ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 26 gennaio 2017

La Domenica andando alla Messa?

BOSNIA: Ogni domenica a messa con l’imam



di Đenana Kaminić (N1) 
Nei villaggi tra Jablanica e Prozor, che al tempo della guerra in Bosnia si trovavano sulla linea del fronte tra milizie croate e bosgnacche, i tempi del conflitto sembrano ormai alle spalle.
Amir Effendi Drežnjak è l’imam del villaggio di Lizoperci nel comune di Jablanica. Da tre anni e mezzo ormai, ogni domenica accompagna in auto i fedeli cattolici dal vicino villaggio di Slatina fino al villaggio di Gračac per la messa. Nello stesso villaggio l’imam tiene lezioni alla scuola coranica (mekteb)
“Mi hanno detto che non hanno un autobus o automobili. Li ho accompagnati una domenica, e poi la successiva. Alla terza domenica di fila ho detto loro che non vi è alcuna necessità per loro di aspettare che qualcun altro li passi a prendere, perché io vado a Gračac ogni domenica. Ho detto loro che possono contare su di me e che li porterò io in chiesa a pregare Dio finché io sono lì“, ha dichiarato Amir Drežnjak alla televisione bosniaca N1.
Delle relazioni inter-religiose a Slatina, villaggio misto di croati cattolici e bosgnacchi musulmani che durante la guerra era sulla linea del fronte, ha parlato la residente locale Marica Drinovac al raduno francescano di Medjugorje, davanti ad una platea attonita. “Ho detto loro ciò che dico ora, che ogni settimana vado a messa con l’imam, e mi chiedevano – Con chi? Con l’imam! Ma come? E ho spiegato loro che va bene così, nonostante la guerra siamo rimasti in contatto, prendiamo il caffé, parliamo della famiglia.”
“Nutriamo buone relazioni. Non possiamo vivere gli uni senza gli altri. Nel nostro paese è stato sempre così. Qualunque cosa accada, un matrimonio o un funerale, ci si riunisce e ci si aiuta a vicenda, non ci importa chi è chi, e per fortuna ci sono molti altri paesi come il nostro”, ha detto Marica Drinovac.
Hanno costruito moschee e chiese insieme. I musulmani hanno aiutato la ricostruzione della chiesa di Gračac, ha dichiarato don Mato Topić, parroco nella Parrocchia di Sant’Antonio di Padova a Gračac. Dopo le alluvioni del 2014, l’imam ha riunito i membri della comunità musulmana e detto loro che è loro dovere raccogliere pietre per la ricostruzione della chiesa.
Allo stesso modo, i cattolici di questi villaggi sono stati i primi a lanciare una raccolta di fondi per Ajla, una ragazza bosgnacca gravemente malata, cancellando i confini e pregiudizi in questo settore.
“La nostra parrocchia è stata la prima ad aiutare e nessuno ha detto qualcosa di negativo. In situazioni come questa, abbiamo dimostrato che siamo tutti esseri umani e ciò che conta di più è essere uomani. Ci vuole solo un po’ di coraggio per dire alla gente di liberarsi da tutta la paura e aiutarsi a vicenda“, ha detto don Mato. Solo in questo modo, conclude il parroco, la Bosnia-Erzegovina potrà sopravvivere.
Foto: N1
http://www.eastjournal.net/archives/79729

Reggio-Emilia e “l’unità dei cristiani” – di Cristiano Lugli

Redazione26/1/2017
di Cristiano Lugli
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Di recente il Direttore di questo sito ha scritto (clicca qui) di una Milano Kaputt, dove chi è seduto sulla sedia cardinalizia ha compiuto l’ennesimo tradimento.
Nel suo articolo il Direttore racconta degli scandali accaduti nella Diocesi di Milano, Diocesi ove hanno seduto Santi Vescovi quali Ambrogio e San Carlo Borromeo, e ora amministrata (poiché di burocratica amministrazione si tratta) dal Card. Angelo Scola, un tempo ritenuto conservatore (sic!) e ora promotore dell’iniziativa che ha omaggiato la “riforma” luterana con ben 21 incontri di natura ecumenico-sincretista.
Sempre nello stesso articolo si parlava della delusione e amarezza procurate da vecchi amici, con i quali l’autore in giovinezza aveva condiviso la militanza nell’allora Gioventù Studentesca (ora Comunione e Liberazione).
Fra questi vi è anche Mons. Massimo Camisasca, milanese, Vescovo di Reggio Emilia. Sulla scia dell’amico di giovinezza e di CL, Mons. Camisasca ha indetto anch’egli – seguendo la direzione generale della Santa Sede – la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, cominciata mercoledì 18 e conclusasi ieri sera, seppur due manifestazioni siano ancora in ballo per i prossimi giorni.
L’iniziativa si è articolata in quattro grossi e principali appuntamenti, il primo dei quali andava addirittura oltre alle aspettative ecumeniche, avvallando l’idea di dialogo con chi Cristo lo ha messo in Croce, e se potesse ce lo rimetterebbe anche domani. La settimana di “preghiera” si è infatti aperta con una conferenza curata da Piero Stefani (presidente del Segretariato attività ecumeniche in Italia), dal titolo “Ebrei e Cristiani: un dialogo ineludibile”. Inutile soffermarsi sull’assurdità di questo titolo perché sarebbe tempo sprecato visto che, appunto, è piuttosto vero tutto il contrario trattandosi di un dialogo impossibile per il semplice fatto che gli Ebrei non riconoscono Cristo e attendono ancora un falso messia che ha da venire. Forse andrebbe spiegato a chi di dovere come la colpa di costoro sia molto maggiore rispetto a quella dei pagani – come insegna San Tommaso – i primi essendo pienamente coscienti della veridicità di Gesù, rispetto ai secondi i quali non possedevano la conoscenza della Sacra Scrittura che annunciava la venuta del Salvatore.
Ma spiegarlo alle brillanti menti ecclesiastiche odierne sarebbe un tentativo inutile, e francamente è ardua impresa non vedere anche una malafede in queste vicende.
Ieri sera, grande evento: il “veglione ecumenico” presieduto dal Vescovo con la partecipazione (o dovremmo dire “concelebrazione”? ) di ortodossi scismatici, cristiani copti, e pastori evengelico-luterani, riprendendo come titolo il monito che San Paolo espone in 2 Corinzi 5,14-17: “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione”. Anche in questo caso non serve dire come la citazione sia forzata e assolutamente decontestualizzata, per non dire messa inopportunamente in un contesto già di per sé blasfemo, visto che per riconciliarsi con Cristo è necessario rientrare nell’Unica e Vera Chiesa che è quella Cattolica, riconoscendo il primato petrino, cosa assai lontana dal sequel ortodosso e luterano.
Un altro importante evento si terrà nella giornata del 27 gennaio, “Giornata della memoria”. L’appuntamento è ovviamente organizzato in una parrocchia, con la relazione del Prof. Luigi Rigazzi intitolata “La resistenza ebraica nell’est-Europa: per non dimenticare”.
Il tutto terminerà domenica 29 gennaio con i “Vespri ortodossi” nella Chiesa del Cristo di Reggio-Emilia, una delle più belle chiese della città ceduta agli scismatici da un giorno all’altro, sotto la direzione di Mons. Adriano Caprioli, ora Vescovo “emerito”.
Vi è ben poco da aggiungere al danno e allo scandalo procurato in tutte le diocesi nella trascorsa settimana. Di certo non manca l’oggetto per cui pregare, così come non mancava prima, durante e dopo il viaggio di Bergoglio a Lund e per il quale a Reggio-Emilia fu organizzato un Rosario di pubblica riparazione che mandò in tilt la diocesi, che si sentì in dovere di chiedere scusa agli “scandalizzati” per questo terribile disguido di cui erano allo scuro.
La grande peste del modernismo continua a fare il suo corso e quindi – poiché di peste spirituale si tratta – dobbiamo invocare più cha mai l’aiuto di San Rocco il quale, nell’atto di esorcizzare i malati (e quanti affetti da questo male fra i vari e grandi palazzi), tracciava sulla fronte dell’appestato il Segno della Croce, mettendo poi in fuga il demone della peste con la preghiera seguente: “Dio ti distrugga fin dalle radici, ti strappi, ti faccia fuggire dalla casa che possiedi e ti cancelli dalla terra dei viventi in nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo”.
Possa l’intercessione di questo valoroso Santo scacciare il demone del modernismo, concedendoci di vedere un giorno abbattuta la pestilenza dell’ecumenismo che ammorba e dissacra le chiese delle nostre diocesi, occupate da chi dimostra con i fatti di aver dimenticato che solo la Fede cattolica ci salva.

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