ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 12 marzo 2017

Al tempo dell’ecumenismo e del “dialogo” interreligioso

DOV'E' L'ANNUNCIO DEL VANGELO ? 

    Che fine ha fatto l’annuncio del Vangelo, al tempo dell’ecumenismo e del “dialogo” interreligioso? Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo: questa è stata l’ultima raccomandazione di Gesù ai suoi discepoli 
di Francesco Lamendola  




Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo: questa è stata l’ultima raccomandazione di Gesù ai suoi discepoli, prima di salire definitivamente al Cielo, dopo la sua Resurrezione. Quel che ci domandiamo è se l’evangelizzazione, ovvero l’apostolato cristiano, sia ancora all’ordine del giorno, nella Chiesa cattolica dei nostri tempi, tutta infervorata ad inseguire l’ecumenismo e il cosiddetto dialogo interreligioso. Oppure, per timore di offendere qualcuno, o di riuscire sgraditi a qualcun altro, i cattolici si sono auto-censurati e hanno deciso di astenersi dal mettere in pratica la raccomandazione di Gesù, cioè hanno smesso di annunciare il Vangelo?
Ce lo eravamo già domandato in un d articolo (vedi Che fine ha fatto l’evangelizzazione?, pubblicato su Il Corriere delle Regioni il 25/11/2016); vogliamo ora tornarci sopra e con maggiore urgenza.
Per avere le idee più chiare su questo argomento, bisogna prima, necessariamente, fare alcune riflessioni generali di ordine storico e filosofico.
Innanzitutto: quel che è vero per i singoli individui, o per le famiglie, è vero anche per i popoli e per le religioni: se vogliono crescere, se vogliono espandersi, se vogliono godere di buona salute, devono avere in sé sufficiente energia per guardare avanti senza paura e per alimentarsi continuamente delle proprie speranze nel futuro e della propria fiducia in se stessi. Per fare questo, bisogna aver superato le due paure più grandi dell'uomo: la paura  dell'incertezza e la paura della morte. Chi ha paura dell'incertezza, chi ha paura della morte, non ama la vita abbastanza da meritare di sopravvivere: la sua esistenza sarà un lento crepuscolo, un grigio andare verso il nulla. Solo chi è disposto a confrontarsi con le circostanze incerte del domani e solo chi non esita ad esporre la sua vita, se necessario, fino all'estremo sacrificio di sé, è capace di costruire qualcosa che duri, e di trasmettere altrettanto amore per la vita a coloro che verranno. 
Una persona che vuole vivere sempre stando sul sicuro, che non è disposta ad affrontare rischi, a confrontarsi con situazioni nuove, che la metteranno in crisi, ma la stimoleranno a cercare e trovare soluzioni nuove, è una persona che non ama realmente la vita, ma una persona stanca, senescente, che vive aspettando la fine, anche se non lo sa, perché la fine è la sola cosa certa di tutta l'esistenza umana - almeno in senso terreno. Si sente, per esempio, un tale, che, di fronte alla tribolazioni di un amico, al quale un figlio scapestrato procura molti dispiaceri, o al quale, semplicemente, è morto il figlio in un incidente stradale, fare un commento di questo genere: Meno male che non ho messo al mondo dei figli! Ecco cosa capita ad essere genitori... Ebbene, una frase di questo genere, un pensiero di questo genere attestano solo la disistima di sé, l'amarezza e la sfiducia nella vita di chi è capace di formularli. Vi sono coppie le quali, fin dall'inizio, decidono di non aver figli, mai, per nessun motivo. Non vogliamo mettere al mondo degli infelici, dicono, se capita loro di parlarne con qualcuno; non vogliamo mettere al mondo delle creature che dovranno vivere e soffrire in un mondo così difficile e ostile. Anche costoro non amano la vita e non sanno che il vero amore per la vita comprende il mistero di generarla: perché la vita non è una proprietà dei singoli esseri umani, essi ne sono solamente i custodi e il loro compito è quello di non interromperne il flusso, di non dire "no" quando viene il loro turno. Naturalmente, non tutti devono sposarsi e avere dei figli: esistono anche la maternità e la paternità spirituale. Quella dell'artista, dello scienziato, del poeta, dell'esploratore, del santo, del mistico, del missionario, del pastore del gregge religioso. Anche di questa maternità e paternità c'è bisogno, eccome: una società non può prendersi il lusso di scarseggiare di un tal genere di "madri" e di "padri": sono loro che trasmettono i valori fondamentali sui quali si regge la speranza nel futuro. Se vengono a mancare loro, è come se venisse a mancare il sale della terra.
Per quelle comunità più vaste che sono i popoli, vale lo stesso principio. I popoli sani e vigorosi, i popoli giovani, sono quelli che si espandono, che sfidano le immensità dei mari, che dissodano e popolano nuove terre, che studiano nuove maniere di lavorare  e di produrre, che si mettono in gioco, avventurosamente e tenacemente, senza paura, senza complessi d'inferiorità. I Vichinghi, per esempio: questo piccolo popolo di audacissimi navigatori, che, a un certo punto, ha gettato i semi di nuove compagini statali e di nuove forme di civiltà, dalla Francia alla Sicilia, dalla Russia alla Groenlandia; che ha spronato l’elaborazione di nuove tecniche militari, ma anche commerciali; che ha dato un impulso formidabile all'architettura, al commercio, all'industria, alla politica: questo piccolo popolo che, per alcuni secoli, ha riempito di sé la storia dell'Europa, e ha perfino scoperto un nuovo mondo, ne è un esempio felice. Intelligenti, anzi, geniali, i Normanni, eredi della grande stirpe vichinga, hanno saputo far tesoro della civiltà dei popoli con i quali venivano in contatto e arricchire il loro mondo, la loro percezione della realtà, mettendo a punto nuovi strumenti per creare una sintesi formidabile di forza e sapienza, di coraggio e prudenza, di innovazione e tradizione. Quando poi si sono convertiti al cristianesimo, la loro irruenza selvaggia si è disciplinata, è stata messa al servizio della difesa dell'Europa, ed essi, che l'avevano terrorizzata, ne sono diventati i più validi baluardi contro nuove ondate d'invasori, e hanno piantato la croce di Cristo in luoghi che mai erano stati raggiunti da alcun europeo, prima di loro. Ebbene, il segreto della grandezza di quel popolo è stato che i suoi figli non avevano paura delle incertezze, né della morte. 
E adesso la religione. Una religione si espande ed è trascinante quando coloro i quali l'hanno abbracciata credono in essa quanto basta a non temere né le incertezze, né la morte. Tertulliano diceva orgogliosamente che il sangue dei martiri è semente di nuove conversioni, ed è una grande verità: chi è disposto ad affrontare qualunque sacrificio, fino alla morte, per difendere e per diffondere ciò in cui crede, getta le basi di un grande edificio, che lui, forse, non riuscirà a vedere, ma che crescerà anche per merito della sua abnegazione. I cristiani hanno avuto questa fede possente, sono stati trascinati da questo grande ideale nell'avvento del regno di Dio, per quasi duemila anni. Ora, però, sono subentrate la stanchezza, la senescenza. Credendo di aver fatto chi sa quale scoperta, si son messi a parlare di dialogo fra le religioni, di ecumenismo: ma nessun dialogo è possibile fra religioni diverse, perché l'una esclude le altre, a meno di sottoscrivere tacitamente l'intesa che sono tutte false e bugiarde. Chi crede nella verità della propria fede, non può venire a patti con nessuno, non può scendere a compromessi. Gli islamici non lo fanno, gli ebrei non lo fanno, gl’induisti non lo fanno: lo fanno solo i cristiani progressisti e modernisti. Una Chiesa stanca e sfiduciata, infiltrata da presenze subdole e nemiche, si sta arrendendo e sta cercando di contrabbandare la resa, la capitolazione ignominiosa, per un salto di qualità, per un accrescimento della fede, per la scoperta di un Vangelo più autentico. Tutte balle e nient'altro che balle. Il cristianesimo non può sopravvivere se smette di credere in se stesso; e, per crede in se stesso, deve avere il coraggio dell'apostolato, della predicazione, del sacrificio, e anche, se necessario, quello del martirio. Quei poveri cristiani copti che si sono fatti decapitare dai fanatici dell'Isis, pur non di non rinnegare la loro fede; quegli studenti cristiani del Kenya che hanno scelto di non rinnegare la loro fede e hanno accettato di subire il martirio dalle stesse mani assassine, hanno mostrato la strada. Ma noi, cristiani della poltrona e delle pantofole, noi cattolici del "dialogo" a oltranza, degli abbracci e dei baci con tutti quanti, i rabbini, gli imam, gli atei, i massoni, i radicali, i luterani e i nemici della Chiesa di Cristo, noi non siamo all'altezza di quei nostri fratelli che hanno testimoniato con la vita la loro fede (martire, etimologicamente, significa appunto testimone). Quando un credente non crede più; quando perde la fede; quando comincia a sentire, pensare, sperare e temere così come sente, pensa, spera e teme il mondo, allora vengono avanti i teologi della "svolta antropologica", i "preti di strada", i vescovi e i cardinali modernisti, i quali, dicendo di voler portare la fede su di un piano più alto, di fatto la mettono in liquidazione, a prezzi di svendita. Ed ecco le aperture al divorzio (aperture di fatto, in genere, non di principio), alle unioni extramatrimoniali, ai divorziati risposati, all'omosessualità, all'aborto e perfino, in certi casi, all'eutanasia: tutte capitolazioni davanti allo spirito del mondo, tutte ritirate ignominiose mascherate da "dialogo", da "rispetto della laicità dello Stato", da "cristianesimo adulto e rispettoso delle opinioni altrui". Ma quali opinioni? Davanti ai principi, non ci sono opinioni che tengano: il vero cristiano, il vero cattolico, sa dire: "no", e basta. Certo, non adottando metodi violenti; ma mostrando, con le parole e coi fatti, la sua coerenza, la sua linearità, la sua fede senza furbizie o scappatoie. Anche se ciò lo mette in una posizione scomoda, lo rende oggetto di critiche, perfino di larvate persecuzioni; anche se ne andrà di mezzo la sua carriera, il suo successo, la sua popolarità (nel caso sia un uomo pubblico, un politico, un amministratore, un uomo di cultura abbastanza conosciuto). Sia il vostro parlare sì, sì, e no, no, diceva Gesù Cristo: e tanto basta per sapere come ci si deve regolare davanti al mondo. Mai nascondersi, mai abbassare la testa, mai accettare o subire compromessi e "intese" al ribasso. Il sale non può perdere il suo sapore, altrimenti viene meno la sua ragion d'essere. Il vero cristiano non accetterà mai di essere socio di minoranza in qualsivoglia sodalizio: perché la fede in Cristo è gelosa ed esigente, vuole tutto in cambio del fatto che dona tutto. Pertanto, un cattolico che loda Marco Pannella è scandaloso: costui è un infiltrato, un nemico subdolo de Vangelo, un lupo feroce travestito da pastore, il cui scopo è distruggere il gregge. Un cristiano non potrà mai accettare che un imam venga nella sua chiesa e proclami che la sua è una religione di pace: è un’offesa alla verità, oltre che un’offesa ai martiri cristiani. E non potrà mai genuflettersi avanti a un rabbino e chiedergli scusa per tutto il male che i cristiani hanno fatto agli ebrei, quando il male, semmai, è stato fatto e voluto da entrambe le parti, e la Chiesa cattolica, in ogni caso, non ha nulla da farsi perdonare, semmai ha valide ragioni per aspettarsi riconoscenza e gratitudine dai tanti che ha sottratto alla morte. Meno ancora potrà dubitare o alterare le parole del Vangelo, solo per compiacere i "fratelli maggiori" sul fatto storico della passione e morte di Gesù Cristo, ossia per togliere dal giudaismo la responsabilità di quegli avvenimenti: non solo della crocefissione di Cristo, ma anche della feroce persecuzione della Chiesa di Gerusalemme. Ignorare tali fatti questa sarebbe, anche questa, una offesa alla verità, oltre che un tradimento delle Scritture. Bisogna piacere a Dio piuttosto che agli uomini: non si può falsificare la parola di Dio per ottenere l'approvazione degli altri. 
Tutto questo non ha niente a che vedere né con l'intolleranza, né, tanto meno, con il fanatismo; e non implica in alcun modo un venir meno al comandamento della carità. Il cristiano è benevolo verso tutti, perdona le offese, non si irrigidisce, non pensa male di nessuno; però non è neppure uno sciocco, un illuso, uno sprovveduto. Siate astuti come i serpenti, e puri come le colombe, diceva Gesù Cristo ai suoi discepoli. Benevolo verso tutti, ma nella verità. Amico di tutti? Non è possibile: il cristiano non potrà mai essere amico dei malvagi. Quanto a coloro che sbagliano in buona fede, il cristiano non li giudica, ma ha il diritto e il dovere di giudicare le loro azioni. Se il cristiano non ha titoli per giudicare il proprio fratello, ha tuttavia il Vangelo per giudicare la falsità, la malizia e il peccato: guai a lui se non lo facesse, se sorridesse davanti al peccato, o se addirittura lo approvasse. Invece, è quel che sta accadendo; e a dare il pessimo esempio sono proprio i membri del clero, e specialmente cardinali e vescovi. Non si comportano più come pastori del gregge, ma come mercenari o peggio, come nemici travestiti, venuti con l'intenzione precisa di fare tutto il male possibile alle anime che erano state loro affidate. Il cristiano non teme il ricatto: Se non approvi quel che fanno gli altri, allora non sei tollerante, allora sei integralista. Il cristiano va per la sua strada, consapevole che non si può andar d'accordo con tutti senza tradire Cristo. Il cristiano è fiero, ma senza superbia; è coraggioso, ma senza ostentazione; è mite, ma senza timidezza; è benevolo, ma senza buonismo. Se agisce diversamente, allora vuol dire che, nel suo intimo, si vergogna di essere cristiano, specialmente se deve testimoniarlo in pubblico: il che significa che ha perso la fede. Chi ha fede non si vergogna, anzi, è orgoglioso di essere riconosciuto come un seguace di Gesù. Perché tanti preti cattolici hanno smesso di vestirsi da preti, e se ne vanno in giro vestiti in borghese, rendendosi perfettamente irriconoscibili? Dicono che è laicità, che è rispetto dell'altro: e mentono, o s'ingannano essi per primi. La verità è un'altra: hanno perso la fede, non credono più nel Vangelo e preferiscono piacere agli occhi del mondo. Preghiamo per loro, perché Dio doni loro la forza e la chiarezza di cui hanno bisogno; ma non seguiamo il loro esempio: non si mette la lucerna sotto la tavola, ma sopra, perché rischiari tutta la stanza. Seguiamo l’esempio e le parole di Gesù...

Che fine ha fatto l’annuncio del Vangelo, al tempo dell’ecumenismo e del “dialogo” interreligioso? 

di

Francesco Lamendola