ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 26 settembre 2016

Senza che neppure se ne accorgano

VERA E FALSA TEOLOGIA

Teologia satanica? il Diavolo è più astuto dei suoi servi sciocchi e da sempre è lui che si serve di essi senza che neppure se ne accorgano. I teologi non possono prendere le Scritture e far dire ad esse quel che vogliono loro
di Francesco Lamendola  



Dei teologi, fino alla prima metà del Novecento, non è che si parlasse molto. C’era la grande tradizione tomista, naturalmente; c’era il prestigio acquistato da Tommaso d’Aquino come massimo interprete delle Sacre Scritture, dei Padri della Chiesa e dei misteri cristiani; ma, nello stesso tempo, c’era la consapevolezza che l’epoca d’oro della teologia era finita insieme al Medioevo, e che non solo alla società profana, ma anche alla Chiesa stessa, la teologia, ormai, avesse poco da dire o da aggiungere, e che difficilmente avrebbe potuto riconquistare la posizione eminente di cui aveva goduto in passato, come regina di tutte le scienze.
C’erano, è ovvio, alcuni eccellenti teologi, anche nell’epoca moderna: un Romano Guardini, un Ètienne Gilson, un Romano Amerio, senza parlare del grande, grandissimo Kierkegaard - un protestante che aveva visto tutta la miseria del protestantesimo e che si era spinto quanto mai vicino alla posizione cattolica, senza però aderirvi -; tuttavia, in effetti, il grande pubblico, e non solo nella cultura profana, ma anche in quella cattolica, non li conosceva se non di nome, né li aveva letti, se non di sfuggita, perché ormai si era largamente diffusa l’idea che la teologia ha poco o niente da dire all’uomo moderno, così come, del resto, anche la filosofia.

Poi, di colpo, tutto è cambiato. È arrivato il Concilio Vaticano II, temuto da alcuni, atteso da altri; e, con esso, si è fatta avanti e si è rivelata al grande pubblico dei non specialisti, dei semplici credenti e, spesso, anche dei non credenti, tutta una schiera di nuovi teologi, di teologi d’assalto, i cui nomi sono stati presenti sulla stampa e nei telegiornali per tre anni, dal 1962 al 1965: quasi tutti stranieri, quasi tutti dell’Europa centrale, quasi tutti di lingua o comunque di cultura tedesca: i Rahn, i Kasper, i Balthasar, i Ratzinger (questi ultimi due, poi ricredutisi), i Küng, i Schillebeeckx, più qualche francese: i Congar, i De Lubac, i Daniélou; e, naturalmente, i Maritain. Pochi gli italiani. Alle loro spalle, vescovi e perfino cardinali “progressisti”: Suenens, capofila dei vescovi belgi; Lercaro, arcivescovo di Bologna e già intimo amico di Giuseppe Dossetti: ansiosi di novità; preoccupati affinché la Chiesa non perdesse un solo minuto per recuperare il tempo “perduto” nel mancato dialogo col mondo moderno; scalpitanti per imprimere al Concilio il loro punto di vista. Erano quasi tutti giovani, quasi tutti battaglieri e progressisti, quasi tutti favorevoli a un “dialogo” con il mondo che, di fatto, finiva per risolvesi in una vera e propria capitolazione del cristianesimo alle logiche del mondo moderno. Il Sillabodi Pio IX, che condannava, in cento proposizioni, tutti gli errori della civiltà moderna, uno per uno, pareva cosa di un altro mondo, di un altro millennio; roba da marziani. Anche la scomunica di Pio X ai modernisti, le cui tesi tornavano a fare capolino, e più ancora, il cui orientamento generale rivelava notevoli affinità con quello dei vari Tyrrell, Loisy, Buonaiuti, pareva cosa del passato. La scomunica di Pio XII ai comunisti, poi, in quanto seguaci di una ideologia atea e anticristiana, benché fosse assai più recente di quella ai modernisti, parve, in un certo senso, ancora più lontana: come se qualcosa o qualcuno, una forza impalpabile, la ruota stessa della necessità storica, l’avesse attenuta, spuntata, rimossa. Se bisognava dialogare con tutti, ma specialmente col popolo della sinistra, come si poteva permettere che una scomunica anacronistica, e determinata da precise contingenze storiche, continuasse a intralciare il cammino degli uomini di buona volontà, più che mai desiderosi d’incontrarsi, di capirsi, di stimarsi, di costruire insieme un mondo migliore, in spirito di vera fratellanza?
In realtà, tutto nasceva da due circostanze: un errore e un abuso. L’errore, che fu di Giovanni XXIII, consistette nel credere che il compito dei cattolici fosse quello di “dialogare” con il mondo: una volta partiti da questo errore, era inevitabile che i lavori conciliarsi prendessero una piega sbagliata. L’essenza del cristianesimo non è, non è mai stata, e mai potrà essere, quella del “dialogo” con il mondo. Gesù non è venuto a dialogare con il mondo; è venuto ad annunciare la Buona Novella; e non ha dato mandato ai suoi apostoli di “dialogare” con il mondo, ma di convertirlo e battezzare gli uomini, con una missione estremamente chiara: Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato (Marco, 16, 16). Più chiaro di così, si muore. Eppure, l’errore del “dialogo” si è talmente diffuso, e ha messo radici così profonde, che ormai appare come una realtà evidente e indiscutibile, della quale sarebbe follia anche solo dubitare per un attimo. Coi protestanti, coi giudei, coi musulmani, con gli atei, con gli anticristiani, con gli anticattolici, che cosi deve fare? Ma dialogare, naturalmente; ma gettare ponti, si capisce. Che bello: tutti che fremono dalla voglia d’incontrarsi a mezza via, di comprendersi, di volersi bene: pare quasi il ritorno dell’età dell’oro, o, per restare in ambito cristiano, il ritorno ai tempi felici del Paradiso terrestre. E non per caso: al fondo di questa concezione del cristianesimo, vi è, gratta, gratta, l’antica eresia pelagiana: l’idea, cioè, che l’uomo non sia stato toccato nel profondo dalle conseguenze del Peccato originale; che possa salvarsi, in un certo senso, da se stesso, con l’aiuto della ragione naturale e delle sue buone inclinazioni; e che il Vangelo, pertanto, non sia una dottrina di redenzione soprannaturale, ma una specie di esortazione agli uomini di fare il bene. Una idea, evidentemente, che, spinta alle sue logiche conseguenze, comporta l’abbandono della divinità di Cristo, del mistero della sua Passione e Resurrezione, della necessità di ricevere la Grazia per conseguire la salvezza: in altre parole, comporta l’auto-demolizione del cristianesimo come religione, per ridurlo a una precettistica morale e ad una serie di apologhi e racconti, più o meno edificanti. Un po’ poco, vero? Eppure, a ben guardare, è precisamente quello che sta accadendo oggi, e per opera di una parte del clero stesso e della stessa Gerarchia.
L’abuso cui abbiamo fatto cenno, è stato quello di invitare i teologi al Concilio e di conferire loro un potere così grande, quali “suggeritori” e “ispiratori” dei lavori conciliari; di metterli, in altre parole, un gradino al disopra degli stessi padri conciliari, dei pastori, dei vescovi. Ma quando mai si è vista una cosa simile, nei duemila anni di storia della Chiesa? Da che la Chiesa esiste, non sono i teologi, ma sono i pastori ad avere l’ultima parola in ambito dogmatico e pastorale: perché ad essi, attraverso la successione apostolica, Gesù Cristo ha affidato la cura delle anime, mentre, come tutti sanno, Egli ha avuto parole di fuoco contro la pretesa umana di penetrare i misteri divini: Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli! Sì, o Padre: perché è così è piaciuto a Te (Matteo, 11, 25-26). E san Paolo, per rincarare la dose: Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa, perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno ringraziato né glorificato come Dio, ma si sono perduti nei loro vai ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti (Romani, 1, 20-22).
Sono i vescovi, i pastori del gregge di Cristo, che devono custodire intatta la dottrina, insieme ai cardinali e al Sommo Pontefice, avvalendosi dell’opera dei sacerdoti, dei religiosi e delle religiose, che sono come il lievito del mondo; ai teologi, essi possono, sì, domandare lumi, ma non farsi loro discepoli e loro succubi. Se ciò avviene, come è avvenuto nel Concilio Vaticano II, i cui registi occulti – ma neanche tanto occulti, in verità - sono stati Karl Rahner e Jacques Maritain (il quale ultimo ha avuto tempo e modo di pentirsi amaramente di certe derive post-conciliari, che egli stesso, però, aveva favorito), significa che qualcosa non funziona più come dovrebbe all’interno della Chiesa, il Corpo mistico di Cristo; vuol dire che l’intelletto ha preso il sopravvento sulla fede, e che la dottrina conta più della santità. Guarda caso, sono gli anni della grande persecuzione ai danni di santi uomini di Dio, come Pio da Pietrelcina; mentre una parte del mondo cattolico si preparava a levare fino alle stelle il “fulgido” esempio di don Lorenzo Milani, ribelle al suo vescovo e instancabile seminatore del rancore di classe, promuovendolo a sommo pedagogista cattolico, quasi che san Filippo Neri, san Giuseppe Cottolengo, san Giovanni Bosco, non fossero mai esistiti, o fossero, al suo cospetto, dei timidi principianti.
A questo punto, è necessario chiarire, una volta per tutte, che cosa sia la sana teologia cattolica, e che cosa non lo sia; meglio ancora: che cosa sia la teologia in quanto tale, e che cosa essa non sia. La teologia è una scienza umana, che consiste nell’indagine sulle cose divine; va da sé che essa, da che mondo è mondo, e anche prima del cristianesimo, è sempre stata una scienza propedeutica e ausiliaria della religione. Essa, cioè, rappresenta un aiuto e un tentativo di guidare la ragione umana verso la Verità divinamente rivelata: i suoi metodi sono gli stessi dell’indagine filosofica, basati sul ragionamento rigoroso e sul principio di non contraddizione; ma sia ben chiaro che essa procede per via d’ipotesi, ogni qualvolta tenta di chiarire e lumeggiare i misteri della fede. Ne consegue che essa non sono non è superiore alla religione, ma è, sicuramente, una scienza ad essa ausiliaria: il suo scopo, la sua ragion d’essere, sono di aiutare il credente a meglio comprendere, fin dove è umanamente possibile, i misteri di Dio; che, per il cristianesimo, sono essenzialmente due: quello della Santissima Trinità e quello della divina Incarnazione. Però la teologia non precede, non oltrepassa, non eccede in alcun modo i dati della Rivelazione; e  i suo risultati, per quanto nobili e utili, sono pur sempre umanamente limitati e non vincolanti per il credente. In altre parole: la fede viene da Dio, mediante la Grazia; non viene dalla teologia e meno ancora dai teologi, che, essendo uomini e dotati di un sapere umano, possono sbagliare. In ogni caso, la teologia è un aiuto alla fede, e finisce là dove incomincia il mistero divino più profondo: il che significa che essa presuppone una grandissima umiltà da parte di coloro che la studiano. Valga per tutti l’esempio di san Tommaso d’Aquino, il quale, se non riusciva a comprendere un punto della sua ricerca teologica, piantava penna e calamaio e andava in cappella, s’inginocchiava ai piedi del Santissimo, lo abbracciava e, piangendo, chiedeva a Dio d’illuminare la sua mente: anche per tutta la notte, se necessario, finché non gli giungeva un aiuto dall’Alto.
Mai si è vista, in nessun tempo, fino alla tarda modernità, una teologia che, invece di aiutare la fede, invece d’illuminare le menti dei credenti e di guidarle verso la Verità divina, semina dubbi, incertezze, perplessità; insinua che la fede, così come è stata praticata in passato, deve essere sostanzialmente rivista; che la divina Rivelazione deve essere, in qualche modo, “aggiornata” alle possibilità di comprensione, e perciò di dialogo, con il mondo. Mai i teologi hanno pensato che il mondo in cui vivono, che è “moderno” relativamente ad essi (la modernità è relativa e non assoluta; assoluta è la verità della Rivelazione: un concetto semplicissimo, che però stenta a entrare nel cranio dei modernisti), debba richiedere, di volta in volta, un supplemento di “aggiornamento” da parte della Chiesa, della liturgia, della pastorale, e, addirittura, dei contenuti dogmatici e dottrinali. Oggi, però, è precisamente quel che sta accadendo, e sotto i nostri occhi. Sotto i nostri occhi, pastori come il defunto Carlo Maria Martini, o come Gianfranco Ravasi, o come Vincenzo Paglia,stanno modificando lentamente, silenziosamente, abilmente, gli stessi contenuti dottrinali, e, un poco alla volta, da parte di alcuni – come il falso pastore Enzo Bianchi - si avanzano riserve sulla stessa divinità di Cristo. E la risposta della Chiesa cattolica è che i maggiori giornali cattolici, a cominciare dal semi-ufficiale L’Avvenire, prendono posizione per Enzo Bianchi e condannano il teologo Antonio Livi, che difende la vera e sana teologia di ieri e di sempre: il che la dice lunga sul grado d’inquinamento delle idee neomoderniste nel tessuto della Chiesa, e, per dirla tutta, sul grado di penetrazione della Massoneria nella travagliata navicella di san Pietro.
Occorre che il pubblico abbia ben chiara, pertanto, la distinzione fra vera e falsa teologia; fra vera e falsa teologia cattolica; fra una teologia sana, che aiuta la fede e sostiene i credenti, e una teologia malata, pessimamente ispirata e, forse, addirittura diabolica; nessuna meraviglia, del resto: il Diavolo è più astuto dei suoi servi sciocchi e, da sempre, è lui che si serve di essi, senza che neppure se ne accorgano. I teologi non sono dei signori che possono prendere le Scritture e far dire ad esse quel che vogliono loro; non sono al di sopra della fede, o della religione; non è loro compito discutere i misteri della fede, semmai tentare di spiegarli, fin dove possibile, ma sempre per poterli meglio comprendere, giammai per demolirli. Una teologia che sia di scandalo per i credenti, è una teologia satanica. E i teologi che danno scandalo alla fede dei piccoli e dei semplici, tanto cari al cuore del divino Maestro, pronunciano da se stessi la propria condanna: sarebbe meglio per loro che si legassero al collo una macina da mulino e si preciputassero nel mare. E il loro peccato, se possibile, è, oggi, ancor più grave che in qualsiasi altro momento storico, proprio perché questo momento storico si caratterizza per un attacco senza precedenti alla Verità divina, alla Chiesa e ai cristiani. Né si tratta solo di un attacco sferrato dall’esterno: l’attacco più grave nasce proprio dall’interno della Chiesa e del mondo cattolico, e si configura come una vasta apostasia dalla fede… 

Vera e falsa teologia

di Francesco Lamendola