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martedì 7 marzo 2017

Vi era un debito?

GIUDAISMO E SENSO DI COLPA

    L’irrazionale senso di colpa dei cattolici li ha portati ad arrendersi al giudaismo. La dichiarazione Nostra aetate e meccanismi psicologici che hanno influito sull'insieme del lavoro dei Padri conciliari: vi era un debito?
di Francesco Lamendola





Abbiamo già avuto modo di vedere come la dichiarazione Nostra aetate, pensata e voluta essenzialmente per capovolgere i precedenti rapporti fra cattolicesimo ed ebraismo, sia stata preceduta da un lavorio di infiltrazione e da un'opera di pressione giocato sia dall'esterno della Chiesa, ad opera di una organizzazione massonica israelita come il B'nai B'rith, sia dall'interno, facendo leva ed esasperando il senso di colpa del clero cattolico per ciò che era accaduto agli ebrei sotto il nazismo e durante la Seconda guerra mondiale e anche per i pretesti, o piuttosto fabbricati a posteriori, "silenzi" di Pio XII (cfr. specialmente gli articoli Il mito del "silenzio" di Pio XII fu creato per fare pressioni sulla Chiesa cattolica, e Come il B'nai B'rith ha infiltrato e condizionato il Concilio Vaticano II pubblicati su Il Corriere delle Regioni  rispettivamente il 09/01/2017 e l'11/02/2017.
Vorremmo qui concentrarci sull'aspetto interno, e specialmente sui meccanismi psicologici che hanno prodotto un tale senso di colpa nel clero cattolico, specialmente tedesco, per far vedere quanto essi abbiamo influito sull'insieme del lavoro dei Padri conciliari, sul loro modo di percepirsi membri di una Chiesa che aveva taciuto, o aveva permesso, la tragedia della Shoah, e che, pertanto, era in debito di un congruo risarcimento nei confronti delle vittime. Anche se quel senso di colpa non era poi così giustificato, visto il coraggio con cui sia la Chiesa nel suo insieme (si veda l'enciclica Mit brennender Sorge di Pio XI, del 10 marzo 1937), sia il contegno di singoli prelati e sacerdoti, come Clemens August von Galen, detto "il leone di Münster" (cfr. il nostro articolo Von Galen difese la sua patria a viso aperto, così come aveva difeso le vittime del nazismo, pubblicato su Il Corriere delle Regioni il 27/05/2015), avevano preso posizione contro gli aspetti criminali del regime nazista e la sua politica di razzismo biologico; e anche se era del tutto sbagliata l'idea che il "risarcimento" dovesse consistere in un ribaltamento del giudizio storico e teologico sul giudaismo nelle sue relazioni con il cristianesimo. 
In ogni caso, quello che era un senso di colpa di una parte del clero, il clero tedesco, anzi, una parte di quel clero, venne trasformato in un senso di colpa collettivo e universale, non solo di tutto il clero cattolico (che c'entravano i vescovi africani, o asiatici, o latino-americani, con la Shoah?), ma di tutto il mondo cattolico, laici compresi: da quel momento, teologi bene intenzionati (forse), ma pochissimo competenti nella loro disciplina, si sentirono in dovere di trasformare, ipso facto, quasi con un colpo di bacchetta magica, i "perfidi giudei" della liturgia cattolica (Oremus et pro perfidis Judaeis ) nei "nostri cari fratelli maggiori", simpatici e, si suppone – come lo sono, di solito, i fratelli maggiori - anche più saggi, e con i quali è giusto e doveroso abbondare in baci e abbracci, quasi che niente di sostanziale divida le due religioni e quasi che Gesù sia morto sulla croce per un capriccio del destino o un impensabile incidente di cui nessuno è responsabile (da cui il sacrilego tentativo di screditare la storicità dei Vangeli, specialmente quello di Matteo, per "sollevare" il Sinedrio da ogni responsabilità  e, semmai, scaricare tutta la colpa sui soli romani). E infatti ora possiamo vedere papa Francesco che riceva formalmente, e con molto piacere, una delegazione del B'nai B'rith (25 giugno 2015) e che moltiplica le viste di riconciliazione e di "riparazione", ad Auschwitz, tappa ormai obbligata di tutti i pontefici (29 luglio 2016), come alla Sinagoga di Roma (17 gennaio 2016), dove ha detto ai rabbini: Siete i nostri fratelli e sorelle nella fede (fratelli non come membri dell’unica famiglia umana, quindi, ma proprio come credenti; al che ci permettiamo sommessamente di domandare: come fanno un cattolico e un ebreo ad essere fratelli nella fede? Ciò significa che non c'è più alcuna differenza fra l'essere cattolico e l'essere giudeo?). Sta di fatto che il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha detto un bel "no" al papa Francesco circa la possibilità di aprire un tavolo di discussione sulle questioni teologiche: notizia che è stata censurata o minimizzata, naturalmente, da tutti i media e specialmente da quelli cattolici, ma che non è sfuggita a quei vaticanisti che si sono impegnati coi loro lettori a dire la verità e non a suonare sempre il piffero per l'orchestra di Bergoglio (vedi, ad esempio, l'articolo di Sandro Magister Quel no detto a Francesco dal rabbino capo di Roma, pubblicato il 23/01/2016 e consultabile su www.chiesa.espressonline.it).
Riportiamo qui di seguito parte di due documenti, entrambi scaturiti dal complesso di colpa del clero tedesco all'indomani della Seconda guerra mondiale, e confluiti nei lavori per la discussione circa il "dialogo" con il giudaismo durante il Concilio Vaticano II, e, quindi, nella stesura della bozza preparatoria della Nostra aetate: la quale, pur recando il sottotitolo Dichiarazione  sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (ma allora, caro papa Francesco, il giudaismo è proprio una religione non cristiana: non è una nostra fantasia, non è una farneticazione della vituperata e "antisemita" Chiesa pre-conciliare!), come è noto, era stata inizialmente pensata come un documento specificamente indirizzato alla sola religione giudaica, e non a tutte le religioni non cristiane, dall'islam al buddismo.
Il primo documento è la dichiarazione sottoscritta dai vescovi tedeschi, durante il Concilio, all’inizio del dibattito sulla questione dei rapporti con il giudaismo (cit. in: Franz Mussner, Il popolo della Promessa. Per il dialogo cristiano-ebraico; titolo oroginale: Traktat über Juden, München, Kösel-Verlag, 1979; traduzione dal tedesco di Guglielmo Corti, Roma, Città Nuova Editrice, 1982, p. 16):

Noi vescovi tedeschi accogliamo con favore il decreto conciliare sugli ebrei. Poiché la Chiesa nel Concilio parla di se stessa, non può tacere del suo legame con il popolo di Dio dell’Antico testamento. Siamo convinti che una tale dichiarazione conciliare sia motivo di un rinnovato contatto e di un migliore rapporto tra la Chiesa e il popolo ebraico. Noi vescovi tedeschi accogliamo favorevolmente questo decreto, soprattutto perché siamo consci del grave torto che, in nome del nostro popolo, è stato fatto al popolo ebraico.

Dove si vede che i vescovi tedeschi, dopo aver esplicitamente rovesciato il proprio senso di colpa, in quanto tedeschi, sulle spalle dell’intera assemblea conciliare, poi per ben tre volte nello spazio di poche righe parlano del “popolo ebreo” e non del giudaismo come religione: il che dimostra o una enorme (e, a questo punto, difficilmente inconsapevole) confusione concettuale da parte loro, visto che la questione dibattuta al Concilio non era il rapporto con il popolo ebreo, ma con la religione giudaica; oppure qualche cosa di peggio, cioè una deliberata strategia per approfondire e aggravare quel senso di colpa, spostando surrettiziamente l’attenzione dal piano religioso e teologico, a quello storico e politico. In altre parole: se i cattolici di tutto il mondo (anche i non tedeschi, dunque) si auto-convincono di essere sempre stati antisemiti, a causa della tradizionale accusa agli ebrei di aver crocifisso Gesù, allora li si può anche inchiodare al senso di colpa di avere, per così dire, preparato il terreno all’antisemitismo nazista, e, quindi, alla politica di genocidio perseguita da Hitler e dai suoi accoliti. Laddove è perfettamente chiaro che l’atteggiamento della Chiesa, o di una parte consistente di essa, può anche essere stato antigiudaico, ma in senso religioso; mentre non è vero affatto che esso sia stato antisemita (in senso biologico e, quindi, politico), anzi, è vero il contrario: che presso la Chiesa, per secoli, gli ebrei hanno trovato protezione e riparo contro l’antisemitismo che, sobillato anche dal potere politico, talvolta erompeva dalle masse popolari e in ceti Paesi (come la Russia) giungeva ad assumere caratteri di persecuzione intermittente.
Il secondo documento, nel quale il senso di colpa è ancora più marcato e assume caratteri ossessivi, quasi psico-patologici e masochisti, è il cosiddetto Documento di Speranza (Hoffnungspapier), IV, 2, redatto dai vescovi nel sinodo generale della Repubblica federale Tedesca (op. cit., p. 18):

Noi siamo la nazione, la cui recente storia politica è stata oscurata dal tentativo di sterminare sistematicamente il popolo ebraico. Al tempi del nazionalsocialismo, nonostante il comportamento esemplare di singole persone e gruppi, noi ci presentammo, in genere, come una comunità cristiana che troppo si disinteressava della sorte di questo popolo perseguitato, e fissava esageratamente lo sguardo sulle minacce alle proprie istituzioni, tacendo dei delitti commessi contro gli ebrei e l’ebraismo. Molti, per timore della vita, si sono resi responsabili di questo. E che perfino alcuni cristiani abbiano collaborato a tale persecuzione, ci opprime in modo particolarmente grave. La schiettezza della nostra volontà di rinnovamento dipende in pratica anche dall’ammissione di questa colpa e dalla prontezza a trarre i dovuti insegnamenti dalla storia delle colpe commesse dal nostro paese e anche dalla nostra Chiesa: mostrandoci vigilanti, precisamente noi Chiesa tedesca, contro ogni tendenza alla negazione dei diritti umani e all’abuso del potere politico; prestando il nostro pronto aiuto a tutti quelli che oggi, per motivi razziali o ideologici, soffrono persecuzione; ma soprattutto accettando il compito specifico di migliorare i rapporti, tanto pesanti, della Chiesa universale col popolo ebraico e la sua religione.
Precisamente noi, tedeschi, abbiamo l’obbligo di non negare o immiserire i rapporto salvifici tra il popolo di Dio veterotestamentario e quello neotestamentario, quali furono visti e conosciuti anche dall’apostolo Paolo. Anche in questo senso, infatti, ci siamo resi colpevoli nei confronti del popolo ebraico. Infine, la credibilità del nostro discorso sul “Dio della speranza”, di fronte a un orriore tanto disperato come quello di Auschwitz, soprattutto dal fatto che vi fu una schiera innumerevole di ebrei e di cristiani che hanno incessantemente parlato di Dio e lo hanno invocato anche in un tale inferno, e anche dopo l’esperienza di un tale inferno. In ciò riscontriamo un compito del nostro popolo, anche nei confronti dell’atteggiamento degli altri popoli e del mondo intero, nei confronti del popolo ebraico. Noi vediamo un dovere particolare della Chiesa tedesca all’interno della Chiea universale, proprio nel suo contributo ad un nuovo rapporto dei cristiani col popolo ebraico e con la storia della sua fede.

I vescovi tedeschi, dunque, a nome (si spera; ma su quale base?) dei loro fedeli, dicono di sentirsi ”oppressi” dal senso di colpa per il fatto di appartenere a una nazione, a un popolo, a una chiesa, che hanno avuto una parte di responsabilità nella tragedia del popolo ebraico negli anni del nazismo (cosa tutta da dimostrare sul piano storico); ebbene, per espiare questo senso di oppressione, essi vogliono farsi portatori di un più ampio senso di colpa in seno alla Chiesa universale, nonché i promotori di una specie di “riabilitazione” dell’incompreso e maltrattato giudaismo, chiamando in correo duemila anni di storia del cristianesimo. In modo franco, anche se un po’ brutale, si potrebbe a ciò obiettare che chi è oppresso da inestinguibili sensi di colpa dovrebbe andare dallo psichiatra e non pretendere d’imporre alla propria chiesa delle modifiche nella valutazione teologica di un’altra religione, perché questo è semplicemente folle. Anche il proponimento di farsi paladini e gendarmi della memoria della Shoah, contro ogni forma di negazionismo, ci sembra una maniera patologica di reagire a un sentimento patologico (precisiamo una volta per tutte che il solo sentimento giusto, e cristianamente ammissibile, di fronte alla coscienza di un male compiuto, è il pentimento, insieme alla volontà di non reiterarlo). Sarà per questo che la diocesi di Ratisbona, nel 2009, per bocca del suo vescovo Gerhard Ludwig Müller, ha messo al bando il vescovo lefebvriano Williamson, sollecitando la sua condanna per incitamento all’odio razziale da parte di un tribunale statale? Condanna che - sia detto fra parentesi - c’è stata, ma che, con sommo scorno di questi zelanti paladini della “giustizia”, è stata annullata due anni dopo dalla Corte d’appello di Norimberga. Nuovo ricorso e, nel 20014, sentenza definitiva: condanna. Stavolta il vescovo Müller può stare contento: Williamson “ha incitato all’odio razziale e negato l’Olocausto” (anche se questo non è vero). L’importante è far vedere che la Chiesa tedesca, su tale questione, fa sul serio. Per la cronaca, il vescovo Müller è quel signore che, oltre a difendere la teologia della liberazione, dicendo che è ortodossa, ha messo in dubbio la verginità di Maria e ha affermato, con un incredibile gioco di parole, che, nell’Eucarestia, non sono realmente presenti il Corpo e il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. In tempi normali, un simile “vescovo” sarebbe stato cacciato, lui, a pedate…
Ci sembra quasi superfluo aggiungere che il senso di colpa non è un sentimento cristiano e che non ha niente a che fare con la teologia o con la dottrina cristiana; e che, pertanto, è stato del tutto improprio permettere che esso esercitasse una qualche influenza sui lavori conciliari e sulla corretta impostazione dei rapporti fra cattolicesimo e giudaismo. Peraltro, i passaggi impropri, a nostro avviso, sono stati addirittura tre: 
- primo, aver ammesso che i cattolici, in quanto tali, e la Chiesa cattolica, come istituzione, siano stati insensibili al dramma degli ebrei durante il nazismo e la Seconda guerra mondiale, o che abbiano taciuto quando dovevano denunciare la persecuzione, o che avrebbero potuto e dovuto fare molto di più di quel che fecero;
- secondo, aver ammesso che da quella presunta insufficienza, da quella indifferenza, da quella responsabilità, scaturisse la necessità di una riparazione sul piano delle relazioni fra le due religioni in quanto tali, cioè in quanto depositarie di una verità teologica, vale a dire su di un piano completamente distinto da quello della fratellanza e benevolenza di rapporti che possono esistere sul piano umano;
- terzo, che ciò che soffrirono gli ebrei, come popolo, ad Auschwitz e negli altri campi della morte, debba portare a una rettifica del giudizio che la Chiesa cattolica, nella sua millenaria saggezza, ha dato e costantemente mantenuto sulla religione giudaica e sul suo atteggiamento verso i cristiani (atteggiamento che ha dato luogo a vere e proprie persecuzioni anticristiane, laddove i rapporti di forza lo permettevano, oltre che a una segreta ma tenacissima avversione verso i goyim); a meno di pensare che tutti i pontefici regnanti prima del Concilio Vaticano II fossero, in tale materia, o pazzi, o ingiusti, o deliberatamente male intenzionati…


L’irrazionale senso di colpa dei cattolici li ha portati ad arrendersi al giudaismo

di

Francesco Lamendola