ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 17 aprile 2017

Non riusciamo più a provare meraviglia e stupore.

Cosa succede durante la Santa Messa



15:06

Per non dimenticare quello che ha fatto e continua a fare per noi NSGC.

Sulla bocca e in ginocchio. Ecco perché

    Sulla bocca e in ginocchio. Così i fedeli hanno ricevuto la comunione durante la messa crismale celebrata dal vescovo di Madison, Wisconsin, Robert Morlino, che in questo modo ha voluto prendere sul serio le indicazioni del cardinale Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.
In diverse circostanze Sarah ha raccomandato di recuperare la sacralità nell’azione liturgica e di accentuarne la dimensione contemplativa. C’è una tendenza, ha denunciato Sarah, a mettere l’uomo, e non Dio, al centro della liturgia. E non si tratta soltanto di forma. La crisi della liturgia è lo specchio di una profonda crisi di fede che colpisce anche i ministri del culto, a volte incapaci di comprendere la liturgia eucaristica come sacrificio che rende di nuovo presente il sacrificio di Gesù sulla croce.
Spesso, sostiene Sarah, c’è la tendenza a ridurre la messa a un pasto conviviale, una festa profana nella quale la comunità celebra se stessa e le varie azioni sembrano pensate non tanto per rendere gloria a Dio e confrontarsi con Lui, ma per creare diversivi.
Osservazioni che il vescovo Morlino ha ripreso nella sua omelia per la messa crismale, come riferisce padre Richard Heilman nel sito onepeterfive.com.
La Chiesa cattolica, ha argomentato Morlino, per quanto attiva sul piano sociale, denuncia un’evidente crisi di fede, come si deduce dalle percentuali, in continuo calo, delle persone che vanno a messa.
Nella fede c’è una mancanza di fervore che emerge, sostiene Morlino, nel modo in cui a volte è celebrata la messa. Sembra che la cosa più importante sia restare occupati, fare qualcosa, e non contemplare il mistero di Dio che si rende presente. E forse è proprio perché siamo impegnati a fare qualcosa che non riusciamo più a provare meraviglia e stupore.
Noto per aver chiesto ai sacerdoti della sua diocesi di rimettere il tabernacolo al centro, dietro l’altare, nel posto che gli spetta, togliendolo così dalle collocazioni laterali e bizzarre pensate dai liturgisti dopo il Concilio, durante la messa crismale Morlino ha dato la comunione ai fedeli inginocchiati e sulla lingua, e ha incoraggiato i sacerdoti della diocesi a fare altrettanto. Un’altra proposta nel segno della sacralità.
Anche se gli storici della liturgia ci dicono che la più antica prassi di distribuzione della comunione è quella sul palmo della mano, molto presto nella Chiesa è subentrata la distribuzione sulla lingua, sia per evitare il rischio di dispersione dei frammenti eucaristici sia per favorire la crescita della devozione dei fedeli verso la reale presenza di Cristo nel sacramento.
San Tommaso si riferisce all’uso di ricevere la comunione sulla lingua sottolineando che in questo modo il sacramento non entra in contatto con nessuna cosa che non sia consacrata.
Segno di devozione è sempre stato considerato anche lo stare in ginocchio. Come dice Sant’Agostino, ripreso da Benedetto XVI nella «Sacramentum caritatis»,  è bene che «nessuno mangi quella carne, se prima non l’ha adorata. Peccheremmo se non l’adorassimo».  Proprio Benedetto XVI, a partire dalla solennità del Corpus Domini del 2008, incominciò a distribuire ai fedeli il Corpo di Cristo sulla lingua e stando inginocchiati.
Nella sua opera «Introduzione allo spirito della liturgia» il cardinale Ratzinger spiegava che «la Comunione raggiunge la sua profondità solo quando è sostenuta e compresa dall’adorazione». Ecco perché «la pratica di inginocchiarsi per la santa Comunione ha a suo favore secoli di tradizione ed è un segno di adorazione particolarmente espressivo, del tutto appropriato alla luce della vera, reale e sostanziale presenza di Nostro Signore Gesù Cristo sotto le specie consacrate».
Sulla stessa linea Giovanni Paolo II, che nella «Ecclesia de Eucharistia» scrive: «Non c’è pericolo di esagerare nella cura di questo Mistero, perché “in questo Sacramento si riassume tutto il mistero della nostra salvezza”».
L’esempio di monsignor Morlino sarà seguito da altri pastori? Staremo a vedere. Di certo si può dire che se fino a qualche anno fa raccomandazioni di questo tipo venivano spesso bollate come formaliste e «nostalgiche», ora incontrano maggiore attenzione.
In Italia un’Istruzione della Conferenza episcopale del 1989 permette ai fedeli di ricevere l’eucaristia sia sulla mano sia sulla lingua.
Scrive il cardinale Raymond Leo Burke nella prefazione alla versione francese del libro di monsignor Athanasius Schneider «Corpus Christi»: «Nulla è più importante nella vita di un cattolico della santa Eucaristia», che è «il mistero per eccellenza della fede».
«Mediante l’azione della Santa Messa – spiega Burke – Cristo, assiso in gloria alla destra del Padre, discende sugli altari delle chiese e delle cappelle di tutto il mondo per rendere nuovamente presente il suo sacrificio sul Calvario, sacrifico unico con il quale l’uomo è salvato dal peccato e perviene alla vita in Cristo grazie all’effusione dello Spirito Santo. È mediante la santa Eucaristia che la vita quotidiana di un cattolico riceve simultaneamente ispirazione e forza». Di qui «la profonda riverenza che occorre per trattare e ricevere la santa Eucaristia. Così, lungo i secoli, i fedeli hanno fatto la genuflessione arrivando davanti al Santissimo Sacramento e si sono inginocchiati in adorazione davanti alla Presenza Reale di Nostro Signore nella santa Eucaristia. Allo stesso modo, salvo circostanze straordinarie, solo il sacerdote o il diacono toccavano la santa Ostia o il calice del Preziosissimo Sangue».
«Uno dei ricordi più commoventi della mia infanzia – racconta il cardinale Burke – è la grande delicatezza verso il Santissimo Sacramento che mi hanno insegnato i miei genitori, il nostro parroco e le suore delle nostre scuole cattoliche. Mi ricordo in particolare le indicazioni minuziose circa la riverenza dovuta alla Presenza Reale, che mi sono state date prima di essere ammesso ad aiutare il sacerdote come chierichetto».
La fede eucaristica, ricorda Burke, si manifestava anche attraverso la bellezza dell’architettura e degli arredi, così come nella qualità degli ornamenti e della musica. Ecco perché «fra tutti i ricchi aspetti della Fede e della pratica eucaristiche, è certamente fondamentale il modo in cui i fedeli ricevono il Corpo di Cristo nella santa Comunione».
«Al momento della santa Comunione, il fedele, ben consapevole della sua indegnità e pentendosi di tutti i suoi peccati, si presenta davanti al Signore che, nel suo amore senza fine e senza misura, offre il suo Corpo come alimento celeste affinché noi lo riceviamo. Mi ricordo bene, nella mia infanzia, la diligenza di cui davano prova i miei genitori, così come i sacerdoti e le suore della scuola cattolica, per preparare i bambini a ricevere per la prima volta la santa Comunione. Mi sovvengono anche i frequenti richiami alla riverenza e all’amore che dovevamo dimostrare ricevendo la santa Comunione e facendo il ringraziamento subito dopo la ricezione del sacramento».
Pensando alla sua infanzia, il cardinale Burke va alla prima comunione (1956) e spiega che «la santa Ostia si riceveva alla balaustra, sulla lingua e in ginocchio, con le mani ricoperte da una tovaglia. Questo modo di ricevere la santa Comunione mi ha sempre colpito come la più alta espressione dell’infanzia spirituale insegnata da Nostro Signore (Mt 18,1-4), e di cui santa Teresa di Lisieux è una delle figure più notevoli. Proprio in quel periodo della mia vita, mio padre era gravemente malato ed era costretto a letto in casa. Morì nel mese di luglio 1956. Ricordo la grande preparazione e l’attenzione che egli manifestava ogni volta che il sacerdote veniva a portargli la santa Comunione. Si preparava una piccola tavola di fianco al suo letto, con un crocifisso, dei ceri e una tovaglia speciale. Si accoglieva il sacerdote in silenzio alla porta con un cero acceso e, anche se mio padre non poteva alzarsi, tutti restavano in ginocchio durante la cerimonia».
Si potrebbe dire circa il modo tradizionale di comunicarsi ciò che il Papa Benedetto XVI diceva a proposito dell’Adorazione eucaristica nell’Esortazione apostolica postsinodale «Sacramentum caritatis»: «L’Adorazione eucaristica non è che l’ovvio sviluppo della Celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d’adorazione della Chiesa».
A proposito degli abusi liturgici, Burke parla di «negligenze» e anzi di «vere e proprie irriverenze», che si spingono fino al caso estremo del Corpo di Cristo trafugato per essere poi profanato nelle messe nere. Illustrando i contenuti del libro di monsignor Schneider, il cardinale elenca le conseguenze più gravi della ricezione della Comunione in mano: «1) la riduzione o la scomparsa di ogni gesto di riverenza e di adorazione; 2) l’utilizzo, per ricevere la santa Comunione, di un gesto abitualmente adibito alla consumazione degli alimenti ordinari, dal che deriva una perdita di Fede nella Presenza Reale, soprattutto tra i bambini e i giovani; 3) l’abbondante perdita di frammenti della santa Ostia e la loro conseguente profanazione, soprattutto quando nella distribuzione della santa Comunione manchi il piattello; 4) un altro fenomeno che si diffonde sempre più: il furto delle Sacre Specie».
C’è dunque l’esigenza pressante che la ricezione della Comunione nel rito romano «sia seriamente studiata in vista di una riforma il cui bisogno si fa pesantemente sentire».
Scrive ancora il cardinale Burke prendendo spunto da monsignor Schneider e mettendo a fuoco un aspetto sul quale raramente si riflette: «Ricordandoci l’umiltà totale dell’amore di Cristo che si dona a noi nella piccola Ostia, fragile per natura, monsignor Schneider richiama la nostra attenzione sul grave obbligo di proteggere ed adorare Nostro Signore. Infatti, nella santa Comunione, Egli, a motivo del Suo amore incessante e incommensurabile per l’uomo, si fa il più piccolo, il più debole, il più delicato fra noi. Gli occhi della Fede riconoscono la Presenza Reale nei frammenti, anche nei più piccoli, della santa Ostia, e ci conducono, così, all’Adorazione amorosa».
Ricevere Gesù Eucaristia «con una riverenza ed un’adorazione amorose» non è affatto una questione solo formale. Infatti, è proprio «in questa ricezione reverenziale e amorosa di Nostro Signore nella santa Comunione che dobbiamo attingere la forza di trasformare e rinnovare le nostre vite personali e la società, con la forza del Vangelo, come facevano i primi cristiani».
Nella speranza, ci permettiamo di aggiungere, di non assistere mai più a profanazioni come quelle avvenute durante la messa celebrata dal papa nelle Filippine, nel gennaio 2015, quando le ostie furono passate di mano in mano tra i fedeli, in mezzo alla folla.

Aldo Maria Valli
http://www.aldomariavalli.it/2017/04/16/sulla-bocca-e-in-ginocchio-ecco-perche/

Girolamo Romani, detto il Romanino ed il Risorto

Marcello Giuliano16 aprile 2017
 
 La singolare “incoerenza cronologica” degli affreschi
Tra i mille notevoli aspetti della Cappella di Santa Maria della Neve, in Pisogne (BS), resa opera immortale e complessa dal Romanino, la nostra attenzione si porge alla Resurrezione e, nello zoccolo, alla sottostante Ultima Cena.
Giovanni Reale, filosofo, studioso  delle connessioni dell’arte con la ricerca del vero, per primo ha saputo scoprire la segreta lettura di questi affreschi, che, a molti critici, erano parsi inspiegabilmente in disordine, privi di successione logica e cronologica, fino a ritenere che quelli del registro inferiore non fossero nemmeno della stessa mano.
Non solo questo Romanino, più studiato per l’iniziale classicismo veneto, assai godibile, si stacca dalla ascendenza classica, ma diviene così innovatore da trasformarsi in un  espressionista danubiano[1], protagonista di un rinascimento ancora poco studiato perché eterodosso. Per anni, infatti, questo volto del Romanino fu trascurato a vantaggio dei canoni classici dell’arte del Rinascimento, incentrati su alcuni grandi pittori trionfanti, quelli che furono chiamati i pittori d’oro, i pittori delle metropoli, mentre gli altri venivano tenuti a distanza dagli storici dell’arte.
Lo studioso, che ha capovolto il paradigma predominante, fu Roberto Longhi, rivalutando i pittori bresciani in generale e il Romanino, in particolare[2], tanto che, in seguito, diversi hanno ritenuto il Romanino precursore del Caravaggio per il suo realismo.
Con una acuta e paziente analisi, Giovanni Reale spiega come vadano letti tali affreschi e, quindi, anche la nostra Resurrezione in connessione all’Ultima Cena.
Se si seguisse il criteri cronologico, si rimarrebbe al di fuori del progetto impresso all’opera dall’artista, uomo di fede, che legge la vicenda di salvezza con occhi spirituali e non della cronaca. Ciò contrasta con quanto nel 1965 affermava Vezzoli[3], secondo il quale Romanino avrebbe fatto confusioninon sarebbe stato informato dai committentiincompetentiavrebbe rappresentato nelle parti basse cose che avrebbero dovuto essere rappresentate nelle parti alte e viceversa, al punto che il Vezzoli commenta gli affreschi riportandoli all’ordine cronologico. Ma per  seguire l’ ordine voluto dal critico, si dovrebbe correre da un lato all’altro della Cappella. La Cappella va, invece, letta partendo dall’arco presbiterale, procedendo in senso antiorario, passando dalla controfacciata e tornando all’arco presbiterale, sempre in senso antiorario. Questa lettura consente di cogliere il senso teologico della disposizione delle cappelle voluta dal Romanino.
Questi cenni sull’ermeneutica della lettura erano necessari per comprendere la Cappella che ci interessa per scoprire i nessi tra l’Ultima Cena e la Resurrezione.

Il percorso meditativo della Passione

Romanino non ci offre una vita di Cristo in scene, ma un percorso meditativo della Passione e del Mistero della Salvezza scandito in cappelle. Si noti che quella della Resurrezione ed Ultima Cena è la sesta. In tutto le stazioni sono otto. Se prestiamo attenzione alla simbologia, la nostra è la sesta stazione, corrispondente al giorno della creazione dell’uomo ed al Venerdì Santo. Nel giorno della creazione dell’uomo, Gesù viene tradito, arrestato e crocifisso, ma qui abbiamo la Resurrezione. Sembrerebbe un’altra contraddizione. Ma questo è il punto profondamente teologico, che porta l’artista ad intuire ciò che nella Santa Messa anche oggi il popolo risponde al Mistero della Fede annunciato dal celebrante:

Ogni volta che mangiamo di questo pane 
e beviamo a questo calice 
annunziamo la tua morte, Signore, 
nell’attesa della tua venuta.

Anticipazione e memoriale

Poiché colui che si attende è il Risorto, è evidente il nesso già intuito dal Romanino. Nella celebrazione eucaristica dell’Ultima Cena si implica il sacrificio, ma anche il ritorno del Risorto, che nel registro superiore viene immortalato. Ed in ciò siamo in buona compagnia con il Rizzi, che afferma che la cena è anticipazione e memoriale[4].


Anticipazione, figura e tipo nell’Antico Testamento, realtà e antitipo nel Nuovo Testamento, nella verità mistica e del sacramento, assumono nuova accezione. Non si tratta di Giuseppe venduto come schiavo, che diventa figura del Cristo, venduto per trenta denari, o di Mosé, che attraversa le acque, come Gesù si immergerà nelle acque del battesimo, o, nel sangue della sua morte. Qui l’anticipazione è portare sulla scena dell’Ultima Cena Gesù che si immola nella separazione del corpo dal sangue e lo dona vivo, risorto. Sacrificio, Resurrezione e Comunione compresenti nella cena sacrificale di ogni Santa Messa. Profondità teologica nel simbolo e non successione nel tempo di realtà separate o separabili.


Cristo è al centro della tavola, come potrebbe averlo dipinto Leonardo. Il viso è incastonato in un’aureola, prima, di colore bianco e, poi, giallo oro. Mostra un’espressione di profondo dolore. Le mani si aprono nel significativo gesto, che sembra dire: «In verità vi dico, uno di voi mi tradirà» (Mt 26, 20).

Nella Resurrezione, la tomba è ormai vuota, al centro, a significare il dato certo: è vuota! Cristo è ascendente, e non è raffigurato nell’Orto degli Ulivi, come spesso avviene. È Colui che va al Padre e del quale attendiamo la venuta.

Un’umanità sorpresa

Attorno alla tomba, un gran numero di soldati, addetti alla guardia, ritratti con gli abbigliamenti di epoca rinascimentale; coloro con i quali la gente del popolo doveva costantemente misurarsi. Forte questa attenzione del Romanino alle condizioni del popolo, di quel popolo per il quale il Signore è morto.
Molti dei soldati dormono, però, tre di loro sono svegli. Uno, a destra, ha in mano una lancia e simboleggia l’aggressione d’Israele verso il Cristo; un altro, a sinistra, guarda in avanti con sguardo attonito, in attesa di qualcosa di sconosciuto. A destra, ancora, ed in primo piano, quindi con una rilevante importanza, un altro, quasi nudo, guarda in alto, simbolo di un’umanità, che attende di rinnovarsi, di rinascere dall’alto:

«In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». 4 Gli disse Nicodèmo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». 5 Gli rispose Gesù: «In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. 7 Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. (Gv 3, 3-7)
E Paolo fa eco:
«… cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; 2 pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. 3 Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! 4 Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria». (Col 3, 1-4).
L’umanità, nuda, come nudo entrò Gesù nelle acque del Giordano, nudo salì sulla croce e come nudo viene battezzato il cristiano. L’uomo dell’affresco si appresta a ri-nascere con il Risorto.

Il Cristo risorto

Come appare la figura di Cristo? Scomposta, rispetto alle regole classiche. Il viso sembra avere compassione dei soldati, custodi del sepolcro, di un luogo vuoto, ignari del mistero, che accade e di

quanto accadrà ancora. I Sommi Sacerdoti e i Farisei fecero mettere i sigilli, ma non giovarono a nulla. Ciò che paventavano come un’impostura peggiore della prima (Cf Mt 27, 62-66), stava accadendo. Ai sacerdoti ed agli anziani non rimane, allora, che tentare di corrompere con il denaro le guardie perché neghino la verità e propalino essi, sì, un’impostura (Cf Mt 28, 12-15).
Gli uni e gli altri non comprendevano la portata della risurrezione di Cristo.

La Sistina dei Poveri

“La Sistina dei Poveri”, uno dei patrimoni culturali del Rinascimento, così battezzata da Giovanni Testori, che spiegò in questi termini il senso di tale appellativo:

« Guardate quassù le sibille, se non sembrano donne, che tornino con le loro gerle dai boschi. […] Pisogne per forza poetica tiene alla Sistina; ne è come l’alterità, l’altro modo di vivere il cristianesimo, […] Qui c’è un modo di viverlo più umile, più da eroismo popolare e montagnardo, più dialettale. […] Romanino qui fa il controcanto della parola che si fa carne, infatti prende la carne di un popolo, di una valle e ne fa verbo figurativo».
Cristo è morto anche per questi umili ed anche loro hanno la loro cappella; da che erano all’ultimo posto, vengono invitati al primo!
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[1] Cf. Elvira Cassa Salvi, Romanino, in Maestri del colore, Fratelli Fabbri Editore, Milano 1965.
[2] Giovanni Reale, Romanino e la “Sistina dei poveri” a Pisogne, Bompiani, Torino 2014, 24.
[3] G. Vezzoli, Gli affreschi del Romanino in Pisogne nella Chiesa di S. Maria della Neve, Morcelliana, Brescia 1965.
[4] M. Rizzi, I temi iconografici, in Gheroldi-Marazzani 2009, 36.
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Preghiere del Venerabile Papa Pio XII

Redazione17/4/2017
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PREGHIERA DELLA «MADONNA DELL’AIUTO» – PREGHIERA IN RIPARAZIONE DEL GRANDE PECCATO DELLA BESTEMMIA
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PREGHIERA DELLA «MADONNA DELL’AIUTO»

Vergine benedetta, Madre di Dio e Madre nostra, che nei titolo di « Madonna dell’aiuto » non cessi di ricordare ai tuoi devoti i prodigi onde ci assicurasti della tua materna protezione, guarda pietosa alle nostre necessità e alle nostre miserie, e vieni ancora una volta in nostro soccorso.
Dal tuo aiuto, o Maria, i poveri aspettano il pane, gl’infermi la salute, i disoccupati il lavoro, tutti la preservazione da nuove calamità e da nuove rovine.
Ma il bene di cui ha soprattutto bisogno la generazione che ti prega, è il tuo Figlio, o Maria, che il mondo vorrebbe bandito dalla vita, dalla famiglia, dalla società, dove tutto si attende dalla materia, dalla forza e dagli umani disegni.
Aiutaci, o Maria, a custodire gelosamente o a ritrovare questo bene, senza il quale ogni altro dono è illusione, inquietudine e veleno.
Per Te, o Madre, rientri Gesù nelle menti traviate per dissiparne gli errori con la luce della sua Persona e del suo Vangelo. Rientri nei cuori pervertiti, con la purezza dei costumi, la modestia della vita, la carità, che vince ogni egoismo. Rientri nelle famiglie e nella società per riprendere i suoi diritti di Signore e di Maestro.
Da Te protetti e assistiti, tutti, o Maria, sperimenteremo l’efficacia del tuo patrocinio: « Madonna dell’aiuto » ti sentiremo in tutti i momenti della nostra vita terrena: nelle avversità per non restarne abbattuti, nelle prosperità per non riuscirne corrotti; nel lavoro per ordinarlo in Dio, nella sofferenza per accettarla con umiltà.
Per Te vivremo con le virtù del Vangelo, nel timor santo di Dio, nel suo amore, nella fraterna carità che benefica, sopporta e perdona. Aiutati dalla tua potente intercessione, questa vita sarà per i tuoi figli vittorioso combattimento, sarà nella fede e nella pietà sincera degna preparazione all’eterna. Così sia.
PIUS PP. XII
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PREGHIERA IN RIPARAZIONE DEL GRANDE PECCATO DELLA BESTEMMIA
O augustissima Trinità — Padre, Figliolo e Spirito Santo — che, pur da tutta l’eternità in Te e per Te infinitamente felice, ti degni di accettare benignamente l’omaggio che dalla universa creazione s’innalza fino al tuo trono eccelso; distogli, Te ne preghiamo, i tuoi occhi e storna il tuo udito divino da quegli sventurati che, o accecati dalla passione o trasportati da impulso diabolico, iniquamente bestemmiano il tuo nome e quello della purissima Vergine Maria e dei Santi.
Trattieni, o Signore, il braccio della tua giustizia, che potrebbe ridurre al nulla coloro che osano farsi rei di tanta ampietà.
Accetta l’inno di gloria, che incessantemente si leva da tutta la natura: dall’acqua della fonte che scorre limpida e silenziosa, fino agli astri che risplendono e si volgono con giro immenso, mossi dall’Amore, nell’alto dei cieli. Accogli in riparazione il coro di lodi che, come incenso innanzi agli altari, sale da tante anime sante che camminano, senza mai sviarsi, nei sentieri della tua legge e con assidue opere di carità e di penitenza si studiano di placare la tua giustizia offesa; ascolta il canto di tanti spiriti eletti che consacrano la loro vita a celebrare la tua gloria, la lode perenne che in tutte le ore e sotto tutti i cieli ti offre la Chiesa. E fa che un giorno, convertiti a Te i cuori blasfemi, tutte le lingue e tutte le labbra servano ad intonare concordi quaggiù quel cantico che risuona senza fine nei cori degli angeli: Santo, Santo, Santo è il Signore Dio degli eserciti. I cieli e la terra sono pieni della tua gloria. Così sia!
 PIUS PP. XII