ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 7 dicembre 2016

Fratelli di radiofanzaga&vaticanjorge

#Giuda, non sei mio fratello!

mercoledì 7 dicembre 2016


Mai come in questo tempo il discorso su Giuda è entrato prepotentemente nei discorsi ecclesiali, con una sorta di riabilitazione più o meno marcata. Per esempio il discorso a inizio novembre di padre Amedeo Cencini a Radio Maria: fratello (?) Giuda Iscariota come primo apostolo entrato in paradiso.
Oggi, è diventato l’icona della pecorella smarrita, la pecora smarrita più perfetta nel Vangelo (QUI).
Per fare un po’ di chiarezza ci faremo aiutare dalla bellissima riflessione del Venerabile mons. Fulton Sheen su Giuda, contenuta nel suo “Il sacerdote non si appartiene”. Iniziamo da una domanda semplice: a cosa è dovuto il tradimento di Giuda? Alla sua avidità? Vediamo:
Di dove comincia il declino spirituale? Qual è il primo sintomo di tutta una catena di peccati? I nemici tradizionali della spiritualità sono il mondo, la carne e il demonio, ma non vengono, essi, per secondi? Non si ha forse il distacco da qualcosa prima che sia possibile un attaccamento a qualcosa? Si dice spesso che Giuda, esempio supremo dell’apostolo caduto, fosse stato prima di tutto corrotto dall’avidità. Il Vangelo non convalida questa tesi. È concepibile che l’avidità sia stata il suo movente quando accettò di seguire Cristo, e deve avere richiesto una certa vigilanza per impedire che trapelasse, che venisse scoperta.
[…] Fu la cupidigia l’inizio della caduta di Giuda? Fu la cupidigia l’inizio della caduta di Giuda? No! La prima testimonianza della caduta di Giuda risale al momento in cui Nostro Signore annunciò l’Eucaristia. La storia di Giuda è strettamente connessa alla Pasqua ebraica. Fu a una Pasqua ebraica che Nostro Signore annunciò per la prima volta l’Eucaristia, e a un’altra Pasqua ebraica che l’istituì. Nell’anima di Giuda, la prima frattura si ebbe quando Nostro Signore disse che avrebbe dato all’uomo il suo Corpo e il suo Sangue come cibo. Il crollo definitivo avvenne la notte dell’Ultima Cena, quando il Signore Santissimo mise in atto la sua promessa.
Il primo accenno a Giuda come traditore la Bibbia ce lo offre non quando egli rivelò la sua avidità, ma quando Nostro Signore si dichiarò il Pane di Vita. […] «Non ho forse scelto io voi, i Dodici? Eppure uno di voi è un diavolo!». Egli parlava di Giuda, figlio di Simone Iscariota: questi infatti stava per tradirlo, uno dei Dodici (Gv 6, 70).
[…] Il fatto che volesse arraffare denaro fu l’effetto, non la causa che portò alla rovina il suo sacerdozio.

In che modo Giuda si pentì? Molto chiara la spiegazione di Mons. Sheen:

Sia Pietro che Giuda si pentirono, sebbene in maniera del tutto diversa. E, uscito, pianse amaramente (Lc 22, 62). Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente» (Mt 27, 3-4). Per quale ragione uno è in testa e l’altro in coda alla lista? Perché Pietro si pentì nel Signore, mentre Giuda si pentì in se stesso. La differenza era enorme, come quella che vi può essere tra il deferire una causa all’autorità divina e il deferirla a se stessi; tra la Croce e il lettino dello psicanalista. Giuda riconobbe di avere tradito il «sangue innocente» ma non volle mai esserne lavato. Pietro sapeva di aver peccato e cercò la Redenzione. Giuda sapeva di aver commesso un errore e cercò l’evasione, diventando il capolista di una lunga serie di fuggitivi che voltano le spalle alla Croce. Il perdono divino ha in sé il presupposto della libertà umana, mai quello della sua distruzione. […] La differenza tra il pentirsi nel Signore e il pentirsi in se stessi, come fecero rispettivamente Pietro e Giuda, fu più tardi commentata da Paolo con queste parole: perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte (2Cor 7, 10). Ambedue vivevano nello stesso ambiente religioso, udivano dal Verbo le stesse parole, erano investiti dallo stesso vento della grazia. Eppure, la loro reazione interiore li fece tanto diversi: Allora due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una sarà presa e l’altra lasciata(Mt 24, 40-41). Giuda era il tipo che dice: «Sono un cretino!»; Pietro quello che dice: «Sono un peccatore!». È paradossale, ma noi cominciamo a essere buoni soltanto quando ci accorgiamo di essere cattivi. Giuda sentì il disgusto di sé, che è una specie d’orgoglio. Pietro non aveva avuto esperienze deplorevoli e la sua fu metànoia, un mutamento del cuore. […] Giuda andò al confessionale del padrone che l’aveva pagato; Pietro a quello di Dio. Giuda si addolorò per le conseguenze del suo peccato come una donna nubile si addolora per la sua gravidanza. Pietro soffriva per il peccato in sé, perché aveva ferito l’Amore.


E per terminare la questione più importante:

Qualunque esempio, consiglio, amicizia è senza frutto per chi intende fare il male. Una delle più cocenti espressioni di dolore che siano mai uscite dalle labbra di Gesù fu pronunciata per esprimere il suo amore per Giuda e per lamentare la decisione presa dall’apostolo rinnegato di peccare con tutta libertà.
[…] Ma benché il Signore tenesse spalancata la porta, Giuda non volle entrare. Anzi, fu piuttosto Satana a entrare in lui. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto» (Gv 13, 27). 
Satana non possiede che le vittime volontarie

In allegato tutta la riflessione del Ven. Fulton Sheen. Assolutamente da leggere!

Venerabile mons. Fulton Sheen, prega per noi
Giuda secondo il Ven. Fulton Sheen


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Autore:
 Mondinelli, Andrea  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele
Fonte: CulturaCattolica.it
http://www.culturacattolica.it/default.asp?id=17&id_n=39504

Questa ci mancava: povero Giuda, quanto ha sofferto! – di Paolo Deotto

Redazione7/12/2016
Il laboratorio Santa Marta per diversamente credenti ha un’attività frenetica, a tratti con puntate di surrealismo. L’ultima (per ora) è la tenerezza verso Giuda. Ma in queste apparenti balordaggini c’è una perfidia da cui dobbiamo guardarci.
di Paolo Deotto
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zgdccState attenti a non lasciarvi mai più sfuggire l’esclamazione “Porco Giuda”. Potreste essere accusati di mancare di tenerezza e di essere divisivi e, si sa, questi crimini, insieme al mancato rispetto della raccolta differenziata, sono infamanti.
L’ultima (per ora) puntata di questa tragica farsa di demolizione della Fede ci viene riportata dall’Agenzia Zenit di ieri. Riportiamo in calce il testo completo dell’articolo.
E veniamo subito al sodo. L’articolo ci riporta un discorso (il termine “omelia” mi sembra quasi blasfemo) di Bergoglio, un discorso apparentemente come gli altri, perché parte subito in quarta proclamando che Dio è un giudice che non viene a condannare ma a salvare. La tenerezza, le carezze, la dolcezza, e così via. Merce ormai inflazionata.
Ma c’è un di più e non è da poco, perché il protagonista del discorso, il poverino verso cui provare tenerezza è nientemeno che Giuda, il traditore per antonomasia.
A parte la sconcertate affermazione “Giuda stesso era vescovo, era uno dei primi vescovi, eh?…”, se leggiamo il testo bergogliano vediamo via via montare la compassione verso questo povero Giuda, che “non era un uomo soddisfatto”, aveva un “cuore diviso, dissociato”. Leggiamo, leggiamo e arriviamo addirittura a uno strano (ma non tanto) gioco delle tre tavolette sulla parola “pentito”… come dire: chissà, forse Giuda si è salvato.
Già, ma Giuda, traditore e morto suicida, come poteva salvarsi? Bergoglio ha molte cartucce nel suo caricatore e dice: “Io credo che il Signore prenderà quella parola (‘pentito’)  e la porterà con sé, non so, può darsi, ma quella parola ci fa dubitare”.
Perfetto. La teologia dell’eterno dubbio, del “sì forse no però chissà non saprei”. Con una sola certezza ossessivamente ripetuta, questa misericordia e tenerezza, condita da carezze, che finisce per prescindere dal peccato, perché, l’abbiamo letto nell’apertura dello sproloquio, “Dio è un giudice che non viene a condannare ma a salvare”. Insomma, la Giustizia divina è una specie di Todos Caballeros.
Giuda ha tradito perché aveva una serie di problemi, si direbbe, di natura psicologica. Aveva una “malattia nel cuore”. Insomma, l’ennesima conferma del concetto di peccato nella neochiesa: molto semplicemente, il peccato non esiste. Sì, possono esistere tanti pasticcetti che uno combina, ma poi, con una bella dose di misericordia e tenerezza, oggi anche in confezione spray, si sistema tutto.
Ho usato nel sottotitolo la parola “perfidia” e la ribadisco: “perfidia”.
Questa sorta di riabilitazione melassosa di Giuda è anzitutto perfida nei confronti di Nostro Signore, il cui sacrificio passa quasi in secondo piano di fronte ai turbamenti del traditore per antonomasia, del peccatore che ha commesso il più grande dei peccati.
Ma poi c’è una perfidia verso i fedeli, c’è l’ennesimo colpo di piccone al concetto di peccato, al concetto di scelta libera che il peccatore fa per il male. Versando fiumi di comprensiva melassa sul povero Giuda, figura simbolo del peccato, dell’orribile tradimento compiuto nei confronti di Gesù Cristo, si rafforza il pericolosissimo concetto di una “salvezza” che alla fine ci sarà per tutti, a prescindere dal vero pentimento e dalla necessità salvifica dei sacramenti.
È l’ennesima puntata, ed è una delle più gravi, dell’intenso lavoro che Bergoglio fa per portare il maggior numero possibile di anime all’inferno.
Di recente ho saputo da un cappellano ospedaliero che, non da ora, sono sempre meno i pazienti che, in grave pericolo di vita, chiedono l’Estrema Unzione. Ma ha aggiunto un dato significativo e davvero tremendo: da almeno quattro o cinque mesi nessun paziente gli ha chiesto l’Estrema Unzione. Nessuno. In quattro o cinque mesi non è pensabile che in quell’ospedale (sito in una città popolosa) non ci sia stato alcun decesso.
Ci rendiamo conto dell’effetto sciagurato di un continuo indottrinamento menzognero? Un tempo il malato, o i suoi stessi parenti, si preoccupavano di avere il sacerdote vicino, richiedevano l’Estrema Unzione, consci della morte imminente e della suprema prova che si preparava per l’anima del malato. Ora, che tutti sono salvi “a prescindere”, i Sacramenti vengono snobbati (o ricevuti in modo sacrilego, con le interminabili file a ricevere la Comunione e con i confessionali vuoti).
Ecco perché mi sento di dire e ribadire la parola “perfidia”. Sotto questa predicazione sdolcinata, apparentemente un po’ folle e scombinata, c’è il perfido intento, che peraltro si va realizzando: allontanare quante più persone è possibile dai Sacramenti e, quindi, consegnarle al demonio.
A tale scopo, una bella dose di tenerezza comprensiva o di comprensione tenera per il “povero” Giuda, ci calza davvero a pennello.
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ecco il testo del discorso di Bergoglio
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Santa Marta: “Poveretto Giuda, il ‘vescovo’ dalla doppia vita, che non ha riconosciuto le carezze di Dio”
Nella Messa mattutina, il Papa riflette sulla figura della “pecora smarrita”
(fonte: Agenzia Zenit)
È un “giudice”, Dio. Ma un giudice buono. Un giudice “pieno di tenerezza” che “fa di tutto per salvarci”. Che non viene “a condannare ma a salvare”, come ha fatto con Giuda “la pecora smarrita più perfetta nel Vangelo”, “un uomo che sempre, sempre aveva qualcosa di amarezza nel cuore, qualcosa da criticare degli altri, sempre in distacco. Non sapeva la dolcezza della gratuità di vivere con tutti gli altri”. Gesù però ama anche lui e nell’orto degli ulivi lo chiama “Amico”, perché Egli “non ama la massa indistinta”, ma ci ama personalmente “per nome”, per “come siamo”. Con tutti i nostri peccati.
Un’omelia particolarmente intrisa di misericordia quella di Papa Bergoglio oggi, a Santa Marta. Il Pontefice si rivolge a tutte le pecore smarrite (o coloro che si sentono tale) a pascolo nel mondo di oggi, lontane da Dio perché non conoscono o riconoscono le sue “carezze”.
La pecora smarrita “non si è persa perché non aveva la bussola in mano. Conosceva bene il cammino”, chiarisce il Papa, si è persa perché “aveva il cuore malato”, perché accecata da una “dissociazione interiore” e fugge “per allontanarsi dal Signore, per saziare quel buio interiore che la portava alla doppia vita”.
Una doppiezza che non permette di sentirsi a proprio agio nel gregge del Signore e che spinge quindi a fuggire. Sono tanti oggi quelli che vivono così: “Tanti cristiani, anche, con dolore, possiamo dire, preti, vescovi…”, osserva il Papa, ricordando che Giuda stesso “era vescovo, era uno dei primi vescovi, eh? La pecora smarrita. Poveretto! Poveretto questo fratello Giuda come lo chiamava don Mazzolari, in quel sermone tanto bello: ‘Fratello Giuda, cosa succede nel tuo cuore?’”.
L’apostolo traditore “non era un uomo soddisfatto”, commenta Francesco, “scappava. Scappava perché era ladro, andava per quella parte, lui. Altri sono lussuriosi, altri… Ma sempre scappano perché c’è quel buio nel cuore che li distacca dal gregge”. Per questo “noi dobbiamo capire le pecore smarrite. Anche noi abbiamo sempre qualcosina, piccolina o non tanto piccolina, delle pecore smarrite”. Anche perché, sottolinea il Papa, non si tratta tanto di “uno sbaglio” quanto di “una malattia che c’è nel cuore e che il diavolo sfrutta”.
In tal senso Giuda, con il suo “cuore diviso, dissociato”, è “l’icona della pecora smarrita” che il pastore va a cercare. Lui però non lo ha capito e “alla fine quando ha visto quello che la propria doppia vita ha fatto nella comunità, il male che ha seminato, col suo buio interiore, che lo portava a scappare sempre, cercando luci che non erano la luce del Signore ma luci come addobbi di Natale, luci artificiali, si è disperato”. E si è impiccato, “pentito”, come dice la Scrittura.
“Io credo che il Signore prenderà quella parola e la porterà con sé, non so, può darsi, ma quella parola ci fa dubitare”, evidenzia Bergoglio. “Ma quella parola cosa significa? Che fino alla fine l’amore di Dio lavorava in quell’anima, fino al momento della disperazione. E questo è l’atteggiamento del buon pastore con le pecore smarrite”.
Questo è “il lieto annuncio che ci porta il Natale” e “che ci chiede questa sincera esultanza che cambia il cuore, che ci porta a lasciarci consolare dal Signore e non dalle consolazioni che noi andiamo a cercare per sfogarci, per fuggire dalla realtà, fuggire dalla tortura interiore, dalla divisione interiore”.
Dio porta le sue carezze, rimarca il Pontefice. “Chi non conosce le carezze del Signore non conosce la dottrina cristiana!”, esclama, “chi non si lascia carezzare dal Signore è perduto!”. Questa è “la gioia” che cerchiamo: “Che venga il Signore con la sua potenza, che sono le carezze, a trovarci, a salvarci, come la pecora smarrita e a portarci nel gregge della sua Chiesa”.
Dunque, incoraggia il Santo Padre, chiediamo al Signore la grazia “di aspettare il Natale con le nostre ferite, con i nostri peccati, sinceramente riconosciuti, di aspettare la potenza di questo Dio che viene a consolarci”. Che viene “con potere”, un potere che non è altro che “tenerezza”.


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