ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 7 aprile 2017

E il diavolo precede i suoi passi.


Cum irátus fúeris, * Dómine, misericórdiæ recordáberis. Canticum Habacuc [4]
(Canticum Habacuc * Hab 3:2-33) 
3:2 Dómine, audívi auditiónem tuam, * et tímui.
3:3 Dómine, opus tuum, * in médio annórum vivífica illud:
3:4 In médio annórum notum fácies: * cum irátus fúeris, misericórdiæ recordáberis.
3:5 Deus ab Austro véniet, * et sanctus de monte Pharan:
3:6 Opéruit cælos glória eius: * et laudis eius plena est terra.
3:7 Splendor eius ut lux erit: * córnua in mánibus eius:
3:8 Ibi abscóndita est fortitúdo eius: * ante fáciem eius ibit mors.
3:9 Et egrediétur diábolus ante pedes eius. * Stetit, et mensus est terram.
3:10 Aspéxit, et dissólvit gentes: * et contríti sunt montes sǽculi.
3:11 Incurváti sunt colles mundi, * ab itinéribus æternitátis eius.
3:12 Pro iniquitáte vidi tentória Æthiópiæ, * turbabúntur pelles terræ Mádian.
3:13 Numquid in flumínibus irátus es, Dómine? * aut in flumínibus furor tuus? vel in mari indignátio tua?

3:14 Qui ascéndes super equos tuos: * et quadrígæ tuæ salvátio.
3:15 Súscitans suscitábis arcum tuum: * iuraménta tríbubus quæ locútus es.
3:16 Flúvios scindes terræ: vidérunt te, et doluérunt montes: * gurges aquárum tránsiit.
3:17 Dedit abýssus vocem suam: * altitúdo manus suas levávit.
3:18 Sol, et luna stetérunt in habitáculo suo, * in luce sagittárum tuárum, ibunt in splendóre fulgurántis hastæ tuæ.
3:19 In frémitu conculcábis terram: * et in furóre obstupefácies gentes.
3:20 Egréssus es in salútem pópuli tui: * in salútem cum Christo tuo.
3:21 Percussísti caput de domo ímpii: * denudásti fundaméntum eius usque ad collum.
3:22 Maledixísti sceptris eius, cápiti bellatórum eius, * veniéntibus ut turbo ad dispergéndum me.
3:23 Exsultátio eórum * sicut eius, qui dévorat páuperem in abscóndito.
3:24 Viam fecísti in mari equis tuis, * in luto aquárum multárum.
3:25 Audívi, et conturbátus est venter meus: * a voce contremuérunt lábia mea.
3:26 Ingrediátur putrédo in óssibus meis, * et subter me scáteat.
3:27 Ut requiéscam in die tribulatiónis: * ut ascéndam ad pópulum accínctum nostrum.
3:28 Ficus enim non florébit: * et non erit germen in víneis.
3:29 Mentiétur opus olívæ: * et arva non áfferent cibum.
3:30 Abscindétur de ovíli pecus: * et non erit arméntum in præsépibus.
3:31 Ego autem in Dómino gaudébo: * et exsultábo in Deo Iesu meo.
3:32 Deus Dóminus fortitúdo mea: * et ponet pedes meos quasi cervórum.
3:33 Et super excélsa mea dedúcet me victor * in psalmis canéntem.
V. Glória Patri, et Fílio, * et Spirítui Sancto.
R. Sicut erat in princípio, et nunc, et semper, * et in sǽcula sæculórum. Amen.


Ant. Quando sarai adirato, * o Signore, ti ricorderai della misericordia.Cantico di Habacuc [4]
3:2 Signore, ho inteso il tuo oracolo * e ne sono atterrito!
3:3 Signore, la tua opera * fa rivivere nel corso degli anni!
3:4 Nel corso degli anni, rendila manifesta: * quando sarai adirato, ricordati della tua misericordia!
3:5 Dio viene dall'Austro, * il Santo dalla montagna di Faran.
3:6 La sua gloria riveste i cieli; * la sua maestà riempie la terra.
3:7 Il suo splendore è come quello del sole, * e le sue mani irradiano raggi,
3:8 Con cui nasconde la sua potenza. * Dinanzi a lui cammina la morte,
3:9 E il diavolo precede i suoi passi. * Il Signore si ferma e misura la terra.
3:10 Guarda e scuote le nazioni; * e le montagne eterne si squarciano,
3:11 E le colline, antiche si avvallano, * sotto i suoi passi eterni.
3:12 Vedo l'angoscia sotto le tende d'Etiopia * e lo sconvolgimento nei padiglioni di Madian.
3:13 È forse contro i fiumi che sei sdegnato Signore? * Contro i fiumi che è rivolta la tua collera? Contro il mare si scatena la tua ira?
3:14 Tu che sali sui tuoi cavalli, * sulle tue quadrighe invitte.
3:15 Brandisci il tuo arco, * secondo i giuramenti fatti alle tribù:
3:16 Tu solchi la terra con i tuoi torrenti. Alla tua vista, * le montagne gemono; passa un rovescio d'acqua.
3:17 L'abisso fa sentire la sua voce; * l'alto mare solleva le sue onde.
3:18 Il sole e la luna restano immobili nella loro tenda * davanti al lampeggiar delle tue frecce, davanti allo sfolgorio della tua lancia.
3:19 Sdegnato, calpesti la terra, * e il tuo furore spaventa le nazioni.
3:20 Sei uscito per la liberazione del tuo popolo, * per la liberazione del tuo Unto.
3:21 Abbatti al completo la casa dell'empio; * ne metti a nudo le fondamenta fino alla roccia.
3:22 Maledici i suoi scettri, il fior dei suoi guerrieri, * che si precipitano su me, come un uragano, per annientarmi;
3:23 Urlando dalla gioia, * come chi sta per divorare il povero nascostamente.
3:24 Hai aperto nel mare un varco ai tuoi cavalli, * attraverso il fango di quelle acque abbondanti.
3:25 Ho inteso quest'oracolo e ne hanno fremuto le mie viscere; * alla tua voce, le mie labbra hanno tremato.
3:26 La carie mi entri nelle ossa, * e i piedi vacillino sotto i miei passi;
3:27 Piaccia al Signore che sia morto nel giorno della tribolazione, * quando i nostri oppressori assaliranno il nostro popolo.
3:28 Allora il fico non fiorirà più; * la vigna non produrrà più germe.
3:29 Il frutto dell'olivo mancherà; * i campi non daranno più pane.
3:30 Le pecore mancheranno nell'ovile; * e non vi sarà più bestiame nelle stalle.
3:31 Ma io esulterò nel Signore; * mi rallegrerò in Dio mio Salvatore.
3:32 Il Signore Dio è la mia forza; * Egli mi rende i piedi agili come quelli del cervo;
3:33 Mi mette al sicuro sulle più alte cime. * Al maestro di canto, sulle arpe.

Feria Sexta infra Hebdomadam Passionis 

Ad Laudes  
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Missili Usa sulla Siria: tante domande, tanti dubbi, una certezza. Al-Baghdadi e l’Arabia ringraziano


Nella storia moderna, penso che un cambio così repentino di linea politica da parte di un governo non si sia mai verificato. Dopo aver minacciato, stanotte Donald Trump è passato alle vie di fatto in Siria: con 59 missili Tomahawk lanciati da due portaerei al largo del Mediterraneo, la Casa Bianca ha impresso una svolta netta alla sua presidenza e a sei anni di guerra in Siria. La reazione americana per la strage di Khan Sheikhoun, in cui martedì sono morte più di 80 persone, fra cui 28 bambini, è arrivata poco dopo le 8.30 ora di New York, quando nel Mediterraneo era notte (le 2.30 in Italia). Gli americani hanno preso di mira la base di Al Shayrat da cui, stando alle loro informazioni, erano partiti gli aerei con le armi chimiche. Prima di colpire, riferiscono fonti del Pentagono ai media Usa, sono stati avvertiti i russi: “Non avevamo nessuna intenzione di colpire i loro aerei”, ha detto un funzionario anonimo al “New York Times”.

Damasco ha immediatamente denunciato l’aggressione, parlando di vittime nell’attacco, mentre la prima reazione di Mosca è stata quella di denunciare come questo atto indebolisca la lotta al terrorismo e di preannunciare una richiesta di convocazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU per discutere dell’iniziativa, quantomai unilaterale, degli USA. Parlando alla nazione dalla Florida, dove sta incontrando il presidente cinese Xi Jinping, Donald Trump ha fatto ricorso al solito armamentario retorico americano, sottolineando come nessun bambino dovrebbe patire un destino tanto atroce, come l’attacco sia strategico rispetto alla necessità di sicurezza degli Stati Uniti, inibendo la capacità di Damasco di utilizzare armi chimiche e come il mondo debba unirsi agli USA nel combattere ogni tipo di terrorismo. Quest’ultima frase è esemplificativa di quanto stia accadendo all’interno dell’amministrazione Trump: una pericolosissima confusione, figlia di un dilettantismo devastante e della scalata al potere da parte del Deep State, ora saldamente al potere attraverso il Pentagono dopo la cacciata dal National Security Council di Steve Bannon, consigliere di Trump con l’ossessione dell’Iran ma anche attore principale della strategia d riavvicinamento a Mosca.

Nemmeno Alice nel proverbiale Paese delle meraviglie crederebbe a quanto accaduto nelle ultime 48 ore e alla sua genuinità. Ieri Washington e Tel Aviv avevano alzato i toni, facendo sapere in via ufficiosa e attraverso i media amici – vedi la chiosa di Enrico Mentana nel tg di ieri sera, qualcosa che andava ben al di là della velina compiacente e che faranno in modo che io non guardi mai più La7 in vita mia – che avevano in mano le prove satellitari del fatto che fosse stata l’aviazione siriana a sganciare le armi chimiche, di fatto inchiodando alle sue responsabilità il capo delle forze armate, ovvero Bashr al-Assad. Sempre ieri, Vladimir Putin ha parlato lungamente al telefono con il premier israeliano, Benjamin Nethanyahu, utilizzando il riconoscimento da parte di Mosca di Geusalemme Ovest come capitale dello Stato ebraico (contestualmente a quello di Gerusalemme Est per l’entità palestinese) per tastare il terreno nell’estremo tentativo di puntellare il regime di Assad: niente da fare, ad attacco missilistico appena compiuto, Israele ha immediatamente reso noto di supportare al 100% l’azione statunitense. Insomma, Mosca sconfitta su tutta la linea?

Una cosa è certa, il Cremlino ha scordato la lezione principale in guerra: schiacciare la testa del serpente, non limitarsi alla coda. Ma c’è anche da dire che, come sottolineavo prima, un’inversione a u a livello diplomatico di questo livello rientra nell’ambito psichiatrico più che politico. A meno che non fosse tutto pronto da settimane e Casa Bianca e rappresentanza Usa all’ONU non abbiano giocato finora una sottilissima partita a scacchi per dissimulare: fino alla scorsa settimana, infatti, rimuovere Assad non era più una priorità statunitense, la questione era chiusa. Poi, di colpo, Assad avrebbe compiuto l’atto politico più suicida della storia, portando Trump al primo caso di reazione bellica di stampo emotivo: cresciuto nella nazione che irrorava di napalm i bambini vietnamiti, il tycoon non avrebbe avuto stomaco guardando le immagini che arrivavano da Idlib e avrebbe deciso l’attacco, poiché quell’atto “superava molte, molte linee rosse”. Lo stesso Trump, mercoledì, aveva parlato di un drastico cambio della sua percezione riguardo Assad e la questione siriana, di fatto paventando un possibile atto unilaterale.
E così è stato. Rimangono molte domande, però. Se qualcuno ha visto nella dichiarazione del Cremlino – “Il nostro sostegno ad Assad non è incondizionato” – quasi una resa di fronte all’indifendibilità del regime di Damasco in questo frangente, di fatto avvalorando la tesi dell’attacco intenzionale con gas letali, la realtà potrebbe essere un’altra: Mosca, alle prese con i ricaschi interni dell’attentato di San Pietroburgo, aveva capito che Washington stava per colpire ed era pronta a qualsiasi mossa simbolica pur di evitare l’attacco di stanotte, di fatto un vaso di Pandora scoperchiato e che difficilmente si potrà richiudere senza conseguenze. Gli Usa sono tornati il gendarme del mondo, Donald Trump si è rimangiato la sua posizione del 2013, quando disse ad Obama di non attaccare, tantomeno senza l’ok di Congresso Usa e ONU, Israele ha ribadito la sua forza nell’area e il suo proverbiale doppiogiochismo, facendo ringalluzzire anche Erdogan, i cui toni millenaristici nei confronti di Assad fanno intendere una rinnovata confidenza diplomatica, quasi certamente frutto di garanzie proprio da parte di Israele e Usa.
Non a caso, la conferma dell’uso di gas sarin, giovedì è arrivata dalle autopsie sui corpi tenutesi proprio in Turchia: sì, parliamo dello stesso Paese e dello stesso leader che fino alla settimana scorsa venivano tacciati di violazione dei diritti umani, incarcerazioni sommarie di giornalisti e magistrati, tentazioni dittatoriali travestite da referendum presidenzialista e inaccettabili attacchi contro l’UE. Di colpo, è tornato un alleato affidabile e nessuno si ricorda del trattamento riservato da Ankara ai curdi negli anni, armi chimiche comprese: i bambini curdi, sentitamente, ringraziano per l’interessamento. Lo stesso Pentagono non poteva avere pronti piani d’attacco in tempi così brevi, stava lavorandoci da tempo probabilmente, aggiornando quelli del 2013 alle novità intercorse nel frattempo sul campo: non a caso, è stata sottolineata la scelta di avvisare Mosca e la non volontà di colpire uomini e mezzi del Cremlino nel corso dell’attacco.


Insomma, Washington vuole la botte piena – rovesciare Bashar al-Assad, come detto chiaramente stanotte dal capo del Dipartimento di Stato, Rex Tillerson, atteso la prossima settimana in visita a Mosca da Sergei Lavrov – e la moglie ubriaca, ovvero evitare la reazione di Mosca. Difficile che possa ottenerli, visto che questa guerra si basa finora su un assunto senza prove – attendiamo con ansia i tracciati satellitari di Washington e Tel Aviv sulle responsabilità dirette di Assad, anche se appare strano limitarsi a preannunciarne l’esistenza, soprattutto prima di un attacco missilistico che cambia del tutto la situazione, spostandola su un altro piano – e su una duplice volontà.
Trump e i suoi, nel caos più totale, utilizzeranno la guerra e le sue sante finalità per far scordare all’America i disastrosi primi mesi di amministrazione del Paese, oltretutto mettendo il turbo al comparto bellico-industriale, vero moltiplicatore keynesiano del PIl, mentre il Deep State potrà finalmente perseguire la sua agenda storica, ovvero chiudere i conti con lo strapotere geopolitico di Mosca in Medio Oriente. Di fatto, testando in contemporanea la reazione cinese – l’attacco con Xi Jinping in Florida fa emergere più di un dubbio sul timing prescelto – e mandando un segnale inequivocabile di interventismo alla Corea del Nord. Più in generale, ovvero contemplando nel novero della nuova strategia anche Israele, il quadro è quello di un preparativo più in grande stile, un qualcosa che inquadra la mossa nella storica, infinita guerra proxy mediorientale: l’obiettivo di lungo termine resta l’Iran, da fiaccare nel frattempo attraverso i conflitti siriano, iracheno e yemenita.

Il 19 maggio Teheran andrà al voto per le presidenziali e lo farà in un clima di guerra di fatto dichiarata: penso non vi sia sfuggito come, mentre in Siria succedeva di colpo di tutto e di più, il premier Theresa May fosse in visita in Arabia Saudita, dove ha siglato – nel silenzio generale delle anime belle – importanti commesse militari con il regime teocratico wahabita di Ryad. I bambini yemeniti sono meno fotogenici di quelli siriani, si sa. Ovviamente, l’inquilina di Downing Street ha definito l’attacco statunitense di stanotte “una risposta appropriata”. Come vedete, tante domande, tanti dubbi, tante incognite. Ma una certezza: la base colpita, al ridosso del Libano, era strategica nel lancio di offensive aeree contro l’Isis, quindi quanto accaduto stanotte si concretizza in un aiuto non si sa quanto indiretto e involontario alla resistenza e alla capacità di riorganizzarsi del Califfato e dei suoi gruppuscoli satelliti, i famosi “ribelli moderati” tanto cari al Pentagono. Trump ha detto che colpendo la base si è limitata la capacità di Damasco di usare armi chimiche: quali, di grazia? Il caso del 2013 è stato clamorosamente smentito dal Massachussets Istitute of Technology, il quale ha detto chiaro e tondo che non fu l’esercito siriano a utilizzarle e, oggi, ci basiamo su prove che Usa e Israele avrebbero in mano ma che non hanno mostrato a nessuno. Un po’ pochino per sparare 59 missili dai mezzi navali nel Mediterraneo in maniera unilaterale e senza l’ok dell’ONU, non vi pare?

In compenso, uomini e mezzi dell’esercito siriano e russo avranno per un periodo non breve di tempo capacità limitate di colpire Daesh in una zona strategica del Paese: guarda a volte la combinazioni, tutte in chiave sunnita e di destabilizzazione. “Questo può essere considerato come un atto di aggressione da parte degli Stati Uniti contro uno Stato dell’Onu”, ha dichiarato poco fa ai media russi Viktor Ozerov, presidente del comitato di Difesa e sicurezza del Consiglio federale russo, preannunciando una richiesta di intervento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riguardo l’attacco Usa. E aprendo uno scenario chiaro: “I rapporti con Washington potrebbero peggiorare”. Ora partirà, con ogni probabilità, la schermaglia diplomatica, su vari livelli. Due sono le certezze, a mio avviso. Primo, il ringraziamento agli USA dagli uomini di al-Baghdadi, unici, veri beneficiari dell’attacco Usa. Due, fossi Erdogan dormirei preoccupato. Molto.
Di Mauro Bottarelli , il 88 Comment


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https://www.rischiocalcolato.it/2017/04/missili-usa-sulla-siria-tante-domande-tanti-dubbi-certezza-al-baghdadi-larabia-ringraziano.html

SU TRUMP COMANDA JARED, IL “CUCK GLOBALISTA”


Tutto sta a vedere se gli americani si contentano di questa vendettuzza meschina (dopo tutto quello che la superiorità strategica e mentale di Putin gli ha fatto subire in Siria: ricordiamo che gli Usa non sono stati invitati alle trattative di Astana), oppure  intendono dare seguito all’invasione  e cambio di regime. I primi indizi sembrano indicare di no:  i loro Tomahawks hanno colpito una base aerea  che – hanno reso  noto a Mosca – era stata già evacuata: quindi russi erano stati avvertiti? Se è così,  il bombardamento di Trump resterà un atto di quelli  a cui ci ha abituato la “strategia” del Pentagono:un atto di  bullismo, anzi teppismo militare: ammazziamo un po’ di gente per far vedere che  siamo noi quelli che ce l’hanno più grosso.
Ora è chiaro che    la cosa è  stata fortemente  voluta dal cognato, Jared Kushner –  che era nei giorni scorsi  in Irak insieme al generale Mattis, evidentemente  per coordinare la sorpresa che doveva far felici Netanyahu, Isis e McCain, e tutta la lobby neocon che andava placata.
Sulla presuntuosa nullità e inesperienza di  questo giovinotto, abbiamo già detto a suo tempo: figlio di un palazzinaro ebreo newyorkese di lusso  nonché pregiudicato (il padre   si è fatto anche qualche anno di galera per malversazione), scrivevo, “Jared  è figlio-di-papà di un figlio di papà;  figli di papà da generazioni.  Dati  gli affitti alle stelle a New York,  si intuisce che  quando si gestiscono migliaia di appartamenti,  i soldi arrivano tanti e sicuri: non occorre  nemmeno sviluppare uno spiccato senso degli affari.
Né ci si aspetta da Jared  che  nutra profonde riflessioni in politica estera e filosofia politica, o che si doti di una cultura superiore. Vero è che   Jared ha frequentato  Harvard: vi è stato ammesso dopo che suo padre ha fatto alla prestigiosa università una donazione di 2,8 milioni di dollari.   E dopo,  il bel Jared ha preferito spostarsi alla New York University dove ha preso un dottorato (MBA), previa donazione paterna di altri 3 milioni di dollari”.
Trump “ha tutte le intenzioni di riconoscere Gerusalemme come capitale indivisa dello Stato ebraico, spostando lì l’ambasciata Usa,  ora  Tel Aviv”.  Intende anche “stracciare  il trattato con l’Iran”  che (colpa … Leggi tuttoLA CASA BIANCA: DAI NEOCON AL PALAZZINARO KOSHER

Insomma si capisce il tipo: ignaro di politica estera,  anzi privo di ogni esperienza politica, è un burattino in mano a Netanyahu  e alla lobby,  da  cui  arde di farsi accettare nonostante la sua macchia (ha sposato una goy, i suoi figli, per i rabbini, non sono giudei). Ora è chiaro che è  stato lui a far cacciare Steve Bannon, l’intellettuale di quell’accolta che “Donald”aveva radunato attorno a sé.
Non poteva durare. Ora apprendiamo da  “The Daily Beast”, uno dei siti meglio informati sulla politica politicante di Washington, che Bannon chiama il bel Jared “a globalist” e “a cuck”.
Sul “globalist” non occorre spiegare molto, essendo Bannon al contrario un  sovranista e  nazionalista, e   guida  dell’elettorato di destra lavoratrice che ha votato Trump.
Su “cuck” invece, bisogna ricorrere alle  indicazioni che danno i siti:  in origine  è una parole gergale che  indica l’uomo regolarmente sposato che invece, di nascosto,   se la fa coi finocchi; un finocchio nascosto. Nello specifico gergo delle destre sovraniste, è   l’appellativo carico di sottintesi razziali (ebreo) e sessuali (kulattone)  che indica il RINO, sigla  che sta per “Republican in Name Only”, uno che si dice repubblicano, che frequenta i meeting repubblicani, ma ha idee da “democratico” all’americana. Effettivamente Jared, e anche suo padre e suo nonno, hanno sempre   staccato grossi assegni a favore del Partito Democratico, e condiviso le idee “Liberal” (in senso americano: aborto  legale, lgbt, nozze gay eccetera).
Per esempio, Jared  ha introdotto nella cerchia di Trump Zeke  Emmanuel,   il fratello  di Rahm Emmanuel (il sindaco di Chicago, ebreo ed amichetto di Obama, anche sessuale)   con l’intenzione di farne,  forse, il ministro della Sanità o qualcosa del genere.  Bannon e i suoi seguaci, nel 2009, chiamarono questo Zeke “Dottor Morte”, perché mentre Obama e Rahm confezionavano l’Obamacare, aveva promosso l’idea del suicidio assistito  dei  malati terminali.
Il solito anonimo interno alla Casa Bianca ha parlato di “scontri continui” fra Bannon e Jared durante le riunioni, praticamente su tutto: sanità, tasse, commercio internazionale, immigrazione”.
Bannon dice che Jared “un un democratico di base”. Inoltre, pare che Trump  stesse diventando invidioso della dominanza intellettuale di Bannon, e di come i media indicavano in Bannon il  suo suggeritor-dominatore. Delle scenette satiriche su Saturday Night Live, dove Bannon appare con la faccia della Grande Falciatrice a suggerire al presidente quel che deve fare, mentre il presidente (un  imitatore di Donald)  gioca  con giocattoli da bambino, ha particolarmente irritato Trump.
Inoltre, l’errore di Bannon – conclude il solito anonimo – è di aver contrastato apertamente Jared, “l’unico aiutante presidenziale che non può essere licenziato”. Oggi, Jared Kushner, Dina Powell e Gary Cohn sono i tre sinistroidi che dominano la Casa Bianca”.
Questa è la guida della superpotenza, oggi come oggi. Comanda il cognato “cuck”.
Si tratta adesso di vedere come reagirà – se reagirà – l’elettorato che ha  votato Trump perché non era un bellicista.
E come   l’ha preso Xi Jinpin, che era a cena con Trump quando partiva l’attacco missilistico contro la Siria, e Trump non pare lo abbia avvertito. In Oriente, far perdere la faccia a una persona importante, non è   cosa che passa liscia.