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lunedì 17 aprile 2017

La grazia non viene concessa a chi dubita

SILENZIO:"IL PEGGIORE SCANDALO"

    Il peggiore scandalo è restare in silenzio, che nessuno dica nulla. Questo è il momento della contro-chiesa gnostico-massonica: è il momento dei vili degli opportunisti degli intellettuali convertiti al nuovo verbo di Bergoglio 
di Francesco Lamendola  


  

Domenica di Pasqua, 16 aprile 2016, omelia della santa Messa di papa Francesco.
Non la riportiamo per intero: è disponibile in rete, e chiunque può andarsela a leggere. Diciamo subito che, riportandola tutta, l’effetto sarebbe forse un po’ meno disastroso: perché, bene o male, del Risorto il papa ha parlato; e ci mancherebbe altro, che un papa non parlasse della Risurrezione di Cristo nella omelia pasquale. Sarebbe meno disastrosa, però, solo in apparenza. A leggere bene, ci si accorge che ha parlato del Risorto, ma non ha parlato della nostra risurrezione. Come sempre, non ha detto nulla sulla vita dopo la morte; non ha neppure nominato il paradiso e (non sia mai!) l’inferno; tanto meno ha fatto un cenno al giudizio, personale e universale. Ha detto solo che la pietra scartata viene utilizzata da Cristo, che i sassolini “inutili”, che poi saremmo noi, povere anime sofferenti, alla fine trovano un senso. Ma quale senso? Un senso generico, un senso quasi panteista: non ha parlato del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; non ha parlato della grazia e del peccato; non ha parlato della Resurrezione di Cristo come strumento per la liberazione degli uomini dal peccato.
Ha detto solo: Tornate a casa con questo pensiero: Cristo è risorto! Benissimo: ma non è sufficiente; non basta che Cristo sia risorto, bisogna che risorgiamo anche noi. La Resurrezione di Cristo è funzionale alla resurrezione di tutte le anime dal buio della morte: altrimenti non stiamo parlando del cristianesimo, tanto meno del cattolicesimo; stiamo parlando di Gesù come di un essere divino che si è incarnato ed è risorto, lasciandoci però immersi nei nostri guai fino al collo, e senza una chiara fede nella vita del mondo che verrà, così come recita, nel Credo, qualsiasi cristiano e qualsiasi cattolico, compresi i bambini di sette anni.
Comunque, il passaggio veramente scandaloso e intollerabile della omelia pasquale di papa Francesco è il seguente:

E la Chiesa non cessa di dire alle nostre sconfitte, ai nostri cuori chiusi e timorosi: “Fermati, il Signore è risorto”. Ma se il Signore è risorto, come mai succedono queste cose? Come mai succedono tante disgrazie, malattie, traffico di persone, tratte di persone, guerre, distruzioni, mutilazioni, vendette, odio? Ma dov’è il Signore? Ieri ho telefonato a un ragazzo con una malattia grave, un ragazzo colto, un ingegnere e parlando, per dare un segno di fede, gli ho detto: “Non ci sono spiegazioni per quello che succede a te. Guarda Gesù in Croce, Dio ha fatto questo col suo Figlio, e non c’è un’altra spiegazione”. E lui mi ha risposto: “Sì, ma ha domandato al Figlio e il Figlio ha detto di sì. A me non è stato chiesto se volevo questo”. Questo ci commuove, a nessuno di noi viene chiesto: “Ma sei contento con quello che accade nel mondo? Sei disposto a portare avanti questa croce?”. E la croce va avanti, e la fede in Gesù viene giù. 

Come sempre, il papa è stato abile; ha finto di porre delle domande non in prima persona, ma in terza persona, come se fossero le domande degli uomini e delle donne angosciati, sofferenti. Piccolo particolare: degli uomini e delle donne che non credono nel Vangelo. Come mai succedono tante disgrazie, malattie, traffico di persone, tratte di persone, guerre, distruzioni, mutilazioni, vendette, odio? Ma dov’è il Signore? In realtà, questo sono i suoi dubbi; e una volta lo ha anche detto, sempre nel corso di un’omelia, qualche mese fa: Anch’io ho tanti dubbi, sono pieno di dubbi. Ma può, un papa, parlare in questo modo? Se ha dei dubbi di fede, è giusto, è opportuno, è prudente che li sbatta in faccia ai fedeli, i quali, da lui, non si aspettano certo una cosa del genere, bensì una parola di rassicurazione, di conforto, e soprattutto di certezza? Essere talvolta incerti è comprensibile, vacillare è umano: ma il comandante della nave, specialmente quando il mare è in burrasca, non ha alcun diritto di mostrarsi esitante ed incerto. Deve mostrarsi sicuro di sé, sicuro di quel che fa, degli ordini che impartisce. Se in cuor suo dubita, se dubita di essere all’altezza, se dubita che la nave riuscirà a scamparla, è un problema suo: doveva pensarci prima; ora tutto quel che gli si chiede di fare è di impegnarsi al massimo nella sua azione di comando, di non tradire alcuna esitazione, di non lasciar trasparire delle perplessità o delle paure che aumenterebbero la paura e lo sconforto dell’equipaggio, per non parlare dei passeggeri. L’equipaggio, parlando della Chiesa cattolica, è il clero: queste frasi di papa Francesco sono giuste, sono opportune, sono prudenti, oppure sono tali da sconfortare e amareggiare proprio i sacerdoti e i vescovi, proprio i pastori del gregge e gli operai della vigna? I passeggeri della nave, poi, fuori di metafora, sono i semplici fedeli: molti dei quali, sì, sono tribolati da angustie pubbliche e private, da malattie, da lutti, si dibattono in gravi difficoltà economiche, hanno perso il posto di lavoro, oppure hanno un parente che soffre di qualche grave patologia, e devono assisterlo, soli, senza aiuti, nella stanchezza e nell’angoscia quotidiana. E a costoro il papa viene a parlare dei suoi dubbi, delle sue incertezze?

Poi ha raccontato una sua esperienza personale del giorno prima: come sempre, lui ritiene di saper parlare a braccio, di poter improvvisare, è insofferente dei discorsi che gli sono stati preparati, vuol far vedere che sa ispirarsi alla vita vera, lì per lì. Ma sa farlo davvero? Ecco l’episodio di cui ha voluto parlare nel corso della sua omelia, destinata alla fruizione di milioni e milioni di persone (perché, attraverso la radio e la televisione, chi sa quante decine, centinaia di milioni di persone hanno ascoltato la santa Messa da lui celebrata): Ieri ho telefonato a un ragazzo con una malattia grave, un ragazzo colto, un ingegnere e parlando, per dare un segno di fede, gli ho detto: “Non ci sono spiegazioni per quello che succede a te. Guarda Gesù in Croce, Dio ha fatto questo col suo Figlio, e non c’è un’altra spiegazione”. E lui mi ha risposto: “Sì, ma ha domandato al Figlio e il Figlio ha detto di sì. A me non è stato chiesto se volevo questo”. Le parole che ha rivolto a quel giovane, affetto da una grave malattia, sono state amare, sconfortanti: «Non c’è una spiegazione, Dio ha fatto questo anche con Gesù». Pare che Dio sia crudele, che non abbia misericordia di nessuno, neppure di suo Figlio; che se ne vada per la sua strada, una strada a noi incomprensibile, lasciandoci alle prese con tutti i nostri dubbi irrisolti, con tutte le nostre angosce senza risposta. Ma questo è totalmente falso; questa non è la dottrina cattolica. Avrebbe dovuto dire: «Non ci sono spiegazioni razionali per quello che succede a te», differenza non di forma, ma di sostanza. E non solo: avrebbe dovuto aggiungere: «Guarda Gesù in Croce, Dio ha permesso questo per la salvezza degli uomini, per trasformare la sofferenza in amore, la sconfitta in vittoria, la morte in vita». Inoltre, da come si è espresso, si direbbe che il Padre e il Figlio (lo Spirito Santo non lo ha neppure nominato; si vede che la santissima Trinità non è affar suo) siano due divinità differenti, e non uno stesso Dio in due Persone; pare che il Padre non si sia interessato di quel che capiva al Figlio. Il che è teologicamente assurdo e semplicemente disastroso nella predicazione pastorale. Così come è disastroso che egli abbia concluso il suo aneddoto con le parole di quel giovane: Sì, ma ha domandato al Figlio e il Figlio ha detto di sì. A me non è stato chiesto se volevo questo, dando l’impressione che Dio, dopo essere stato crudele con il Figlio, sia anche, e continui ad essere, ingiusto, oltre che crudele, con tutti gli uomini. Li fa soffrire, o li lascia soffrire, senza aver loro domandato se siano d’accordo di portare la croce. Anche qui, manca un piccolo dettaglio: che, per il cristiano, il sì alla croce è scontato: fa parte della fede. Si può capire che il sofferente si trovi in preda ai dubbi, ma non si può capire perché il papa non gli spieghi che la croce è la via necessaria che porta a Cristo, e Cristo è la sola via che porta al Padre.
Papa Francesco, evidentemente, si fa un vanto di mettersi al livello di tutti i dubbi e di tutte le incertezze degli uomini moderni, e specialmente dei non credenti ebbene, sbaglia: non è questo il compito del papa. Il papa non deve mettersi al livello di chi dubita del Vangelo, perché in tal modo perde la visione superiore delle cose, e la dimensione della grazia. La grazia non viene concessa a chi dubita, ma a chi ha fede. Gesù lo chiedeva sempre, a coloro che lo avvicinavano per essere guariti, o ai parenti dei malati che gli venivano condotti, se questi non erano in grado di parlare da soli, come nel caso degli indemoniati (sì, gli indemoniati, caro papa Francesco: quei tali che vengono posseduti dal diavolo, e dei quali lei non parla mai; come è logico, dato che non parla neanche del diavolo), a tutti domandava: Tu credi che Dio ti può guarire? E poi, dopo averli risanati, diceva: Va’ in pace: la tua fede ti ha salvato.
Dunque, dopo aver riferito le parole del giovane, dopo aver riportato la sua drammatica osservazione: A me Dio non ha chiesto se volevo accettare la mia malattia, e dopo aver omesso di dire che cosa lui gli abbia replicato, e se gli abbia replicato qualcosa, si affretta a tirare una conclusione generale sul mistero della sofferenza, la quale è tutto, tranne che cattolica: Questo ci commuove, a nessuno di noi viene chiesto: “Ma sei contento con quello che accade nel mondo? Sei disposto a portare avanti questa croce?”. Già: non ci viene chiesto. Ma questo è il punto di vista dei non credenti: per i non credenti, è incomprensibile che il Dio dell’amore, della bontà, della misericordia,  getti gli uomini in un mondo di dolore, senza aver chiesto loro se sono d’accordo. Il cristiano, però, non la vede in questo modo: per il cristiano, l’accettazione della sofferenza è parte integrante dell’orizzonte esistenziale. La sofferenza c’è, in parte come conseguenza di condizioni naturali, in parte come effetto del cattivo uso della libertà da parte degli uomini (distinzione preliminare e doverosa fra il male naturale e il male morale, che il papa Francesco non ha fatto e non fa mai).  La differenza fra i pagani e i cristiani era appunto che i pagani cercavamo in ogni modo di scansarla, i cristiani sapevano che essa ha un valore salvifico, è un elemento di purificazione e di avvicinamento a Dio, la strada privilegiata per rimettersi alla sua volontà e deporre la superbia dell’ego. Quindi, il cristiano non domanda a Dio: Perché non mi hai chiesto se volevo la sofferenza o no?; bensì gli dice: Sia fatta la tua santa volontà, ora e sempre; tutto ciò che tu fai è bene, e nulla tu fai per il male: perciò ti ringrazio anche delle prove cui mi sottoponi, che sono la testimonianza del tuo amore per me e del tuo desiderio che io mi perfezioniQuesto dice il cristiano, questa è la sua preghiera; se la vita riservasse solo gioie e soddisfazioni, quando mai gli uomini intraprenderebbero un cammino di perfezionamento spirituale? Quando mai si sforzerebbero, anche solo minimamente, di uscire dall’angustia del loro “io”, che sempre vuole qualcos’altro, qualcosa di più, e non è mai sazio? Quando mai si renderebbero conto dei bisogni degli altri, delle sofferenze del prossimo, e sarebbero indotti a offrire la loro mano fraterna a colui che si dibatte nelle spire del bisogno e della sofferenza?
Assolutamente sconcertante e incomprensibile, poi, la frase conclusiva del ragionamento di papa Francesco: E la croce va avanti, e la fede in Gesù viene giù. Che significa che «la fede in Gesù viene giù»? Vorremmo credere che si tratti di una espressione sgrammaticata, che non riflette il pensiero di chi l’ha pronunciata. Nella lingua italiana, dire che una cosa “viene giù” significa, puramente e semplicemente, che “cade”. La fede in Gesù cade, allora, mano a mano che la croce viene avanti? Ma che cosa è la croce, per il cristiano? La croce, per il cristiano, non è affatto sinonimo di sofferenza incomprensibile; è sinonimo di purificazione e di offerta d’amore a Dio. Dalle parole di papa Francesco, però, questo significato non si evince, neanche con tutta la buona volontà di questo mondo. Quel che si capisce, è che, secondo lui, quando la sofferenza resta senza risposta, la fede cade, non regge alla prova, si disperde. Ma può, il papa, parlare così, nella omelia della Messa, il giorno della santa Pasqua? Secondo noi, no.
Ora, lo scandalo più grave è proprio questo: che nessuno dica nulla. Non dicono nulla i cardinali, i vescovi, i sacerdoti; non dicono nulla i teologi, gli scrittori, i giornalisti cattolici; non dicono nulla neanche i semplici fedeli. Nessuno dice nulla, dunque tutto è a posto, tutto è come dovrebbe essere. Anzi, molti parlano, ma per approvare; alcuni, poi, non stanno più nella pelle per la gioia di udire finalmente un papa che parla in questo modo. Questo è il momento dei vari Enzo Bianchi, dei vari Walter Kasper; questo è il momento di una chiesa che approva il licenziamento di un insegnante belga che aveva definito l’aborto l’uccisione d’una vita innocente, e che, da più parti, invoca la celebrazione dei matrimoni omosessuali in sede religiosa. Questo è il momento della contro-chiesa gnostico-massonica, il cui scopo preciso è quello di scardinare dall’interno la vera Chiesa di Gesù Cristo, affinché non ne rimanga più nulla. È il momento dei conformisti, dei vili, degli opportunisti; il momento degli intellettuali convertiti al nuovo verbo di Bergoglio, sulla via di Damasco: è il momento dei Melloni, dei Tornielli, dei Cardini. Tutti a cantare le lodi di papa Francesco; quasi nessuno che si azzardi ad avanzare un dubbio, una perplessità, una domandina. Questo è il momento delle tenebre. E se Gesù stesso non ci avesse assicurato che le porte degli inferi non prevarranno sulla mia Chiesa, questa sarebbe veramente l’ora del grande dubbio e della grande tribolazione… 

Il peggiore scandalo è restare in silenzio

di Francesco Lamendola

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