ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 8 marzo 2017

Generale dietro la collina

                                                                                   https://www.youtube.com/watch?v=_EVj6pazeOQ

I Gesuiti contro Trump: "Da lui scelte anticristiane"

Il Generale dei Gesuiti padre Arturo Sosa all'Ansa: "Le sue scelte su immigrati e muro sono anti-Usa e anticristiane"


Il Generale dei Gesuiti padre Arturo Sosa si racconta in un'intervista all'Ansa e parla a tutto campo dimostrando concezioni politiche molto simili a quelle espresse da Papa Francesco sin dall'inizio del Pontificato nel 2013.
Il superiore della Compagnia di Gesù non esita infatti ad attaccare i populismi, il cui "grande rischio" è quello di "tornare a regimi autoritari, dittatoriali".
"Quelli che vediamo ora - dice padre Sosa - non sono proprio populismi, ma 'personalismi': sono persone individuali che provocano un tipo di leadership che muove la gente, o che usa i sentimenti di paura, o nazionalisti, o religiosi - come il conflitto con l'Islam - per muovere la gente. Ma non sono movimenti con radici popolari, per niente: usano emozioni popolari per avere poteri personali".

L'attacco a Trump

E il primo populismo/personalismo contro cui il Generale dei Gesuiti mette in guardia i fedeli è quello del presidente Usa Donald Trump: il bando anti-musulmani e il muro al confine con il Messico vanno "contro i valori americani e i valori cristiani", mentre dell'ipotesi di dividere i figli dalle madri entrate irregolarmente negli States il padre dice addirittura che è "contro la radice dell'umanità".

Contro i muri anti-migranti

Coerentemente con queste affermazioni, padre Sosa bolla come "inumana" la politica dei muri, anche in Europa, ricordando come essi siano "inutili" perché "in ogni muro ci sono tanti buchi" e "crudeli" perché eretti di fronte a persone che rischiano la vita e in molti casi la perdono.

"Folle identificare islam e terrorismo"

Non solo. Il Generale della Compagnia di Gesù ha anche difeso l'islam dagli attacchi di chi lo identifica con il terrorismo: una tale equazione, nelle parole del religioso, è "una pazzia": "Terroristi ce ne sono di religione musulmana, atei e pure cristiani - spiega - Identificare una religione o una razza con il terrorismo è una manipolazione che non consente di combattere quest'ultimo."
 Mer, 08/03/2017 - 
http://www.ilgiornale.it/news/cronache/i-gesuiti-contro-trump-lui-scelte-anticristiane-1372903.html

L’invasione organizzata dai Superiori

Dal piano Kalergi in poi, nulla potrà ancora stupire di una grande cultura che organizza, programma, pianifica il proprio suicidio. Tuttavia, ciò che manca agli europei è la coscienza di quanto accade, quanto meno per averne consapevolezza ed esprimere consenso o dissenso, lotta ad oltranza o accettazione.
di Roberto Pecchioli
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Un amico, attento osservatore della vita italiana, ci segnala che la quiete secolare di Vallombrosa, la meravigliosa località boschiva del Pratomagno aretino sede del famoso monastero, è stata rotta dalla presenza vociante di circa cinquanta giovani uomini dell’Africa centrale, ospitati a nostre spese in un albergo ristrutturato per l’occasione ed a tempo di record. E’ facile prevedere che i monaci, presenti in zona dal 1036, per iniziativa del nobile fiorentino San Giovanni Gualberto, si trasformeranno in albergatori e servi dei nuovi arrivati.
Novalis, il genio romantico morto a meno di trent’anni, scrisse il famoso “Europa ovvero Cristianità” (Chiristenheit oder Europa) nel 1799, dopo l’esilio francese di Pio VI, per rivendicare la spiritualità contro il razionalismo dei lumi che Napoleone andava veicolando nel continente con la forza delle armi. L’autore degli Inni alla Notte e dell’Enrico di Ofterdingen non avrebbe immaginato che una miscela esplosiva di neo illuminismo e di cristianesimo secolarizzato sarebbe stata, due secoli dopo, l’ultimo rantolo della nostra estenuata civilizzazione. Qualcun altro ha osservato che l’Europa, ovvero la Cristianità nel senso novalisiano, ha iniziato la propria decadenza allorché ha creduto universali i valori, le idee e i principi elaborati per se stessa.
Dal piano Kalergi in poi, inoltre, nulla potrà ancora stupire di una grande cultura che organizza, programma, pianifica il proprio suicidio. Tuttavia, ciò che manca agli europei è la coscienza di quanto accade, quanto meno per averne consapevolezza ed esprimere consenso o dissenso, lotta ad oltranza o accettazione. Un liberale d’altri tempi, Luigi Einaudi, esprimeva il concetto con la formula “conoscere per deliberare”. Difficile, se l’informazione è quasi totalmente non libera. Pure, qualcosa trapela, nel grande mare delle notizie. L’immigrazione selvaggia dall’Africa centrale è chiaramente un fenomeno organizzato da centrali potentissime, che hanno prima destabilizzato i paesi costieri del Mediterraneo meridionale e poi cinicamente messo in piedi il traffico di esser umani uno dei cui terminali osserviamo davanti ai supermercati ed i centri commerciali di paesi e città, oltreché nelle mille Vallombrosa allestite a tempo di record da un potere che sa essere rapidissimo nella distruzione.
Sappiamo che uomini come George Soros, l’ultraottuagenario speculatore, finanziano l’immigrazione in Europa con cifre da capogiro (mezzo miliardo di euro il solo galantuomo ungaro americano). La sua organizzazione, in grado di ottenere enormi agevolazioni fiscali ed ulteriori fondi internazionali, si chiama Open Society, società aperta, come il mediocre testo di Karl Popper, bibbia ed icona del progressismo liberale. Altre cupole mondialiste hanno creato e finanziano – sempre in barba alle leggi fiscali – Médecins Sans Frontiéres (MSF), Save the Children, Jugend Rettet e altre ONG impegnate sul fronte non dell’assistenza, ma della concreta invasione dell’Europa.  Decine di imbarcazioni, una quindicina delle quali vere e proprie navi attrezzate di tutto punto incrociano nel Mediterraneo per dare man forte, più probabilmente per coordinare i barconi stipati di materiale umano (questo è) e collaborare, indirizzare con la Marina Militare –  usiamo verbi neutri –  che interviene, rifocilla secondo diritto internazionale e poi trae a riva italiana queste persone.
E’ dimostrato al di là di ogni incertezza dallo stesso Frontex, l’organo comunitario preposto, che la flotta armata da Soros e dagli altri finti operatori umanitari si spinga ben entro le acque territoriali dei paesi rivieraschi, ma non faccia nulla per riportare sul continente africano i barconi o per fermare gli scafisti.  Al contrario, chiamano (comandano?) le navi militari per agevolare il tragitto verso nord. Poiché questo è ormai chiaro, troppe domande si impongono. Chi c’è e quali sono le ragioni profonde, gli obiettivi e le strategie, tenuto conto delle immense risorse economiche a disposizione di questi soggetti?
Nel frattempo, nell’oceano di notizie, una si è imposta, sia pure per un solo giorno, la drammatica denatalità dell’Italia, la percentuale impressionante – quasi un quarto del totale dei residenti – di ultra sessantacinquenni, e, forse per la prima volta, lo stesso Istituto Nazionale di Statistica, prudentissimo ed assai attento al linguaggio, ha usato il termine sostituzione riferito alla popolazione. Lo ha fatto in relazione alla diminuzione di italiani – oltre ottantamila- rilevata nel 2016, sostituiti, appunto, da quasi altrettanti stranieri.  Ciononostante non vengono poste in essere politiche di alcun genere a sostegno della famiglia e della natalità. Al contrario, il dibattito è sull’opportunità o meno di consentire per legge la morte assistita, che produce nel solo Benelux oltre quindicimila decessi annui su una popolazione di 25 milioni di abitanti, e che, già estesa ai bambini, si vuole adesso “riconoscere” per semplice volontà a chiunque abbia compiuto 70 anni. La previdenza sociale e le assicurazioni contro le malattie ringraziano e prosperano.
Gettiamo somme per finanziarie l’Unar contro le discriminazioni razziali, altro denaro spendiamo per propaganda abortista o omosessualista, oltre, evidentemente ai miliardi gettati nell’assistenza a chi non è mai stato invitato nel nostro territorio, ma che non possiamo più chiamare clandestino per non subire denunce dalla polizia del pensiero e multe salate o condanne penali dalla magistratura. Se neppure un euro viene impegnato per promuovere i valori familiari e la nascita di figli, dunque per assicurare la semplice riproduzione della comunità, è segno che non si vuole e non si deve. Abbiamo un solo dovere: estinguerci, fare presto e non lamentarci troppo. Finora, tutti questi obiettivi strategici sono stati conseguiti.
I motivi profondi di tutto questo non sono certo facili da comprendere ed ancora più delicato è individuare nomi e volti degli artefici. Lo stesso Soros non è che una pedina, in fondo, per quanto assai importante. Il primo punto, tuttavia, resta quello del programma einaudiano: conoscere. Noi adesso sappiamo, e ci è sufficientemente chiaro lo schieramento delle forze in campo, cui, da quando Bergoglio è papa, la Chiesa cattolica fornisce attiva copertura etico ideologica e concreta collaborazione, peraltro ben remunerata.
Nel Mediterraneo girano navi di grande stazza come il Topaz Responder del MOAS , Migrant Offshore Aid Station legato a Soros, il Vos-Vestria di Save the Children o il Bourbon Argos di Medici Senza Frontiere. Sono piroscafi di ragguardevoli dimensioni. Armarle costa decine di milioni di euro ciascuna, mantenerle parecchi milioni all’anno. Follow the money, segui il denaro, ammoniscono gli inglesi, gente pratica, ed allora ci imbattiamo innanzitutto nell’ONU e nelle sue ramificazioni. Una è l’UNCHR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati di cui era funzionaria una distinta signora italiana, Laura Boldrini, che da alcuni anni ricopre un ruolo molto delicato, quello di presidente della Camera dei Deputati. Tutto si tiene, e presso l’Onu sono accreditate e fornite di poteri, prerogative e denaro le Organizzazioni Non Governative che agiscono a supporto dell’invasione. Qualcuna non si vergogna di avere obiettivi palesemente illegali, come la tedesca Sea Watch che si batte affinché non sussistano più “arbitrarie distinzioni tra profughi e migranti”, in barba a confini, sovranità o interesse nazionale. Significativamente, tutte battono bandiera dei vari paradisi fiscali che l’universo ultra capitalista e liberale crea in giro per il mondo per nascondere le vergogne e tacere l’indicibile: Belize, Isole Marshall oltre all’immancabile Panama.
Cerchiamo allora di andare all’origine, che è il principio liberale estremo delle quattro famose libertà amate da chi comanda: libera circolazione di merci, capitali, servizi e persone, il “dolce commercio” dell’ingenuo Montesquieu, che ingentilirebbe l’animo ed allontanerebbe dalle guerre. Lasciamo al libero giudizio di ognuno la valutazione delle tesi dell’autore dello Spirito delle Leggi. Il fatto è che la realizzazione del programma liberista necessita un mondo di schiavi. Per realizzarlo, essenziale è distruggere le frontiere, quelle fisiche e giuridiche che separano ed insieme mettono in comunicazione i popoli, poi quelle delle differenti visioni morali, religiose, civili, etiche. Non c’è spazio, nella distopia libertaria, per nulla che non sia misurabile e compravendibile, o che non risponda alla più volgare estremizzazione dell’ideologia materialista, declinata in rigorosa chiave utilitarista. Dall’ invenzione della “macchina sociale” e da quando l’economia ha preteso lo statuto di scienza, l’utilitarismo si è fatto largo con brutalità sempre maggiore, nonostante gli avvertimenti di filosofi (Hegel), religiosi, moralisti.
Ciò che è utile è bene, ed i giudici inappellabili siedono nei consigli di amministrazione delle banche, delle multinazionali, della nuova industria digitale, di chi controlla le biotecnologie. Tutti costoro hanno bisogno di un’umanità di scala per realizzare un’economia di scala. Uomo a taglia unica, né maschio né femmina, né bianco, né nero o giallo, privo di qualsiasi fede ed estraneo ad ogni causa. Il tipo antropologico più distante da tale diabolico modello è l’europeo, creatura pensante, complessa, aperta alla trascendenza, problematica, nutrita di differenze, sfumature, costruttrice di modelli distinti, amante di tutti i colori dell’arcobaleno e delle mille gradazioni di ciascuno di essi.
Il principio liberale ebbe un avversario, non un nemico, nel collettivismo di ascendenza marxista. Condividevano, i due cugini, l’identico materialismo e la tensione universalista, che gli uni chiamavano internazionalismo proletario e gli altri definiscono globalizzazione. Hanno in comune l’idea di libertà come emancipazione dai vincoli e dai legami, di cui primo coerente banditore fu Friedrich Engels. La vittoria del modello Coca Cola sta portando a compimento il progetto marxista dell’uomo ad una dimensione, quella pulsionale emotiva slegata da ogni appartenenza, e questo spiega l’entusiastica adesione dei progressisti di sinistra al modello multiculturale ed al meticciato etnico, tappa verso “l’internazionale futura umanità”.
Il braccio è a sinistra, la mente a destra, se valessero ancora le categorie del trapassato prossimo. Intanto, giorno dopo giorno, gli europei spariscono in una eutanasia di immense proporzioni, ed il tragico è che proprio loro hanno elaborato le idee che oggi li stanno perdendo. E poiché la massima aspirazione del mondo nuovo è il melting pot, la pentola bollente in cui il minestrone cambia continuamente sapore e colore, anche la religione degli europei, per quel che ne resta, si regola di conseguenza. Cristianità ovvero Europa era il grido profetico di Novalis, Cristianità anziché Europa, o senza Europa, è il disegno sempre più evidente degli uomini in tonaca.
Per realizzarlo, si sono posti a servizio del nemico di ieri. Partecipano felici all’invasione, incidentalmente è un affare lucroso, e dato che il gregge dei fedeli, sempre più esiguo, è recalcitrante, ecco le nuove scomuniche, ogni tempo ha le sue. Chi non accoglie non è cristiano, tuonano vescovi, chierici e monache, ma chi organizza l’invasione lo è ancora meno. O dovremo credere alla conversione delle logge, dei circoli esclusivi, dei banchieri, dei padroni delle accademie, dei privatizzatori del mondo ai vangeli dell’uomo di Nazareth?
I conti li sanno fare, i nemici. Evidentemente, le campagne a favore della natalità costano troppo, e rischiano di interferire con il progetto dell’identico oltreché con il superamento dei fastidiosi limiti della natura. Avere figli comporta la relazione, più o meno stabile, tra un uomo e una donna, l’assunzione di responsabilità, ingenti costi sociali. Per di più, il Creato (o il creatore…) l’ha fatta grossa, riservando al sesso, pardon genere femminile, la gestazione, la procreazione, la cura dei cuccioli di uomo. Poi c’è la questione della “realizzazione” professionale (mai esistenziale!) che avere figli impedisce od ostacola nelle madri, e, per i padri, il mettere al centro non il consumo o il successo, ma la crescita della prole.
La nostra è una strana società che non vuole neonati, infastidita dai bambini, e contemporaneamente ha orrore della vecchiaia e della malattia. Poi deve fare i conti con la realtà, prendere atto del suo fallimento, che può solo calcolare in termini di utilità e di cifre. Manca chi ha cura degli anziani, ma anche chi manda avanti le industrie ed i centri commerciali, i conti previdenziali ed assistenziali risultano drammaticamente negativi. Bisogna continuare a tenere puliti gli angoli bui della società e svolgere mansioni pesanti, moleste o pericolose. No, non i miei figli, bercia l’europeo, quando ne ha. Meglio l’immigrazione. Sono già adulti, per ora si accontentano, domani è un altro giorno, si vedrà.
Proprio questa è la tragedia nostra: malati di “presentismo “, enfatici ammiratori del carpe diem oraziano per semplice consumismo, abbiamo smarrito la dimensione storica. Abolito il passato, noioso ed inservibile, siamo altrettanto disinteressati al futuro. Una volta si costruiva per il domani, si piantavano alberi, l’architettura era, tendenzialmente per sempre, o almeno un ponte verso i discendenti. Ora ci basta il presente, e comici come Groucho Marx prima, poi Woody Allen, hanno interpretato perfettamente lo spirito dell’occidentale contemporaneo meglio di filosofi e pensatori: Ma perché dovrei curarmi dei posteri? Cosa hanno fatto i posteri per me?
Ecco perché i dati dell’Istat sulla demografia in fondo non interessano nessuno, neppure chi governa. Ecco perché hanno già vinto i fautori della sostituzione etnica degli italiani e degli europei. Essenziale è non dirlo, e continuare con le litanie umanitarie. Lasciatemi fare i fatti miei in pace, e chi se ne frega se a Vallombrosa i monaci sono sostituiti dai giovanotti neri con cuffie e smartphone.  Che importa dell’immensa eredità che abbandoniamo al vento, agli ignari, ai nemici di ieri; importante è consumare, appagare desideri e capricci sempre nuovi, ogni volta l’asticella più in alto, ma sono diritti, perbacco. Gòmez Dàvila scrisse una bestialità, probabilmente, quando affermò che le cattedrali non sono state fatte dall’azienda del turismo. E’ proprio così, invece, in joint venture con i produttori di apparecchi fotografici, telefonini e l’inventore della strepitosa bacchetta che fa da prolunga per i “selfie”.
Ma sì, diamo questo benedetto ius soli agli immigrati. Tanto, noi non sappiamo che farcene, del patrio suolo. Meglio Soros, le ONG, la chiesa di Bergoglio e la grande sostituzione. Balene e delfini vanno a morire inspiegabilmente ed in gruppo su certe spiagge. Saranno anche loro vittime di un misterioso nichilismo dei cetacei, come i bianchi europei eterosessuali lo sono del cortocircuito morale teso alla grande sostituzione. Aveva capito tutto, quarant’anni fa, Jean Raspail nel suo romanzo Il Campo dei Santi. La flotta degli invasori, nel libro, era guidata da un oscuro personaggio detto il Coprofago e favorita dai governi di destinazione. Soros, i governi, persino, in qualche misura, le Organizzazioni Non Governative, c’era già tutto.
Ma non c’ è peggior cieco di chi non vuol vedere. Ci resta un’ultima consolazione, l’aristocratica conclusione di Nicolàs Gòmez Dàvila, un sudamericano più europeo di quasi tutti noi, come il Borges di Aleph: “Non c’è cosa più deprimente dell’appartenere a una moltitudine nello spazio. Né più esaltante dell’appartenere a una moltitudine nel tempo.”

George Soros, l'uomo che paga ​l'invasione dell'Europa

Gli amici degli scafisti: il magnate investirà 500 milioni nelle ong per creare una flotta di navi per salvare i migranti

Solo pochi giorni fa la Commissione Ue annunciava la necessità di espellere un milione di migranti illegali.

Solo ieri in Sicilia ne sono sbarcati 1.500 recuperati grazie al solerte impegno delle navi soccorso gestite da organizzazioni umanitarie (Moas, Jugend Rettet, Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat) che annoverano tra i propri finanziatori la Open Society e altri gruppi legati al milionario «filantropo» George Soros. Bruxelles, a questo punto, farebbe bene a spiegare che per fermare il traffico di uomini bisogna combattere non solo le organizzazioni criminali, ma anche la carità pelosa, e politicamente motivata, di Soros e della sua galassia buonista.
Una galassia a cui l'ottuagenario filantropo ha promesso il 20 settembre scorso investimenti da 500 milioni di dollari per favorire «l'arrivo dei migranti». Investimenti destinati a contrastare le politiche europee sull'immigrazione e a mettere a rischio la sovranità dell'Italia e di altre nazioni.
Il primo a capirlo è il capo di Frontex, Fabrice Leggeri intervenuto di recente per criticare la tendenza a soccorrere i migranti «sempre più vicino alle coste libiche» spiegando come questo incoraggi i trafficanti a stiparli «su barche inadatte al mare con rifornimenti di acqua e carburante sempre più scarsi rispetto al passato». Le parole di Leggeri rappresentano un'esplicita denuncia delle attività di soccorso marittimo finanziate da Soros. Dietro le operazioni di navi di grossa stazza come il Topaz Responder da 51 metri del Moas, il Bourbon Argos di Msf, o l'MS di Sea Eye ci sono infatti quasi sempre i finanziamenti del filantropo. Finanziamenti che garantiscono il trasferimento nei nostri porti di migliaia di migranti illegali.
L'aspetto più inquietante di questa vicenda è però come questa flotta di navi fantasma, battenti bandiera panamense, (Golfo azzurro, della Boat Refugee Foundation olandese e Dignity 1, di Msf) del Belize (il Phoenix, di Moas) o delle isole Marshall (il Topaz 1, di Moas) punti a realizzare politiche dissonanti rispetto a quelle europee e italiane. Per capirlo basta spulciare i siti delle organizzazioni che gestiscono la flotta buonista. La tedesca Sea Watch armatrice di due navi soccorso battezzate con il proprio nome spiega di battersi per il «diritto alla libertà di movimento» e di non accettare «arbitrarie distinzioni tra profughi e migranti». Come dire che il rispetto di confini e sovranità nazionale non ha alcun senso.
Come non lo ha distinguere tra chi fugge da guerre e dittature e chi invece cerca solo migliori condizioni di vita. Sea Eye, un'altra organizzazione tedesca conduttrice di una nave da 26 metri e di un barchino da soccorso spiega invece di volere contrastare tutti i futuri piani europei per il trasferimento dei migranti in campi di accoglienza situati in Libia e Tunisia. Un articolo pubblicato sul sito dell'organizzazione maltese Moas da un giornalista ospitato sulla nave Topaz Responder descrive invece un'operazione con tutti i crismi dell'illegalità. L'articolo racconta il soccorso di 650 migranti recuperati «nella notte tra il 21 e 22 novembre a venti chilometri dalle coste libiche» e poi portati in Italia. Un'esplicita ammissione di come la «flotta umanitaria» operi ampiamente dentro il limite di dodici miglia (22,2 chilometri) delle acque territoriali. Un limite entro il quale sarebbe obbligatorio riportare i naufraghi a terra anziché traghettarli fino alle ospitali coste italiane.

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