ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 24 novembre 2016

“Pervĭcax ”, ergo sum

L’OSTINATO SILENZIO VERSO I “DUBIA” POSTI DAI CARDINALI


“Un cuore ostinato alla fine cadrà nel male”, così la Parola di Dio. E come non vedere la tenace ostinazione a non voler rispondere ai dubia che con garbo e zelo quattro Cardinali hanno posto?

Lo hanno fatto prima privatamente, restando totalmente ignorati, poi seguendo quello che Gesù ci insegna nel Vangelo, lo hanno fatto pubblicamente. Ma ancora ostinato silenzio.

A volte anche il silenzio è terribilmente arrogante. E superbo.


Dubia, atto di giustizia: rispondere risolverebbe le ambiguità di ermeneutiche non cattoliche"Si sta diffondendo un’ermeneutica non cattolica e progressista senza fondamenti teologici". Secondo Robert Gahl, della Pontificia Università della Santa Croce "è dunque un atto di giustizia domandare che il dubbio sia risolto e che sia risolto dal pontefice. L’appello dei cardinali è un atto filiale in cui si chiede al papa di esercitare carità in un momento di chiaro smarrimento perché c'è un unico modo possibile per interpretare Amoris Laetitia".


Quando in luglio Rocco Buttiglione sostenne sull’Osservatore Romano che l'esortazione apostolica Amoris Laetitia si discostava giustamente dal magistero della Chiesa, Robert Gahl, professore di Etica e vice direttore del Centro di Ricerca "Mercati, Cultura ed Etica" della Pontificia Università della Santa Croce, gli rispose dalle colonne di First Things che la sua interpretazione del testo era “populista”. Buttiglione, infatti, separava la trasgressione della moralità oggettiva dalla imputabilità della colpa soggettiva, per cui anche una persona ancora in stato di peccato avrebbe potuto in alcuni casi accedere ai sacramenti. Oggi come allora Gahl ha spiegato alla Nuova BQ perché tale interpretazione “è fuorviante”, ma anche perché l’appello dei quattro cardinali al papa per chiedere chiarezza in merito è un “atto di giustizia”.
Quattro cardinali intervengono per chiedere chiarezza su di un’esortazione apostolica spesso interpretata come una rottura con il magistero precedente, di cui però il papa ha già ribadito la validità. Perché domandare che tale continuità sia nuovamente ribadita?
L’intervento è stato fatto, come dicono gli stessi cardinali, per una giusta preoccupazione in un contesto in cui continuano ad emergere due interpretazioni opposte e incompatibili dell’AL: una contraria alla tradizione della Chiesa, nella dottrina e quindi anche nella pastorale, e l’altra che invece si colloca al suo interno. E’ dunque un atto di giustizia domandare che il dubbio sia risolto e che sia risolto dal pontefice. L’appello dei cardinali è un atto filiale in cui si chiede al papa di esercitare carità in un momento di chiaro smarrimento.
Se Francesco aveva già sottolineato la continuità dottrinale con il magistero precedente perché la confusione persiste?
Francesco considera le questioni di teologia morale riguardante il matrimonio già risolte da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI. Dato ciò, il Papa parte dalle implicazioni pastorali, senza voler ripetere le risposte alle questioni dottrinali già ampiamente risolte dai suoi predecessori. Anche quando denuncia chi difende la dottrina, per esempio con l’accusa di legalismo, pare volere ribadire questa sua intenzione di dare priorità alle persone nelle loro situazioni reali. E’ lui stesso, infatti, ad aver affermato di non voler tornare a parlare di argomenti teoretici, e di prediligere l’impegno di affrontare i casi particolari che riguardano la pastorale. Solo che partendo da questi casi particolari e facendo intendere che la pastorale è la cosa più importante sembra ad alcuni che questa e la dottrina siano due cose scindibili. Proprio tale separazione crea confusione.
Spera o pensa in una risposta?
Io pensavo e speravo che il papa avrebbe risposto, se non entrando in merito ai vari punti, almeno ribadendo il fatto che la dottrina non cambia e che serve impegnarsi nella pastorale che ne deriva. Ma le ultime interviste rilasciate dal papa dopo l’appello dei cardinali, come quella suAvvenire, in realtà fanno pensare che non sia sua intenzione rispondere. E’ come se il pontefice percepisse le domande stesse come una gabbia alla pastorale “caso per caso”, la cosa che gli sembra più urgente.
Qual è dunque la pastorale del magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI?
E’ la sola possibile ancora oggi, ed è quella riproposta con freschezza da Amoris Laetitia nella sua richiesta di accompagnare chi vive in uno stato di peccato in un cammino graduale ascetico fino al vero pentimento e quindi, finalmente, all’accesso ai sacramenti. Credo che papa Francesco intende la sua proposta in continuità con quella dei suoi predecessori e mai a discapito dei principi generali. Nello stile, però, Papa Francesco accentua l’aspetto soggettivo dell’accompagnamento personale come cammino di conversione che richiede tempo. Per il Papa, non è sufficiente proclamare la verità oggettiva. Occorre renderla comprensibile per la persona individuale nelle sue circostanze concrete.
Ma se la pastorale era già chiara perché insistere? Inoltre, come è possibile pensare che ribadire la giusta dottrina ingabbi questa pastorale? Dovrebbe essere vero il contrario se le due sono inscindibili.
Infatti non si può pensare a una buona pastorale senza una dottrina giusta. La seconda è un’implicazione connaturata alla prima. Inoltre, ai dubbi sollevati si trova risposta nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Chi vuole sapere cosa dice la Chiesa in merito basta che lo legga. Anche per questo l’intervento dei cardinali è un servizio a tutta la Chiesa che aiuta a riportare all’unico modo possibile di interpretare l’Amoris Laetitia.
Cosa aggiungerebbe a questo punto una risposta ai cardinali?
Non tutti sono d’accordo con quello che dice la Chiesa, motivo per cui esiste la confusione e quindi lo scontro in atto. Si sta diffondendo un’ermeneutica non cattolica e progressista senza fondamenti teologici, come ho scritto a luglio su First Things in risposta a un articolo di Rocco Buttiglione apparso sull’Osservatore Romano. Forse, se il Papa rispondesse sarebbe più facile risolvere le ambiguità e sciogliere i nodi di confusione nelle menti di chierici e laici.
Perché, secondo lei, è lecito intervenire pubblicamente sebbene Francesco non abbia voluto rispondere nemmeno privatamente ai dubbi sollevati?
I cardinali deducono che il papa voglia far discutere tutti in merito. In ogni caso, finché il papa non risponderà, la discussione andrà avanti. 
Uno degli autori dell’appello, il cardinal Raymond Burke, ha dichiarato al National Catholic Register che nel caso in cui il papa non risponda esiste la possibilità di una correzione delle interpretazioni errate da parte degli stessi cardinali. Cosa ne pensa?
Escludo che ci siano motivi per correggere il Papa. Molto diverso è chiedere al papa in modo filiale di fare chiarezza su una questione dibattuto nelle parrocchie e di importanza vitale. Non vedo l’appello né come critica né come correzione, solo come richiesta di chiarimento. Lo vedo anche come un servizio per tutta la Chiesa perché nell’esplicitare le domande getta luce sulla posta in gioco per una fedele interpretazione di Amoris Laetitia.
di Benedetta Frigerio 24-11-2016
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-dubia-atto-di-giustizia-rispondere-risolverebbele-ambiguita-di-ermeneutiche-non-cattoliche-18134.htm

Lettera aperta ai 4 cardinali


di Mons. Fragkiskos Papamanolis, Presidente della Conferenza Episcopale di Grecia
del 20 novembre 2016


pubblicata il 23 novembre 2016 sul sito Settimananews

Per opportuna conoscenza e a futura memoria, pubblichiamo la lettera aperta che il Presidente  della Conferenza Episcopale di Grecia, Mons. Francesco Papamanolis, ha rivolto ai quattro cardinali che hanno sollevato cinque dubia sui contenuti dell'esortazione AmorisLaetitia.
Mons. Papamanolis non è rappresentativo di tutti i vescovi cattolici, né tampoco di tutti i vescovi di Grecia, ma certo è rappresentativo di un certo stato d'animo che vige tra i prelati della Chiesa cattolica a partire dal Vaticano II. Mentre è umanamente comprensibile che tanti vescovi si sottomettano alla volontà del Papa regnante, è religiosamente e moralmente inaccettabile che si continui ad anteporre la volontà dei papi alla volontà di Dio.
Quella che unanimamente, seppure con distinguo e precisazioni, è riconosciuta come la più grande crisi di fede che abbia mai colpito la Chiesa cattolica in duemila anni, ha come elemento portante la cosidetta “obbedienza”, che in certo modo è giustificata dalla disciplina della Chiesa, ma che in questi 50 anni si è dimostrata essere un fattore umano, troppo umano, piuttosto che un fattore religioso. Vivere in questo mondo significa certo tenere conto delle leggi umane e, nella Chiesa, delle leggi ecclesiastiche, ma vivere in questo mondo come veri fedeli di Nostro Signore significa anche conformarsi primariamente alle leggi di Dio, e se questo vale per i semplici fedeli laici, a maggior ragione e in maniera molto più vincolante vale per i fedeli chierici e massimamente per i prelati. E sono proprio i chierici, e massimamente i prelati che hanno il dovere di dire apertamente e chiaramente a tutti i fedeli cos'è conforme alla volontà di Dio e cos'è invece conforme alla mera volontà degli uomini.
Se, come è accaduto in questi 50 anni, si privilegia l'“obbedienza” a scapito delle leggi di Dio, si dimostra di preferire di rinnegare Dio pur di compiacere gli uomini e magari il proprio quieto vivere. In questo sta il vero “scandalo” che Nostro Signore condanna drasticamente, scandalo che ha finito per condurre tanti prelati e papi a diventare strumenti dell'anti-chiesa, piuttosto che strumenti della Chiesa: pedine nello scacchiere dell'Anticristo, piuttosto che Pastori del gregge di Cristo.



Mons. Francesco Papamanolis al Sinodo dei Vescovi



Card. Brandmüller, Card. Burke, Card. Caffarra, Card. Meisner


Syros (Grecia), 20 novembre 2016

Carissimi fratelli nell’episcopato,

la mia fede nel nostro Dio mi dice che egli non può non amarvi. Con la sincerità che esce dal mio cuore vi chiamo “fratelli carissimi”.

Anche in Grecia è arrivato il documento che avete consegnato alla Congregazione per la dottrina della fede e che è stato pubblicato lunedì scorso dal sito dell’Espresso.

Prima di pubblicare il documento e, più ancora, prima di redigerlo, dovevate presentarvi al Santo Padre Francesco e fare richiesta di cancellarvi dai componenti il Collegio cardinalizio.

Inoltre, non dovevate fare uso del titolo di “cardinale” per dare prestigio a quello che avete scritto, e questo per coerenza con la vostra coscienza e per alleggerire lo scandalo che avete dato scrivendo da privati.

Scrivete che siete «profondamente preoccupati del vero bene delle anime» e, indirettamente, accusate il Santo Padre Francesco «di far progredire nella Chiesa una qualche forma di politica». Chiedete che «nessuno vi giudichi ingiustamente». Ingiustamente vi giudicherebbe chi dicesse il contrario di quello che esplicitamente voi scrivete. Le parole che usate hanno il loro significato. Il fatto che voi vi fregiate del titolo di cardinali non cambia il senso delle parole gravemente offensive per il vescovo di Roma.

Se voi siete «profondamente preoccupati del vero bene delle anime» e mossi «dalla appassionata preoccupazione per il bene dei fedeli», io, fratelli carissimi, sono «profondamente preoccupato del vero bene delle vostre anime», per il doppio vostro gravissimo peccato:

il peccato di eresia (e di apostasia? Così, infatti, cominciano gli scismi nella Chiesa). Dal vostro documento appare chiaro che, in pratica, non credete alla suprema autorità magisteriale del Papa, rafforzata da due Sinodi dei vescovi provenienti da tutto il mondo. Si vede che lo Spirito Santo ispira solo voi e non il vicario di Cristo e neppure i vescovi riuniti in Sinodo;

e ancora più grave il peccato dello scandalo, dato pubblicamente al popolo cristiano in tutto il mondo. A questo proposito Gesù ha detto: «Guai a quell’uomo dal quale proviene lo scandalo» (Mt 18,7). «È meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18,6).

Spinto dalla carità di Cristo, prego per voi. Chiedo al Signore di illuminarvi per accettare con semplicità di cuore l’insegnamento magisteriale del Santo Padre Francesco.

Temo che le vostre categorie mentali troveranno gli argomenti sofisticati per giustificare il vostro operato, così da non considerarlo neppure un peccato da sottoporre al sacramento della penitenza e che continuerete a celebrare ogni giorno la santa Messa e a ricevere sacrilegamente il sacramento dell’Eucaristia, mentre fate gli scandalizzati se, in casi specifici, un divorziato risposato riceve l’eucaristia e osate accusare di eresia il Santo Padre Francesco.

Sappiate che io ho partecipato ai due Sinodi dei vescovi sulla famiglia e ho ascoltato i vostri interventi. Ho sentito pure i commenti che uno di voi faceva, durante la pausa, su un’affermazione contenuta nel mio intervento in aula sinodale, quando ho dichiarato: «peccare non è facile». Questo fratello (uno di voi quattro), parlando coi suoi interlocutori, modificava le mie affermazioni e metteva sulla mia bocca parole che non avevo pronunciato. Inoltre, dava alle mie dichiarazioni un’interpretazione che non poteva essere collegata in alcun modo con quanto avevo affermato.

Fratelli carissimi, il Signore vi illumini a riconoscere prima possibile il vostro peccato e a riparare lo scandalo che avete dato.

Con la carità di Cristo, fraternamente vi saluto.


+ Fragkiskos Papamanolis, o.f.m.cap,
vescovo emerito di Syros, Santorini e Creta, 
Presidente della Conferenza Episcopale di Grecia