ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 25 dicembre 2016

Semper Virgo

Virgo prius ac postérius 
Quando i neopreti della neochiesa negano le verità di Fede




Alma Redemptóris Máter,
Qeæ pérvia cœli porta manes,
Et Stella maris,
Succúrre cadénti,
Súrgere qui cúrat, pópulo:
Tu quæ genuísti,
Natura miránte,
Tuum sanctum Genitórem.
Virgo prius, ac postérius,
Gabriélis ab ore,
Súmens illud Ave,
Peccatórum miserére.


Su segnalazione del vaticanista Marco Tosatti, che si rivela essere una interessantissima fonte di informazioni, siamo andati a leggere un articolo scritto da un gesuita, tale Juan Masiá Clavel, che con aria saputa ha preteso di spiegare che la Verginità di Maria Santissima sarebbe una sciocchezza da antiquati medievali e che il concetto di verginità sarebbe costituito dalla reciproca dazione d’amore che si conclude con la co-creazione di una nuova vita. Amare e procreare sarebbe l’essenza stessa della verginità.


Si comprende subito che si a che fare con un tizio il cui cervello ha dei grossi problemi di funzionamento, almeno secondo i canoni naturali comuni a tutte le persone normali, non solo odierne, ma da quando si ha memoria storica.

Il succo di questa dissertazione supposta dotta – il tizio è professore – è che pensare che la Vergine Maria sia rimasta tale “prima, durante e dopo” la gestazione e il parto, sarebbe una cosa infondata, un mito inventato, senza giustificazione.
Insomma, costui, tuttora prete sia pure moderno, semplicemente bestemmia.
Come qualità personale non c’è male, ma non è tanto questo che colpisce, perché la bestemmia e la blasfemia li diamo per scontati nei preti moderni: senza questi presupposti non sarebbero tali.
Quello che invece ci colpisce è la crassa irrecuperabile ignoranza che contraddistingue i tipi come lui; soprattutto riguardo ai concetti stessi di sacro, di religioso, di soprannaturale; una ignoranza che dovrebbe far pensare tutto tranne che un tipo così abbia potuto essere ordinato e quindi inviato ad insegnare ad altri aspiranti preti.
Ma tant’è: dobbiamo arrenderci di fronte ai fatti. Ed è un fatto che il tizio si esercita in una elucubrazione affatto razionale, in grado di essere seguita e magari intesa a condizione che il lettore metta per una mezz’ora da parte intelligenza e buonsenso.

Abbiamo voluto riprodurre l’intero articolo perché i lettori possano rendersi conto da soli di quanto affermiamo in questa nota. E soprattutto l’abbiamo fatto perché i cattolici in generale prendano coscienza dello stato demopatologico in cui versano ormai tanti chierici a cui viene irresponsabilmente affidata la cura delle anime dei fedeli.

Questo articolo rivela appieno il grado di degenerazione a cui è giunta la neo-chiesa cattolica, che ormai non è più provocatorio definire “contro-chiesa” al servizio dell’Anticristo. Tralasciamo il fatto che questo supposto prete nega spudoratamente le verità di Fede e facciamo notare che è lui stesso, alla fine dell’articolo, che si premura di chiarire lo scopo del suo scritto: promuovere la distruzione della fede, della dottrina e della morale, offrendo una più che fumosa argomentazione per sostenere la bontà e la “verginità” di ogni tipo di rapporto a due: dal concubinaggio, all’omosessualità, al connubio comunque coperto con la sigla – ormai comune in ambito cattolico – di LGBT.

Abbiamo riportato, dopo l’articolo, qualche notizia sul tizio in questione, sia per completezza d’informazione, sia per segnalare che costui continua a fare il prete e l’insegnante in quella che un tempo era la Compagnia di Gesù fondata da Sant’Ignazio di Loyola per combattere l’eterodossia ed edificare nell’ortodossia. Oggi questi scopi appaiono decisamente invertiti, così che molti gesuiti, come il tizio in questione, sembrano chiaramente dediti a combattere l’ortodossia e ad edificare nell’eterodossia.Chi si facesse venire in mente lo scrupolo che anche l’attuale Papa è un gesuita, farebbe bene a riflettere allora su tante dichiarazioni ed azioni di Bergoglio, reperibili facilmente su questo sito, le quali sembrano fatte apposta per confermare l’inversione suddetta.

Per ultimo teniamo a segnalare che, a proposito di ignoranza, non esiste alcun contesto sapienziale al mondo, antico e attuale, che non conosca il principio della concezione verginale del divino che si incarna per portare luce al mondo e perfino per dar vita al mondo stesso. Una concezione che non ha mai avuto nulla di “mitico”, nel senso moderno di inventato, ma che ha sempre considerato questa attuata possibilità come una realtà tangibile, verificabile e verificata, una realtà che attiene certo al soprannaturale, ma che non ha niente a che vedere con l’immaginario, poiché il soprannaturale è la più alta e la più sublime delle realtà: la base e il fondamento stesso della realtà sensibile.Dire quindi che Maria Santissima è rimasta Vergine “prima, durante e dopo” la gestazione e il parto, equivale con l’affermare sia una realtà soprannaturale sia una realtà naturale che dalla prima discende.
Che un prete non sappia queste cose, non solo non è scusabile, ma è colpevole: è diabolicamente colpevole.


L'articolo

Natale, Porta della Vita
di
Juan Masiá Clavel, S. J.

Pubblicato sul blog dell'Autore: Vivere e pensare sulla frontiera

19 dicembre 2016

Concepire e dare alla luce, il compimento della verginità
Nell’uso corrente del linguaggio, quando si parla di “essere o non essere vergine” si suole alludere alla prima relazione sessuale, penetrazione vaginale, rottura dell’imene, sanguinamento, ecc. e simili connotazioni fisiologiche; o anche agli effetti che comporta, psicologici, sociali o morali, la cosiddetta “perdita della verginità”.

Altre volte si può trattare della possibilità offerta dalla chirurgia plastica o dalla ginecologia estetica con un’operazione della ricostruzione dell’imene.  Se si tratta di copione per un telefilm comico di ambientazione medievale, si scherzerà con la cintura di castità e la perdita della chiave del lucchetto. Più seriamente l’antropologia sociale e culturale si dedicherà a spiegarci il significato della verginità come fattore sociale e dei tabù conseguenti.

Ma quando ci troviamo davanti al tema della verginità nelle narrazioni mito-poetiche dei vangeli secondo Matteo e Luca, il tema non è fisiologico né bioculturale. L’annunciazione a Maria e l’annunciazione a Giuseppe, come abbiamo visto nel post della scorsa settimana, sono inquadrati entrambi in un sogno e non sono né una categoria biologica, né sessuologica, né una cronaca storica di un matrimonio eccezionale o almeno di una nascita soprannaturale. Queste narrazioni sono poesia e teologia o per meglio dire simboliche e di fede. Difficile immaginare come il miglior poeta o il miglior teologo potessero esprimerle meglio di come hanno fatto Matteo e Luca nella loro interpretazione della Buona Novella dell’Emmanuel, colui che salva e libera…

Capite in tutta la sua profondità il senso umano e divino, poetico e di fede, che comporta l’attraversamento di questa porta dell’imene, da cui entra  o esce l’enigma della vita, il concepire o il dare alla luce? Perché di questo si tratta effettivamente di una Porta della Vita.

Per questa Porta della Vita entra ciò che prepara l’inizio di una nuova vita e da essa esce la nuova vita che nasce. E al tempo stesso entra ed esce lo Spirito della Vita, lo Spirito Santo, perché si realizzi la co-creazione di una nuova vita, co-creata dai genitori e dal Creatore.

Il che è cosa diversa dall’idea duale che immagina uno Spirito Santo che in volo dall’alto viene a infondere un’anima in un corpo presunto “inanimato”.

No, lo Spirito opera da dentro: da dentro l’evoluzione, da dentro l’ovulo e da dentro lo sperma; da dentro il seno materno che accoglie il pre-embrione perché si realizzi e si compia la concezione alla fine dell’impianto nel suo seno; da dentro il cuore dei genitori che hanno desiderato questa nuova vita e l’hanno sperata dapprima che avesse inizio la gravidanza; da dentro la decisione di condurre questa gestazione fino alla nascita, invece di rifiutarla abortendola dopo averla accettata biologicamente e umanamente al consumarsi della concezione; da dentro la concorde decisione di dare un nome alla creatura, come gratitudine per la sua vita, come promessa di crearla ed educarla nella vita e nella fede (cosa che si fa quando si capisce bene il battesimo infantile e non secondo gli schemi agostiniani della supposta colpa originale…) e come supplica di benedizione per la sua nascita; il che significa che è da dentro questi processi biologici e umani che agisce lo Spirito perché si compia la co-creazione di questa nuova vita e la sua personalizzazione individuale irripetibile.

(E’ chiaro che questo è detto in linguaggio non duale; diversamente da quel linguaggio che parla di un “istante della concezione” o traccia una linea limite per determinare il presunto momento in cui si infonde un’anima dal di fuori).

Gli antichi catechismi dicevano in modo inappropriato “vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto”. Pensavano che prima del parto la penetrazione sessuale rompesse la verginità; pensavano anche che la creatura che nasce, nel rompere e ferire questa porta, macchiasse la madre, che doveva purificarsi; pensavano anche che se Maria e Giuseppe avessero generato altri figli e figlie, fratelli e sorelle di Gesù, Maria smettesse di essere vergine. Ma va detto che né l’unione per amore macchia, né il sangue contamina, né il dare alla luce produce impurità.

Oggi non pensiamo così. Chi insistesse nell’usare immagini medievali, potrà dire che bisogna proteggere questa porta del castello. Tale che essa si aprirà e chiuderà a seconda che si voglia entrare o uscire. Se viene il nemico ad uccidere, la porta si chiuderà. Se viene l’amico a dare la vita e a cui noi la diamo mutualmente e con cui co-creiamo una nuova vita, allora la porta si aprirà e si abbasserà il ponte levatoio.

Facciamo un po’ di etimologia. Imene è, dal greco hymen, una membrana. Imeneo era il dio greco delle nozze. Si supponeva che nella notte delle nozze si rompesse l’imene, cosa che può essere dolorosa e gioiosa al tempo stesso. Secondo altri dizionari si può accostare con l’etimologia di hymnos. In questo caso il senso è di canto di allegria.

Pertanto, la verginità non si perde o si conserva con la sola rottura o chiusura della porta. Se violentano una donna e forzano questa porta, la ferita sarà doppia, fisica e psicologica. Però non si potrà dire che quel giorno ha perso la verginità. La sua porta sarà sempre la porta della vita. La prossima volta, quando verrà qualcuno che non sia un violentatore, ma una persona amata che viene perché entrambi si diano mutualmente la vita per co-creare una nuova vita e per dare insieme la vita, allora si deve dire che la verginità di quella donna non si è persa, essa è sempre lì come capacità di accogliere la vita, come fiducia nell’atto di dare la vita congiuntamente con lo Spirito di Vita; come capacità di gratitudine per la vita e come capacità di dare la vita in mille modi tutt’attorno a sé. Lo stesso può dirsi della decisione di accettare e accogliere la nuova vita (col che si completa il processo – non l’istante del concepimento – di compimento della concezione; già l’embrione prende il nome di feto…)

Per questo il titolo del post si leggerà così: Concepire e dare alla luce è il compimento della verginità.
Non si perde, si realizza. Il fatto che Giuseppe entri con amore in questa porta, non rompe la verginità di Maria, né la macchia, ma si realizza. La nascita di Gesù che ferisce fisicamente e causa dolore in questa porta di Maria, non la rende impura, né la macchia. La paternità e la maternità carnale, biologica e umana di Giuseppe e Maria non  sono incompatibili col fatto che entrambi siano vergini che realizzano e compiono la loro verginità nel generare Gesù con il soffio dello Spirito di Vita che agisce da dentro Giuseppe e Maria.

Il meditare questo a Natale ci porta ad una gratitudine immensa verso i nostri genitori che hanno generato con amore grazie allo Spirito di Vita che ci ha fatto nascere per opera e grazia dello Spirito Santo. E sentiamo anche la responsabilità di proteggere e curare ogni vita e di vivere tutti e tutte (uomini e donne, celibi e sposati, fertili o sterili, di sessualità maggioritaria o minoritaria, senza nessuna discriminazione né esclusione) per darci mutualmente la vita e per dar vita al mondo.

Mi si permetta di ripetere quello che ho detto nel post della settimana scorsa:

Il Natale rende manifesto il senso profondo di ogni nascita umana – diceva Giovanni Paolo II (Evangelium vitae, 1995, n. 1). Ogni creatura nasce per opera dello Spirito Santo. Ogni padre e madre possono chiamarsi propriamente co-creatori della nuova vita, nascita di maschio o femmina con la benedizione dello Spirito di Vita e accolta da coloro che le danno il nome (come promessa di creazione continua durante la crescita), tanto se questa vita è nata in questo modo col processo abituale, quanto se è nata per mezzo della procreazione assistita o se fu realizzata con altre circostante (per un’altra coppia, per una maternità surrogata, per una adozione da parte di una coppia LGBT, ecc…)


Notizia



Juan Masiá Clavel S. J. (Murcia, 1941) è un gesuita spagnolo che ha trascorso molti anni in Giappone e che è stato direttore della cattedra di bioetica della Pontificia Università Comillas di Madrid. Da qui venne allontanato dai superiori su richiesta della Congregazione per la Dottrina della Fede e del suo rappresentante a Madrid, per i suoi insegnamenti sulla morale sessuale e per le sue prese di posizione a favore del preservativo. Ciò nonostante continuò a far parte della Commissione sulla bioetica della Conferenza episcopale giapponese, incaricato di interessarsi di questioni di etica della vita. Coadiutore nella parrocchia dei gesuiti a Kobe, Giappone, fa il professore di bioetica nell’Università Cattolica San Tommaso della diocesi di Osaka. A Tokio collabora anche con la Commissione cattolica Giustizia e Pace, nonché con la sezione giapponese della Conferenza Mondiale delle Religioni per la Pace.
E’ stato uno dei firmatari del manifesto Ante la crisis eclesial (Di fronte alla crisi ecclesiale) (2009), nel quale, insieme ad altri 300 studiosi cattolici, sostiene che la crisi attuale della Chiesa è dovuta alla mancata applicazione delle direttive del Vaticano II.


di Giovanni Servodio

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1782_Servodio_Virgo_prius_ac_posterius.html

Il parto indolore della Vergine Maria



“Senza alcun dubbio dobbiamo affermare che la madre di Cristo fu vergine anche nel parto, poiché il Profeta (Is 7,14) non dice solo “Ecco la vergine concepirà”, ma aggiunge: “e partorirà un figlio”.

Il parto indolore non è dogma di fede, ma una conseguenza logica del dogma della verginità durante il parto. Secondo i santi Padri Gesù è uscito dal grembo di Maria nel medesimo modo in cui una stella col suo raggio passa il vetro, non lo rompe, ma lo illumina.Per questo i medesimi santi padri dicono che il parto di Gesù avvolse Maria nella luce e nella gioia.

L’integrità fisica di Maria “nel parto” è un aspetto che per molti appare secondario, anche per chi crede nella assoluta verginità di Maria. Spesso anzi si crede erroneamente che il parto di Maria seguì vie ordinarie, anche a causa di molti film sulla nascita di Cristo che descrivono una Madonna in preda alle contrazioni e piangente di dolore. Per questo credo sia necessario ascoltare la voce materna della Chiesa, dei santi e dei teologi.

“Esultò Maria nel sacratissimo tipo di parto, esulta la Chiesa in questa generazione dei suoi figli». L’aggettivo sacratissimo evoca l’opera dello Spirito, il medesimo sia per il concepimento di Cristo dalla Vergine che per il concepimento delle membra del suo Corpo nel fonte battesimale. È da notare anche il verbo esultò, relativo al parto di Maria, allusivo al fatto che fu senza dolori perché verginale” (Dal sito del Vaticano-Monsignor Corrado Maggioni, Pontificia Facoltà Teologica Marianum di Roma)

Molti forse si chiederanno se un parto non ordinario come quello verginale di Maria possa sminuire il concetto di Maternità Divina della Madonna. Ma in realtà i fenomeni fisiologici che accompagnano il parto ordinario (lesioni, doglie, dolori, ecc.) non sono essenziali al concetto di vera maternità. Maria fu vera madre di Gesù, come tutte le madri lo sono dei loro figli; ma non lo fu come le altre madri: oltre che nel concepimento verginale, Ella fu diversa da esse anche nel parto verginale. Madre, infatti, è colei che concepisce e dà alla luce un figlio: questo, scientificamente, è il concetto di madre. Il modo poi di concepirlo e di darlo alla luce non appartiene all’essenza della maternità. Se il modo di dare alla luce un figlio fosse essenziale alla maternità, ne seguirebbe che la madre la quale da alla luce un figlio mediante parto cesareo, non sarebbe vera madre o pienamente madre di quel figlio: cosa dinanzi alla quale lo stesso buon senso si ribella. Tanto meno poi può dirsi parte essenziale della maternità il dolore del parto, dal momento che nello stato di giustizia originale (prima del peccato originale, dal quale Maria, novella Eva, è immune) le madri avrebbero dato alla luce i propri figli senza dolore, e anche oggi si parla di parto indolore ottenuto con mezzi farmacologici. Anche l’integrità corporale (la verginità materiale) è indubbiamente una perfezione, e perciò ha la sua reale, positiva importanza, in se stessa. Il fatto che Cristo abbia voluto rispettarla nascendo nella Madre sua, dimostra la squisita delicatezza del suo amore per la propria madre, alla quale non volle togliere, nel nascere da Lei, una tale perfezione. Cristo perciò volle che la Madre sua fosse una vergine perfetta, e perciò vergine non solo moralmente ma anche corporalmente. Negare la verginità corporale e ammettere in Maria SS. soltanto la verginità morale, equivale a negarle la perfetta verginità. Come il Verbo, nascendo dal seno del Padre, non lese minimamente la natura di Lui, così nascendo dal seno della Madre, non lese minimamente la perfetta verginità di Lei.

“Come Abramo viene appellato Padre, perché è sopra tutti i padri; come Paolo viene appellato l’Apostolo, perché è sopra tutti gli apostoli; così Maria viene appellata, fra tutte, la Vergine, e viene predicata dalla Chiesa “Vergine tra le vergini”. Ella fu sempre, “Vergine di corpo, vergine di anima, vergine di professione”. Ella fu ” il modello più completo della vergine ” la ” sola vergine insieme e madre “: ” Madre di Cristo e Vergine di Cristo ” (San Pietro Canisio) «Noi crediamo che Maria è la Madre, rimasta sempre vergine, del Verbo Incarnato, il nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo». Papa Paolo VI

Ma vediamo come si esprime sul parto verginale di Maria San Tommaso d’Aquino, dottore della Chiesa, nella Summa Theologica:

“La donna che dà alla luce una carne comune perde la verginità. Ma quando nasce nella carne il Verbo, allora Dio custodisce la verginità, rivelandosi così come Verbo. Come infatti il nostro verbo mentale non corrompe la mente quando viene proferito, così neppure il Verbo sostanziale che è Dio, volendo nascere, viola la verginità”». «Cristo venne a togliere la nostra corruzione. Non era quindi opportuno che nascendo corrompesse la verginità della madre. Dice infatti S. Agostino (Serm. 121): “Non era giusto che violasse l’integrità con la sua nascita colui che veniva a sanare la corruzione”». «Era conveniente che colui il quale aveva comandato di onorare i genitori, nascendo non menomasse l’onore della madre». Ogni primogenito maschio che apre il seno materno sarà sacro al Signore (Lc 2,23). L’Evangelista “usa l’espressione ordinaria per indicare la nascita, e non già per dire che il Signore, uscendo da quel sacro seno che lo aveva ospitato e che egli aveva santificato, ne violasse la verginità. Perciò l’azione di aprire, attribuita al primogenito, non indica che Cristo abbia lacerato il velo del pudore verginale, ma indica la sola uscita della prole dal seno materno».

Alla difficoltà tratta invece dal fatto che un corpo fisico non può attraversare un altro corpo, San Tommaso d’Aquino risponde così:

«Cristo volle dimostrare la realtà del suo corpo in modo da manifestare insieme la propria divinità. Perciò mescolò insieme meraviglie e umiliazioni. Per mostrare la verità del suo corpo nacque da una donna, e per mostrare la sua divinità nacque da una vergine. Come infatti dice S. Ambrogio (Veni Redemptor Gentium): “Tale è il parto che si addice a Dio”».

S. Tommaso infatti ammette che la compenetrazione dei corpi è possibile per miracolo:

“Dobbiamo quindi affermare che tutti questi fatti sono stati compiuti dalla potenza divina miracolosamente. Di qui le parole di S. Agostino: “Dove interveniva la divinità, il corpo non si arrestava di fronte a porte sprangate. Poteva ben entrare, senza aprirle, colui che nacque lasciando inviolata la verginità di sua madre”. E Dionigi scrive, che “Cristo compiva in modo sovrumano le cose umane: e lo dimostra il concepimento miracoloso da una vergine e la solidità delle mobili acque sotto il peso dei suoi piedi terrestri”.” Il testo della Somma teologica di san Tommaso dice così: “Il dolore della partoriente è prodotto dal dilatarsi delle vie attraverso le quali deve uscire la prole. Ma abbiamo spiegato che Cristo uscì dal grembo della madre senza che questo si aprisse, e quindi senza dilatazione delle vie. Perciò nel suo parto non vi fu dolore di sorta, né corruzione alcuna, ma somma gioia, poiché ‘l’uomo Dio nasceva alla luce del mondo’, secondo le parole di Isaia 35,1: ‘La solitudine canterà come un giglio; canterà nella gioia e nel giubilo’” (III, 35, 7).

Il noto teologo mariano Renè Laurentin ci ricorda:

«Il mistero della verginità nel parto ci ricorda delle verità misconosciute e tuttavia essenziali al mistero cristiano: il corpo è parte integrante dell’uomo, è salvato da Cristo, associato a tutto il compimento della salvezza, promesso a un destino eterno. Fin da quaggiù il corpo è raggiunto dall’opera della grazia, poiché gli impulsi della nuova creazione sono all’opera (Rm 8,22), e Dio non ha mancato di manifestare talvolta nel suo corpo dei segni in forma di miracoli: il camminare sulle acque, la trasfigurazione e, per finire, la risurrezione. La verginità integrale della Madre di Dio appartiene all’ordine di questi segni (…)». «Quanto al parto indolore, che la Tradizione afferma senza contestazione dal IV secolo, è abbastanza paradossale che si sia cominciato a contestarlo al momento stesso in cui il progresso scientifico instaurava “il parto indolore” per tutte le donne. È strabiliante che certi teologi e predicatori abbiano cominciato a celebrare le sofferenze “crocifiggenti” di Maria alla nascita del Salvatore nel momento in cui le cliniche ostetriche si applicano a denunciare i dolori del parto come un mito alienante e disumanizzante. Il segno del parto indolore attesta a suo modo che la verginità è spiritualizzazione dell’ordine della carne e che Maria è, sotto certi riguardi, donna esemplare, donna guida, là dove poteva sembrare donna di eccezione».

Leggiamo insieme un brano tratto dalle visioni della Beata Anna Katharina Emmerick e che descrivono la nascita di Cristo:

“Lo splendore che irradiava la Santa Vergine diveniva sempre più fulgido, tanto da annullare il chiarore delle lampade accese da Giuseppe. La Madonna, inginocchiata sulla sua stuoia, teneva il viso rivolto ad oriente. Un’ampia tunica candida priva di ogni legame cadeva in larghe pieghe intorno al suo corpo. Alla dodicesima ora fu rapita dall’estasi della preghiera, teneva le mani incrociate sul petto. Vidi allora il suo corpo elevarsi dal suolo. Frattanto la grotta si illuminava sempre più, fino a che la Beata Vergine fu avvolta tutta, con tutte le cose, in uno splendore d’infinita magnificenza. Questa scena irradiava tanta Grazia Divina che non sono in grado di descriverla. Vidi Maria Santissima assorta nel rapimento per qualche tempo, poi la vidi ricoprire attentamente con un panno una piccola figura uscita dallo splendore radioso, senza toccarla, né sollevarla. Dopo un certo tempo vidi il Bambinello muoversi e lo udii piangere. Mi sembrò che allora Maria Santissima, sempre Vergine, ritornando in se stessa, sollevasse il Bambino e l’avvolgesse nel panno di cui l’aveva ricoperto. Alzatolo dalla stuoia, lo strinse al petto.” (con approvazione ecclesiastica).

La liturgia della Chiesa in una sua antifona prega così: “Virgo Maria sine dolore peperit Salvatorem saeculorum” (La Vergine Maria ha partorito senza dolore il Salvatore dei secoli). E non dobbiamo dimenticare la lex orandi est lex credendi (La regola della preghiera è regola della fede). Felice Natale a tutti.https://gloria.tv/article/eXjiT8W1nTdi6FCuuLdoPQHLB
Davvero Betlemita, Gesù
dal Numero 50 del 25 dicembre 2016
di Paolo Risso
Betlemme e i Magi sono ora leggenda? Certe “guide” di oggi dubitano della verità e confondono i fedeli. Ma “terra e carte cantano”: testimonianze storiche ci assicurano che Gesù è nato a Betlemme, proprio nella Grotta che ancora si venera, e che i Re Magi dall’Oriente vennero ad adorare il divin Bambinello “avvolto in fasce”.

Ci sono pellegrini che vanno in Terra Santa, la Terra di Gesù, poi ritornano sconcertati per le cose strane sentite spesso da chi ha fatto loro da guida. Per esempio, arrivati a Betlemme, capita loro di sentire raccontare che Gesù sicuramente non è nato a Betlemme nella grotta, ma a Nazareth, dove abitavano i suoi, e che l’adorazione dei Magi è una leggenda.
Alla fine del Giubileo 2000, una dottoressa pediatra 80enne, reduce dal suo viaggio in Palestina, venne dallo scrivente a cercare certezze: «Ma come – quasi gridò – non sappiamo che Gesù è nato a Betlemme? Sono duemila anni che non si è mai dubitato di una certezza siffatta... ma questo è orribile!».

Terra e carte cantano!

Le risposi che i Vangeli di san Matteo e di san Luca affermano senza alcun dubbio che Gesù è nato a Betlemme. Matteo, capitolo 2, versi 1-12, per dire dell’adorazione dei Magi, scrive: «Nato Gesù a Betlemme di Giudea...» e cita la profezia di Michea che il Messia doveva nascere a Betlemme.
Luca, al capitolo 2 del suo Vangelo, dice che Giuseppe e Maria salgono a Betlemme per il censimento voluto da Augusto e che a Betlemme nasce Gesù. Nessuna “barba” di esegeta, né ieri né mai può cambiare le carte dei santi Vangeli, carte che nessuno può toccare né invalidare. Gli studiosi seri, anche quelli che ritengono Gesù solo uomo, si attengono ai Vangeli. Anche i nemici del Cristianesimo nascente non osarono mai negare la Verità dei Vangeli, perché erano ancora vivi i testimoni dei fatti narrati! Punto e basta.
Ma ci sono anche altre testimonianze. Ecco, che cosa raccontai alla pediatra rimasta “sconvolta” dalla sua guida.
Tra Gerusalemme e Betlemme, ci sono casette e grotte. Nella grotta generalmente c’è il settore riservato a qualche vaccherella e all’indispensabile somarello. Per questo nella grotta non manca mai la mangiatoia scavata nella viva roccia; mangiatoia che all’occorrenza funge da culla all’ultimo nato, naturalmente ricolmata di soffice lana.
L’Angelo che annuncia ai pastori la nascita del Signore, indica loro il segno grazie al quale lo avrebbero riconosciuto: le fascette (cf. Lc 2,12). Il latino della Vulgata dice: «Invenietis infantem pannis involutum et positum in praesepio». Ma il greco di san Luca è più esplicito, e ci fa sapere che quei panni erano delle fascette; e le fascette erano riservate ai figli del Re: «Invenietis infantem fasciis involutum et positum in praesepio». Il trovare il neonato Salvatore in una mangiatoia non avrebbe permesso ai pastori di riconoscerlo; poiché la mangiatoia, come dicevamo, era la culla ordinaria anche dei loro bambini.
Mangiatoia e grotta si richiamano, ma tanto non basta per concludere che il Signore Gesù sia nato in una grotta; poiché anche in una casupola di modesti artigiani può trovarsi una mangiatoia non scavata nella roccia. Tuttavia che Gesù sia nato in una grotta, e precisamente nella grotta ancora oggi venerata per tale motivo, è confermato da una tradizione indubitabile.
Già san Giustino, nato a Sichem, in Palestina, qualche decennio dopo l’Ascensione del Signore, e morto martire nell’anno 165 d.C., nel Dialogo con Trifone scrive che san Giuseppe non aveva alloggiato nel borgo di Betlemme, ma in una grotta appena fuori del borgo. Tale grotta venne ben presto circondata dalla venerazione dei fedeli, il che è dimostrato anche dalla profanazione di tale grotta, comandata dall’Imperatore Adriano (117-138).
San Girolamo infatti, nella LVIII lettera a Paolino, ci fa sapere che Adriano fece piantare un bosco sacro all’idolo Adone sulla santa Grotta, e dentro questa, che aveva accolto i vagiti di Gesù Bambino, fece risuonare i piagnistei delle adoratrici dell’amante Venere. Davvero una beffa atroce: la lussuria della carne al posto del Dio-Carità! Ma Dio non si lascia irridere neppure dai potenti.
Sia l’idolo che il boschetto di Adone disparvero ben presto per mancanza di clienti, e la santa grotta tornò al culto dei Cristiani, tanto che Origene, morto tra il 253 e il 255 d.C., nella sua opera Contro Celso, agli avversari del Cristianesimo lancia questa sfida: «Se qualcuno desidera assicurarsi al di fuori della profezia di Michea e della storia di Gesù scritta dai suoi discepoli [= i Vangeli], che Gesù è nato a Betlemme, costui sappia che in conformità con il racconto del Vangelo si mostra a Betlemme la grotta nella quale venne alla luce. Lo sanno tutti quelli della regione, compresi i pagani, e lo ripetono a tutti, che dentro quella grotta è nato un certo Gesù, adorato e ammirato dai Cristiani».
Eusebio di Cesarea, nato in Palestina nel 265, il primo “storico” dei primi tre secoli della Chiesa, conferma questa tradizione nella Demonstratio evangelica VIII, 5, e nella Vita Constantini III, 43 ci fa sapere che sant’Elena, la madre cristiana e santa di Costantino, trasformò la grotta in un magnifico Santuario, ancora abbellito da Costantino stesso.
Lo storico bizantino Socrate, lo storico greco Sazomeno, numerosi scrittori ecclesiastici dei primi secoli attestano l’autenticità della santa Grotta.
Insomma tutto è vero, come abbiamo imparato da ragazzi al catechismo, quello buono e concreto. Terra e carte, tutti i documenti cantano che Gesù è nato a Betlemme in una grotta ed è stato posto in una mangiatoia, come narrano i Vangeli. Ma c’è di più.

Festa per Gesù
La Basilica costruita da sant’Elena e da Costantino sulla santa Grotta ebbe a soffrire durante l’insurrezione dei Samaritani (521-528), ma venne magnificamente restaurata dall’Imperatore Giustiniano nel 531. Qualche anno dopo, nel 536, con una Lettera sinodale, il Concilio di Gerusalemme faceva decorare la facciata della Basilica con un grande mosaico, raffigurante l’adorazione dei Magi. La Basilica infatti è principalmente dedicata all’adorazione dei Magi, che mai né i Cristiani né gli storici del passato ritennero una leggenda.
Nel 614 i Persiani, riconoscendo il loro costume in quello dei Magi del mosaico, non osarono manomettere tale glorioso monumento, segno anche questo che i Persiani riconoscevano nei Magi dei loro connazionali, venuti a Betlemme, proprio dall’Oriente, come scrive l’Evangelista Matteo. L’Oriente per gli ebrei lettori di Matteo era la Mesopotamia e la Persia.
Nel 638, il califfo Omar, padrone di Gerusalemme e dell’intera Palestina, volle recarsi a Betlemme per pregare nella santa Grotta, dove era nato Gesù, pure da lui riconosciuto, se non Dio, “un grande profeta”. Nel 1010 il califfo Hakim, unico tra tutti, mise mano per distruggere o profanare la Basilica, ma una Forza misteriosa impedì l’esecuzione del folle disegno.
Nonostante tali e tante testimonianze storiche, c’è chi ancora cerca altrove il luogo della nascita di Gesù, facendo appello alla parola greca oikìa. Siccome il Vangelo di Matteo (2,11) dice che i Magi entrarono nell’oikìa dove si trovava il Bambino Gesù, negano che Gesù sia nato in una grotta; perché ritengono che oikìa significhi solo casa in muratura. Ma di fatto oikìa significa dimora, sia in muratura, sia di legno, sia scavata nella roccia. Del resto i Magi arrivarono a Betlemme qualche tempo dopo la nascita di Gesù, cosicché Giuseppe poteva aver trovato una casa vera per abitarvi.
Ma è certissimo che la Madonna e san Giuseppe dimorarono al loro arrivo a Betlemme all’interno di una grotta e la mangiatoia nella quale venne deposto il Bambino Gesù, avvolto in fascette regie, è proprio quella indicata e venerata come tale fino al giorno d’oggi.
Alla fine del discorso la dottoressa pediatra era molto felice. Aveva ritrovato la verità e la certezza su Betlemme come luogo della nascita di Gesù, sulla grotta e sulla mangiatoia di Gesù. Era sicura di essere stata davvero nei luoghi dove Lui è nato, è vissuto, ha predicato, ha compiuto i miracoli, ha salvato l’umanità con il suo Sacrificio di espiazione del peccato sulla croce, è risorto e ha riempito di speranza e di gioia il mondo con la sua gloriosa Risurrezione. «Il prossimo Natale – disse – per me sarà davvero bello: ho certezze assolute».
Sì, noi Cattolici possediamo la Verità, la Verità tutta intera. «Cor meum, tectum tuum, Domine Jesu!». Il mio cuore è la tua casa, Signore Gesù. Voglio che sia più calda e più bella della grotta dove Tu sei nato!

* Per ulteriori notizie: Nicola Bux, Gesù, il Salvatore. Luoghi e tempi della sua venuta nella storia, Cantagalli, Siena 2009http://www.settimanaleppio.it/dinamico.asp?idsez=31&id=1268

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