ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 3 settembre 2016

Ma quale Vangelo annunciate?

CRISTIANESIMO E PECCATO

Il cristianesimo comincia a spegnersi quando si smette di parlare del peccato. Del timor di Dio oggi non si parla quasi più. Dio non è un "amicone" e non ci si può aspettare che ci perdoni senza il nostro sincero pentimento 
di Francesco Lamendola  



Il cristianesimo è amore, la dottrina dell’amore, la pratica dell’amore: verissimo e benissimo. Questa definizione, però, è incompleta: mostra solo una faccia della medaglia. La medaglia, infatti, ha due facce: una è l’amore, l’altra il timor di Dio. Di questa seconda faccia, oggi non si parla quasi più, se non da qualche vecchio prete di campagna, da qualche frate un po’ isolato; ma il clero, nel suo complesso, per non parlare dei teologi, dai quali è partita l’infezione, non ne parlano nemmeno: fanno finta che non ci sia, che non sia mai esistita.
Il timor di Dio è l’altro aspetto dell’amore per Lui: perché Egli non è un amicone che sta al nostro livello; è il Padre, certamente, ma un Padre con la “p” maiuscola: è l’Altissimo, il Creatore; e non è solo il Padre, ma anche il Figlio e lo Spirito Santo: è il mistero della Santissima Trinità, un unico Dio in tre distinte persone.
È giusto accostarsi a lui con fiducia nella sua misericordia: ma non alle nostre condizioni, bensì alle Sue. Non Lo si può prendere sottogamba: Lui ci vuole tutti. Non ci si può aspettare che ci perdoni, ad esempio, senza il nostro sincero pentimento. E non ci si può pentire e poi tornare a peccare, all’infinito, perché non si ha alcuna voglia di cambiar vita: Lui è esigente, e non si lascia prendere in giro. Prende dove non ha dato e raccoglie dove non ha seminato: sono parole di Gesù, dunque possiamo e dobbiamo prenderle sul serio.
Ora, avere il timor di Dio non significa, semplicemente, accostarsi a Lui con santa riverenza, e riconoscersi piccoli davanti alla Sua maestà, perché questo è ancora troppo poco: la cosa principale è possedere la coscienza del peccato. Se non ci si riconosce peccatori, non si ha timor di Dio; e senza il timor di Dio, il cristianesimo incomincia a spegnersi, nelle anime così come nella società intera. Un’anima che non conosce il senso del peccato, non è un’anima cristiana; e una società che nega il peccato, è una società che si è votata al Diavolo.
La cultura moderna, gl’intellettuali politicamente corretti, insorgeranno spazientiti davanti a simili affermazioni: Ma come! Ancora ci venite a parlare di senso del peccato, nel terzo millennio? Non avete già fatto abbastanza danni, in questi duemila anni, instillando nel cuore e nella mente delle persone il senso del peccato? Non capite che, per colpa di queste idee assurde, masochiste, a milioni di persone  è stata rovinata l‘esistenza? Non vedete quanto male ha fatto questa idea? E che senso del peccato volete che abbia un bambino, per esempio? Il Peccato originale? Ma via, queste sono favolette, buone appunto per bambini: le avete insegnate loro, per farli crescere in uno stato di ansia e di dipendenza dalla Chiesa. Adesso, però, è finita: mettetevi il cuore in pace, l’umanità del Duemila non ha alcun bisogno di coltivare il senso del peccato; anzi, ne farà benissimo a meno, e di certo le persone saranno più serene e più felici.
D’accordo; lasciamo che gl’intellettuali moderni dicano queste cose, che la società moderna vada dietro a simili idee. Qual è il risultato? Basta guardarlo: cacciato il senso del peccato dalla porta, ecco che dalle finestre, dagli abbaini, dalle feritoie, dalle bocche di lupo poste più in basso, dalle crepe del soffitto, da ogni possibile buco e spiraglio, sono sbucati fuori, a frotte, altri nemici, ben più insidiosi, ben più molesti, pressoché inestirpabili: i sintomi del senso di colpa. Se si esclude il senso del peccato, irrompe il senso di colpa: questa è la legge, e possiamo vederne gli effetti tutti i giorni. Solo che mentre il senso del peccato è una cosa reale, cioè la coscienza di aver infranto il rapporto d’amore con Dio, ed esiste anche il rimedio, la riconciliazione con Lui, al senso di colpa non c’è modo di sfuggire, perché si origina da tutto e da niente: non ha un oggetto preciso, una causa determinata, non lo si può ricondurre a una dinamica riconoscibile. Di conseguenza, non esiste una vera terapia, né un mezzo per tenerlo lontano.
Milioni e milioni di persone ne hanno l’esistenza straziata, lacerata, resa intollerabile; ricorrono agli psichiatri, agli psicanalisti, agli psicofarmaci; alcuni, disperati, si tolgono la vita, o precipitano nel baratro della follia. Al senso di colpa non si sfugge, perché è inafferrabile e onnipresente: si annida ovunque e in nessun luogo, fugge quando lo si cerca, ritorna quando gli si girano le spalle. Riconciliarsi con Dio è possibile, riconoscendo il proprio peccato e riconoscendo, quale eredità di Adamo ed Eva, una fatale predisposizione al male piuttosto che al bene, a quel bene che pure vediamo e che, sovente, vorremmo fare, senza però esserne capaci; riconciliarsi, senza di Lui, con se stessi, per qualcosa che non si sa cosa sia, e nonostante che tutti ci vogliano persuadere di non avere alcuna colpa, è impossibile. Si legga Kafka, si legga Pirandello, si legga Svevo, si legga Gadda, si legga Tozzi, e si troveranno infinite varianti sul tema: c’è la colpa, ma non si sa di che cosa; pertanto, il senso di colpa non ha un oggetto, e fermenta in tutto l’essere, in ogni angolo dell’esistenza. Sporcando tutto, offuscando tutto. Non vi sono uno spazio, né un momento, che ne restino immuni: la vita ne è avvelenata, le sue radici si disseccano, i rami si piegano, i fiori avvizziscono, la linfa si esaurisce o imputridisce.
Siamo proprio sicuri che l’uomo moderno, che ha strappato via da sé il senso del peccato, sia più sereno e più felice dell’uomo religioso, che si riconosce peccatore ed è desideroso di riconciliarsi con Dio? A guardare come vanno le cose, non si direbbe. Quanto più il senso di colpa appare inspiegabile, tanto più esso è devastante, distruttivo. Ma perché ci si sente in colpa, se si è convinti che non esista alcun Dio e che l’uomo debba farsi il dio di se stesso? Oh, per molte cose, senza dubbio: ma, prima di tutto, per lo spettacolo quotidiano del male morale, che provoca sofferenze crudeli. Se siamo davvero così razionali e così maturi da poterci assumere, tutta intera, la responsabilità della nostra vita e della nostra morte, senza rendere omaggio a Dio e senza attendere da Lui la vita eterna, allora non dovremmo provare sensi di colpa, se non dopo aver commesso una cattiva azione, che la nostra coscienza condanna. Ma il senso di colpa non è legato a una cattiva azione, bensì è uno stato esistenziale: moltissime persone ne sono accompagnate lungo l’intero arco della loro esistenza, dall’infanzia all’estrema vecchiaia. Perché? Da dive viene? Da nessun posto e dappertutto: è la conseguenza dell’aver rifiutato lo statuto ontologico di creature, della pretesa degli uomini di ergersi al livello dell’autosufficienza.
I grandi confessori, come san Leopoldo Mandic, o come il santo curato d’Ars, Jean-Marie Vianney, oppure ancora come san Pio da Pietrelcina, rappresentano questo aspetto della vita soprannaturale: il bisogno di riconciliarsi con Dio, ammettendo i propri peccati e la propria condizione di peccatori. Per questo hanno passato gran parte della loro vita nell’angusto spazio di un confessionale; per questo hanno accolto, consolato, riconciliato con Dio migliaia e migliaia di anime sofferenti, e restituito loro la gioia di essere amate e perdonate da Lui. I peccatori facevano la fila davanti ai loro confessionali; ed essi, quando parlavano ai fedeli dal pulpito, durante l’omelia, non tacevano sulla realtà del peccato, non facevano finta che non esistesse, ma con franca parola e con eloquenti espressioni richiamavano l’attenzione dei fedeli sulla necessità di lottare contro la tentazione del peccato, per non rompere l’amicizia filiale con il Signore, per non rendere vana la Sua passione e la Sua morte sulla croce, nonché la Sua resurrezione. Se l’uomo non fosse peccatore, non vi sarebbe stato bisogno della Passione e della Morte di Gesù, il Verbo incarnato; sarebbe bastato l’esempio della Sua vita, l’ammaestramento del Vangelo. Ma i cristiani, per quanto possano prendere a modello Gesù, e per quanto possano e debbano puntare alla santificazione di se stessi, non riusciranno mai ad evitare il peccato, se si basano sulle loro forze puramente umane: Senza di Me, voi non potete fare niente, aveva ammonito ancora Gesù; Io sono la vite, voi i tralci. Chi resta in me e Io in lui, quegli porta molto frutto; ma chi non rimane in me, diviene un ramo secco, che non serve più a  nulla e che si getta nel fuoco, a bruciare.
Prendiamo, a mero titolo di esempio, la figura di un grande confessore, Carlo Steeb (Tubinga, 1773-Verona, 1865), che è stato il fondatore della Congregazione delle Sorelle della Misericordia, insieme a Vincenza Maria Poloni; ecco come descrive questo aspetto della sua vita la biografia di Gemma Casetta, La verità vi farà liberi (Verona, Sorelle della Misericordia, 1985, pp. 107-110):

In Verona lo si ritiene uno dei più esperti direttori d’anime. Lo è per doti personali, per lo zelo che lo distingue per la lunga esperienza; ha incominciato a ventitré anni non compiuti e da allora si può dire che non ha passati giorno senza donare il Sangue di Cristo e senza sussurrare alle anime la Parola che illumina le vie misteriose dello spirito.
Confessa ogni mattina nella chiesa di S. Fermo Minore dove i poveri lo vanno a cercare come un padre; egli si prende a cuore i loro bisogni ed ha tanta comprensione per le loro deficienze. Puntualmente, nelle ore stabilite, gli studenti lo trovano nel loro oratorio dell’Annunziata annesso la chiesa di S. Sebastiano. Gliene ha dato incarico don Gaetano Tua, ben conoscendo l’ascendente del venerando sacerdote sulle anime giovanili.
Quando ha finito di confessare i giovanetti del ginnasio, don Carlo trova sempre qualche penitente che lo aspetta nella vicina chiesa, che è il centro ufficiale della vita religiosa cittadina.
Don Steeb, però, non confessa soltanto in alcune chiese parrocchiali; egli è cercato anche in casa, nei chiostri e nelle caserme; e quando è malato perfino nella sua stanza. È – dice il p. Bresciani – assediato dai penitenti che vanno a lui con la sicurezza di trovare il confessore dotto, prudente e benigno.[…]
In queste ardue fatiche del ministero don Carlo è sostenuto e sospinto dall’amore di Dio e dalla profonda coscienza ch’egli ha del peccato. “È il solo vero male – egli dice – si deve fuggirlo più che la morte e il demonio!”.
È persuaso che proprio al sacerdote incombe il dovere d’infondere nei fedeli il senso del peccato. Per questo, rimane ore ed ore, giornate intere al confessionale e talvolta anche di notte: le pagine più belle del suo ministero sacerdotale sono proprio queste; ma purtroppo esse sono chiuse dal sigillo sacramentale e saranno note soltanto nella infinita chiarezza di Dio.
Se gli accade di incontrare peccatori ostinati, incapaci di apprezzare i doni di grazia e di redenzione che il Salvatore offre  con divina larghezza, il santo confessore  piange addolorato.
Anche di lui si può dire che, costituito come Cristo mediatore tra Dio e le anime, si rattrista ed agonizza nel vederle disgregate e ferite dal peccato; anch’egli come Geremia (XXIII, 9), che diceva tra sé: “Mi si spezza il cuore nel petto perché di adulteri è pieno il paese”.
La passione per le anime, il desiderio di strapparle dal peccato è come una febbre che lo tormenta e soltanto l’incrollabile fiducia nel valore e nell’opera redentrice del Cristo gli consente di non perdere la pace.
Sorretto da questa fiducia, coltiva sin l’ultima possibilità di ripresa, sia presso le donne traviate come presso i poveri, presso i soldati rozzi, analfabeti, abbrutiti, in tutti rispettando l’immensa dignità di figli di Dio, membra di Cristo, riportando tutti all’amore del Padre, con dolcezza, con parole persuasive, con l’unzione che gli viene dall’unione con Dio.

E adesso domandiamoci: ce ne sono ancora, preti così? Probabilmente sì, ma sempre di meno. Nei seminari si insegna ancora il senso del peccato? Trasmettere alle anime il senso del peccato è ancora una priorità, per i preti? Crediamo di no, a giudicare dal fatto che l’argomento pare diventato tabù. Peggio ancora: l’espressione “senso del peccato” sembra sia diventata una cosa brutta, da evitare; si ha l’impressione che la Chiesa odierna abbia rovesciato la propria pedagogia e la propria pastorale, e che trasmettere il senso del peccato sia diventata una cosa sbagliata, una cosa da non fare. Sbagliavano in pieno, dunque, sacerdoti come Carlo Steeb, Leopoldo MandicJean-Marie Vianney, padre Pio? Usavano in maniera impropria una teologia del terrore? È sbagliato parlare alle anime della morte, del giudizio, del paradiso e dell’inferno? Perché, se è così, bisogna che qualcuno lo dica apertamente; se non lo è, perché quasi tutti i preti e i vescovi dei nostri giorni hanno smesso di parlarne? La salvezza delle anime non è più lo scopo e la ragion d’essere della Chiesa? Qual è allora la sua ragion d’essere? I teologi modernisti e i preti progressisti dicono: Annunciare il Vangelo! Benissimo: ma quale Vangelo annunciate? Quello di Cristo o uno vostro, personale, da voi forgiato?
  
Il cristianesimo comincia a spegnersi quando si smette di parlare del peccato

di Francesco Lamendola