ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 11 febbraio 2017

“Stato di guerra”


I gesuiti e la de-cattolicizzazione del papato                  


Nell’approfondimento della prima parte del nostro modesto studio sulla deriva di un certo gesuitismo, alle fondamenta della pastorale post-conciliare della Chiesa, dagli anni ‘60-‘70, passiamo ora ad analizzare i rapporti di questo gesuitismo novatore con i Sommi Pontefici.
È necessaria una breve premessa. In internet vi sono diversi articoli e filmati, soprattutto nel celeberrimo YouTube, contro la Compagnia di Gesù, il cui scopo è dimostrare una compiacente congiura dei Romani Pontefici – ovviamente in combutta con i Gesuiti – contro l’uomo, contro il mondo e il suo progresso. Perciò attenzione: è necessario fare il sano e vero “discernimento”. Si tratta del solito giochetto meschino del Demonio, ovvero nascondere la verità in mezzo a molte falsità. Molti testi raccolgono materiale arricchito di fonti e fatti veri, peccato che la maggior parte di queste fonti vengono usate esclusivamente per depistare dalla verità; altre volte, i fatti vengono estrapolati dai contesti, sono stati usati dai massoni e dai protestanti, dando vita a quei complottismi secondo cui, essendo sempre stata la Chiesa cattolica contro l’uomo, la scienza, le arti, etc., si è adoperata, per mezzo della Compagnia di Gesù, per impedire i “frutti” dell’illuminismo (XVIII sec.), della rivoluzione francese (1789-1799) e del risorgimento italiano (1817-1861).
Che cosa c’è di vero, allora?

È verissimo che i Gesuiti, almeno fino al Pontificato di Pio XII, sono stati davvero odiati dalle culture antipapiste e anticattoliche. La massoneria, fin dalla sua fondazione, ha odiato e osteggiato la Compagnia di Gesù, così come i vari “circoli intellettuali”, poiché vedevano in essa il baluardo di difesa del loro nemico giurato per eccellenza, ovvero la Chiesa cattolica. Non si tratta di complottismo: gli anticattolici non hanno mai nascosto il loro scopo di annientare, con ogni mezzo, la Chiesa di Roma.
Sant’Ignazio di Loyola volle che i suoi “soldati” avessero a cuore – proprio per meglio diffondere la Fede e difendere la Dottrina – tutta la formazione dell’uomo, occupandosi perciò anche delle scienze, delle arti, dell’astronomia, della medicina, etc. I loro studi portarono a diverse scoperte ed invenzioni che erano davvero al servizio dell’uomo e questo fece crescere l’odio verso di loro. Nei secoli dei “lumi” era inaccettabile che il primato della cultura appartenesse al cosiddetto “esercito del papa”. In sostanza, l’accanimento contro i gesuiti mirava ad attaccare e a distruggere il papato.
Che cosa c’è di falso?
È assolutamente falso che i Pontefici, almeno fino ad oggi, abbiamo sostenuto le derive ideologiche dei Gesuiti. È altresì falso che i Romani Pontefici abbiano mai intrapreso guerre contro l’uomo.
Dato il fatto che molti testi usati sono autentici e molti fatti sono veri, come si può riuscire a distinguere la verità dalla menzogna? Semplice. Cercando di rimanere al di sopra delle parti con la dovuta onestà intellettuale, andando alle fonti autentiche e a quelle non manipolate, nonché leggendo integralmente i testi e i documenti dei Pontefici.
Facciamo un esempio concreto. È vero che i papi Pio XI (1922-1939) e Pio XII (1939-1958), durante i loro rispettivi regni, hanno sempre avuto, sostenuto e appoggiato la Compagnia di Gesù, ma è altrettanto vero che essi ne hanno combattuto fortissimamente le derive moderniste, in particolare con la netta condanna della “nouvelle theologie”[1].
Del resto, le derive della Compagnia sono cominciate già poco tempo dopo il riconoscimento ufficiale (1540) di papa Paolo III (1534-1549). Il futuro S. Carlo Borromeo (1538-1584) – come abbiamo riportato nella prima parte – si accorse immediatamente dell’inaffidabilità di un certo gesuitismo dall’indole burrascosa, e non ebbe scrupoli a dirlo pubblicamente, facendo addirittura una, come si suol dire, profezia: «Questa “pia” istituzione ha perso lo spirito che originariamente l’animava e per questo motivo saremo costretti ad abolirla…».
Con ciò, non vogliamo affatto negare i grandissimi meriti della Compagnia di Gesù, che ha donato alla Cristianità cattolica un “fiume” di gloriosi martiri, sacerdoti sinceramente innamorati della Chiesa e sempre obbedienti al Santo Padre, nonché due Dottori della Chiesa: Roberto Bellarmino (1542-1621) e Pietro Canisio (1521-1597). Purtroppo però non è stato sufficiente – e questo dev’essere onestamente riportato – ad impedire che i gesuiti diventassero una dolente “spina nel fianco” della Chiesa e di molti papi, anziché essere la gioiosa «spina nel fianco» intesa da San Paolo (cfr. 2Cor 12,7).
_08-dossier-gesuiti-parte-seconda-3Sarebbe dunque corretto affermare che bisogna fare una distinzione fra la Compagnia di Gesù fondata da Sant’Ignazio di Loyola, fatta di santi, martiri e Dottori della Chiesa, e la “para Compagnia” del gesuitismo modernista. Tale “para Compagnia”, pur avendo le sue radici ben radicate nella Compagnia stessa, ha però una sua vita propria. Di questo ne abbiamo conferma, in un certo senso, nella frase di S. Carlo Borromeo citata in precedenza. Per rendere meglio l’idea, facciamo l’esempio del cuculo, il quale riesce a sopravvivere in ogni ecosistema per via della sua strategia parassitaria.
Tra l’altro, la Compagnia di Gesù è un ordine atipico anche per lo “spirito di corpo” individualista che lo caratterizza: i gesuiti non formano una comunità, ma una specie di “branco” simile a quello dei lupi. Disgraziatamente, questo “branco di lupi” dei gesuiti novatores si trova all’interno dell’ovile della Chiesa, “sbranando” già diverse “pecorelle”.
Il gesuitismo novatore, ricapitolando, dopo aver abbandonato lo spirito originale del Santo Fondatore – cioè la distruzione dell’eresia protestante, riportando gli eretici nella Chiesa, l’evangelizzazione dei popoli e la difesa e l’insegnamento della Dottrina cattolica – “vive” in una sua propria “società”, la cui “missione” è guidare il resto del mondo.
È necessaria questa distinzione fra lo “spirito del Fondatore” e lo “spirito novatore” che anima il gesuitismo moderno, altrimenti si rischia di non intendere, né di credere affatto a ciò che sta avvenendo, così magistralmente descritto dal padre Malachi Martin[2] (1921-1999): «Tra l’Ordine dei gesuiti o, per usare la denominazione ufficiale, la Compagnia di Gesù, e il papato esiste uno stato di guerra. Tale guerra indica che è in corso il cambiamento più letale degli ultimi mille anni all’interno del clero cattolico. E, come tutti gli avvenimenti importanti nella Chiesa cattolica, coinvolge gli interessi e la vita di milioni d’individui… (…) È abbastanza sorprendente, dati i compiti della Compagnia, che sia stata proprio la strategia papale a costituire il muro di separazione tra gesuiti e papato, a diventare il terreno di una battaglia all’ultimo sangue…»[3].
GLI ANTEFATTI
Questo “stato di guerra” tra il gesuitismo novatore e il papato non ha radici recenti, ma si trascina da diversi decenni, pur essendoci state alcune “tregue”, in particolare sotto i pontificati di Pio XI e di Pio XII e durante l’ultimo periodo, quello di Giovanni Paolo II (1978-2005). Nel corso del regno di Benedetto XVI (2005-2013) hanno pazientemente aspettato – e operato – affinché si realizzasse il loro agognato sogno: vedere seduto sulla Cattedra di San Pietro un papa gesuita.
Bisogna però precisare che i primi “rigurgiti” di ribellione sono cominciati proprio sotto il pontificato pacelliano, il cui regno comincia durante la seconda guerra mondiale (1938-1945). Nell’immediato post-guerra, il mondo era diviso in due blocchi rivali: quello americano e quello sovietico con l’Europa praticamente spaccata in due. Pio XII, il “papa di Fatima” (cliccare qui) – il cui messaggio ha condannato «gli errori della Russia» –, considerò l’URSS “scomunicata” e indirizzò la propria azione pastorale appoggiando la cosiddetta “civiltà occidentale”, opponendosi tenacemente ad ogni tipo di compromesso col marxismo sovietico. Anche la Compagnia, però, si trovò divisa in due: una parte rimase fedele al Santo Padre, l’altra invece (soprattutto in Germania, in Francia e in Sudamerica) – “infettata” dal modernismo – sosteneva apertamente il marxismo. Tale “corrente infetta” trovò ampio argine di movimento durante il pontificato di Giovanni XXIII (1958-1963), immediato successore di Pio XII.
Il “papa buono” decise di cambiare atteggiamento nei confronti dei marxisti[4]: cercando di dimostrare loro il “volto misericordioso” della Chiesa, volle cominciare a dialogare con l’Unione Sovietica, arrivando addirittura a scendere a qualche compromesso, il più noto fra tutti è l’accordo di Metz[5]. Ciò permise ai gesuiti novatores di uscire allo scoperto. Le commissioni teologiche conciliari furono occupate dagli esponenti della “nouvelle theologie” (cliccare qui), il cui leader indiscusso era il gesuita Karl Rarhner.
IL RUOLO DELLA MASSONERIA
La massoneria ha avuto un ruolo tutt’altro che secondario nell’infiltrare nella Compagnia di Gesù il veleno del modernismo, le cui teorie, oggi come allora, sono inaccettabili per la fede cattolica: 1) il rifiuto della divinità di Cristo; 2) la non esistenza del paradiso e dell’inferno; 3) la negazione dell’esistenza del Dio-Trinità, in favore del “Grande architetto dell’universo”, parte integrante dello stesso universo; 4) gli uomini si “perfezionano” solo durante la vita terrena.
Quell’«infame setta»[6], già dal secondo terzo del XVIII secolo, iniziò una violenta propaganda contro la Chiesa cattolica, accusandola di pervertire e rovinare la cultura con l’oscurantismo. In realtà, la Chiesa difendeva la Verità, con l’autorità che le compete, essendole stata data da Dio. «Per questa ragione – spiega P. Malachi Martin – Clemente XII (1730-1740) condannò la Massoneria come incompatibile con il cattolicesimo e comminò la scomunica ai cattolici che appartenevano a una loggia. Quella condanna è stata ribadita perpetuamente da Roma fino alla recente primavera del 1984. Sarebbe ridicolo negare che lo zelo massone dei consiglieri dei Borbone non mirasse a paralizzare il papato, privandolo della sua arma più forte, la Compagnia di Gesù».[7]
Questo ci porta a mettere a vostra conoscenza fatti storici che non vi hanno mai raccontato, per cui vi chiediamo di “armarvi” di buona volontà e santa pazienza, rinunciando alle teorie complottiste. È vero senza alcun dubbio, come affermano alcuni nemici della Chiesa, che gli obiettivi del fondatore della Compagnia di Gesù, Sant’Ignazio di Loyola, consistevano nella distruzione della rivoluzione protestante e nel condurre tutte le genti sotto il “governo del Papa”. Ma tali obiettivi non fanno parte di nessuna cospirazione – come sostengono i nemici del papato, interpretandoli erroneamente come una prevaricazione sociale –, bensì della stessa missione evangelica, come spiegherà San Pio X (1903-1014) col proprio motto pontificio: Instaurare omnia in Christo (Ricapitolare tutto in Cristo, cfr. Ef 1, 10). Dunque, per Sant’Ignazio di Loyola, portare gli uomini sotto “il governo del Papa” significava portarli nel Cuore Sacro di Cristo, non sotto il “potere” del papato, né, tanto meno, sotto il “potere” dei gesuiti! Infatti, Gesù stesso affiderà ai gesuiti la propagazione della devozione e del culto al suo Sacratissimo Cuore, dopo le apparizioni a Santa Margherita Maria Alacoque[8] (1647–1690). Non a caso, la deriva della Compagnia non ha avuto più freno da quando, dal pontificato di Giovanni XXIII, fu abbandonata, rinnegata, la consacrazione[9] al Sacro Cuore; l’avidità del potere e la fragilità dell’uomo, che portano sempre alla corruzione quando non ci si lascia guidare dall’autentico Spirito che «tutto vivifica» (Gv 6,63), hanno finito per strumentalizzare questo potere che Dio aveva concesso loro. Il resto è storia.
Riavvolgiamo tale storia, per rileggerla con molta attenzione e onestà intellettuale. Torniamo dunque ai tempi del Concilio di Trento (cliccare qui e qui), svoltosi dal 1545 al 1563, quando la Compagnia di Gesù fu riconosciuta e approvata. Il clero dell’epoca, sia “alto” che “basso”, viveva una gravissima crisi morale, i laici erano spesso abbandonati a se stessi, oppure si trovavano in balia del primo improvvisato e avventuroso predicatore che passava. Insomma, la confusione regnava dappertutto, per colpa di quei pastori che avevano abbandonato – come dirà poi sant’Ignazio – lo scettro del loro ministero, il pastorale, non predicando più “con rigore”, ma con tristezza e amenità, quasi a sottolineare che neppure il clero credeva nei Sacramenti, né in ciò che predicava; inoltre c’era molto spirito mondano che faceva vacillare la stessa obbedienza al Pontefice. Martin Lutero (1483-1543) si servì proprio di queste drammatiche realtà non per denunciare la corruzione morale e dottrinale nella Chiesa, ma per giustificare la sua ribellione contro Roma[10].
In questo tragico scenario, papa Paolo III (1543-1549) vide la Compagnia di Gesù come una “manna dal Cielo”. Dobbiamo infatti tenere bene a mente che, in quei tempi, ad aderire al protestantesimo furono diversi cattolici, tra cui vescovi e sacerdoti. Ci fu così una grave “emorragia” nella Chiesa che, dissanguandola e assottigliandola nelle membra, finì per arricchire le sette dell’eresia protestante. Un altro nome che non va dimenticato è quello di Huldrych Zwingli (1484-1531), prete e teologo svizzero, fautore dell’eresia protestante in Svizzera, sotto l’egida di Lutero, ma superando il maestro per irruenza e devastazione delle chiese cattoliche negli arredi sacri, comprese le statue della Madonna e dei santi, nonché la negazione della Santa Messa come Sacrificio e della Presenza Reale di Cristo nelle specie del pane e del vino. Del resto, tutte le eresie e le apostasie hanno sempre avuto inizio dentro la Chiesa quando le membra «annoiate dalla sana dottrina, cercano nuove mode e si aggrappano alle favole» (cfr. 2Tim 4, 1-5). Ecco perché il nuovo ordine di Ignazio di Loyola appare – sicuramente all’inizio lo è stato – come l’intervento della Divina Provvidenza per combattere la rivoluzione protestante. Questo fa capire perché, contro i gesuiti, fu scatenata fin dalla loro fondazione un’ondata di odio, invidia e diffamazione.
Il primo a difendere la Compagnia fu l’arcivescovo di Milano, San Carlo Borromeo, il quale però, come abbiamo visto in precedenza, fu anche il primo ad accusarli di aver perso lo spirito del fondatore, vedendo il marcio che vi si era infiltrato all’interno. Il gesuita Daniello Bartoli (1608–1685), storico e scrittore, ha riportato che «… i protestanti, non paghi di spargere sulla Compagnia atroci menzogne, vi fu chi credette di poterseli guadagnare infettando la Compagnia di Gesù, in Roma, ossia presso il Papa, per far in modo che l’eresia, lentamente ma inesorabilmente, s’infiltrasse e dilagasse anche in Italia»[11] e, come per ironia e vendetta, questo proprio grazie agli stessi Gesuiti. Questa realtà, non affatto aliena alla Compagnia, spiega anche il duro rigore nella scelta dei candidati e, se vogliamo dir così, il motto popolare caro ad Ignazio: «Chi ben ama, ben castiga», per far comprendere il perché di tanta severità nella formazione dei gesuiti.
Non a caso, padre Bartoli racconta che un protestante riuscì persino ad ingannare lo stesso Sant’Ignazio. L’eretico Filippo Melantone (1497-1560) e un suo compare progettarono d’infiltrare nella Compagnia un certo Michele «di acutissimo ingegno», il quale, dopo aver “indossato” l’abito dell’umiltà e della carità e aver preparato le risposte da dare al Fondatore, si presentò alla casa professa di Santa Maria della strada, a Roma, domandando di poter diventare membro della Compagnia. Il Santo di Loyola, dopo averlo interrogato e sottoposto a tutti gli esami previsti, lo approva e lo accoglie fra i suoi “soldati”. Il padre Bartoli ha scritto di tal Michele: «L’apparenza esteriore era di santo: compostissimo, modestissimo, tanto più assiduo nella frequenza dei sacramenti quanto meno ci credeva e più se ne accreditava…». Come andò a finire questa storia? Questo Michele come fu “stanato”? Beh, come sempre, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. L’infiltrato, alla fine, si farà scoprire: due confratelli lo smascherarono, portando le prove a Sant’Ignazio il quale, senza pensarci due volte, dopo aver avvertito l’Inquisitore Generale, il cardinale Carlo Carafa (1517-1561), cacciò immediatamente Michele ridandogli i vestiti con cui si era presentato.
Questo fatto che vi abbiamo narrato prova che i protestanti programmarono fin da subito infiltrazioni all’interno della Compagnia, e anche se il detto Michele fu scoperto, è bene tenere a mente che, dopo la morte del Fondatore, questi tentativi di infiltrazioni raddoppieranno e spesso non saranno stanati. Anzi, in alcuni non pochi casi saranno persino sopportate e tollerate in vista di ben altri progetti[12].
_08-dossier-gesuiti-parte-seconda-11Questo nostro modesto studio non è un capo d’accusa contro la Compagnia di Gesù, ma un’onesta e doverosa denuncia della caduta di quello che fu uno degli ordini più gloriosi della storia del cattolicesimo. È infatti necessario capire com’è stato possibile “rimpiazzare” di fatto il motto ignaziano Ad majorem Dei gloriam col majorem homo gloriam promereatur (l’uomo merita maggior gloria). Avendo già dimostrato la responsabilità del gesuitismo novatore riguardo la scristianizzazione della Chiesa (cliccare qui), non possiamo esimerci dal provare, con onestà intellettuale, il “progetto” di de-cattolicizzare il papato da parte di questi novatores.
Facciamo nostri gli interrogativi di padre Malachi Martin nel suo già menzionato libro: «Ci si potrebbe chiedere: anche se ci sono problemi tra il papato e i gesuiti, che male può derivarne? La si chiami pure guerra. Ma non è forse in realtà il solito battibecco all’interno della Chiesa cattolica? In un mondo sull’orlo della distruzione, in cui metà della popolazione muore di fame e l’altra metà soffre per le ingiustizie, che importanza può avere qualche polverosa discussione teologica? Non più del problema di quanti angeli possano ballare sulla capocchia di uno spillo! Ma il fatto è che non si tratta di un battibecco né di una discussione teologica tra il papa e i gesuiti che riguardano solo studiosi, ecclesiastici e fedeli. Sia il papa sia i gesuiti sanno che gli effetti della loro politica vanno ben oltre i confini della Chiesa; persino oltre il miliardo di cattolici sparsi per il mondo». Alcuni di questi effetti devastanti li abbiamo capiti nella prima parte, qui dimostreremo che altri effetti devastanti hanno colpito la dottrina del papato, dei Sacramenti e dei dogmi, con l’intento di de-cattolicizzare la Chiesa stessa.
UNA GUERRA DI “POTERE”
Nella guerra tra il papato e la Compagnia, il potere corre lungo le linee di due questioni fondamentali e concrete. La prima è l’autorità: chi comanda nella Chiesa cattolica, chi stabilisce a quali leggi i cattolici devono credere e quale morale devono praticare? La seconda questione è il fine: qual è il fine della Chiesa cattolica nel mondo? Coloro che conoscono il Catechismo sanno bene quali sono le risposte: l’autorità di comandare e insegnare discende attraverso la struttura gerarchica dal papa ai vescovi, ai preti, ai laici; il solo fine della Chiesa in questo mondo è di fare in modo che ogni individuo abbia i mezzi per raggiungere la vita eterna di Dio che, dopo la morte, ha un fine esclusivamente ultraterreno. Se preferite si può sintetizzare con il motto di San Pio XInstaurare omnia in Christo. Ma per i gesuiti novatores, d’altra parte, l’autorità centralizzata della Chiesa (prettamente la Curia Romana), la struttura di comando attraverso la quale è esercitata e i suoi fini, sono oggi inaccettabili.
_08-dossier-gesuiti-parte-seconda-12Anzi, dato che finalmente sul Trono di Pietro siede un gesuita di quella corrente, solo la seconda risposta è inaccettabile, mentre la prima è più che mai utile ai loro fini.
Ma il vero problema per il gesuitismo modernista non è il Papa in sé ma la Curia Romana, è un problema sul chi deve gestire certo potere e questa Curia Romana – vuoi a torto o a ragione – è un problema per la Compagnia dalle idee controverse e molto innovative, a volte anche troppo. La famosa frase del gesuita cardinale Carlo Maria Martini (1927-2012) poco prima di morire, non fu una semplice battuta spiritosa. Affermare che la Chiesa era «rimasta indietro di duecento anni»[13] significava, per l’ex arcivescovo di Milano, sostenere che la Chiesa non aveva accolto l’ammodernamento che già quei gesuiti del post rivoluzione francese avevano intuito. Il cardinale Martini si mise letteralmente contro i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto, perché sosteneva che neppure loro erano riusciti ad applicare veramente il Concilio Vaticano II. Questa era la sua amarezza[14]: due Pontificati che avevano perso il loro tempo con questioni inutili (le battaglie etiche e morali), e che con Benedetto XVI vi era stata addirittura una battuta d’arresto contro l’ammodernamento dottrinale[15].
Non ci addentreremo nel campo minato di chi attribuisce ai Gesuiti ruoli di controspionaggio, ma è importante comprendere fin dove è arrivato certo gesuitismo tanto da far parlare spesso di sé e non certo in modo positivo. Proprio i Pontefici, invece, hanno sempre avuto parole buone e di sostegno per tutta la Compagnia. Infatti, tornando per un momento al percorso storico, abbiamo la prova della fedeltà originaria della Compagnia di Gesù.
Tutti dovrebbero conoscere il frate Paolo Sarpi (1552-1623), teologo, storico e scienziato, religioso dell’Ordine dei Servi di Maria, vissuto nella Repubblica di Venezia: costui sì che fu davvero perverso e diabolico. Essendo filo-protestante, promise a se stesso che avrebbe “protestantizzato” Venezia; si mise all’opera guadagnandosi la fiducia del Doge e del Consiglio dei Dieci. Così seminò discordia fra la Santa Sede e Venezia, predicò in modo da insinuare dubbi nei fedeli sul loro stato di appartenenza religiosa; soprattutto attaccò fortemente i Gesuiti, dipingendoli quali esecutori dei piani romani di conquista del papato. Scoppiò la gazzarra. Il senato veneziano e Roma si scrissero lettere di fuoco e minacciose. Roma scomunicò Venezia e impose al clero di non celebrare Messe e Sacramenti. Venezia accusò Roma di “ricatto morale” e intimò al clero locale di disobbedire. I gesuiti veneziani furono i primi e i più leali alleati di papa Paolo V (1605-1621) e, per questo, furono convocati dalle autorità repubblicane per chiarire la loro posizione. Dichiarando ancora una volta la loro fedeltà al Romano Pontefice, furono banditi da Venezia. Vediamo come Sarpi ha raccontato la scena: «Partirono la sera a due ore di notte, avendo ciascuno il suo crocifisso al collo, per indicare che Gesù Cristo partiva con essi. Una grande folla assistette allo spettacolo. Quando il loro superiore implorò dal vicario patriarca l’ultima benedizione, si levò dal popolo un grido unanime: “Andate in malora!”». Andò veramente in questo modo? Gli storici, invece, hanno dato ragione al resoconto lasciato dai gesuiti espulsi: «Verso l’Angelus giunsero le gondole e vi deponemmo quei pochi oggetti personali che ci fu concesso di portare, sempre sotto l’occhio vigile degli ufficiali. Venne in seguito il Vicario con gli economi. E allora, avendo già recitato nella nostra chiesa le litanie e le preghiere per ottenere un buon viaggio, ci dirigemmo verso le gondole. Là tutto era gremito, ma a nessuno fu permesso di avvicinarsi a noi per salutarci. Così distribuiti sui quattro battelli e confusi ai soldati che ci sorvegliavano, lasciammo Venezia»[16]. Correva l’estate del 1605.
La testimonianza di fedeltà di questi gesuiti fece risvegliare molte coscienze assopite: il Patriarca lasciò Venezia, così come tutti gli ordini religiosi; anche il Patriarca di Aquileia alzò la voce in difesa dei diritti della Santa Sede. La Repubblica veneziana si vide costretta ad intervenire e, nel 1606, il senato emise un decreto che proibiva a vita la permanenza dei gesuiti nelle terre della Serenissima. Così, mentre a Venezia venivano stampati e diffusi libretti luterani, a Roma veniva creato cardinale il gesuita Roberto Bellarmino. In seguito le vertenze si appianarono, quando, nel 1607, la Santa Sede e la Serenissima ripresero i rapporti diplomatici per cercare di ricucire lo “strappo”. Finalmente emersero i veri motivi di quella “guerriglia”: vi era infatti un progetto il cui scopo era protestantizzare Venezia, ma per riuscirvi era necessario cacciare coloro che non lo avrebbe mai permesso, cioè i gesuiti. Questo diabolico progetto fu sventato dal re Enrico IV di Francia (1553-1610). Infine, cinquant’anni dopo, i gesuiti tornarono a Venezia. Paolo Sarpi morì senza “eredi” e il suo progetto, dunque, morì con lui. Ed è falso che venne ucciso da fiduciari della Santa Sede, è più verosimile semmai che nell’incidente in cui incappò, morendo, potrebbe esserci stato, piuttosto, un “atto di giustizia” della Serenissima, che avrebbe avuto tutte le ragioni per liberarsi di un individuo pericoloso e guerrafondaio.
Non possiamo concludere questa panoramica sulle pagine gloriose della Compagnia di Gesù senza menzionare, seppur brevemente, due fra i primi discepoli di Sant’Ignazio di Loyola: il già citato Dottore della Chiesa Pietro Canisio e Pietro Favre, o Faber (1506-1546), canonizzato nel 2013 dal confratello diventato papa. Il primo gesuita a mettere piede in Germania fu proprio padre Favre, il quale «iniziò ovunque l’altra missione della Compagnia di fronteggiare le eresie e convertire gli eretici e insieme preservare e confortare nella lotta i cattolici. (…) tiene testa ai capi-setta del protestantesimo e soprattutto si rinforza di una schiera eletta di giovani fra cui il grande campione che la Germania cattolica saluta come suo apostolo, Pietro Canisio». Dunque, il Canisio fu primo germanico ad essere ammesso nella Compagnia di Gesù proprio dal Favre nel 1513, il primo embrione di una eletta schiera di gesuiti in terra tedesca. Sant’Ignazio lo inviò a Vienna, dandogli l’incarico di formulare il primo Catechismo definito «il più opportuno antidoto contro il catechismo di Lutero e l’arroganza delle sue pretese eretiche». I protestanti lo chiamavano “cane del papismo”[17].
UN BREVE SGUARDO SULLA SOPPRESSIONE DEI GESUITI
Non c’è dubbio che la Compagna di Gesù, per secoli, sia stata un baluardo della difesa della Dottrina cattolica e del papato. Allora come si è giunti alla sua soppressione?[18] Questa decisione di Clemente XIV fu certamente ingiusta, perché si trattò di atto politico, ma è altrettanto ingiusto l’accanimento di Crétineau-Joly, grande difensore dei gesuiti, nei confronti di quel papa, raccontando su di lui molte menzogne. Così facendo, suo malgrado, non fece altro che mettere ancora di più in cattiva luce la Compagnia, offrendo ai detrattori, sia protestanti che massoni, moltissimo materiale per costruire a tavolino miti e leggende contro il papato. L’oratoriano tedesco Agostino Theiner, animato dalla verità, in difesa di Clemente XIV, scrisse che fu «l’umile ed autentico degno figlio di San Francesco». E condannò il comportamento sleale di Crétineau-Joly con queste parole: «Non sappiamo per quali fatalità, vi sono certe corporazioni, che agli occhi di taluni sembrano più sacre e più inviolabili della Chiesa medesima; giacché per essi l’assillare il papato è un nulla; ma il manifestare, anche solo per carità cristiana alcune debolezze di queste pie società, è una specie di delitto imperdonabile».[19]
Riguardo questa soppressione, al di là dei torti o delle ragioni, tutti premevano su Clemente XIV affinché si sbrigasse a chiudere tale questione, ma egli tergiversava perché temeva che essendo «appena asceso sulla Sede di San Pietro; se mi affrettassi a spegnere la Compagnia farei credere al mondo che mi fossero state imposte condizioni dal conclave…»[20]. Chissà perché bisogna credere a chi sostiene le teorie complottiste contro la Compagnia, ma bisogna rigettare, in quanto falsità, i fatti che dimostrano i complotti contro la Chiesa cattolica e il papato? La verità storica, invece, dimostra che Clemente XIV fece tutto quello che era in suo potere per evitare la soppressione dell’ordine: riallacciò le diplomazie con tutta Europa, interessandosi personalmente di ogni singolo regno, poi cercò anche di riformare la Compagnia stessa, ma si rivelò tutto inutile. I gesuiti erano penetrati troppo all’interno delle monarchie e dei loro governi, facendosi troppi nemici in campo politico. Inoltre, all’interno della Chiesa non brillavano per spirito fraterno (a parte le singole persone) … Questi “ingredienti” fecero il resto. Dobbiamo però ammettere, ad onor del vero, che un certo “complottismo” di stampo politico, contro la Compagnia, ci fu[21].
Sta di fatto che, all’epoca, la situazione europea precipitò. Ed è certo che con la soppressione, la Chiesa perse gli uomini migliori della Compagnia, i veri alfieri dello spirito del Fondatore. Da quel momento in poi, anche dopo la sua riabilitazione, la Compagnia di Gesù non fu più la stessa. Diciamo molto più riflessivamente che, a fronte di quanto abbiamo appreso nella prima parte del nostro studio, e a riguardo di ciò che è oggi questo gesuitismo modernista, possiamo forse pensare che il collasso di certi organismi interni alla Chiesa, delle volte avviene quando alcune membra tralignano dalle tavole di fondazione e dallo spirito dei Santi Fondatori. Tra questi soggetti, tanto per citarne uno, menzioniamo Clemente Bondi (1742-1821), ex gesuita, che si accanì brutalmente contro papa Clemente XIV, tanto da “dedicargli” otto strofe di un poemetto carico di livore: «Intorno a sé il pontefice affondatore ha voluto soltanto dei naviganti infingardi, quali sono appunto tutti gli altri Ordini religiosi, che se la godono…»[22]. Nulla ci vieta di pensare come nell’A.T. la Provvidenza interviene per salvare il profeta Giona dalle onde del mare in tempesta, mentre la barca, appunto, viene sballottata da tutte le parti (Gion 1, 1-16).
LA RICONFERMA DELLA COMPAGNIA E L’EPOCA MODERNA
Del resto, la storia della Compagnia è molto complessa e di non facile decifrazione, poiché oltre che nel tempo, si sposta anche nello spazio. Non si può non condividere che «capire questo confuso periodo della storia coloniale è complicato in quanto i documenti sono equamente suddivisi fra fonti aprioristicamente favorevoli e avverse ai gesuiti. Intrica ulteriormente le cose il dettaglio che le fonti favorevoli fossero in larga parte autoprodotte, come ad esempio i resoconti inclusi nelle pubblicazioni periodiche di Lettere edificanti e curiose di gesuiti sparsi per il mondo, mentre le fonti avverse erano spesso opera di storiografi o pamphlettisti che non disponevano di testimonianze dirette sulle reducciones dei gesuiti in Sudamerica. Da entrambi i versanti sono dunque plausibili qualche esagerazione e molta imprecisione. (…) Una delle poche notizie sulle quali tutte le fonti concordano è che fossero stati proprio i reverendi padri a mettere le armi in mano agli indigeni e a dotarli di organizzazione militare. Il gesuita Pierre-François-Xavier de Charlevoix, autore nel 1756 di una monumentale Storia del Paraguay, testimonia con orgoglio che “ogni borgata contempla un corpo di cavalleria e uno di fanteria” e che gli indigeni “fabbricano loro stessi le proprie armi e i propri cannoni”. I gesuiti provvedevano poi a requisirle e a riporle negli arsenali in attesa del momento in cui sarebbe stato opportuno utilizzarle sotto il loro comando»[23].
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Non potendo trattare qui tutto il percorso storico della Compagnia[24], il passo riportato sopra ci appare interessante per poter cominciare a discorrere dei tempi nostri. Si allarga a macchia d’olio, nell’ideale gesuitico, l’eventualità di far uso delle armi a scopo difensivo. Al fine ultraterreno della Chiesa tradizionale il gesuitismo moderno ha cominciato sostituendo una lotta tutta terrena per la liberazione di una classe della società: la liberazione di quella moltitudine che soffre per ingiustizie sociali, economiche e politiche«Per i gesuiti il modo con cui parlare della lotta di classe», ha spiegato padre Malachi Martin nel suo libro, «è una questione importante e delicata. La nuova missione della Compagnia — perché di questo si tratta — li mette praticamente (e in qualche caso, volontariamente) in una situazione di alleanza con la lotta di classe marxista. Lo scopo di entrambi è di stabilire un sistema socio-politico che condizioni l’economia delle nazioni attraverso una ridistribuzione generale delle risorse e delle ricchezze della terra; e, nel processo, mutare i sistemi di governo in atto tra le nazioni»«Alla Compagnia non conviene però dichiarare esplicitamente i propri fini», aggiunge padre Malachi. «Ciò significherebbe perdere la guerra ancor prima di averla dichiarata. Per coprire questa realtà, l’espressione corrente fra i gesuiti e coloro che nella Chiesa simpatizzano con questa nuova missione è una frase estrapolata dal suo contesto originale che è un documento pubblicato nel 1968 da una conferenza di vescovi cattolici tenuta a Medellin, in Colombia: “Esercitare un’opzione preferenziale per i poveri e gli oppressi”. Ciò non vuol dire che la Compagnia sia diventata a un certo punto ufficialmente marxista. Non è così. Tuttavia, d’un tratto nudo e crudo è che molti gesuiti desiderano un cambiamento radicale del capitalismo democratico occidentale a favore di un socialismo che sembra inevitabilmente assumere il sapore di un comunismo totalitario. Ed è un fatto che non mancano influenti gesuiti che a titolo personale parlano frequentemente della nuova crociata».
Per capire questa trasformazione della Compagnia deve essere tenuto conto che, dopo la loro rifondazione nel 1814 sotto il lungo e difficile pontificato di Pio VII (1800-1823), «i gesuiti si schierarono con la parte maggioritaria e più intransigente della Chiesa, quella che vedeva nell’Illuminismo e ancora di più nella rivoluzione francese un prodotto del demonio e una corruzione della società ordinata e gerarchica che andava sotto il nome di Antico Regime. Nel 1850 la Compagnia fondò La Civiltà Cattolica, una rivista culturale che esiste ancora oggi, e tramite la quale davano voce alle loro posizioni intransigenti. In una specie di ribaltamento delle accuse che erano state fatte in passato all’ordine, ora i Gesuiti vedevano nel costituzionalismo e nelle rivoluzioni che attraversavano quegli anni, un complotto dei massoni per sovvertire la società. Il liberalismo ottocentesco era una specie di cavallo di troia che avrebbe condotto la società verso il male supremo, il socialismo»[25].
ALLE ORIGINI DELLA DERIVA
Nella prima parte di questo nostro modesto studio abbiamo approfondito alcuni aspetti delle problematiche associate alla dottrina, in questa seconda parte stiamo cercando di capire le origini del gesuitismo novatore, continuando a seguire il libro di padre Malachi Martin, mai smentito, né contestato nei contenuti, insieme ad altri testimoni.
Prendiamo ad esempio padre Arthur F. McGovern, S.J., un prestigioso e convinto apologista del nuovo anticapitalismo dei gesuiti. Nel 1980 pubblicò un libro sul soggetto — Marxismo, una prospettiva cristiano-americana — e in seguito ha reso esplicito il suo punto di vista in più di un’occasione. Per lui il marxismo non può essere liquidato come «falso». Di conseguenza, conclude il gesuita, dobbiamo isolare la critica sociale di Marx, che è «vera», da quegli elementi estranei. Possiamo accettare il concetto di lotta di classe di Marx, perché c’è una lotta di classe. Ciò significa sì rivoluzione, ma «rivoluzione non significa chiaramente violenza… significa che dovremo avere un nuovo tipo di società, decisamente non il capitalismo democratico che conosciamo…», insomma basta aggiungervi ingredienti cristiani, eliminare quelli non cristiani e il gioco è fatto. Va anche specificato che di violenza, questi gesuiti, ne hanno prodotta molta in tutto il Sudamerica. McGovern vede in Gesù, come viene ritratto nel Vangelo di san Luca, un esempio di rivoluzione. Quello di san Luca è «un vangelo sociale», dice, citando Gesù in appoggio alla sua causa. «Sono venuto a portare una buona novella per i poveri, a liberare gli infelici, a riscattare i prigionieri». «Vedete», aggiunge McGovern, «quante volte Gesù parla della povertà; s’identifica con la povera gente; critica coloro che caricano pesi sulle spalle dei poveri». Chiaramente, quindi, Gesù riconosce l’esistenza della «lotta di classe» e sostiene «la rivoluzione».
Il messaggio arriva oggi da migliaia di fonti differenti del clero e dei teologi che vivono nei paesi a capitalismo democratico. È incastonato – ha spiegato padre Malachi – in una “teologia” completamente nuova – la teologia della liberazione – il cui manuale è stato scritto da un domenicano peruviano, Gustavo Gutiérrez, discepolo del gesuita Henri de Lubac[26], e il cui albo d’onore comprende un bel numero d’influenti gesuiti latino-americani come Jon SobrinoJuan Luis Segundo (1925-1996) e Fernando Cardenal (1934-2016). E qui veniamo alla ciliegina sulla torta. Rapidamente, decine di gesuiti cominciarono a lavorare, con la passione e lo zelo tipici del loro Ordine, per il successo dei comunisti sandinisti del Nicaragua e, quando i sandinisti presero il potere, quegli stessi gesuiti assunsero posti chiave nel governo centrale, imitati da altri a livello regionale. In altri paesi dell’America Centrale, i gesuiti non solo parteciparono all’addestramento dei quadri marxisti della guerriglia, ma alcuni diventarono addirittura guerriglieri. Ispirati dall’idealismo che vedevano nella teologia della liberazione, incoraggiati dall’indipendenza insita nella nuova idea di Chiesa come gruppo di comunità autonome, i gesuiti ritennero che fosse permesso, persino incoraggiato, tutto ciò che aiutava il nuovo concetto di “Chiesa del popolo”.
Vi dicono nulla tutti questi termini? Ma cosa ne pensavano i Papi?
Per il venerabile Pio XII il problema molto più spinoso ed emergente era la questione teologale e dottrinale della “nouvelle theologie”, da lui condannata in diversi documenti pontifici, tutto il resto affiorò dopo. Qui è fondamentale ricordare che, dal momento che Roma accettò l’autenticità delle rivelazioni di Santa Maria Alacoque, i gesuiti accettarono con entusiasmo il compito di diffondere quella devozione. Nessuna immagine avrebbe conquistato la pietà e la devozione dei comuni fedeli come quella che sarà chiamata ovunque il Sacro Cuore di Gesù; nessuna devozione ascetica arriverà a essere così tipicamente gesuitica come la devozione al Sacro Cuore, il simbolo perfetto dell’ideale gesuitico di una santità personale. Il carattere tradizionale della Compagnia, dopo la sua riabilitazione nel 1814, fu ribadito in concreto dal padre generale che governò tra il 1853 e il 1887, il belga Pieter Beckx (1795-1887).
Il padre Beckx consacrò solennemente la Compagnia al Sacro Cuore di Gesù il 9 giugno 1872. Questa nota di attaccamento personale a Gesù diede un nuovo impeto al carattere classico dei gesuiti. In tutte le province, i padri diedero vita a una serie di organizzazioni per laici dedicati a quella devozione, al Soggetto fu dedicato un intero filone di studi. Tutti i successori del padre Beckx hanno continuato a sottolineare l’importanza di questa consacrazione, fino al generalato del basco Pedro Arrupe[27].
«Il rinnovamento di quel prezioso carattere gesuitico – ha scritto il padre Malachi – portò inevitabilmente a ribadire l’importanza dell’ortodossia della dottrina cattolica. Era questa, insieme con la fedeltà al papa, la prima preoccupazione dei superiori. La lezione più importante che la soppressione aveva insegnato era che senza una solida posizione nella Santa Sede la fedeltà da sola non bastava a evitare alla Compagnia i guai… (…) Quindi era l’ortodossia la chiave della sicurezza. Non solo l’ortodossia classica di san Tommaso d’Aquino, ma quella sviluppata dal soglio pontificio. A questo fine furono dedicati tutti gli sforzi. La teologia e la filosofia di san Tommaso furono proclamate dottrina ufficiale della Compagnia. Ma soprattutto, la parola d’ordine fu che la Compagnia era lo strumento docile ed efficiente del papato e della Santa Sede». In pratica, i due punti di forza della Compagnia, nella difesa del depositum fidei, erano proprio la Consacrazione al Sacro Cuore e il tomismo.
Ma nemico spietato, sempre in agguato, che tale romanità dovette affrontare nel corso dell’Ottocento furono i teologi e i filosofi che si definivano modernisti. Costoro affermavano sostanzialmente che la Chiesa e il messaggio cristiano avevano continuo bisogno di modernizzarsi, altrimenti la Chiesa non avrebbe potuto essere capita e accettata da tutti. Era necessario un ponte (ossia una nuova interpretazione) tra gli antichi vangeli e la mentalità e la cultura in perpetuo cambiamento degli uomini. In sé l’idea non era estranea né alla Chiesa né ai gesuiti anzi, questa voglia di novità era già stata denunciata da San Paolo a Timoteo (cfr. 1Tim 1, 7; 1Tim 4, 1-7; 2Tim 4, 1,5). Ma i modernisti pensarono e pretesero di poter passare rivendicato il diritto della libertà delle coscienze degli uomini. L’adattamento, in bocca loro e sotto la loro penna, significava rinuncia alle dottrine fondamentali. Significava che la Chiesa poteva (e doveva) modificare in un’epoca ciò che aveva affermato come dogma e dottrina fondamentale in tutte le altre epoche. Significava, insomma, che non esistevano dati di fede permanenti, dogmi o convinzioni immutabili, non esisteva una “verità assoluta” e che anche la comprensione dei Vangeli era in evoluzione, di conseguenza anche la dottrina lo era a seconda dei tempi. Sottolinea padre Malachi: «Sarebbero stati i risultati della scienza a determinare ciò che gli uomini avrebbero dovuto credere. Il modernismo era ed è ancora un tentativo di aggiogare la convinzione e la pratica religiose alle effimere mode culturali di una determinata epoca…». Questo fa comprendere maggiormente la severità con cui San Pio X condannò il modernismo, descrivendolo come «la sintesi di tutte le eresie» (cliccare qui).
Il Sommo Pontefice Pio XII fece proprio il magistero antimodernista del predecessore San Pio X, denunciando come, per i modernisti, la Chiesa era una realtà più “spirituale” che gerarchica e istituzionale, nonché un insieme di comunità individuali di credenti in cui lo “spirito” di Cristo si evolveva in nuove forme di devozione, di fede, di etica e di morale, alla protestante maniera che portò poi al liberalismo sia politico che religioso. In tutto ciò il gesuitismo moderno si dimostrò all’avanguardia e fu il primo ad assorbire e far propri gli elementi modernisti. «L’impostazione papista dei superiori dei gesuiti non avrebbe dunque tollerato – continua padre Malachi – la minima deviazione modernista nei membri dell’Ordine. Bastava anche il minimo sospetto di modernismo perché un professore o uno scrittore gesuita fossero allontanati dal loro posto. Va però sottolineata questa faccenda del sospetto; perché, nonostante questo severo atteggiamento nei confronti del modernismo fosse mantenuto fino agli anni Cinquanta di questo secolo, la mentalità modernista fra i gesuiti e altri ecclesiastici non morì. Si rese semplicemente insospettabile. Diventò clandestina e sviluppò metodi e stratagemmi per sopravvivere».
Papa Pio XII se ne accorse, anche per questo condannò la “nouvelle theologie”, poiché era il laboratorio ideologico in modo particolare del gesuitismo novatore. Quale fu la reazione di questi novatores alla condanna pontificia? Così racconta padre Malachi: «La Compagnia decise di far specializzare i suoi giovani in nuove branche del sapere come fisica, chimica, paleontologia, antropologia, fisiologia, assiriologia, religioni orientali, egittologia, sociologia e biologia. Piano piano, cominciò a emergere nella Compagnia una società mai dichiarata, ma perfettamente organizzata di dotti specialisti. Costoro, anche se raramente espressero le loro idee, trovarono sempre più difficile riconciliare i dati della loro educazione scientifica e universitaria con le dottrine e la morale sostenute dalla Chiesa cattolica e difese ufficialmente dalla Compagnia…».
IL GESUITISMO “NOVATORE” NEL CONCILIO VATICANO II
Veniamo ora al successore del Pastore angelico, cioè Giovanni XXIII. Il “papa buono” fu sempre avverso al gesuita novatore Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) fin dai tempi della nunziatura a Parigi; in qualità di Sommo Pontefice condannò ufficialmente[28] il gesuita francese nel 1962, ma le sue priorità erano altre. Papa Giovanni era impegnato soprattutto nella buona riuscita del Concilio Vaticano II: pur avendo senza ombra di dubbio le migliori intenzioni, commise però diversi errori. “Riconciliazione” fu, in un certo senso, la parolina magica del suo pontificato, una specie di “apriti sesamo” per aprire la Chiesa al mondo moderno, come se il mondo avesse qualcosa da dire o da dare alla Chiesa! Il “papa buono” una volta disse che «la Chiesa non ha nemici» e voleva che il mondo moderno se ne rendesse conto vedendo arrivare da Roma un atteggiamento, diciamo, più “misericordioso”[29]. Del resto, quella frase, tanto suggestiva quanto commovente, però finisce per far dubitare del Vangelo e del Cristo stesso. Infatti, se ciò fosse vero, perché Gesù ha detto: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me… Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi… tutto questo vi faranno a causa del mio nome…  Chi odia me, odia anche il Padre mio» (cfr. Gv 15, 18-27)? Perciò la Chiesa non è nemica dell’uomo, bensì del peccato dell’uomo. Questo provoca alla Chiesa moltissimi nemici, poiché odiando il peccato, ama l’uomo come lo ama Dio, non come lo “ama” il mondo, il cui principe è il diavolo (cfr. Gv 16, 11).
Dunque, “aprire le porte” fu un fatale errore di giudizio e di valutazione. Perché “riconciliazione”, in realtà, significava reinterpretare tutta la Rivelazione – per i modernisti, non per il Papa –, rimettere in discussione tutto ciò che la Chiesa aveva insegnato dal primo secolo ad oggi. Ciò che lo stesso Giovanni XXIII fece uscire dalla porta, condannando le eresie del gesuita de Chardin, lo fece rientrare dalla finestra, attraverso quei cardinali e quei vescovi corrotti dal modernismo di cui si fidava e si era circondato, nonché permettendo a molti “discepoli” di colui che aveva condannato di partecipare al concilio come periti. Per quelli che volessero saperne di più su ciò che è veramente accaduto al Vaticano II, devono assolutamente leggere la monumentale opera del prof. Roberto de Mattei (cliccare quiqui e qui).
Così, mentre la corrente modernista procedeva silenziosa e inarrestabile verso il suo destino, sia la Chiesa cattolica sia la Compagnia di Gesù conservavano e favorivano una facciata ufficiale. Ci fu così un ultimo periodo abbastanza lungo di apparente uniformità e di crescita esterna tra gli uomini che facevano parte della Compagnia e della Chiesa. Il periodo più glorioso la Compagnia lo ebbe proprio sotto il pontificato di Pio XII: «dai 17.000 membri del 1917 a più di 35.000 nel 1964 e a più di 36.000 nel 1965…». Fu nei ventisette anni del generalato di padre Wlodzimierz Ledochowski (1915-1944) che il carattere tradizionale della Compagnia ricevette l’impronta più sicura e la definizione più cara. Egli sapeva esattamente ciò che i gesuiti avrebbero dovuto essere secondo le Costituzioni e le tradizioni della Compagnia; e sotto la tutela di due papi molto significativi, Pio XI e Pio XII, ristabilì gli stretti legami che avevano un tempo unito il papato al generalato dei gesuiti. Ledochowski – spiega padre Malachi – in realtà, tornò a dare senso al vecchio soprannome romano del generale dei gesuiti, “il papa nero”. Come Pio XII può essere descritto come l’ultimo dei grandi papi, Ledochowski può essere chiamato l’ultimo dei grandi generali dei gesuiti.
I GESUITI MODERNISTI RINNEGANO LA CONSACRAZIONE AI CUORI DI GESÙ E MARIA
In quegli anni, infatti, sembrò che non ci fossero limiti alle realizzazioni dei gesuiti e della Chiesa in generale. Nell’eredità di Ledochoswki, il momento magico sembrò continuare anche — soprattutto, saremmo tentati di dire — nel generalato del successore, il belga Jean-Baptiste Janssens (1889-1964). La stessa Congregazione generale che elesse Janssens nel 1946 consacrò anche formalmente la Compagnia al Cuore Immacolato di Maria, una devozione che s’impose nella Chiesa cattolica dei tempi moderni come difesa e rafforzamento a quella del Sacro Cuore di Gesù e richiesta espressamente dalle Apparizioni di Fatima, che la Chiesa aveva subito approvate e raccomandate. Quella congregazione affermò anche la sua adesione al dogma dell’Assunzione della Vergine Maria, che papa Pio XII aveva decretato quattro anni prima.
_08-dossier-gesuiti-parte-seconda-9«Il tradizionale carattere dei gesuiti con la sua preziosa relazione duale con Gesù Cristo e il suo Vicario, il papa – sottolinea padre Malachi – sembrava non essere mai stato più vibrante, più vitale. Tutto culminò in quell’ultima era di prosperità spirituale e religiosa della Chiesa cattolica che fu l’immediato dopoguerra». Tuttavia, quella nota di particolare devozione che singolarmente molti gesuiti avevano ancora per il Sacro Cuore di Gesù subiva un costante processo di logoramento. Uno dei più grandi generali della Compagnia sentì il dovere di mettere in guardia l’Ordine al proposito: «Si può misurare la fedeltà della vocazione a nostro Signore Gesù Cristo», scrisse il generale Ledochoswki in una delle sue lettere alla Compagnia, «dall’importanza che la devozione al Sacro Cuore di Gesù ha per ciascuno di noi e per la Compagnia come Ordine religioso»Senza entrare ora nelle cause della scomparsa di tale devozione dal ruolo centrale che aveva nel carattere dei gesuiti, si può avere un’idea eloquente del cambiamento determinatosi agli inizi degli anni Settanta da quanto il generale Pedro Arrupe scriveva nel 1972.
Così descrive il fatto padre Malachi: «Essendo nel 1972 cent’anni che il generale Beckx aveva consacrato la Compagnia al Sacro Cuore di Gesù, padre Arrupe pensò di celebrare il centenario. Ma quando cominciò a parlarne per lettera e a voce con i superiori e le figure più in vista dell’Ordine, scoprì — anche se doveva essersene già reso conto confusamente — che la maggioranza dei gesuiti aveva perso interesse per la devozione al Sacro Cuore di Gesù. Alcuni la consideravano infantile, primitiva, semplicistica, repellente, indegna di una mente moderna. Altri la trovavano persino volgare e sensuale. Altri ancora avevano deciso che la mentalità moderna non poteva accettare una devozione del genere, pur trovandola utile per la gente molto semplice: bambini, contadini e così via. C’era poi chi adduceva difficoltà teologiche. Erano pochi ad ammettere un qualche nesso tra una simile devozione e il carattere ignaziano dei gesuiti. Insomma, Arrupe dovette rendersi conto che la persuasione che la Compagnia aveva avuto da Cristo, attraverso Margherita Maria Alacoque e la Santa Sede, il compito di propagare tale devozione, non esisteva più…»[30].
Questi fatti possono sembrare irrilevanti ai fini del nostro studio, ma non è così. Queste sono parte integrante di quelle fondamenta sulle quali andò a stabilizzarsi il nuovo gesuitismo modernista. Non più Ad majorem Dei gloriam ma il più antropologico majorem homo gloriam promereatur, (l’uomo merita maggior gloria). Naturalmente Pedro Arrupe, su suggerimento di Paolo VI rispose con un documento, chiedendo ai gesuiti di sviluppare «un’ampia comprensione» della devozione, di mettere da parte «le esagerazioni tendenziose o le reazioni puramente emotive», ma in realtà consentiva a ciascuno di fare come credeva, il tema della devozione al Sacro Cuore di Gesù e Maria non interessava più neppure a lui. Insomma, la devozione ai Sacri Cuori di Gesù e Maria, in quanto devozione ufficiale della Compagnia, era morta, nonostante sette anni prima, nel maggio del 1965, papa Paolo VI gli aveva mandato una lettera[31] per sensibilizzarlo e supplicarlo sulla necessità di rivivificare la devozione.
Per comprendere che cosa è accaduto tra la Compagnia e i Pontefici, è importante leggere questo passaggio dal libro di padre Malachi Martin: «La lettera del generale rivela un tratto costante del carattere di Arrupe: l’attenzione in apparenza mostrata alle preferenze, alle antipatie e alle deviazioni degli uomini posti sotto la sua guida. Le lettere e le istruzioni che inviò furono quasi sempre semplici inviti a pensare come lui. Non sembrò mai in grado di comandare, come avevano fatto i generali che lo avevano preceduto. Aveva il potere, ma non volle prenderlo in mano, usarlo per correggere le deviazioni dall’ortodossia cattolica o dalle tradizioni dell’Ordine. Questa pecca del suo carattere compromise l’autorità fra i gesuiti: in tutti i casi simili a quello del Sacro Cuore, Arrupe s’inchinò all’opinione della maggioranza. Arrupe seguì la sua inclinazione fino al punto del “suicidio religioso”, quando si trattò di problemi che riguardavano la più alta istanza della Compagnia, la Congregazione generale. Dico “suicidio” perché fu proprio questo che la Congregazione generale fece durante il generalato di Arrupe. E Arrupe, in linea con lo spirito della lettera sulla devozione al Sacro Cuore, dichiarò di essere null’altro che servo della Congregazione, avallandone così il corso autodistruttivo…».
Qui ci riallacciamo all’eresiarca Karl Rahner (cliccare qui). Fu proprio il gesuita tedesco[32] a capovolgere quel ad majorem Dei gloriam per mettere l’uomo al posto di Dio. Qui inizia il suicidio della Compagnia generata da sant’Ignazio e sostituita, in poco tempo con l’eresia modernista. Non “servi di Dio” ma servi degli uomini innalzati al posto di Dio. Questo è lo “spirito” che animò il Concilio Vaticano II dalla parte degli innovatori, usciti vincitori; lo spirito del quale i gesuiti (con qualche domenicano) si servirono e divennero servitori portando nella Chiesa tutta quella corruzione di cui abbiamo parlato nella prima parte.
PAOLO E PEDRO, PAPA BIANCO VS. “PAPA NERO”
Lo “spirito” del gesuitismo novatore ebbe il suo massimo potere – almeno fino ai giorni nostri – negli anni ’70 del secolo scorso, durante il regno di Paolo VI, il papa che più di ogni altro soffrì a causa di quello che avrebbe dovuto essere il suo “esercito”. Vi fu un vero e proprio derby, se così si può dire, fra il papa bianco e il “papa nero”, ovvero il generale dei gesuiti, padre Pedro Arrupe[33].
_08-dossier-gesuiti-parte-seconda-13Così riporta alcuni momenti drammatici di quel pontificato, alle prese con il gesuitismo moderno, padre Malachi Martin dal testo che vi abbiamo già indicato in questo studio, da leggere tutto d’un fiato: «Papa Paolo VI (1963-1978) cieco davanti alle debolezze della politica di Giovanni XXIII, la perfezionò. La Santa Sede non divenne altro che un postulante al banco del potere sovietico, in cerca di un terreno d’intesa diplomatica, pronto a instaurare caute consultazioni, dedito all’arte fragile delle concessioni interlocutorie, arrivando persino all’abbandono e al tradimento del primate d’Ungheria, il cardinale Mindszenty, per non dispiacere ai sovietici e al loro fantoccio ungherese, Janos Kadar. Ciò facendo, Paolo VI, personalmente il più dolce di tutti i papi moderni, compromise poco sagacemente la propria autorità. Altri s’impadronirono e prostituirono la sua grandiosa strategia per la Chiesa, riducendola a quell’impotenza che avrebbe amareggiato i suoi ultimi anni di malato, fino alla morte avvenuta il 6 agosto 1978.
Tuttavia, fu proprio Paolo VI che, verso la fine del pontificato, si rese conto che il duplice compito della Compagnia di Gesù era cambiato. A persuaderlo fu un ampio dossier critico sull’Ordine dei gesuiti. Per il momento basta dire che il contenuto era disperante. Ne usciva il ritratto di un Ordine che, come una banderuola in cima a un tetto, aveva girato col cambiare del vento. Per i gesuiti, il papato non aveva più una posizione di supremazia. Il compito della Compagnia era ora di mettere se stessa e la Chiesa a disposizione di un cambiamento radicale e puramente socio-politico del mondo, senza nessun riferimento — anzi in sfida — alla strategia, alla politica e ai fini del papa.
Nel 1973, Paolo VI, più allarmato che mai per il comportamento dei membri della Compagnia, cercò di fermare il corso degli eventi. S’incontrò diverse volte con il capo dell’Ordine, il padre generale Pedro Arrupe. Più di una volta questi incontri furono tempestosi. Più di una volta, Paolo chiese ad Arrupe di dimettersi. In un modo o nell’altro, Arrupe riuscì sempre a sopravvivere agli attacchi del pontefice. Paolo VI insistette perché il generale dell’Ordine trasmettesse ai suoi subalterni “la richiesta che i gesuiti restassero leali al papa”. Arrupe e i suoi assistenti a Roma in quel momento erano intenti a preparare un’altra assemblea internazionale dell’Ordine, una Congregazione generale, secondo la denominazione ufficiale. Prese perciò tempo, del tempo prezioso. Paolo VI, nella sua debolezza, non seppe fare altro che aspettare. Il papa fece un altro tentativo, altrettanto inefficace, per richiamare l’Ordine alla fedeltà al papato nel corso dei 96 giorni dell’assemblea nazionale dei capi gesuiti, la trentaduesima Congregazione generale tenuta fra il 1974-1975. I tentativi si scontrarono con la totale incomprensione e l’ostinata opposizione dell’Ordine. Il papa e i gesuiti non potevano trovare un accordo. I gesuiti non avrebbero ubbidito. Il papa era troppo debole per portare le cose fino in fondo. “Quando qualcuno”, scrisse il padre gesuita M. Bucklcy a proposito dell’atteggiamento di Paolo VI nella 32aCongregazione generale, “che non pensa di aver commesso errori né di contenuto né di procedura è sospettato, ostacolato o rimproverato dallo stesso uomo che quel qualcuno tenta di servire… esiste… un problema religioso molto serio”. Per non dire di più».
Dunque non solo più una questione di obbedienza al Papa, ma subentrava anche il problema della lealtà. Ma è anche drammatico constatare che la resistenza di Pedro Arrupe puntava al ricatto nei confronti di un Pontefice indebolito anche dai tanti errori commessi e che ora venivano usati contro di lui come scusa per non ubbidire.
Agghiacciante è quest’altro passaggio di padre Malachi che sottolinea gli errori e le debolezze di Paolo VI: «Padre Arrupe aveva riconosciuto che la Compagnia di Gesù era cambiata dopo il Concilio Vaticano II. Aveva anche fornito dei buoni motivi per quel cambiamento: era la Chiesa ad essere cambiata. Con il concilio i cattolici erano arrivati a rendersi conto che la Chiesa è “il popolo di Dio”, non un corpo gerarchico. Paolo VI aveva fatto propria questa nuova visione della Chiesa, questa nuova ecclesiologia. Teologi e vescovi avevano adottato con entusiasmo il nuovo punto di vista. I gesuiti, come i vescovi, non facevano che ascoltare la voce del “popolo di Dio”. I loro nemici li accusavano naturalmente di essere marxisti; ma in realtà essi non erano che campioni del nuovo concetto di “Chiesa”».
_08-dossier-gesuiti-parte-seconda-4Non è una rivelazione che Paolo VI soffrisse momenti di grande angoscia[34]!
«Alternava momenti di certezza – come quando sospese a divinis mons. Lefebvre nonostante anche il suo fidato amico Guitton gli avesse consigliato di “ripensare a quel gesto così estremo” – a momenti di sconforto, dubbio ed incertezza sul come mettere riparo agli errori commessi. Così rifletteva Paolo VI: “Ma dove le forze? Dove la chiarezza di giudizio? Dove il gusto d’agire? E poi altri certamente farebbe meglio di me; e allora? Mostrami le tue vie, Signore! Agli uomini nulla chiedere, tutto dare!”»[35].
Dove sta scritto nel Vangelo che “agli uomini tutto dare e nulla chiedere” di arrupiano pensiero, piuttosto? Si potrebbe essere d’accordo sul “nulla chiedere”, ma dissociato da quell’ambiguo “e tutto dare”, non si possono fare compromessi con i doveri degli uomini verso Dio.
È certo che Nostro Signore nulla impone poiché alla radice del rapporto fra Dio e l’Uomo c’è sempre un punto di domanda: “Vuoi tu?”, lasciando all’uomo la libertà di rispondere con sì o con un no. Lo fece con la Vergine Maria, il cui Fiat è diventato il nostro “Sì” libero ed incondizionato a Dio; lo fece con gli Apostoli chiamandoli uno ad uno; lo fece con il giovane ricco che gli rispose “andandosene” (Mt 19, 16-22); lo fece chiamando anche Giuda ben sapendo che lo avrebbe tradito, ma lasciandogli così la libertà di una risposta incondizionata. Nei confronti di Dio, l’uomo non può rivendicare alcun diritto[36]! Non è vero che Gesù “non chiede nulla” agli uomini. Egli dona gratuitamente tutto, a cominciare da quel Suo donarsi senza risparmiarsi fino alla morte di Croce per noi, ma è anche vero che Dio si aspetta qualcosa da noi, ci chiede la collaborazione, la conversione, una risposta al suo anelito d’Amore. La risposta a quel fatidico: «Ho sete»; non è il bicchiere d’acqua che Dio chiedeva, e non è una domanda, quasi che forse Dio ha bisogno degli uomini o che essi possono cambiare le sorti di Dio. Piuttosto è Dio che cambia la nostra sorte nella misura in cui rispondiamo alle Sue aspettative! Eccolo questo perverso modo di ribaltare l’attenzione da Dio all’uomo!
Dio ha fatto questo non con l’imposizione, ma più pedagogicamente attraverso l’esercizio della volontà e del libero arbitrio: Ho sete di TE, Uomo, che sono venuto a salvare; vuoi accogliere il Mio Sacrificio per te? Dice infatti il Siracide: «Lotta sino alla morte per la verità e il Signore Dio combatterà per te (cap. 4, 28). È facile per il Signore nel giorno della morte rendere all’uomo secondo la sua condotta (cap. 11, 26) … Davanti agli uomini stanno la vita e la morte; a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà… (cap. 15,17)». Ovviamente questo concetto del “piacere” non intende le voglie degli uomini, ma il fatto che saremo premiati in base a come avremo risposto al progetto di Dio: se avremo scelto il male, quello raccoglieremo, se avremo scelto il Bene, quello riceveremo, non esiste una via di mezzo.
È più che probabile che questa concezione dei “diritti dell’uomo” fosse alla base degli errori del pontificato montiniano, soprattutto nel non essere riuscito a correggere, né frenare le derive dei gesuiti novatori. Proprio durante un colloquio con Arrupe affiorò tutta la debolezza dell’ecclesiologia di Paolo VI.
«Quando il Santo Padre richiamò Arrupe per la seconda fase del loro colloquio – ha scritto nel suo libro padre Malachi Martin –, il generale aveva recuperato forza. Il suo scopo non era più di evitare la revisione papale dei documenti della GC-32; ora egli stava lottando per la sua sopravvivenza. E lo fece molto bene. Umilmente Arrupe propose un compromesso. Rigorosamente parlando, Sua Santità poteva destituire Arrupe dal suo ufficio, sospendendo temporaneamente in tal modo le Costituzioni. Arrupe non si sarebbe opposto a questa soluzione, avrebbe obbedito con prontezza, da gesuita. Probabilmente, il prossimo generale sarebbe stato eletto giuridicamente secondo le Costituzioni. Ma Arrupe non poteva andare contro la sua coscienza, come gesuita e come padre generale. In altre parole Arrupe non avrebbe obbedito, e non si sarebbe dimesso. Paolo VI e Benelli riconobbero le trappole che Arrupe stava ponendo ai loro piedi. Egli si stava muovendo con astuzia in modo che essi vi inciampassero. Ambedue erano responsabili di avere a lungo fomentato l’idea della Chiesa come “il popolo di Dio”. Benelli aveva parlato con arroganza a cattolici di stampo tradizionale della loro “vecchia” idea della Chiesa, paragonata alla “nuova” idea della Chiesa. “Noi abbiamo una nuova ecclesiologia”, aveva detto loro. Paolo VI stesso aveva proseguito per la stessa via più o meno con la stessa disinvolta irresponsabilità: “Ah!”, aveva esclamato quando un vescovo conservatore era morto nel 1967, “non è mai riuscito a capire il nostro nuovo modo d’intendere la Chiesa”.
Paolo VI con una sanzione assoluta — per lui significava comportarsi da monarca per parlar chiaro — avrebbe sollevato esattamente quella tempesta che l’assistente di Arrupe aveva descritto nella sala d’attesa pochi attimi prima. Gli Ordini religiosi, i vescovi, i preti diocesani, le suore ormai “liberate” e i laici sarebbero stati tutti coinvolti in una nuova e feroce bufera di critiche e di ribellione contro Paolo VI e il papato.
Anche se Arrupe poteva supporre — e non lo poteva, ma la sua analisi era sicuramente dettagliata in un gioco di così capitale importanza — che Paolo VI avrebbe colto l’occasione di provocare una tempesta all’interno della Chiesa deponendo lui come padre generale, che cosa importava? Se Paolo permetteva ai gesuiti di riunirsi nella Congregazione generale, così come indicavano le Costituzioni, per eleggere un nuovo generale, non era assolutamente certo che essi avrebbero scelto qualcuno appartenente al “gruppo di gestione” di Arrupe. Forse sarebbe stato qualcuno ancora meno gradito. Forse avrebbe potuto essere rieletto persino lo stesso Arrupe.
È probabile che Arrupe si rendesse conto che Paolo VI aveva già in mente chi avrebbe dovuto essere generale. Ma il papa sapeva abbastanza bene che, così come stavano le cose, una sola parola riguardo l’identità del candidato sarebbe stata sufficiente per non fargli ottenere neanche un voto e fargli finire i suoi giorni con una valigia in mano in una missione vagante presso i boscimani del deserto del Kalahari.
Arrupe vinse nel suo disperato ed estremo gioco d’astuzia. Paolo VI e Benelli non caddero in trappola. La prova generale dell’apertura delle ostilità si mosse verso un compromesso temporaneo. Arrupe si sarebbe preoccupato che fosse attuata la volontà di Sua Santità, come si stabilì in un accordo imbarazzato».
_08-dossier-gesuiti-parte-seconda-5Compromessi, compromessi e ancora compromessi… Con sollievo, Paolo VI riuscì ad evitare di prendere una gravosa decisione, ma il più soddisfatto fu senz’altro Arrupe, il quale riuscendo a tenersi il generalato, seppur con la promessa di attuare la volontà del Papa, poté continuare la sua opera di ammodernamento del concetto stesso di “Chiesa”.
Se qualcuno pensasse che il libro di padre Malachi Martin sia solo una specie di “regolamento di conti” da parte di un ex gesuita pieno di risentimento, cadrebbe in grande errore. Padre Martin non è stato l’unico ad aver denunciato la deriva modernista della Compagnia di Gesù. Anche il padre Antonio Caruso, che rimase gesuita fino alla morte, scrisse durissime critiche contro gli squallori[37] che vedeva nella sua amata Compagnia soprattutto dagli anni ’70 in poi.
«Il padre Caruso racconta che Paolo VI affidò alla Compagnia il compito di confutare l’ateismo, secondo le indicazioni del Concilio. Orbene, nella XXXII Congregazione dell’Ordine del 1974, si rispose al Papa in questo modo: “Noi risolviamo il problema dell’ateismo, affidatoci dal Papa, col risolvere il problema della giustizia”, quasi che sia sufficiente, per confutare l’ateismo, risolvere i problemi della giustizia. Io posso benissimo indicare ad un ateo vittima di qualche ingiustizia la via per rivendicare i suoi diritti ed ottenere giustizia o la riparazione dei danni ricevuti, come scioperare contro i padroni, posso liberarlo dalle mani di un oppressore; ma ciò di per sé non confuta affatto il suo ateismo, non serve a persuaderlo del suo errore e del dovere di abbandonare la sua empietà, non apre affatto a quel tale la via della fede. Per confutare l’ateo, bisogna convincerlo con buoni argomenti, come, per esempio, quelli suggeriti dal Concilio, mostrandogli che l’ateismo è “una perniciosa dottrina che contrasta con la ragione e con l’esperienza comune degli uomini”… Una vera beffa, poi, all’esortazione di Paolo VI, è la teoria rahneriana secondo la quale, dato che ognuno è in grazia ed è “trascendentalmente” orientato a Dio, la convinzione di essere ateo non crea alcun problema di coscienza… (…) Da notare, però, che il padre Caruso, segnalando le suddette infiltrazioni, si accorge dell’influsso luterano e della tendenza modernista, ma non si è accorto dell’influenza rahneriana, più pericolosa, perché ben mascherata, come un cancro nascosto, la cui diagnosi non è facile. Padre Caruso si concentra soprattutto sulle deviazioni filomarxiste, dove appare la sua maggiore esperienza, a proposito delle quali fa i nomi di padre Jean-Yves Calvez e Bartolomeo Sorge, mentre, per quanto riguarda la massoneria, ricorda il padre Giovanni Caprile»[38].
La serie di mutamenti adottati, a detta concorde fra gli studiosi, rese la Compagnia dagli anni ‘50 irriconoscibile da quella delle sue origini. La politica socialista filo marxista e la “nouvelle theologie” fatta propria da Rahner[39] e nella formazione dei moderni gesuiti, furono le colonne portanti del nuovo gesuitismo modernista. «Dalle posizioni intransigenti – evidenzia il giornalista De Luca[40] – la Compagnia è passata a posizioni molto più liberali. I protagonisti di questa svolta sono stati gesuiti come l’americano John Courtney Murray, che compì delle aperture notevoli per la Chiesa nei confronti dell’aborto distinguendo tra l’immoralità del gesto e la possibilità o meno di trasformare il giudizio morale in una legge dello Stato. (…) Ancora più importanti furono i cambiamenti portati avanti da Pedro Arrupe, Generale dell’ordine dal 1965 al 1983. Arrupe sottolineò l’importanza di realizzare la giustizia sociale e di combattere la povertà nella missione dell’ordine. In quegli anni si andò sviluppando in America Latina una delle correnti che hanno maggiormente connotato la Compagnia di Gesù nel secondo dopoguerra: la teologia della liberazione[41]Si trattò di un movimento che voleva rileggere gli insegnamenti cattolici nell’ottica dei più poveri, soggetti alle diseguaglianze sociali e all’oppressione politica. Per i critici non era altro che una versione cristiana del marxismo».
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Permetteteci una piccola provocazione: parrebbe che a diffondere gli «errori della Russia» – condannati dalla Madonna di Fatima nella seconda parte del segreto – oltre che i sovietici, siano stati i gesuiti (novatores) che fecero degli “errori” della Russia la loro nuova bandiera!
«Occorre dire al riguardo che, mentre non occorre molta memoria storica per ricordare le eresie di Lutero condannate dal Concilio di Trento e la condanna del modernismo ad opera di San Pio X, che lo qualificò come la “somma di tutte le eresie”, e non occorre un eccezionale acume intellettuale per notare l’incompatibilità fra il cristianesimo da una parte e, dall’altra, l’ateismo materialista e storicista marxiano, nonché il rifiuto massonico del soprannaturale, della grazia, della rivelazione divina, della Chiesa e della fede in Cristo Figlio di Dio, è necessaria una speciale avvertenza critica, fondata su solidi criteri di giudizio, e perspicacia interpretativa, in piena comunione col Magistero della Chiesa, per accorgersi dell’insidia rahneriana, che, ai fini di non destar sospetto, nasconde uno gnosticismo panteista di fondo sotto la più tradizionale terminologia cristiana della “fede”, della “carità”, della “grazia”, del “peccato”, del “soprannaturale”, della “Chiesa”, della “mistica”, dei “sacramenti” e via discorrendo. Così è successo che, mentre, tutto sommato, la Compagnia nel suo insieme, dopo l’infelice superiorato dal padre Pedro Arrupe, è riuscita a frenare o sta frenando la tentazione marxista, massonica, luterana e modernista, il rahnerismo, purtroppo, l’ha invasa, sicché attualmente esso si presenta come il maggior fattore di disordine e di indisciplina all’interno della Compagnia, di tradimento del carisma ignaziano, di disobbedienza alla Chiesa, di falso progresso e di grave danno per le anime»[42].
A fronte di ciò abbiamo compreso, vogliamo sperare, tutto il dramma vissuto da Paolo VI in questo rapporto sofferto con il nuovo gesuitismo, di questo “testa a testa” non semplicemente con un Papa, ma con il papato! Attualmente possiamo dire, infatti, che il modernismo gesuita ha vinto la sua battaglia, Rahner ha vinto, il rahnerismo è oggi nelle fondamenta della formazione dei seminaristi in quasi tutte le diocesi della Chiesa.
Lo stesso rahnerismo non è senza legami con la massoneria[43], come risulta con grande franchezza dal libro di Padre Caruso sopra citato, soprattutto nel secondo libro, dove denuncia a più riprese infiltrazioni massoniche nella Compagnia e connivenze con essa in alti gradi della Gerarchia, come il card. Carlo Maria Martini e il cardinale Achille Silvestrini«Lavorando in Segreteria di Stato negli anni Ottanta – aggiunge padre Cavalcoli –, venni a sapere in ufficio di simili legami nel cardinale Ugo Poletti, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Da notare che il primo e il terzo erano ammiratori di Rahner»[44].
Complottismo? Fanta-religione? Purtroppo no. Töhötöm Nagy (1908-1979), un ex gesuita di origine ungherese che divenne membro della massoneria argentina nel 1952, scrisse una lettera a papa Paolo VI – pubblicata alla fine del suo libro intitolato Jesuitas y masones (Buenos Aires, 1963) – in cui domanda il ritiro della scomunica ai massoni (cliccare qui). Il pensiero gnostico-massonico era ormai penetrato nella Compagnia e – tramite essa – in una buona parte del clero.
Sarebbe troppo comodo e troppo facile dare tutta la colpa a Paolo VI: quando una valanga ti arriva addosso durante una violenta scossa di terremoto, è impossibile bloccarla solo con le proprie forze; l’unica cosa che si può fare è coordinare i soccorsi in mezzo alla frana, per poter ricominciare a costruire dopo aver recuperato tutti i superstiti. Non si può negare che Paolo VI ci provò, così come i suoi successori. Giovanni Paolo I, pur avendo regnato solo 33 giorni, cercò di frenare la deriva dei gesuiti novatores. Fece preparare un durissimo discorso che avrebbe voluto leggere durante l’udienza alla Compagnia di Gesù, ma non poté farlo, perché morì proprio la notte prima del giorno dell’udienza. Giovanni Paolo II fece proprio il discorso del predecessore (con qualche modifica), leggendolo ai gesuiti nel 1979. Egli fu anche il papa a cui spettò una gravissima decisione: la scelta se sopprimere un’altra volta la Compagnia di Gesù. Le ragioni della decisione di Clemente XIV furono prettamente politiche, ma Giovanni Paolo II – se avesse fatto quella scelta – lo avrebbe fatto per motivi ben più gravi: disobbedienza al Romano Pontefice e tradimento della Dottrina cattolica.
Pedro Arrupe, il “papa nero”, era convinto che l’applicazione del Vaticano II – o del para-Vaticano II – non spettasse alla Curia romana, ma a coloro che lo avevano “animato” con lo “spirito del concilio”, ovvero gli esponenti della “nouvelle theologie”, i cui mentori gesuiti (Rahner, de Lubac, etc.), avranno sempre dal confratello basco sostegno e appoggio. Il vero argomento di discussione nell’aula conciliare riguardò proprio la Chiesa[45], la sua essenza e la sua missione. Il pensiero dei novatores, ovviamente, è lontano anni-luce dal vero concetto di “Chiesa” della dottrina cattolica. La “Chiesa” di Arrupe, in particolare, non è altro che una mera comunità popolare, come abbiamo scritto nella prima parte.
Arrupe, come Rahner, era convinto che cristiani e marxisti avessero diversi punti in comune[46] e che dovessero allearsi per realizzare l’umanizzazione del mondo. Per cui la teologia del popolo, la teologia della liberazione (magari senza armi e violenza, su questo Pedro Arrupe è d’accordo), diventano gli slogan del momento, diventano la chiave di lettura di tutti i documenti del Concilio. Il commento di padre Malachi non può che coinvolgerci tutti: «… sorgono delle domande disperate senza risposta. Perché non ci sono stati preavvisi? E questi venti dov’erano un attimo prima di soffiare? Erano rimasti nascosti fino ad allora? Sopra le nuvole, forse, o da qualche parte oltre le strade e gli edifici? O sono arrivati direttamente da regioni straniere e lontane? Perché tutti sono così euforici e fiduciosi del futuro, mentre sono trasportati da questi venti? Questo gioioso salto nel buio è illuminato da un desiderio e informato dall’istinto del divino? Da dove vengono queste nuove concezioni? Queste nuove lingue? Qualunque sia la risposta, si sa che le cose non possono tornare come prima. Nessuno potrà tornare ai posti che gli erano familiari. Nella città le cose non saranno mai più le stesse. Forse è questa consapevolezza che rende chiara una cosa: qualunque sia la provenienza, questi due uragani uno che distrugge tutto ciò che ci era familiare e l’altro che infonde questa strana euforia nella mente della gente — non sono tempeste comuni. (…) Un modo di pensare vecchio di secoli fu spazzato via in un cambiamento tempestoso. In un certo senso, un modo di pensare, di sentire, di porsi nei confronti del mondo, cessò di esistere — il vecchio mondo cattolico centrato sull’autorità del pontefice; il ferreo aut-aut del dogma della morale cattolica; la frequentazione della messa, della confessione e della santa comunione; il rosario e le diverse devozioni della vita di parrocchia; la militanza del laicato cattolico in difesa dei valori tradizionali della Chiesa. Tutto un mondo spazzato via dalla sera al mattino».
L’APOSTASIA PRESE IL SOPRAVVENTO
Dobbiamo continuare a riportare ampi stralci del libro di padre Martin, perché è indispensabile per comprendere appieno il quadro di tale drammatica situazione: «Quando la violenza dei venti fu passata e spuntò il nuovo giorno, la gente si guardò in giro e scoprì all’improvviso che il latino universale della messa non c’era più. Ma non era tutto: anche la messa non c’era più. Al suo posto c’era un nuovo rito che assomigliava all’antica messa come una capanna assomiglia a una dimora palladiana. Il nuovo rito era celebrato in una babele di lingue, ciascuna delle quali diceva cose differenti. Cose che non suonavano come cattoliche. Che solo Dio Padre era Dio, per esempio; che il nuovo rito era “una cena comunitaria”, e non la rappresentazione della morte di Cristo sulla croce; e che i preti non erano più sacerdoti del sacrificio, ma ministri che servivano a tavola gli ospiti di un pasto d’amicizia.
È vero che il papa che dovette presiedere ad aberrazioni dottrinali di tale enormità, Paolo VI, cercò in qualche modo di fare marcia indietro nella direzione della sola e unica messa cattolica. Ma era troppo tardi. Il carattere non cattolico del nuovo rito rimase.
La devastazione portata da quegli uragani non si fermò lì. Le chiese e le cappelle, i conventi e i monasteri furono spogliati delle statue. Gli altari del sacrificio furono tolti, o almeno abbandonati e davanti alla gente furono installati tavoli a quattro gambe, come per un pranzo di piacere. Furono tolti i tabernacoli e il sacrificio di Cristo non fu più l’essenza della messa. I paramenti vennero modificati o abbandonati completamente. Venne tolta la balaustra per la comunione. Ai fedeli venne detto di non inginocchiarsi più mentre ricevevano la santa comunione, ma di rimanere in piedi come uomini liberi e prendere il pane della comunione e la coppa dell’uva dell’amicizia nelle loro mani democratiche. In molte chiese, membri della congregazione furono espulsi immediatamente per “disturbo alla celebrazione” perché avevano osato genuflettersi o, peggio, inginocchiarsi, per prendere la santa comunione. Per espellere coloro che non volevano allontanarsi fu chiamata la polizia.
I messali, i libri di preghiere, i crocifissi, i paramenti, i vestimenti, le balaustre per la comunione, persino i pulpiti, le statue e gli inginocchiatoi oltre che le stazioni della passione di Cristo furono consegnati al fuoco o agli scarichi cittadini o venduti all’asta e comperati da arredatori d’interni che li usarono per lanciare “uno stile ecclesiastico” nelle case eleganti. Un altare di quercia scolpita divenne un insolito tavolo da toilette.
Non solo immediata, ma attiva e dura fu la reazione. Ma non bisogna pensare neppure per un minuto che fu una reazione di orrore, di preoccupazione, di richiesta che la barbarie finisse, che le cose sante e sacrosante tornassero al loro posto. Anzi, il contrario.
La partecipazione alla messa diminuì immediatamente e in dieci anni calò del trenta per cento negli Stati Uniti, del sessanta in Francia e in Olanda, del cinquanta in Italia, del venti per cento in Inghilterra e nel Galles. Nei dieci anni successivi, l’ottantacinque per cento di tutti i cattolici francesi, spagnoli, italiani e olandesi non andarono mai a messa. La popolazione dei seminari crollò. In Olanda, duemila preti e cinquemila frati e suore abbandonarono il ministero. Nel 1986, in quel paese viene di media ordinato un prete all’anno, contro la media precedente di dieci. Un declino del genere venne registrato altrove. In dodici anni, dal 1965 al 1977, dai dodici ai quattordicimila preti chiesero in tutto il mondo di essere sollevati dai loro doveri o se ne andarono semplicemente. Fra il 1966 e il 1983 sessantamila suore lasciarono il convento. La Chiesa cattolica non aveva mai subito delle perdite così disastrose in un tempo tanto breve.
Moltissime monache insegnanti abbandonarono l’abito religioso, si affrettarono ad acquistare vestiti laici, cosmetici e gioielli, a dire addio al vescovo che fino a quel momento era stato il loro superiore e, dichiaratesi buone educatrici americane, proseguirono nella loro carriera d’insegnanti. Il numero delle confessioni, delle comunioni, delle cresime diminuì anno dopo anno in tutto il mondo, da una media del 60% di cattolici praticanti nel 1965 al 25-30% nel 1983. Anche le conversioni al cattolicesimo diminuirono di due terzi.
Quelli che rimasero — laici e religiosi — non erano contenti del tentativo di abolire la messa tradizionale cattolica, con i cambiamenti generali del rituale e delle pratiche religiose, e con le nuove libertà di mettere in dubbio i dogmi. Non era abbastanza. Nacque un movimento in favore dell’uso dei contraccettivi, della legalizzazione dei rapporti omosessuali, della possibilità di scegliere l’aborto, dell’attività sessuale prematrimoniale in certe condizioni, del divorzio e della possibilità di risposarsi all’interno della Chiesa, del matrimonio del clero, del sacerdozio femminile, di un’unione improvvisa con le Chiese protestanti, della rivoluzione comunista come mezzo non solo per risolvere la povertà endemica ma per caratterizzare la fede stessa.
Divenne di moda una nuova forma di bestemmia e di sacrilegio. Per i cattolici omosessuali, il “discepolo che Gesù amava” assunse un nuovo significato. L’amato discepolo non aveva forse “riposato sul petto di Gesù” durante l’ultima cena? Ciò non consacrava forse l’amore dell’uomo per l’uomo? Preti omosessuali in abiti color lavanda celebrarono la messa di nuovo rito per le loro congregazioni omosessuali.
E allora, l’amore della donna per la donna? Solo le donne cattoliche della generazione degli anni Sessanta furono abbastanza intelligenti per considerarsi vittime di sessismo ecclesiastico; finalmente era arrivato il momento della resa dei conti con l’antica mentalità sessista della Chiesa. Nacque così la Chiesa delle donne — una di quelle nuove stranezze che significavano incontri di donne in appartamenti privati dove Ella (Dio Madre) veniva adorata e ringraziata per aver mandato il Figlio (Gesù) e grazie al potere fertilizzante dello Spirito Santo (la stessa donna primordiale).
Dietro questa variopinta ondata d’innovazioni, di innovatori e di strane novità, arrivò un esercito di polemici “esperti”. Esperti in teologia, in filosofia, in liturgia, “mediatori”, “coordinatori socio-religiosi”, sacerdoti laici, (maschi e femmine), “direttori pragmatici” — qualunque fosse il titolo escogitato, cercavano tutti due cose: convertire la gente alla nuova teologia e combattere i tradizionalisti in ritirata. Un mare di pubblicazioni — libri, articoli di rivista, riviste, bollettini, lettere ai giornali, piani, programmi e abbozzi inondò il mercato popolare cattolico. Gli “esperti” misero in questione e “reinterpretarono” ogni dogma e convinzione considerati tradizionali e universali dai cattolici. Tutto infatti, e specialmente le cose difficili da accettare come la penitenza, la castità, il digiuno, l’ubbidienza e la sottomissione, subì un cambiamento violento da un giorno all’altro.
Nel frattempo, a un altro livello, nei seminari e nei collegi e nelle università cattoliche ebbe luogo un’operazione di sarchiatura più sottile, ma non meno ovvia. Insegnanti dalle vedute tradizionali furono costretti ad andare in pensione o se ne andarono spontaneamente, disgustati. Furono sostituiti solo da fedeli del “rinnovamento” (in quei giorni questa parola veniva sempre scritta con la R maiuscola). I seminaristi contrari al nuovo modo di pensare furono espulsi.
A vivificare il colore crepuscolare di questo spettacolo di tempesta, venne un secondo uragano, esplosione di euforia. Scoppiò fra coloro che avevano ancora l’idea coraggiosa se non sempre convincente che il futuro del cattolicesimo, già così ridotto nelle pratiche e nelle adesioni, fosse promettente come non mai. Ciò che sembrava caos era solo un “rinnovamento pentecostale”[47] in corso; la vera Chiesa di Cristo ne sarebbe emersa in tutta la sua bellezza e verità.
Quelle speranze — tutte le speranze — erano ora accentrate sulla comunità. “Il popolo di Dio” era ora distinto e separato dalla vecchia e sclerotica gerarchia di papa, vescovi, preti e suore impastoiati nella disciplina cattolica. Anzi, questo popolo di Dio — tutto insieme, come in ogni piccola riunione di fedeli — era la nuova Chiesa, la vera fonte della rivelazione, l’unica istituzione che potesse legittimare la morale, che potesse dire in cosa credere… (…) – questa euforia – qualche volta produceva quello che ora, in retrospettiva, sembra un circo pieno di clown demenziali che si prendevano gioco della dignità, del rango del potere e della grazia su cui ancora si basavano, solo per amore di teatro. Tutta una gamma di carriere completamente nuove si aprì per quegli ecclesiastici che non avevano interesse nella confessione, nel battesimo e nella messa».
Si rimane senza fiato, dopo questa lettura!
Sbaglierebbe chi pensasse che padre Malachi Martin abbia esagerato. Papa Benedetto XVI, infatti, nella lettera ai vescovi in occasione della promulgazione del motu proprio Summorum Pontificum, scrisse papale papale[48]«Tutti sappiamo che, nel movimento guidato dall’Arcivescovo Lefebvre, la fedeltà al Messale antico divenne un contrassegno esterno; le ragioni di questa spaccatura, che qui nasceva, si trovavano però più in profondità. Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa».
Questo è il primo ed unico passaggio drammatico, in un testo ufficiale papale degli ultimi cinquant’anni, in cui un Pontefice descrive personalmente il dramma che fu quel cambiamento liturgico, quella devastazione del Culto a Dio, la devastazione della Messa dalla quale, senza alcun dubbio, è venuta dietro – come un effetto dòmino – tutta la sequenza di aberrazioni e bestemmie che abbiamo letto sopra. Pensare che tutto ciò possa essere stata davvero l’azione dello Spirito Santo, la “nuova Pentecoste”, è una ulteriore bestemmia, è l’aggravamento della colpa, aggravamento delle responsabilità dei pastori, anche degli stessi Pontefici da Paolo VI ad oggi, perché nessuno può agire come Pilato e lavarsi le mani. Paolo VI, ci rammenta Padre Malachi che lo aveva conosciuto personalmente, si rese conto dei danni, ma «era troppo tardi». Noi sappiamo che a tutto c’è rimedio, eccetto la morte. Non spetta a noi giudicare se Paolo VI avesse potuto rimediare ai danni succeduti alla violenta riforma della Messa, certo è che Benedetto XVI in quel Motu Proprio Summorum Pontificum lo fece intendere. Fece comprendere, seppur a labbra serrate, che vietare la Messa antica, apportare quei cambiamenti repentini, fu un abuso e che per questo egli volle riparare ridando al rito antico il suo diritto ad essere celebrato.
Chiusa questa parentesi, non del tutto estranea all’argomento, ci ritroviamo così riallacciati alla prima parte, nella quale abbiamo provato come l’opera dei Gesuiti moderni abbia avuto una grande responsabilità in tutta questa devastazione. Per carità, non che la colpa sia stata tutta loro – abbiamo anche ricordato la responsabilità di alcuni domenicani e parlare dei francescani sarebbe davvero un altro studio affascinante ed inquietante – ma è certo che grazie alla testardaggine di Pedro Arrupe sulle innovazioni, furono proprio questi Gesuiti moderni a fare da gran cassa ai grandi cambiamenti con una “lotta corpo a corpo” con i Pontefici.
Del resto, il delirio dell’apostasia del gesuitismo novatore, proprio in questi ultimi anni, è più forte che mai. Per esempio, il rettore del dipartimento di teologia dell’università dei gesuiti di New York, un certo John Patrick Hornbeck II«si è “sposato” con un altro uomo, un matrimonio gay con rito episcopale nella chiesa di San Bartolomeo (Manhattan). E l’università gesuita in cui lavora? Gli fa gli auguri, pubblicamente»[49].
La ridicolaggine dell’episodio sta anche nel fatto che quel matrimonio non esiste per due motivi. Il primo perché non esiste in natura; il secondo perché i gesuiti, che ben sanno queste cose, glielo hanno lasciato fare con un rito altrettanto inesistente, in una “chiesa” protestante, dandogli così il contentino per usarlo come apripista per le future richieste. «Una mera speculazione? Pare di no, almeno da quanto si può capire dal più recente seminario tenutosi il 20 ottobre nell’auditorium papale del Lincoln Center dell’Università Fordham dal titolo più che suggestivo: “Chi sono io per giudicare? Come Papa Francesco sta cambiando la Chiesa”. A condurlo, insieme con il prof. Hornbeck anche il gesuita James Martin»[50].
Ai tanti dubbiosi ricordiamo che il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: «L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati”. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati» (n. 2357).
Questo è solo un caso portato come esempio, ma basta sfogliare la rete per trovare centinaia di pubblicazioni, o prediche di gesuiti, su questi argomenti, e in contrasto con l’insegnamento della Chiesa. Certo, responsabile è anche il clero diocesano, ma qui parliamo di una intera Compagnia che ha tradito N.S. Gesù Cristo, la Sua Chiesa, il Vangelo, il Fondatore della Compagnia che li mantiene, e ingannato persino l’uomo che pretendono di servire.
Possiamo chiederci: “I vescovi che fanno?”. Bella domanda! Potremo creare una risposta a premio, certi del fatto che nessuno ne uscirebbe vincitore. Qualcosa c’è, tanti nomi si possono fare, ma davvero ciò che è accaduto ha dell’incredibile, difficile a credersi e confidiamo nel fatto che la maggior parte dei Vescovi si sia trovata piuttosto imbarazzata ed impossibilitata a controbattere, ma ne dubitiamo, il Nuovo Catechismo Olandese ne è una prova, così come la comunione alla mano e quant’altro abbiamo già letto sopra, loro hanno permesso questa deriva e loro ne risponderanno a Dio. E non dimentichiamo l’abbandono della devozione ai Cuori di Gesù e Maria che sta alla base, alle fondamenta, della “nuova” Compagnia di Gesù.
L’ATMOSFERA DA CIRCO
Abbiamo citato spesso padre Malachi Martin. Dovete sapere che egli, essendo un vero gesuita, lasciò la “nuova Compagnia” perché, disse, «voglio morire cattolico». Continuò infatti a servire la Chiesa non solo come sacerdote secolare, ma anche come esorcista. Non poté mai accettare quella strana “euforia innovatrice” che aveva contagiato i suoi ex confratelli e tanti altri uomini di Chiesa, i cui effetti nefasti vengono subìti oggi più che mai.
_08-dossier-gesuiti-parte-seconda-6«L’atmosfera da circo non sfuggì al grande pubblico», ha scritto, con amarezza, padre Malachi nel suo libro. «Per la prima volta nella storia del cinema americano e della industria televisiva, religiosi, suore, seminaristi e preti cattolici divennero oggetto di risate gratuite e di scenette triviali. Gli ecclesiastici cattolici, una volta intoccabili, andarono a sostituire sulla scena i parroci anglicani dell’Inghilterra di Noel Coward e i rebbe ebrei dell’Europa degli anni Venti e Trenta. Ma l’euforia continuò. Anche ciò fu considerato una parte della promessa di un’età dell’oro per il cattolicesimo».
Concludiamo questa seconda parte del nostro studio per lasciarvi riflettere non sulle favole, ma su fatti reali, in attesa di offrirvi la terza parte dedicata ai Gesuiti nei rapporti con Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Usque dum vivam et ultra
(finché avrò vita e anche oltre)
NOTE
[1] Pio XII, enciclica Humani Generis (12-VIII-1950).
[2] Malachi Martin, gesuita, per anni stretto collaboratore del cardinale Agostino Bea, è stato uno dei pochi uomini al mondo ad aver letto la terza parte del segreto di Fatima. Lasciò la Compagnia di Gesù nel febbraio del 1965.
[3] I Gesuiti, di padre Malachi Martin, Sugarco Edizioni, 1988.
[4] Il diario conciliare di monsignor Pericle Felici (a cura di Vincenzo Carbone e Agostino Marchetto, Libreria Editrice Vaticana, 2015).
[5] «(…) Nell’agosto del 1962, nella città francese di Metz, era stato stipulato un accordo segreto fra il cardinale Tisserant, rappresentante del Vaticano, e il nuovo arcivescovo ortodosso di Yaroslav, mons. Nicodemo (…). In base a questo accordo le autorità ecclesiastiche si impegnarono a non parlare del comunismo in Concilio (…)» (Roberto de MatteiEcco perché il Vaticano II non condannò il comunismoIl Giornale, 09-10-2012). Si veda anche: Jean MadiranL’accordo di Metz (Il Borghese, Roma, 2011)
[6] San Pio da Pietrelcina (Epistolario, vol. I).
[7] I Gesuiti, Padre Malachi Martin, Sugarco, 1988.
[8] San Claude de la Colombière (1641-1682), gesuita, fu il direttore spirituale di S. Margherita Maria Alacoque.
[9] Il gesuita padre Antonio Caruso, nel suo libro Tra grandezze e squallori (Edizioni Vivere In), racconta con rammarico che il 9 giugno del 1972, centenario della consacrazione della Compagnia, durante la Santa Messa per l’occasione, il padre Pedro Arrupe, il “papa nero” dell’epoca, non parlò affatto del Sacro Cuore di Gesù.
[10] Tale ribellione luterana cominciò ufficialmente il 31 ottobre 1517, quando l’allora monaco tedesco affisse alla porta della chiesa del castello di Wittenberg le famose 95 tesi.
[11] I Gesuiti, l’esercito del Papa (Franco Martinelli, De Vecchi editore, 1969)
[12] Se siete appassionati di storia, vi consigliamo la lettura di due opere opposte, ma entrambe da tenere in considerazione quando si parla dei gesuiti: Jacques Augustine Marie Crétineau-Joly (1803–1875) giornalista e storico francese, devoto cattolico, inizialmente studiò teologia nel seminario di Saint-Sulpice a Parigi, ma, pensando di non aver la vocazione, dopo tre anni di soggiorno abbandonò il seminario, nonostante avesse già ricevuto la tonsura. Si guadagnò una reputazione anche fuori della Francia, principalmente per i suoi testi politico-religiosi. Il più importante tra questi è la sua storia della Compagnia di Gesù: Histoire religieuse, politique et littéraire de la Compagnie de Jésus (in italiano Storia religiosa, politica e letteraria della Compagnia di Gesù), Parigi, 1844-46, in 6 volumi, opera scritta sotto gli auspici della Compagnia di Gesù, che lo aiutò fornendo fonti autentiche mai pubblicate prima. Su questo argomento pubblicò anche un altro libro molto discusso: Clément XIV et les Jésuites (Parigi, 1847), che gli costò molte critiche da parte sia del beato Pio IX sia della Compagnia di Gesù, quella fedele al Fondatore. Dopo un’attenta ricerca, e d’accordo con Pio IX, pubblicò L’Église romaine en face de la Révolution, 1859, in due volumi (in italiano La Chiesa romana di fronte alla Rivoluzione), un lavoro che mostra la sua fedeltà costante alla Chiesa cattolica. Tuttavia va detto che Crétineau-Joly per difendere i Gesuiti dalla soppressione, attaccò ingiustamente e brutalmente Papa Clemente XIV, alimentando pessime leggende sul suo pontificato il quale, invece, si rivelò essere stato tra i più dinamici e fiorenti dell’epoca. E il secondo testo che vi proponiamo, originale e scaricabile, è una sorta di critica e contro risposta alle opere sopra menzionate: Il Gesuita moderno, di Vincenzo Gioberti, 1843. Ed è curioso che il sito ufficiale dei Gesuiti oggi presenti questo testo in questo modo: «È l’espressione massima della campagna antigesuitica in Italia, dove, i rapporti tra Chiesa e Stato sono inaspriti dalla “questione romana” e la Compagnia è accusata (non a torto) di essere uno dei principali ostacoli alla realizzazione dell’unità nazionale. L’opera del Gioberti consolida e diffonde gli stereotipi che circolano intorno all’immagine dei gesuiti. Si parla di gesuitismo politico, si designa la Compagnia di Gesù come “la milizia […] più fida alleata e complice dello straniero”. La critica giobertiana, per quanto esagerata e accesa nei toni, individua nella divaricazione tra l’ispirazione originaria e geniale di Ignazio e un certo atteggiamento scaltro dei gesuiti moderni i germi della decadenza della Compagnia, contribuendo a innescare quel processo di rinnovamento che culminerà nel tempo del Concilio Vaticano II». Intendiamoci bene, Gioberti è animato dallo spirito risorgimentale contro il papato ed è certo che non può essere a noi favorevole, tuttavia la disamina che egli compie nello sfogliare la storia, è decisamente reale e comprovata tanto che, lo abbiamo letto sopra, i Gesuiti moderni, per screditare Gioberti, paradossalmente “gli danno ragione”. Ma così facendo, questi Gesuiti moderni, non fanno altro che confermare l’esistenza di un gesuitismo antipapista (aspetto che il Gioberti non ha saputo vedere perché accecato dal risorgimento), che si risolverà con la caduta di Porta Pia, la Questione Romana ed infine il Concilio Vaticano II. E sia ben inteso: non un antipapismo “contro un papa”, ma l’antipapismo contro il papato il quale non dovrebbe occuparsi di questioni politiche, o tenere il potere temporale, lasciando questi oneri alla Compagnia di Gesù. Infine, è molto significativo che nel sito ufficiale dei Gesuiti si propone oggi il testo del Gioberti per provare una certa difesa al gesuitismo moderno, mentre si occulta deliberatamente il libro-verità dell’ex gesuita Malachi MartinI Gesuiti (1988), introvabile se non in qualche biblioteca, ma non in quella dei Gesuiti.
[13] «La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? (…)» (Intervista al card. Carlo Maria Martini, Corriere della Sera, 12-09-2012).
[14] «Padre Karl Rahner usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. (…)» (Ibidem).
[15] Dio non è cattolico, parola di cardinale (di Sandro Magister, l’Espresso, 12-11-2008).
[16] I Gesuiti, l’esercito del Papa (Franco Martinelli, De Vecchi editore, 1969, pagg. 245-247)
[17] Ibidem.
[18] Vedi nota n. 12.
[19] Carlo Castiglioni, Prefetto dell’Ambrosiana, Storia dei Papi (Imprimatur settembre 1957, Vol. II, pagg. 571-573).
[20] Ibidem (pag. 576).
[21] «”Sint ut sunt aut non sint” (siano come sono, o non siano) è una frase che secondo alcuni storici sarebbe stata pronunciata dal preposito generale dei Gesuiti, Lorenzo Ricci, di fronte alla proposta di “riformare” la Compagnia di Gesù, accomodandola alle esigenze del mondo» (Roberto de MatteiCorrispondenza Romana, 23-08-2013).
[22] Carlo Castiglioni, Prefetto dell’Ambrosiana, Storia dei Papi (Imprimatur settembre 1957, Vol. II, pag. 586)
[23] I Gesuiti al governo, di Antonio Gurrado (Il Foglio, 03-04-2013)
[24] Vi invitiamo a consultare queste note e i collegamenti che abbiamo inserito per l’approfondimento.
[25] Chi sono i Gesuiti, di Davide Maria De Luca (Il Post, 14-03-2013)
[26] «Già in gestazione dagli inizi degli anni ‘60 in ambienti teologici progressisti latino-americani, la Teologia della liberazione (Tdl) è venuta alla luce in una riunione dell’ONIS (Oficina Nacional de Información Social) a Chimbote, Perù, nel luglio 1968. Era una relazione nella quale P. Gustavo Gutiérrez presentava la tesi di laurea che, sotto l’egida di Henri de Lubac (…)» (Julio Loredo, Il caso della Pontificia Università Cattolica del Perù, Corrispondenza Romana, 28-07-2012).
[27] Vedi nota n. 9.
[28] Monitum del Sant’Uffizio contro Theilard de Chardin (L’Osservatore Romano, 30-06-1962)
[29] Gaudet Mater Ecclesiae (Giovanni XXIII, Solenne discorso di aperture del Concilio Vaticano II, 11-10-1962).
[30] Vedi nota n. 9.
[31] Sincero animo et bene ominatis (Paolo VI, 7-5-165).
[32] «Rahner ha rovinato tutto e non capisco come i gesuiti lo abbiano sopportato fino all’ultimo. Chi di voi gesuiti se vuole andare se ne vada, ma chi resta deve essere come Sant’Ignazio» (Giuseppe card. Siri, ultima intervista, 8-9-1988)
[33] Pedro Arrupe y Gondra (Bilbao, 14 novembre 1907 – Roma, 5 febbraio 1991) fu Preposito Generale della Compagnia di Gesù dal 1965 al 1983. Entrato subito in sintonia con lo “spirito del Concilio”, trattò duramente Paolo VI. Impose alla Compagnia il radicale cambiamento agognato dai teologi modernisti gesuiti degli anni ‘50. Arrupe scorse nel novello Provinciale gesuita in Argentina, padre Jorge Mario Bergoglio (dal 31 luglio 1973 al 1979), le doti di un ottimo strumento di propagazione della nuova strategia gesuitica: Bergoglio non condannava la Teologia della Liberazione, ma l’uso delle armi che questa teologia imponeva, ed era un convinto difensore della “Chiesa del popolo”. Tramutare l’armata Teologia della liberazione nell’attuale Teologia del popolo senza l’uso delle armi, il passo fu breve, e i due divennero molto amici.
[34] La scrittrice Rosa Giannetta Alberoni ha scritto un romanzo proprio riguardo quella che fu chiamata la “notte oscura di Paolo VI”. Tra eresie mal celate, incontri segreti, progetti minacciosi, sofismi, trucchi e continui colpi di scena, l’Autrice Alberoni racconta in maniera mirabile il complotto di una minoranza organizzata che aveva l’obiettivo di scardinare il primato di Pietro, respingere la Madonna come Madre di Cristo, negare l’esistenza dei Santi e, ancor peggio, l’esistenza del diavolo, e condurre la Chiesa Cattolica verso posizioni protestanti. Ma proprio quando la battaglia sembrava ormai perduta, in modo misterioso e provvidenziale, la congiura venne scoperta, e il Pontefice insieme ai suoi più stretti e fedeli collaboratori evitò l’indebolimento del primato di Pietro. «Paolo VI si fece leggere la lettera più volte – si legge nel romanzo –, lacrime di dolore e di sconcerto gli rigarono il volto: “Mi hanno tradito! Mi hanno tradito! Oh mio Dio, aiutami! Il fumo di Satana si è infiltrato nella Tua Chiesa!”» (Intrigo al Vaticano II, Fede & Cultura, 2010). Leggendo Il Diario conciliare di mons. Pericle Felici (Libreria Editrice Vaticana, 2015), si può verificare che in questo romanzo c’è moltissima verità storica.
[35] Monsignor Pasquale Macchi (Paolo VI nella sua parola, Ed. Morcelliana, 2001)
[36] «Non basta essere poveri per essere giusti. E non è vero che i poveri abbiano solo diritti e i ricchi solo doveri: davanti a Dio tutti gli uomini hanno esclusivamente doveri» (Giovannino GuareschiDon Camillo e don Chichì, BUR, 2000).
[37] Antonio Caruso, SJ. (Tra grandezze e squallori, Edizioni Vivere In, 2008; Sant’Ignazio licenziato, Guida Editori, 2015).
[38] Giovanni Cavalcoli, OP (La Compagnia di Gesù nella Chiesa d’oggi: ascesa e caduta di un grande Ordine, Isola di Patmos, 26-3-2016)
[39] «Che i poveri debbano essere trattati in maniera più decente; che non sia lecito opprimere i deboli; che in America Latina vi siano tremende ingiustizie sociali: su questi e simili dati, cristiani e marxisti possono benissimo trovarsi d’accordo. Là dove la povera gente viene sfruttata, il marxista e il cristiano devono lottare insieme per l’eliminazione di un simile sfruttamento» (Karl RahnerLa fatica di credere, Edizioni Paoline, 1986, pag. 89)
[40] Vedi nota n. 25.
[41] Riguardo la teologia della liberazione, rimandiamo alla nostra intervista al prof. Julio Loredo e alla lettura del suo libro Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri (Cantagalli, Siena, 2014)
[42] Giovanni Cavalcoli, OP. Vedi nota n. 38.
[44] Giovanni Cavalcoli, OP. Vedi nota n. 38.
[45] Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (La mia vita. Autobiografia, San Paolo, 2005).
[46] Pedro Arrupe, SJ. (Cristiani e analisi marxista. Lettera ai gesuiti latino-americaniLa Civiltà Cattolica, 05-1981).
[47] Abbiamo approfondito la questione dei movimenti carismatici nella prima parte.
[48] Benedetto XVI e la liberalizzazione del Messale di San Pio V (Difendere la Vera Fede).
[49] Teologo, gay e sposato, nell’università gesuita (Renzo PuccettiLa Nuova BQ, 06-07-2015)
[50] Ibidem.