ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 27 marzo 2017

Il tormentone primaverile?

Il “fenomeno” Don Minutella 


Non si combatte il caos con altro caos. Don Minutella vuole combattere il modernismo e al contempo esalta il Concilio Vaticano II e dimentica ciò che è accaduto nella Chiesa nell’ultimo cinquantennio. Le chiare parole di Don Maffei sui “conservatori conciliari”
di Cristiano Lugli
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In genere i “tormentoni” sono estivi, ma abbiamo un anticipo primaverile. Impazza da due giorni il video-appello alla “resistenza cattolica” lanciato da don Minutella, prete palermitano che gestisce un canale Facebook chiamato Radio Domina Nostra.
Fino alla comparsa in rete di questo video, don Minutella era, almeno per chi scrive, uno sconosciuto, ma interessandosene si scopre che il personaggio in questione ha un grande seguito ed è chiamato in più località italiane a parlare, a tenere conferenze. L’interesse per il don Minutella rimane ad ogni modo lo stesso che precedeva la scoperta di questo video tormentone, con una piccola variante però: l’urgenza di un approfondimento critico, visto il fenomeno che si è creato

I fatti. Con un video del 24 Marzo il sacerdote ha comunicato che il giorno seguente, in occasione della Solennità dell’Annunciazione, avrebbe fatto un importantissimo annuncio in diretta (qui il video di venerdì 24 https://m.youtube.com/watch?v=vH8T8qr3Dgg ).
Il giorno seguente infatti, come promesso, è andata in onda la diretta dell’ “importantissimo”annuncio, che consiste nell’invitare tutti i cattolici disgustati dalla neo-chiesa a Verona il 22 aprile, per fare cosa di preciso ancora non ci è dato saperlo; si sa solo che bisogna portarsi appresso la Corona del Rosario.
Questo annuncio ha prodotto un effetto davvero inaspettato.
Tanti “tradizionalisti” si stavano già facendo attrarre, non da oggi, dalla figura di questo sacerdote, seguendo le numerose catechesi e, sopratutto, il programma “I sabati del Concilio”, sempre trasmessi sul canale di Radio Domina Nostra. L’ultimo appello ha però suscitato grandi entusiasmi, anche tra coloro che fanno i puristi, frequentando solo e rigorosamente la Fraternità Sacerdotale San Pio X (la quale, ci mancherebbe, è certamente una grande Grazia).
Davanti al solenne annuncio di chiamata a raccolta però, tutti si sono sciolti. Pochi sono gli esclusi e più precisamente pochi sono quelli che hanno compreso il pericolo di questo nuovo fenomeno.
Non è bello passare sempre per guastafeste, né tanto meno essere considerati come quelli che fanno le pulci a tutto,  ma forse sarà meglio scuotere un attimo gli animi nel tentativo di far comprendere che in questo particolare momento storico non vince nessuno, né tantomeno potrà mai vincere chi grida più forte, ma al massimo chi dice la Verità, ma la dice tutta intera.
Qualsiasi persona dotata di buon senso potrà capire come nel fenomeno don Minutella  si insinui una sorta di reazione di pancia, istintiva, che coinvolge le tante pecore trovatesi disperse e senza pastori, smarrite in un caos e nel marasma dilagante. Non vi è nulla di meglio da fare in un momento di scoraggiamento collettivo che urlare forte, sguainare paroloni e neologismi che colpiscano e montino le coscienze e gli istinti delle persone già fragili, pronte a tutto pur di reagire a qualcosa di cui, spesso, non si comprende la portata. Poco importa poi se per fare teoremi escatologici o per parlare della Santa Vergine Maria si citano personaggi come Hans Urs von Balthasar, il “teologo” eretico, neo-modernista e filo protestante messo al bando dalla Chiesa pre-conciliare e riabilitato da quella post-conciliare, che gli attribuì onori teologici e glorie al cardinalato. Don Minutella, prete mariano di Palermo, lo cita, eccome se lo cita, forse dimenticando che Balthasar asseriva pubblicamente che l’Inferno è vuoto.
Ma don Minutella di fatto agisce così; carisma e coraggio non gli mancano e gli portano gli applausi. Ma cerchiamo di andare alla sostanza.
E il punto importante è questo: cos’ha fatto in fondo di così straordinario don Minutella? Qualcuno dice che “nessuno aveva parlato così forte e chiaro prima di lui”. In realtà, opineremmo, vi è stato un Vescovo, diversi anni fa, che parlò molto più forte di lui, e con molta più chiarezza e il paragone, scusate la cattiveria, è quasi offensivo (per il Vescovo…).
Il problema essenziale nel sacerdote palermitano è infatti proprio questo: la mancanza totale di chiarezza, la contraddizione clamorosa, l’avversione verso qualcosa che chiama “frange estremiste dei super-tradizionalisti” , tutte componenti di una battaglia che parte dal desiderio di far risplendere il frutto marcio senza rendersi conto che sono le radici a dover essere potate. Diciamo questo perché la visione di don Minutella è totalmente sballata (seppur vogliamo sperare e tutto sommato possiamo star certi che sia in buona fede), giacché critica il risultato malato proteggendo la causa che lo ha prodotto facendolo confluire, ora, nel suo più terminale stadio.
Criticando Bergoglio, don Minutella rimpiange la “chiarezza” dei precedenti pontificati, ragion per cui la Chiesa, di fatto, sarebbe crollata da quattro anni a questa parte, rompendo a suon di bergogliate con il Magistero bimillenario… il che è letteralmente assurdo, rischiando di proporre la Chiesa come qualcosa che può essere mutilato nel giro di così poco tempo. Le fenditure nella muraglia cattolica non avrebbero mai potuto aprirsi in un lasso di tempo così limitato; questo dovrebbe essere chiaro a chiunque abbia un’idea chiara di ciò che è la Chiesa, e soprattutto del modo con cui viene iniettato il veleno modernista-progressista che don Minutella rimprovera a Bergoglio. Ma il prete palermitano dimostra di non avere assolutamente le idee chiare su ciò che è successo nella Chiesa negli ultimi 50 (e più) anni.
A proposito di questi 50 anni che hanno devastato la Chiesa, cosa dice don Alessandro Maria Minutella nel famoso video ( https://m.youtube.com/watch?v=KUS5aKfeQtQ)? Citiamo.
Tutto sarebbe iniziato dalle misteriosa rinuncia al pontificato di Ratzinger “fino al quale la dittatura di questo relativismo morale, di questo relativismo dottrinale, di questo imperante relativismo pastorale aveva trovato, nonostante i tentativi di boicottaggio, un argine di resistenza cattolica: sana, chiara nella dottrina, ferma nella morale, decisa nella corretta interpretazione dello straordinario dono del Concilio Vaticano II”.
Ecco, già questo accenno potrebbe bastare per descrivere la confusione e la maldestra visione a proposito di crisi nella Chiesa. Ma andiamo avanti.
“(…) L’ecumenismo è un tradimento di ciò che il Concilio Vaticano II ha detto”.
Anche in questo accenno la contraddizione è palese dal momento che è stato proprio il Vaticano II, con il novello linguaggio di ambiguità, a dare slancio all’ecumenismo e al sincretismo – due facce della medesima medaglia – attraverso Nostra ætate Unitatis Redintegratio, rompendo de facto con ciò che diceva infallibilmente Mortalium Animos e con quello che è l’insegnamento di sempre a proposito delle altre religioni e degli scismatici. Non mancano nemmeno le varie citazioni di Lumen Gentium, dove si trovano i germi del cambiamento e dell’ambiguità dottrinale su cui ora, per ovvie ragioni di spazio, non possiamo soffermarci.
Sempre secondo don Minutella quelli che patiscono di più in questo momento unico nella storia sono “i poveri cattolici, quelli di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, i cattolici innamorati del Concilio Vaticano II nella sua continuità con la tradizione”.
Eppure forse ancora sfugge al Nostro che il più grave degli atti blasfemi è stato voluto proprio da Giovanni Paolo II nel 1986, in quel di Assisi, dove l’ecumenismo conciliare che Minutella esalta si manifestava in tutta la sua devastante dimensione. Quella sì, apocalittica.
“Noi rimaniamo fermi nella dottrina cattolica ed all’autentico spirito del Concilio” – prosegue, rimarcando ancora una volta la totale devozione ad un Vaticano II che ha al suo interno ben 16 documenti ambigui, di rottura con il Magistero di sempre. “La corretta interpretazione del Concilio”, tanto decantata da Benedetto XVI, è una chimera alla quale è impossibile credere, visto che di frutti (buoni) non ne ha mai portati e lo sfacelo è sempre più evidente, con silenzioso imprimatur di Ratzinger.
La cosiddetta “ermeneutica della continuità” non è che un altro aspetto del modernismo, ancor più pericoloso e nel quale tanti ancora cascano. È il tentativo grottesco di insegnare la tradizione alla luce del modernismo, infarcendola di Nouvelle Théologie: ciò che vi è di peggio.
La chiamata alle armi di don Minutella è – piaccia o meno – un veleno perfetto. Grida contro i disastri odierni ammonendo che solo con un ritorno alla “corretta interpretazione” della grande eresia del XX secolo si potrà ristabilire un ordine. Il metodo è simile a quello dei Dubia, ma in certi aspetti anche peggiore, proprio per la capacità di coinvolgimento e la verve del prete che peraltro, è bene ricordarlo almeno per poter ampliare le conoscenze, dice di parlare con la Madonna. [1]
Non vogliamo, sia ancora chiaro, giudicare le intenzioni del Minutella che certamente, come dicevamo, agisce in buona fede, ma è essenziale avvertirne il pericolo generato da questa confusione di idee la quale, se non corretta (ma forse è già tardi), diffonderà ulteriore caos ideologico e dottrinale. In questo caso tutti i meriti che possono esservi per quanto il sacerdote palermitano ha capito e denunciato, sono ipso facto cancellati dal principio dottrinale per il quale la mescolanza fra merito e torto peggiora il torto e non aumenta il merito. Come qualcuno diceva giustamente in questi giorni, Satana ha intelligenza alta e gran conoscenza dei Misteri di Dio, ma questo va a suo maggior torto.
Esaltare ciò che ha detto di buono don Minutella non ha senso, per il semplice fatto che il resto delle cose che dice evidenziano l’incapacità di affrontare realmente il problema e di comprenderlo, e quindi l’impossibilità di risolverlo. Siamo tutti d’accordo nell’affermare che Bergoglio sia la sfacciataggine del modernismo imperante, ma non avrebbe mai potuto esserlo senza i battistrada precedenti e soprattutto senza le radici conciliari dove, per la prima volta, si è parlato in modo ambiguo e si è lasciato spazio all’interpretazione. Questo, come è ovvio che sia, non è il linguaggio di Gesù, non è il linguaggio che la Chiesa ha avuto per quasi due millenni.
Di preti come don Minutella ve ne sono molti, tutti pronti a condannare l’ultimo errore senza chiedersi da dove provenga il male. È come accontentarsi di prendere il magrebino dei giardini pubblici che spaccia la droga ai ragazzini, senza chiedersi da chi e da dove provenga quella droga.
Questo è l’aspetto più pericoloso del “conservatorismo conciliare” i cui membri venivano così definiti da don Giorgio Maffei, sacerdote zelante e di uno spessore inimitabile: “I conservatori sono i cattolici postconciliari. Si direbbe che essi occupino una posizione di mezzo, in cui si vuole restare fedeli alla tradizione, ma senza mettersi apertamente contro il Concilio. Dal Concilio è stata interrotta la continuità della tradizione con il trionfo della rivoluzione modernista, che ha stravolto molte verità della nostra fede, provocando la spaventosa crisi dottrinale e spirituale che da più di quarant’anni (don Giorgio diceva questo nel 2009 – NDR) deturpa senza posa l’ormai irriconoscibile volto divino della Chiesa Cattolica”.
Ognuno è libero di seguire chi crede, don Minutella, Tizio, Caio e Sempronio, ma deve essere chiaro che è l’identità cattolica ad essere qui messa in discussione. Ci ricorda il Rev. Don Maffei che “il vero cattolico non può stare a metà strada. Non si possono servire due padroni contrari tra loro, ossia non si può essere fedeli alla tradizione e allo stesso tempo conformarsi a chi la tradizione la rinnega”.
La critica a Lutero ed alla sua esaltazione perde effetto dal momento che si continua a celebrare una Messa voluta e fatta per Lutero e i suoi eretici seguaci. Come si può criticare Lutero quando si continua ad incoraggiare un rito che stravolge la Fede cattolica? Come si può avere il coraggio di dire e di far dire “non sono degno di partecipare alla Tua mensa “ (per citare la più lampante), o di adattarsi a delle preghiere di Offertorio inventate di sana pianta? Suvvia, non prendiamoci in giro. La coerenza deve stare alla base di tutto. Non vi è più tempo per compromessi e per ghirigori privi di efficacia. La Fede oggi è dura e costa tanto, e volerne salvare l’integrità facendo parlare i documenti del Concilio è semplicemente un  suicidio.
Piuttosto che organizzare grandi parate piene di suggestione collettiva, incapace perlopiù di andare alla sostanza del disastro e del male, sarebbe meglio ripartire dai focolari domestici: quella è la battaglia che ogni cattolico deve intraprendere in un momento come l’attuale. La speranza deve ripartire da lì e il seme si conserva attorno al fuoco, non con le leadership ideate sui social. Dare spazio, e seguire, certi fenomeni mediatici può creare, nel migliore dei casi, solo perdite di tempo; più realisticamente, crea ulteriore confusione.
A don Minutella e a chi vorrà seguirlo vanno i migliori auguri, ma sia chiaro che il Cattolicesimo, quello vero, faticoso e che ha come fondamento la Verità, è tutta un’altra cosa.
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[1] http://palermo.gds.it/2015/09/16/il-sacerdote-che-ha-detto-di-parlare-con-la-madonna-si-difende-non-sono-pazzo_410441/


– di Cristiano Lugli

IL SEGRETO DI GESU'

    Il segreto di Gesù: nascondimento e distacco dagli uomini. Il vero cristiano dovrebbe prenderlo sempre a modello. Oggi molti cristiani non sono in sintonia con il Padre celeste figuriamoci poi se questo cristiano è il papa 
di Francesco Lamendola  





Due sono le sorgenti della forza interiore di Gesù Cristo, umanamente parlando – perché non dimentichiamo mai che Gesù non era un uomo qualsiasi, per quanto eccezionale, ma era il Figlio di Dio, e Dio egli stesso: il nascondimento e la capacità di distaccarsi dagli uomini. E qui bisogna intendersi bene sul significato delle parole.
Il nascondimento è un modo di porsi che assume due significati opposti a seconda dei tipi umani che lo praticano. Per il tipo inferiore, si tratta di una maschera per tenere celate le proprie intenzioni, per assicurarsi un vantaggio sleale sugli altri, per fingere di essere quel che non si è e ingannare l'altro, giocando con lui e approfittando della sua disponibilità e della sua buona fede. Nel tipo umano superiore, invece, è una cosa completamente diversa: è il sincero bisogno di solitudine e di raccoglimento per non perdere mai di vista l'essenziale, cioè Dio e le cose divine, ciò che inevitabilmente accade se ci si lascia trasportare dalla folla, dal rumore e dalla frenesia della vita attiva, ma senza spiritualità. 

Gesù aveva bisogno, quasi fisicamente bisogno, di questo secondo tipo di nascondimento: la folla, dopo un poco, lo stancava, specialmente quando lo osannava e lo cercava solo per le opere che compiva, e non per il Vangelo che annunciava. Lui voleva parlare agli uomini del Padre celeste, ed essi volevano da lui dei segni, dei miracoli, delle guarigioni; appunto per questo Gesù, per prima cosa, chiedeva ai malati: Credi tu che Dio possa farti guarire?, e solo dopo aver ottenuto questa professione di fede, invocando sempre il Padre, Gesù operava le guarigioni, gli esorcismi, e ciò che la folla gli domandava. Non appena poteva, però, Gesù se ne andava in un luogo appartato, nascondendosi perfino ai suoi, che lo cercavano. Dov'eri andato, Maestro, gli chiedevano. È la stessa domanda che gli avevano fatto, preoccupati, i suoi genitori, quando, da adolescente, si era allontanato da loro e per la prima e unica volta - che noi si sappia - aveva dato loro un dispiacere: perché voleva restare nel tempio e ascoltare quel che i sacerdoti dicevano del Padre celeste. E non solo ascoltare, ma anche interrogare. Quel colloquio non si sarebbe mai interrotto: per tutta la vita, pubblica e privata, Gesù non ha mai smesso di tenersi in costante unione con il Padre suo, attraverso la preghiera quotidiana, assidua, fervorosa. Ecco che il nascondimento, per lui, diventava una necessità vitale: non avrebbe potuto farne a meno. Senza raccogliersi in solitudine, l'anima perde il contatto con Dio; e quando ha perso il contatto con Dio, essa è preda di tutte le passioni e di tutti i disordini della natura umana: fragile, incostante, incontentabile.
Qui la ricerca del nascondimento si fonde con l'altro aspetto caratteristico della vita interiore di Gesù: il distacco dagli uomini. Anche su questa espressione bisogna intendersi bene. Nel linguaggio comune, una persona "distaccata" è una persona che non s'interessa del prossimo, che non ha alcuna empatia con gli altri, e vive solo per se stessa. Questa, però, è la descrizione del tipo umano inferiore. Anche il tipo umano superiore è incline al distacco dagli uomini, anzi, ne ha un autentico bisogno, ma non perché non s'interessi a loro, non perché non partecipi alla loro vita, alle loro speranze, alle loro paure, alle loro gioie. Al contrario: il tratto più evidente della novità che Gesù ha rappresentato, nel panorama religioso del suo tempo, cioè in un luogo e in un tempo che pullulavano, letteralmente, di sette e di capi religiosi, veri o fasulli, Gesù s'imponeva al primo colpo d'occhio per la sua partecipazione alla vita degli altri, e particolarmente alla loro sofferenza. Gesù non si limitava a predicare: era profondamente sensibile al dolore e all'angoscia degli altri; non li guardava dall'alto in basso, ma li sentiva come fossero suoi. Il suo primo miracolo, alle nozze di Cana, è stato originato dalla compassione per due sposi che rischiavano di fare brutta figura davanti agli invitati, perché il vino del banchetto stava per finire. E davanti alla tomba dell'amico Lazzaro, che era morto già da quattro giorni, Gesù - dice l'evangelista – pianse (Giov., 11, 35). Dunque, Gesù partecipava intensamente alla vita affettiva che lo legava agli altri: era un uomo fra gli uomini, soffriva della sofferenza altrui, gioiva della gioia altrui. Non era una persona fredda. Era emotivo, appassionato. Durane l'Ultima Cena, a conclusione e coronamento del suo ministero, disse agli apostoli che non li considerava più servitori, ma amici, precisando che la vera amicizia è la disponibilità a offrire la propria vita per amore dei propri amici. E stava parlando di se stesso, stava annunciando la Passione imminente.
Allo stesso tempo, però - e questa è una sintesi che avviene solo nel tipo umano superiore - Gesù era anche distaccato dagli uomini. Come è possibile? E distaccato, in che senso? Gesù era anche distaccato dagli uomini perché faceva i conti, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, con l'infinito. Ad ogni istante, Gesù era pronto: davanti a Dio, e davanti alla morte. Partecipava alle gioie e alle sofferenze altrui, ma restava padrone della propria libertà interiore: non si faceva imprigionare dall'emotività. Era simile a un dottore che soffre per la sofferenza del malato, ma conserva una perfetta lucidità per poterlo curare. Era distaccato nel senso che nulla di ciò che avveniva intorno a lui aveva il potere di fargli smarrire l'essenziale: il rapporto con Dio, la certezza del suo amore e del suo aiuto. Era distaccato, inoltre, perché amando gli uomini, e amandoli sia singolarmente, sia nell'insieme dell'umanità, fino al punto di esser pronto a dare la vita per essi, non si faceva illusioni sul loro conto: sapeva che lo avrebbero tradito, che lo avrebbero abbandonato, che lo avrebbero rinnegato. Lo sapeva, ma non li disprezzava; era convinto che negli uomini vi è un nocciolo di bene, che può sempre svilupparsi, se coltivato con pazienza e con amore (vedi la parabola del fico sterile: Luca, 13, 6-9); e che la confidenza in Dio può far nascere quest'uomo nuovo dall'uomo vecchio, in qualsiasi momento, perché nulla è impossibile a Dio. D'altra parte, se non li disprezzava, non faceva nemmeno troppo conto su di loro: conosceva la loro debolezza. A san Pietro, che per tre volte lo aveva rinnegato, per tre volte chiese, dopo la Resurrezione: Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?, come a ricordargli, ma con estrema delicatezza, e quasi con pudore, la via per riscattarsi da quella fatale debolezza. Gesù contava solo su se stesso e sull'aiuto di Dio: per esempio, non ci risulta che abbia mai domandato un consiglio. Se aveva bisogno di essere consigliato su qualcosa, si rivolgeva a Dio; non agli uomini. Ecco: questo è il "distacco" del tipo umano superiore: non un distacco che nasce dall'indifferenza e che é sinonimo di disprezzo, ma un distacco che nasce dal legame fortissimo e sempre attuale con Dio, davanti al quale tutto il resto impallidisce. Chi di noi, se ha un amico saggio e fidato, invece di rivolgersi a lui per consiglio, si rivolge a un altro amico, meno saggio e meno fidato, o addirittura al primo con cui gli capita di parlare? Solo un pazzo farebbe così. Ebbene: Gesù aveva sempre Qualcuno a cui rivolgersi, infinitamente saggio e infinitamente amorevole: il Padre suo celeste. Perché avrebbe dovuto domandare consiglio e conforto agli uomini, quando poteva sempre contare sul consiglio e sul conforto  del Padre suo?
Quando sono in presenza del tipo umano superiore - e Gesù apparteneva a un tale tipo, in maniera perfetta, dal punto di vista umano; perché, ripetiamo, la sua natura non era solamente umana, ma altresì divina - le altre persone avvertono una "distanza" incolmabile: che non dipende dalla scarsa sensibilità di costui alle loro pene, o da una mancanza di calore affettivo, o, peggio, dall'indifferenza di chi si considera molto più saggio e "illuminato", ma dal fatto che egli si è spinto talmente in alto, verso le sommità spirituali, che l'aria, lassù, è troppo rarefatta e la luce troppo accecante per gli organismi delle persone comuni. È una distanza oggettiva, che non dipende dall'atteggiamento degli uomini, ma dalle realtà delle cose: come quando ci si trova in presenza di uno straniero, che parla una lingua sconosciuta: possiamo cogliere la bontà nella luce del suo sguardo, e intuire, in parte, quel che egli vorrebbe dirci; ma i particolari del suo discorso ci restano inesorabilmente preclusi. Non è "colpa" di nessuno. Tutto quel che possiamo fare, è di provare a salire anche noi un poco verso l'alto: allora, e soltanto allora, cominceremo a capire meglio il senso delle sue parole. Lui può certamente chinarsi verso di noi, ma se sarà lui solo a fare il movimento, continueremo a non capire, a fraintendere il senso del suo discorso. Ed è appunto questo che rende Gesù il tipo perfetto del Maestro: Egli attira gli uomini a sé, con i loro difetti e i loro limiti, ma spronandoli a superarli e non già compatendoli o compiangendoli solamente. È come se Gesù dicesse a chi lo vuol seguire: Io so che puoi far di meglio. Alzati e cammina, dunque; vieni dietro di me, prendi la tua croce: io ti aiuterò a portarla. E anche da ciò si vede quanto sono lontani dal vero quei cattolici "buonisti" che credono di praticare il vero Vangelo dicendo e ripetendo ai peccatori che Gesù li ama. Certo che li ama! Però bisogna dir loro anche l'altra metà del discorso: che essi devono cambiar vita. Un vangelo in cui non vi sia l'esortazione a convertirsi e cambiar vita, a far nascere in sé l'uomo nuovo, non è il Vangelo di Gesù. È un altro, che ne rappresenta la deformazione subdola e interessata. E, anche se oggi questo pseudo vangelo va assai di moda, ciò non toglie che non abbia nulla a che fare con il Vangelo vero, quello insegnato, e soprattutto praticato, da Gesù Cristo.
Ha osservato il teologo tedesco Karl Adam (1876-1966), che fu professore all’Università di Tubinga, nel suo libro Gesù il Cristo (titolo originale: Jesus Christus, Augsburg, Verkag Hans & Grabherr, 1933; traduzione a cura di Pietro De Ambrogi, Milano, Morcelliana, 1959, pp. 115-116):

La nota caratteristica della vita d’adorazione di Gesù è la virile modestia, il nascondimento,in cui essa si svolge.  Se Egli esige dai suoi: “Quando preghi, entra nella tua cameretta, chiudi l’uscio e prega il Padre nel tuo nascondimento” (Mt. 6, 6) è segno che tale era la sua condotta.
Il posto in cui preferisce pregar è la solitudine, dove non v’è nessun altro che il Padre. “Quand’ebbe licenziato il popolo salì su un monte per pregare da solo. Era molto tardi. Ed Egli era là solo” (Mt 14, 23 = Mc 6, 46; Giov. 6, 15). Nell’isolamento notturno, nel grande silenzio d’ogni cosa, gravido di mistero, Egli trovava il Padre, Lui solo.
Sul monte della trasfigurazione la sua intima unione con Dio traspare in raggi luminosi attorno alla sua persona, il suo volto risplende come la candida neve dello Hermon.
Se prescindiamo dal “Pater noster” che Gesù ha composto non per Sé, ma per le necessità dei suoi discepoli, imprimendogli, a questo scopo, una forma ritmica, le preghiere pronunciate da Lui esalano, ancor oggi, il forte e caldo profumo s’un’emozione personale fortemente sentita, d’un’esperienza direttamente vissuta. “Ti ringrazio, o Padre, che mi hai esaudito!”B(Giov.11, 41). “Padre, non come voglio Io, ma come vuoi Tu!” (Mt. 26, 39).. “Ti lodo, o Padre, perché hai nascosto queste cose ai saggi ed ai prudenti, e l’hai rivelato ai pargoli. Sì, Padre, perché così piacque a Te! (Mt 11, 25 s.). Appunto per questo, a differenza delle preghiere di S. Palo, le sue sono semplici e schiette, brevi e concise come giaculatorie. Ma questa preghiera solitaria di Gesù non sgorgava solo dall’impulso della sua vocazione concentrata e raccolta. Qualcosa di più grande vistava nascosti. Rasentiamo ancora il suo mistero…
[…] Attorno a Lui non v’è unicamente la solitudine comune delle anime pie: c’è la misteriosa solitudine del Figlio. […] Quando Gesù prega esce completamente dall’ambiente umano che lo circonda per immergersi esclusivamente nell’atmosfera vitale del Padre suo. Anzi, lo straordinario sta in questo: Gesù non ha bisogno degli uomini. Non ha bisogno di nessuno gli basta il Padre. […] I discepoli non danno nulla a Lui. Egli dona loro tutto.


Il vero cristiano dovrebbe prendere sempre a modello Gesù e praticare quella forma superiore di nascondimento e di distacco dagli uomini. Dovrebbe amare tutti, ma far sempre in modo di potersi ritirare in preghiera, in qualunque circostanza, se possibile mediante uno spazio fisico, e se no, interiore; e dovrebbe esser distaccato da tutto e da tutti, pur conservando la capacità di partecipare ai sentimenti degli altri e di provare compassione. Un cristiano che cerca sempre la confusione e la folla, i lampi dei fotografi e gli applausi della gente; che parla, parla sempre, e non si ferma mai per riflettere, non si domanda mai se le sue parole stiano per caso provocando turbamento, e proprio fra i credenti, fra quanti avrebbero più che mai bisogno d’essere incoraggiati, consolati, sostenuti; che non sa stare mai solo, che esprime a voce alta i suoi dubbi di fede, e lo fa con aria di finta umiltà, mentre non c’è cosa che desideri di più che l’approvazione e l’ammirazione generale: ebbene, un tale cristiano non è in sintonia con il Padre celeste. Figuriamoci, poi, se questo cristiano è il papa…

Il segreto di Gesù: nascondimento e distacco dagli uomini

di

Francesco Lamendola