assoluta convinzione che la contemplazione costituisca la ricompensa della fede, il premio a cui i cuori puri si preparano purificandosi con la fede (De Trin. 12, 15,25). Non una mera conoscenza logico-razionale ma una conoscenza intellettiva delle cose eterne (ibidem).
Quello del Santo di Ippona, è un suggerimento prezioso sul modo in cui vanno accolti i divini misteri ed intende essere, in questa sede, la risposta a qualunque analisi formale delle Sacre Scritture e del Mistero di Dio: Dio è luce, afferma Agostino «ma non la luce che vedono i nostri occhi ma quella che vede il cuore quando sente dire: è la Verità. Non cercate di sapere che cos’è la Verità perché immediatamente si interporranno la caligine delle immagini corporee e le nubi dei fantasmi e turberanno la limpida chiarezza che al primo istante ha brillato al tuo sguardo, quando ti ho detto: Verità. Resta se puoi nella chiarezza iniziale di questo rapido fulgore […] ma non puoi, tu ricadi in queste cose abituali e terrene» (De Trin., 8,2).
È destinato, insomma, a diventare “abituale e terreno”, qualunque ragionamento umano che pretenda di scandagliare il mistero di Dio con categorie prettamente e miseramente umane, non aggiungendo nulla di più alla conoscenza di Lui, ma costringendo, al contrario, a ripiegarsi sulla nostra finitezza e a prenderne ancora una volta, amaramente, coscienza.