ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 22 novembre 2016

I santi danno fastidio..!

LA CHIESA HA BISOGNO DI SANTI

Oggi più che mai la Chiesa ha bisogno di santi, non di teologi, specie progressisti. Preghiamo che nascano dei santi, per mostrarci la via. Ma preghiamo anche per diventare noi stessi dei santi 
di Francesco Lamendola  




Quando si dice, e lo dicono in molti, che la Chiesa ha soprattutto bisogno di santi, si dice una cosa ovvia, ma sovente fraintesa, o sottovalutata nella sua reale portata: perché bisognerebbe aggiungere, subito dopo, che la Chiesa ha bisogno di martiri, perché i santi danno fastidio. Danno fastidio al mondo, e danno fastidio alla Chiesa stessa: a quella parte della Chiesa, modernista e progressista, che sforna una quantità impressionante e pressoché inesauribile di sapientoni, di teologi, di vescovi e sacerdoti dalle idee audaci e dalle parole suadenti, che piacciono al mondo: cosa che dispiace, invece, ai santi. I santi non vogliono piacere al mondo, ma solamente a Dio. I santi, inoltre, si tengono nascosti: è la fama della loro santità che li rivela, qualche volta. Quando ciò accade, il mondo li odia doppiamente: infatti il loro esempio può riportare a Dio molte anime, ed è proprio ciò che il mondo non vuole, e che non vuole neppure una certa chiesa secolarizzata, anche se, a parole, afferma il contrario.

La Chiesa, quanto più è secolarizzata, e quindi infedele a Dio, tanto meno vede e riconosce i suoi santi; oppure, se li vede, e quando li vede, li prende in odio, e comincia a perseguitarli. Tenacemente, metodicamente, pervicacemente: magari per settimane, per mesi, per anni, per decenni. Tale è stato il caso di san Pio da Pietrelcina, uno dei santi più grandi del nostro tempo, e, probabilmente, di ogni tempo, che si sforzò di essere fra i più simili a Cristo e che fu, pertanto, uno dei più vicini a Dio, il quale, per due volte nella sua vita - nell’arco di quasi quarant’anni: nel 1922-23 e nel 1960-63 -, venne implacabilmente perseguitato dalla Chiesa stessa, praticamente messo agli arresti domiciliari, impossibilitato a dire la Messa, o costretto a dirla in privato, separato da quelle anime dei fedeli che avevano tanto bisogno di lui, del suo conforto, della sua assistenza spirituale, e alle quali egli si era interamente votato, anima e corpo, oltre ad essersi offerto a Dio in sacrificio di espiazione per i peccati degli uomini e per abbreviare le pene delle anime del Purgatorio.
Così lo ricorda il filosofo francese Jean Guitton, che lo conobbe personalmente negli ultimi anni della sua vita terrena (da: La Croix del 3 ottobre 1968; cit. in: Yves Chiron, Padre Pio. Una strada di misericordia, Torino, Edizioni Paoline, 1997, pp.329-331):

… Durante il concilio, un giovane prete italiano pieno d’intelligenza propose di portarmi a San Giovanni Rotondo. E voglio dire qui ciò che ho visto. P. Pio era molto ammalato, di bronchite. Mi fu permesso di entrare nella sua cella, per andarlo a trovare. Una cella bianca, inodore, pulita, abbastanza confortevole, con qualche medicina sul tavolo. Dalla stretta finestra, da cui è solito benedire, cadendo obliquamente un ampio raggio di sole mi faceva vedere un grosso corpo in agonia. Avevo l’impressione che il Padre stesse per morire: una specie di rantolo, di gemito… Sentiva ancora? Come ogni essere umano, mi portavo dietro la mia sofferenza quotidiana. E mi ricordo di averla affidata, in quella lingua francese che lui non capiva, al suo orecchio massiccio, contadino, che aveva sentito milioni di confessioni  e di suppliche. Il Padre non morì.
Anzi, l’indomani, come risorto, avanzava pesantemente verso l’altare, alle 4 del mattino, davanti a un popolo di fedeli, poveri, ricchi,  accalcati così da formare un solo corpo immobile, un’unica preghiera muta. Andava avanti nella recita con sempre più sofferenza, e, quando arrivò sulla soglia del canone, si fermò come davanti a una scalata inverosimile, un appuntamento d’amore doloroso e radioso, un mistero inesprimibile, un mistero che poteva far morire. Lo sguardo che gettava verso l‘alto, dopo la consacrazione, diceva tutto questo. Mi dicevo che era forse l’unico prete stigmatizzato in atto, mentre tutti lo sono in potenza…
Tutto sommato, non aveva nulla di ascetico nel viso e nel corpo.  Proprio il contrario: il classico uomo di campagna, alla Giovanni XXIII, un bonzo cinese, un Socrate burbero. Era così che mi raffiguravo Diogene, Eraclito o Parmenide, i primi filosofi. Fare pochi passi  per andare dall’altare in sacrestia era un problema, come in passati per il Curato d’Ars. Era assediato da tutte le parti. Ognuno gli esponeva la propria pena. E lui lanciava, emetteva risposte che a volte facevano piangere e a volte sorridere. perché era molto spiritoso. E, dopo essere ridiventato un semplice cappuccino, con lo stesso passo claudicante di grosso bue ferito, come se portasse sovranamente tutto il dolore umano,  rientrava nel suo appartamento…
Viveva in un mondo diverso dal nostro. Respirava nella cristosfera. Voleva solo “vivere il Crocifisso”. Esprimere un giudizio sul Padre sarà lungo e difficile [quando Guitton scriveva queste righe, san Pio era appena passato a miglior vita, il 23 settembre 1968]. Ma migliaia di testimoni si alzeranno per dire che ha accresciuto la loro convinzione della presenza divina e della verità del Vangelo…

Padre Pio da Pietrelcina è stato un vero santo, perché si è posto l'obbiettivo della santità; in ogni cosa, ha voluto essere discepolo di Cristo: fino a ricevere, nel suo corpo, il sigillo stesso di Cristo, le stimmate, che ha portato per mezzo secolo, dal 1918 al 1968, cioè fino alla morte (e che, subito dopo la morte, sono scomparse).  Tutti possono diventare santi: questa è una grande verità. Non tutti possono diventare teologi o filosofi, ma tutti possono diventare santi: anche gli analfabeti, anche i malvagi, beninteso se si convertono. La storia del cristianesimo è piena di uomini che, dopo aver commesso il male, e, talvolta, dopo una vita immersa nella dissolutezza, o nella malvagità, hanno sentito il prepotente richiamo di Dio e si sono arresi, si sono abbandonato, hanno cessato di fare resistenza, lasciandosi guidare da lui in tutto e per tutto, e trasformando in se stessi l'uomo vecchio, duro e insensibile, nell'uomo nuovo, rinato in Cristo. Così san Paolo; così sant’Agostino; così san Francesco. La conversione è sempre il frutto di un incontro personale, cioè fra due persone: l'uomo e Cristo. Nessuno si converte per ragioni astratte; nessuno rinasce alla nuova vita, se non passando attraverso Cristo.Chi ha visto me, ha visto il Padre; nessuno può venire al Padre, se non per mezzo del Figlio, ha detto Gesù stesso.
Nell’ambito delle cose terrene, il fatto che non tutti siano suscettibili di diventare qualcosa o qualcuno rappresenta una selezione, quindi una limitazione: il che equivale a una promozione per chi può, e ad una mortificazione per chi non può. Non tutti possono diventare filosofi o teologi, perché non tutti possiedono l'intelligenza, la cultura, la predisposizione per quel tipo di studi: nel mondo terreno, ciò equivale a dire che il filosofo e il teologo hanno qualcosa in più degli altri, che li distingue dalla massa. Dire che tutti possono diventare santi parrebbe, quindi, abbassare il merito della santità: se tutti la possono raggiungere, allora – verrebbe da pensare – deve essere una cosa più facile che non studiare filosofia, o eccellere nella teologia. E invece no: perché la santità proietta l'uomo oltre se stesso, oltre i suoi limiti umani, e lo fa entrare, almeno in parte, nella sfera dell'assoluto, cioè della vita divina. Ecco perché la vita dei santi è piena di fatti straordinari, soprannaturali: perché essi sono già oltre, oltre la condizione umana. Ma non si sono spinti così lontano con le loro sole forze; al contrario: il segreto è tutto qui. Hanno rinunciato a se stessi, hanno crocifisso il loro ego, e hanno fatto morire l'uomo vecchio, che brama e teme sempre qualcosa, che è perennemente proiettato verso le cose esteriori, verso il potere, verso il successo, verso il godimento. Lo hanno, ucciso, appendendolo alla croce: la croce di Cristo. Hanno scelto la croce per diventare amici di Dio, suoi figli adottivi. Da quel momento, non essi, ma Dio opera in loro cose straordinarie. Una suora del lontano Uruguay è stata guarita da padre Pio, che le era apparso in sogno, pur non essendo mai stata in Italia, né lui in Sud America: non la conosceva nemmeno, ma le avevano parlato di lei, della sua malattia gravissima. Aveva pochi giorni di vita: però, dopo quella visione notturna, la malattia scomparve, da un giorno all'altro. I medici non seppero che dire, che cosa pensare. Ma lei sapeva; e sapeva colui che l'aveva affidata alle preghiere di padre Pio. Non è stato il frate cappuccino, non è stato quel figlio di contadini poveri e ignoranti, non è stato Francesco Forgione a guarire miracolosamente la suora. I santi, di per sé, non fanno niente: è la loro fede che apre loro le porte della misericordia divina, e li mette in grado di aiutare i malati, i bisognosi. E lui lo sapeva e lo ricordava sempre alle anime che gli si rivolgevano e lo ringraziavano per la loro guarigione: Io non ho fatto niente; è Lui che dovete ringraziare...
La Chiesa, oggi più che mai, ha bisogno di santi, più che di teologi. Di teologi, forse, ne ha avuti troppi: anche cattivi teologi, specie negli ultimi tempi. La Chiesa può fare a meno dei Suenens, dei Congar, dei Schillebeeckx, dei Kasper, dei Rahner: può farne a meno in quanto teologi, beninteso, perché, per la vita della Chiesa, ogni anima è preziosa, ogni essere umano ha un valore. Ma non può fare a meno di santi come Pio da Pietrelcina. I teologi possono sbagliare, i santi no. I teologi mostrano la strada, ma può anche essere una strada sbagliata; i santi mostrano la strada, ed è sempre quella giusta. La vera, la sola: la strada di Cristo. Mettendosi alla sequela dei santi, non si sbaglia mai; così come essi si sono messi alla sequela di Cristo, e non hanno sbagliato. Non stiamo svalutando la teologia: diciamo solo che la teologia è una scienza utile, perfino necessaria, ma solo se rimane sulla via della verità; e, perché questo accada, bisogna che anche i teologi cerchino innanzitutto la santità, cerchino l'obbedienza a Dio. Invece, molto spesso, i teologi moderni - è questo un fenomeno tipicamente  moderno, un riflesso della secolarizzazione - si sono inorgogliti in senso puramente umano: si sono inorgogliti della loro intelligenza e della loro sapienza, e così si sono allontanati da Dio. Hanno perso l'umiltà; si sono scordati che, per essere discepoli di Cristo, bisogna farsi piccoli e semplici d’animo, come dei bambini.
La differenza fra i teologi del passato e quelli odierni è che i primi ponevano se stessi sotto l'ala protettrice e ispiratrice di Dio, i secondi, spesso, pretendono di dare delle risposte puramente umane a delle questioni che riguardano il soprannaturale, e, così facendo, tradiscono la loro missione e la loro stessa ragion d'essere. Che ci sta a fare un teologo, se non è una guida affidabile verso il soprannaturale? A seminare continuamente dubbi corrosivi, perfino sulle verità più essenziali del cristianesimo - la divinità di Cristo, l'immortalità dell'anima - come fanno i vari Hans Küng? No, grazie: di simili teologi, la Chiesa può fare benissimo a meno; anzi, sarebbe stato meglio che non fossero mai nati (in quanto teologi e non in quanto esseri umani, ripetiamo). San Tommaso d'Aquino - che, forse, non solo come teologo, ma anche come intelligenza pura, era un tantino al di sopra di Hans Küng - quando aveva un dubbio, non lo vomitava sulle pagine dei suoi libri, non lo rovesciava addosso ai suoi lettori, ma posava la penna, andava in cappella, si prostrava davanti al tabernacolo del Santissimo e lo abbracciava, pregando e piangendo, e domandava a Dio la grazia d'illuminare la sua mente, restando anche tutta la notte, finché la risposta non arrivava. Ed era una delle menti più straordinarie che abbiano illustrato la storia del pensiero umano. Ma il pensiero umano, se diverge da Dio, se non cerca la santità, se si inebria di se stesso, non vale nulla: riesce solo a confondere le idee e a seminare confusione anche fra gli altri. Riesce solo ad essere di scandalo. Quanti intellettuali moderni hanno dato scandalo alla società, e quanti teologi moderni hanno dato scandalo alla Chiesa e al popolo dei fedeli. Sciagurati! sarebbe stato meglio, per loro, se non fossero mai nati. Però, siccome alcuni di essi hanno condotto una vita umanamente irreprensibile, e, in certi casi, hanno compiuto delle scelte eroiche, come Bonhoeffer, che ha affrontato la morte per essersi opposto al nazismo, i lettori confondono il piano della virtù umana con il piano della verità soprannaturale. Tutte le virtù umane sono come niente, sono come paglia al vento, se non sono vivificate dal soffio della vita soprannaturale: se non vi palpita e vi aleggia lo spirito di Dio.
La Chiesa ha bisogno di santi perché i santi sono le guide perfette dell'umanità: mostrano agli uomini la via giusta, la via vera che conduce a Dio: ed è la via dell'umiltà. I filosofi e i teologi, non di rado, anche se ben intenzionati, finiscono per mostrare delle vie ingannevoli, perché, scordandosi dall'umiltà, si sono lasciati ottenebrare dalle nebbie dell'orgoglio. Il superbo non vede la realtà come essa è, ma la vede deformata secondo la sua prospettiva, che è umana, terribilmente umana. E non solo la Chiesa, ma la società tutta, compresi gli atei, compresi i nemici del cristianesimo, ha bisogno dei santi: finché ci sono loro a indicare la strada, tutto diventa possibile, anche la conversione e la pace dell'anima, laddove la superbia e il disprezzo di Dio e degli uomini non portano che i frutti amari dell'odio e della disperazione. L'anima dei santi è in pace: anche se deve affrontare prove terribili, ha trovato il porto sicuro, l'ancoraggio dove nessuna tempesta, per quanto terribile, giungerà a portarseli via: la confidenza in Dio, l'amore di Dio, l'amicizia con Dio. Tribolati, giammai disperati: così sono i santi. Quando scrisse quel meraviglioso inno di lode alla bellezza del mondo, san Francesco d’Assisi era terribilmente sofferente nel corpo, e – forse - anche nello spirito: però aveva trovato la pace, perché aveva trovato Dio.
Preghiamo, dunque, che nascano dei santi, per mostrarci la via. Ma preghiamo anche per diventare noi stessi dei santi. Una vita che non si pone l'obiettivo della santità, è una vita incompleta, mancata, e, in ultima analisi, una vita infelice...

Francesco Lamendola

Oggi più che mai la Chiesa ha bisogno di santi, non di teologi, specie progressisti

di Francesco Lamendola