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martedì 6 settembre 2016

La modernità è Lutero


XLIV Convegno annuale di “Instaurare omnia in Christo”. Intervista al prof. Miguel Ayuso.



Si è tenuto il 18 agosto scorso, presso il Santuario di Madonna di Strada a Fanna, il XLIV convegno annuale di “Instaurare omnia in Christo”, periodico cattolico diretto da Danilo Castellano, ordinario della facoltà di Giurisprudenza all’Università di Udine.
Tra i relatori era presente lo spagnolo Miguel Ayuso, presidente dell’Unione internazionale dei Giuristi cattolici, che ha tenuto una conferenza su “La matrice protestante della cultura politica e giuridica moderna”. Abbiamo rivolto al prof. Ayuso alcune domande circa il rapporto tra la figura di Martin Lutero e la modernità.

Pensando a Lutero, viene subito in mente la questione della libertà. Anzi del paradosso della libertà: perché mai la modernità ha posto la libertà al centro, dopo che Lutero aveva parlato di “servo arbitrio”?

Bisogna fare innanzi tutto una precisazione. Non credo sia corretto dire che, come spesso si sente, la modernità abbia utilizzato Lutero: la modernità è Lutero. E dunque senza Lutero non c’è modernità. Alle radici della modernità c’è Lutero. Secondo me, questa precisazione ha un certo rilievo, poiché riguarda proprio l’essenza della modernità. Cos’è successo? Penso che, da un lato, ci sia stata una certa “eterogenesi dei fini”. Qualche volta, cioè, sembra che un’idea dovrebbe portare a una conclusione e invece si arriva alla conclusione contraria. Credo però che questa spiegazione non possa bastare.
Si potrebbe dire ancora di più. Circa il “servo arbitrio”, c’è inoltre da considerare che il protestantesimo parte dall’annullamento dell’essere metafisico, dell’ordine, del creato. E quando ci liberiamo dell’essere, rimane la volontà pura: questa, in fondo, non riconosce limiti. Quella libertà negativa [libertà dalla legge naturale e soprannaturale, ndr], quindi, propria del pensiero ideologico moderno, scaturisce dalla distruzione dell’ordine, che è conseguente a una volontà senza limiti.

Bisogna poi precisare che il senso della libertà negativa è la libertà intesa come liberazione, come il liberarsi di tutto. È chiaro che se ci si libera di tutto – dell’essere, della realtà, della natura – non resta che la volontà pura, che è l’essenza della libertà negativa. La liberazione implica il ragionare oltre l’essere. Per questo motivo il “servo arbitrio” luterano, che potrebbe sembrare la teorizzazione della servitù, porta invece alla liberazione da tutto.
Questa liberazione tuttavia, essendo nichilista, non libera ma porta alla servitù, perché alla fine s’impone qualcuno che ha il potere e lo esercita senza regole e senza limiti. La servitù, dunque, è presente nella modernità: cacciata fuori dalla liberazione, rientra in seguito per un’altra strada.

Sembra che la modernità nasca sulla contraddizione…

In Lutero c’è l’assolutismo e il liberalismo. All’origine dell’assolutismo, impostosi nell’Europa del secolo XVI, troviamo Lutero. Ma pure all’origine del liberalismo ritroviamo Lutero. Non si tratta propriamente di due opposti, ma di due letture sbagliate della realtà, originatesi da una medesima mentalità.

Lei ha trattato della matrice protestante della cultura politica e giuridica moderna. Può spiegare meglio?

Ho sostenuto che la cultura politica, giuridica ed etica moderna si è sviluppata dal protestantesimo. Per dimostrarlo ho scelto alcuni argomenti: metamorfosi dalla Cristianità medievale all’Europa, secolarizzazione, nascita dello stato moderno, diritto soggettivo e diritti umani, capitalismo.
Quanto all’argomento iniziale, prima di Lutero non si parlava di Europa ma di Cristianità, perché l’elemento religioso era la causa effettiva dell’unione dei popoli nel nostro continente. E non solo: un cristiano europeo non aveva differenze importanti nei confronti di un cristiano d’America. Dopo l’avvento del luteranesimo e, ancor più, dopo la pace di Westfalia [1648, che pose fine alla guerra dei trent’anni, ndr], ci si comincia a riferire all’Europa e al concerto europeo degli stati e delle nazioni. Sotto questo punto di vista politico, l’Europa nasce come la secolarizzazione della Cristianità. Oggi, addirittura, si parlerebbe di Occidente, nel senso di americanismo, ovvero l’insorgere di una specie di società civile autoregolata in margine del Trono (l’autorità politica) e dell’Altare (la vera autorità religiosa), cioè una frammentazione politica e religiosa.
I tradizionalisti spagnoli affermavano che, dopo la rottura della Christianitas maior, si è salvata una Christianitas minor, corrispondente alla monarchia ispanica, per indicare un esempio di realtà che ha resistito meglio alla secolarizzazione. La Francia, al contrario, è rimasta cattolica ma con un grande influsso calvinista nelle sue élites, opponendosi spesso alla Cristianità.

Così però il primo argomento si unisce ora al secondo...

San Tommaso d’Aquino, nella sua Summa Theologiae, riafferma un principio cattolico: «la grazia non distrugge la natura, ma la perfeziona». Tra grazia e natura c’è dunque una connessione profonda e articolata. Argomento immenso: nell’era della Controriforma persino il dibattito tra gesuiti e domenicani riguardava una certa interpretazione di questo binomio. Dal Cinquecento al Novecento uno dei grossi problemi della cultura cattolica è stata la comprensione del vero rapporto tra natura e grazia. Viceversa, col protestantesimo, il binomio natura-grazia si rompe totalmente.
Lutero, in sostanza, crea due mondi separati. Scivolando dalla teologia alla cultura, s’impone il regno del Vangelo da un lato e il regno degli uomini dall’altro: questa separazione genera la secolarizzazione. La bibliografia, non solo cattolica, dà ampia dimostrazione di quanto la secolarizzazione sia un concetto legato all’ambito protestante. La secolarizzazione, allora, non è confinata alla vicenda storica, ma ha una matrice protestante in modo sostanziale.

Poi c’è l’argomento legato allo stato…

Tornando alla questione strettamente politica, come terzo argomento, ho riflettuto sulla nascita dello stato. Esso non è la comunità politica, non è la polis, non è il regnum, né il governo: queste sono tutte forme naturali. Lo stato – che per definizione è sempre moderno – è invece un artefatto, una forma storica di una pseudo politica, che nega la naturalità della convivenza umana. Lo stato è l’incarnazione moderna di quella che fu la comunità politica. Questo stato parte dalla costruzione filosofica di Hobbes, a cui si aggiungono posteriormente Locke e Rousseau. Tutti, in un modo o nell’altro, sono stati sotto l’influsso del protestantesimo.
Lo stato, insomma, è la modernità politica. Risponde alla logica del “cuius regio eius religio”, per cui la religione di stato è quella decisa dal re. Nasce con tutta evidenza la laicità moderna, che prevede o la separazione tra Chiesa e Stato, oppure l’annullarsi delle religioni in un mercato libero. Lo sviluppo dell’idea del “contratto sociale” basato sul “consenso” ha un rapporto stretto con la crisi protestante.

Passiamo al quarto degli argomenti con cui ha dimostrato come la cultura moderna sia legata a Lutero: diritto soggettivo e diritti umani.

C’è stato un confronto tra studiosi per capire se il diritto soggettivo fosse già inserito nella logica del protestantesimo e della modernità, poiché il diritto romano – ad esempio – non riguardava una facoltà, una libertà, un potere, ma lo statuto oggettivo di una situazione. Questo, in particolare, era sostenuto dal filosofo francese Michel Villey. Altri autori, come ad esempio il nostro Danilo Castellano, pensano che il diritto soggettivo possa essere interpretato anche in senso classico.
A me preme piuttosto rilevare che il concetto di diritto soggettivo che si è presentato nella storia e che abbiamo conosciuto è di matrice protestante. Tale diritto soggettivo, in fondo, implica la separazione della facoltà (volontà) dalla norma: è prevalsa questa prassi. Ed è qui che si ritrova un principio protestante. Dal punto di vista non solo giuridico, ma anche morale, la coscienza diventa una facoltà autonoma, in grado di creare la legge.
Da qua si può rintracciare, ad esempio, l’equivoco legato a un certo modo di concepire la libertà religiosa. La Chiesa stessa ha subito una certa protestantizzazione: lo stesso modernismo ha origini protestanti. Quanto ai diritti umani, essi sono una varietà di diritti soggettivi in senso moderno.

Quinto argomento: che dire del capitalismo?

Il sistema di Lutero avrebbe portato alla sterilità culturale, ma fu Calvino a realizzare una radicalizzazione rivoluzionaria. Sostanzialmente trovo che Max Weber, nel suo “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”, abbia avuto ragione, ma oltre le sue considerazioni m’interessa il problema: se, cioè, ci una predestinazione che riguarda un segno – il successo materiale – il quale provochi una dinamica etica ed economica protestante. Sembra proprio di sì, specialmente alla luce di quanto è avvenuto negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia o nei Paesi Bassi.
Riassumendo, è dimostrata la matrice protestante della modernità qualora si dimostrasse il fondamento luterano dei concetti chiave summenzionati del nostro mondo: Europa, secolarizzazione, stato, diritto soggettivo e diritti umani, capitalismo. L’appendice postmoderna contemporanea, oltretutto, non esce da tale matrice.
 06-09-2016 - di Silvio Brachetta

(a cura di Silvio Brachetta)

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