ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 15 aprile 2017

Prima che sia tardi…

INFERNO E TIMOR DI DIO

Possa tu ignorare quali orrori vi sono nelle tenebre. La morte è un passaggio difficile davanti al quale tutti devono sentirsi pervasi da un riverente timor di Dio perché nessuno può vantarsi di avere la salvezza garantita
di Francesco Lamendola  


Possa tu non apprendere quali orrori vi siano nelle tenebre, che cosa avvenga tra le fiamme, che cosa arda tra le torture! Queste parole non appartengono a un romanzo del terrore soprannaturale di Stephen King, né alla sceneggiatura di un film horror, ma alla Messa dei defunti secondo il Messale Romano: quello anteriore al Concilio Vaticano II.
A tale proposito non sarà male ricordare, a quei cattolici progressisti che fossero un po’ duri d’orecchi, o corti di memoria, che il Messale Romano in uso nella liturgia cattolica, ancora nel 1962, sotto il pontificato di Giovanni XXIII e con la sua formale approvazione, era null’altro che una variante del Messale Tridentino, promulgato in funzione della Messa tridentina di papa Pio V, nel 1570 (un anno prima della battaglia di Lepanto), con alcune revisioni e modifiche apportate da papa Pio XII. Il nuovo Messale Romano, quello attualmente un uso, è entrato in vigore  il 3 aprile del 1969, con la costituzione apostolica di Paolo VI Missale Romanum, e andava a sostituire il Messale del 1965, che metteva in pratica le indicazioni formulate nella costituzione conciliare Sacrosanctum Concilum.
Il nuovo Messale del 1969 era profondamente diverso da tutti quelli che la Chiesa cattolica di rito romano aveva adottato nel corso di secoli e secoli, ma non aboliva affatto il precedente, né quello del 1962. La contraddizione più vistosa in esso presente era che veniva adottato contemporaneamente alla sparizione pressoché subitanea e universale della lingua latina dalla sacra Liturgia, benché nessun documento del Vaticano II, e tanto meno il Sacrosanctum Conclilium, ne avesse deciso l’abolizione, anzi, al contrario i documenti conciliari affermavano che esso rimaneva la lingua ordinaria dei riti latini. Sia come sia, il motu proprio di Benedetto XVI Summorum pontificum, del 2007, non ha fatto altro che ripristinare il rito tridentino e il vecchio Messale Romano, come forma “straordinaria” del rito romano, senza necessità di passare attraverso l’approvazione dell’ordinario diocesano, cioè del vescovo della singola diocesi. Con buona pace del massone cardinale Carlo Maria Martini, il quale sul quotidiano Il Sole 24 ore (si prenda nota: su Il Sole 24 ore, non su una rivista cattolica e non, meglio ancora, in una conversazione privata con il pontefice!) si era affrettato a deplorare la lettera apostolica di Benedetto XVI. Argomentazione principale di tali critiche: il timore di una ”svalutazione” delle conquiste (testuale) della riforma liturgica del Vaticano II. Evidente la mala fede: nessuna riforma liturgica del Vaticano II aveva abolito il Messale Romano del 1962, né la Messa di Pio V. Questi cardinali massoni e modernisti si credono tanto furbi, ma poi commettono errori da principianti, come quello di far capire che non hanno mai avuto a cuore la “riforma liturgica”, ma che hanno sempre voluto servirsi della riforma liturgica per scardinare la Messa di sempre e per demolire la Chiesa di sempre. Stessi obiettivi di Lutero: ma perseguiti stando all’interno della Chiesa, invece di attaccarla dall’esterno.
La preghiera per i defunti contenuta nel Messale Romano del 1962 rispecchia la severa concezione che il sacro Magistero ha sempre tramandato, ed insegnato ai suoi fedeli, a proposito dei Novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso. All’interno di tale concezione, senza nulla togliere al valore salvifico e redentivo del Sacrificio di Cristo, mediante la sua Passione, Morte e Resurrezione, vi è la piena consapevolezza dell’asperità del passaggio dalla condizione della vita terrena a quella della vita ultraterrena; asperità e problematicità che non è, come vorrebbero certi teologi modernisti, una bieca applicazione della “pedagogia della paura”, concepita con il sinistro intento di spaventare il più possibile le anime, ma il logico punto d’arrivo di tutta la dottrina cattolica su questo argomento. La morte, infatti, è un passaggio difficile, davanti al quale tutti, nessuno escluso, devono sentirsi piccoli e pervasi da un riverente timor di Dio, perché nessuno può vantarsi di avere la salvezza garantita in tasca, ma tutti sono chiamati a raccogliere, in maniera definitiva e irreversibile, l’esito delle loro scelte morali, fatte nel corso dell’intera esistenza terrena. In maniera definitiva e irreversibile significa che il giudizio sarà l’ultimo, senza appello e senza alcuna possibilità di successive modifiche. Questo pensiero fa un po’ paura? Ebbene: nessuno ha mai detto che il Vangelo sia qualcosa di facile; nessuno si è mai sognato di affermare che la dottrina cattolica sia fatta in modo da accontentare chiunque, con il minimo dello sforzo, dell’impegno e del sacrificio da parte del credente. Gesù ha promesso la croce e la tribolazioni in questa vita, ma, nello stesso tempo, il suo soccorso e la sua consolazione; e, nell’altra vita, il premio eterno per i buoni e per coloro che hanno accolto il Vangelo, il castigo eterno per il malvagi e per quanti lo hanno osteggiato, rifiutato, disprezzato e combattuto.
Scriveva il cappuccino svizzero Otto Hophan (Nafels, 13/02/1898-Orselina, 5/10/1968), nel suo bel libro Gli Angeli (titolo originale: Die Engel, Luzern, Raber & Cie., 1956; traduzione dal tedesco di W. Sanvito e G. Antonelli, Roma, Edizioni Paoline, 1959, pp. 265-266):
Le preghiere della Chiesa accennano ai pericoli cui si va incontro al momento del passaggio dalla terra all’eternità. Anche in quell’ultima ora i nostri piedi possono urtare contro sassi, sterpi e catene. Per questo la Chiesa chiama in aiuto gli angeli anche per l’ingresso nell’eternità, che avviene con la stessa morte: «Possa tu non apprendere quali orrori vi siano nelle tenebre, che cosa avvenga tra le fiamme, che cosa arda tra le torture! Si allontani da te il terribile Satana con i suoi compagni! Tremi e fugga nel deserto amorfo della notte eterna quando tu, accompagnato dagli Angeli giungerai colà!». «Signore Gesù Cristo, Re di gloria! Preserva l’anima di tutti i fedeli defunti dalle punizioni degli inferi e dal mare profondo! Preservala dalla vendetta del leone, affinché l’abisso – tartarus! – non la divori, affinché non precipiti nell’oscurità. Michele, il santo vessillifero, la ponga nella luce eterna, che Tu un giorno hai promesso ad Abramo ed ai suoi discendenti» (Messale Romano, Messa dei defunti). In Paradiso ti conducano gli Angeli!
L’Apocalisse descrive con immagini possenti l’ira di Satana durante la sera del mondo.
Nella stessa maniera, a che alla sera di una vita umana il nemico chiama a raccolta le forze per vincere la posta. Dietro le ingenue immagini e le leggende che narrano come accanto al morente vi siano a destra un angelo ed a sinistra un diavolo, si celano serie realtà spirituali: in quelle ore decisive si combatte la lotta finale per il possesso dell’anima umana tra gli spiriti buoni e gli spiriti malvagi. Come risuona consolante in quel momento la parola del Signore, secondo cui l’anima, dopo la dipartita, è “portata” dagli Angeli non soltanto attraverso mondi estranei, ma anche attraverso mondi nemici, al disopra degli abissi, fino “al seno di Abramo”. Quello che S. Giovanni scrive della vittoria finale degli Angeli sui diavoli la sera del mondo (Ap. 20, 1-3.10), si ripete alla sera di ogni vita umana.
E aggiungeva, in una nota (id., p. 266):
Il famoso psicologo Dr. J. Bleuel, in base a dati parapsicologici, giunge ad affermazioni simili: “Dobbiamo guardarci dal considerare innocuo il mondo che ci attende dopo la morte. Anche se il cristiano vero non ha motivo di temerla, pur tuttavia esso ha le sue proprie leggi, in apparenza severe, che con la logica del nostro cervello non possiamo capire e di cui non vediamo l’interna coerenza. È il modo di “comunicare” tra loro degli esseri dell’al di là, diverso dal nostro, data la mancanza di una logica dei nervi e di una spazialità tridimensionale, che ci rende molte volte difficile la comprensione di certe loro manifestazioni non appena essi, mediante fenomeni di tipo conosciuto [probabile refuso per: “sconosciuto”], cercano di mettersi in contatto con noi” (“Natur un Kultur”, Monaco, Ottobre 1954).
Non si tratta, dunque, di vivere nella paura della morte, ma di sapere che la morte segna un passaggio definitivo e irrevocabile, e che, con essa, i dadi saranno tratti, e i giochi saranno chiusi; e che l’anima, nel momento del trapasso, si troverà a dover affrontare qualcosa che non aveva mai neppure immaginato, una situazione inedita, per la quale nemmeno le anime dei dotti e dei santi saranno realmente preparate, perché nessuno è preparato ad affrontare ciò che sorpassa ogni misura dell’umana ragione e dell’umana immaginazione. Nessuno, neppure il più grande teologo, neppure i Padri della Chiesa, sanno con precisione che cosa accadrà. Gli Angeli, senza dubbio, ci staranno vicini, ci accompagneranno e c’incoraggeranno; ma, se  nel corso della nostra vita, avremo sprecato tutte le occasioni di conversione e di penitenza, tutte le ispirazioni al bene e alla verità, allora essi potranno fare ben poco per noi: perché nemmeno l’Angelo custode ha il potere di far sì che il male da noi commesso non reclami le sue terribili conseguenze, e che il nostro rifiuto di Dio non conduca alla logica e inesorabile separazione eterna dal suo Amore.
Una pseudo teologia buonista e modernista ci ha ormai familiarizzati con l’idea che a tutto c’è un rimedio, che Dio perdona sempre, che alla fine tutto si aggiusta, tutto si può sistemare e nessuno dovrà pagare il conto. Non è così. Ogni azione, ogni pensiero, ogni scelta, hanno le loro necessarie conseguenze. Dio perdona, ma solo chi si pente del male fatto e si converte: non perdona per forza, perché sarebbe lo stesso che obbligare alla conversione: se lo facesse, priverebbe l’uomo della sua qualità più bella, il libero arbitrio, e lo ridurrebbe a un manichino superfluo, a una marionetta. Allora avrebbe ragione Lutero e avrebbe torto la Chiesa; invece Lutero ha avuto torto e la Chiesa ha visto giusto, ha sempre visto giusto, tranne ora, che, a 500 anni da quello scisma, sembra quasi rendere omaggio all’eretico, e rinnegare se stessa. Ma questo è un altro discorso, e ne abbiamo già parlato tante volte.
D’altra parte, è sbagliato pensare che Dio ci giudicherà e che manderà all’inferno le anime malvagie. A giudicarci, probabilmente, saremo noi stessi; e all’inferno i malvagi ci vanno da soli, per loro libera scelta, anzi, incominciano a costruirselo intorno già in questa vita, e, nell’altra, non fanno altro che gettarne via la chiave, per sempre. Per sempre? Di fronte a questa idea, la teologia buonista e modernista si turba, si agita, s’indigna addirittura. Che crudeltà, un inferno che dura nei secoli dei secoli! È mai possibile? Certo non è politicamente corretto. E non riflette, questa teologia buonista e modernista, che nell’altra vita non c’è più il tempo, quella cosa che noi chiamiamo il tempo; perché nell’alta vita c’è solo un eterno presente, e quell’eterno presente sarà quello che noi  avremo scelto per noi stessi. Questa è la legge universale: il paradiso e l’inferno non sono un premio e un castigo che vengono somministrato dall’esterno: sono uno stato dell’anima; e sono il riflesso e il naturale esito del modo in cui l’anima ha risposto, o non ha risposto, alla chiamata divina, nel corso della sua intera esistenza. Non c’è pericolo che qualcosa possa andare perduto: questo succede nel mondo umano, dove le cose possono anche perdersi, perfino quelle preziose, quelle uniche e irripetibili; ma davanti all’eterno, tutto ritorna, tutto si rispecchia: ogni pensiero, ogni parola, ogni atto, perfino ogni sospiro; sia nel bene che nel male. E, naturalmente, anche ogni omissione: perché la nostra vita morale è intessuta non solo di tutte le cose che abbiamo fatto, ma anche di tutte quelle che non abbiamo fatto: come un grande mosaico rimasto incompiuto, con le tessere lasciate a terra, inutilizzate. Forse avevamo altre cose da fare, che ci sembravano più importanti: quando avremo varcato la soglia dell’aldilà, allora capiremo quali erano importanti e quali no; ma sarà troppo tardi. Non potremo più fare le cose che abbiamo omesso, che abbiamo rimandato; forse ci batteremo i pugni sulla fronte per la disperazione, ma invano. Quando si entra nell’eternità, il tempo è scaduto, per definizione.
Del resto, ciò che è vero per gli esseri umani, lo è anche per le creature spirituali. E che l’inferno non sia voluto da Dio, né creato da Dio, ma che sia opera nostra, lo suggerisce anche quel che disse un demonio, parlando per bocca di un povero posseduto, nel corso di un esorcismo, rispondendo alle parole ironiche del sacerdote che lo esortava a ritornarsene nella sua dimora “bella calda”, preparatagli da Dio (episodio riferito da padre Gabriele Amorth nel libro Un esorcista racconta, p. 18): Tu non sai niente. Non è Lui (Dio) che ha fatto l’inferno. Siamo stati noi. Lui non ci aveva neppure pensato. E come potrebbe Dio, che è l’Amore infinito, aver pensato all’inferno, averlo voluto, averlo programmato? No: Lui ha fatto bene ogni cosa, ha fatto tutto con amore. È la volontà malvagia delle creature che ha fatto l’inferno: i diavoli l’hanno preparato per se stessi e per anime dannate; queste ultime vi si stabiliscono, ma non nel senso di una dimora fisica, bensì nel senso di uno stato dell’essere, cioè di una eterna, disperante lontananza e separazione da Dio, che è il solo bene e la sola luce. L’inferno è il rifiuto, ostinato e definitivo, della Grazia. Ecco perché il credente dei nostri giorni dovrebbe chiedere allo Spirito Santo il dono del timor di Dio. Prima che sia tardi…
Possa tu ignorare quali orrori vi sono nelle tenebre...
di Francesco Lamendola
 




Una guida alle “molte dimore” dell’aldilà. Da tenere sottomano.


Da mezzo  secolo ormai non si sente più parlare la Chiesa del destino post-mortem dell’uomo.  Ma anche prima, bisogna ammettere, l’insegnamento cattolico era così piatto e sommario su le cose ultime, da farle svanire nella coscienza dei fedeli come miti  superati e puerili. Peggio, da far spegnere l’interesse per il Paradiso e   l’aspirazione ad entrarvi.  “A far che, a parlare con Don Bosco e Bernadette? Sai  che noia”,   è stata a lungo una scipita freddura dei miscredenti da caffè.
Gianluca Marletta, nel suo saggio “, L’Eden,  la Resurrezione e la Terra dei Viventi – Considerazioni sull’Origine e il Fine dell’essere umano” (Irfan Edizioni, 130 pagine, 12 euro) ha recuperato nella sua affascinante complessità l’integralità della conoscenze di cui la Chiesa è tuttora depositaria, magari a sua insaputa. Lo ha fatto ricorrendo spesso a tradizioni di altre  culture, con ampie citazioni di René Guénon (che piaccia o no, è un riferimento obbligato in questa sfera  delle religioni comparate), il che lo espone, credo, ad accuse di gnosticismo o esoterismo.  Errore:  le conoscenze sul destino ulteriore dell’uomo, prima della sua attuale estrema materializzazione,  erano un patrimonio comune e perenne di tutte le culture tradizionali; espresse in linguaggi   diversi ma in simboli spesso convergenti, conoscenze “di derivazione germanica, celtica e orientale” diventano utili e  persino necessarie per illuminare e recuperare  le dottrine “perfettamente cristiane” che  continuano ad esistere, ormai mal comprese, nel cattolicesimo  e che nei suoi testi sono ben esplicite – purchè li si sappia leggere con l’occhio spirituale.

Voglio   fare un esempio che Marletta non fa:  vedere come un pagano, Lucrezio,   sia stato  capace di sintetizzare, in quattro limpidi eleganti esametri,  una intera sapienza – allora comune e condivisa –   sullo “stato umano” e le sue diverse “modalità”:
Bis duo sunt homines, caro, umbra, manes, spiritus; quator ista loci bis duo suspiciunt; terra tegit carnem, tumulum circumvolat umbra, orcus habet manes, spiritus astra petit”. 
La carne finisce sotto terra;  l’ombra  che svolazza    attorno al sepolcro,  corrisponde a ciò che la dottrina rabbinica chiama “respiro delle ossa”, gli “obot”,  legati al cadavere, e forse il Ka egizio; l’Orco   è palesemente quel che gli ebrei chiamano Sheòl, il luogo in cui  “le anime” finiscono quando hanno esaurito le loro possibilità materiali con la vita fisica.  E’ bene sottolineare  che lo Sheòl, benché “infero”, non è necessariamente coincidente con l’inferno, ossia la Gheenna,  luogo della “seconda morte”  dove il “verme non muore”.  Quanto  poi a cosa intenda Lucrezio per “manes”, lasciamo la parola a Sant’Agostino, che non si fa alcuno scrupolo a citare un altro pagano, e particolarmente sospetto, perché misteriosofo,   iniziato ad Iside e processato per magia: Apuleio.
“  [Apuleio] afferma che anche l’anima umana è un daimon  e che gli uomini divengono Lari se hanno fatto del bene, fantasmi o spettri se hanno fatto del male e che sono considerati dèi Mani se è incerta la loro qualificazione. »  La città di Dio IX,11
Personalmente sono stato ancor più colpito  da come Lucrezio smentisce la vera e propria superstizione dell’uomo d’oggi – quella di avere, anzi di essere un “Io” – mostrando come l’Io empirico sia un aggregato che si decomporrà dopo la morte, posizione che lo avvicina vistosamente  al Buddhismo. Stupefacente poi il fatto che Lucrezio, un epicureo, ossia in teoria un ateo  materialista del  tempo, sappia che “spiritus  astra petit”: dopo la morte, lo Spirito torna al Cielo. Lo Spirito che è la vera scintilla divina, quando l’aggregato si scompone, torna  da dove è venuto, perché non appartiene all’individualità umana – a meno che essa non possa dire, come Paolo di  Tarso, “non sono più io che vivo, ma Dio vive in me”: con l’estinzione eroica  dell’io empirico, infatti, il singolo,   alcuni grandi santi  conseguono  l’Identità  suprema, l’identificazione senza residui   con Dio.
Marletta distingue questo stato supremo  dalla  “Salvezza”, condividendo l’affermazione di “alcuni maestri dell’Oriente cristiano per i quali “il Paradiso è solo l’inizio del cammino”, intendendo per Paradiso solamente i ritorno dell’essere allo stato primordiale”, ossia lo stato edenico che Adamo aveva prima della caduta; “oltre, infatti, ci sono tutti gli stati superiori dell’essere, simboleggiati dai Cieli, ed oltre gli stessi Cieli vi è la perfetta unione con Dio  simboleggiata dall’Empireo”.  Una nozione condivisa da Dante, che conosce i vari “gradi”  del Cielo, anche se avverte “Chiaro mi fu allor come ogne  dove
in cielo è paradiso
, etsi la grazia del sommo ben d’un modo non vi piova”.

Se  ciò sembri strano al cristiano d’oggi, c’è un motivo, che non conoscevo e di cui Marletta informa: un Concilio di Costantinopoli, risalente all’870,  ridusse obbligatoriamente l’uomo a ”corpo e  una  sola anima  razionale  e intellettuale”  condannando  come empia la nozione che in esso viva lo Spirito, inteso come una  “seconda anima”.  Interessante  apprendere che non solo la Chiesa d’Oriente non accettò quel concilio;  ma anche Tomaso d’Aquino pare non conoscerlo, in quanto riconosce un’anima “trascendente e universale” (lo Spiritus astra petit di Lucrezio),  e  Teresa d’Avila, in forza delle sue esperienze mistiche, nota: “Si vedono cose  interiori che mostrano in modo sicuro che, sotto un certo rapporto, c’è un’evidente differenza tra l’anima e lo spirito” .  Per   tacere di San Paolo e dei molti luoghi in cui distingue il soma (corpo) l’anima (psyché) e lo spirito (pneuma).
In Regno esistono “molte dimore”,   disse Cristo ai discepoli, aggiungendo che andava “a preparare un posto”  apposta per loro. E’ lecito chiedersi dunque se una dimora della Salvezza chiamata “il seno di Abramo”  non sia quella “fatta apposta” per ebrei ed arabi, discendenza del patriarca antico che lasciò la sua terra ad Ur in millenni  immemorabili, e del canale di grazia che  si aprì, grazie alla sua fede, un antico meriggio alle querce di Mamre.  Sembrava crederlo Papa Gregorio  VII nella lettera che scrisse al principe di Mauritania Anazir,  musulmano:
“Noi e voi crediamo  e confidiamo nell’unico Dio, per quanto in modo diverso, il quale quotidianamente lodiamo e veneriamo […] E chiediamo a Dio che, dopo una lunga e felice vita,tu possa essere condotto beatamente nel seno del santissimo patriarca Abramo”.
Se poi qualche “tradizionalista” si  voglia scandalizzare, Marletta  gli  dà un’altra occasione   provocatoria maggiore. Abbiamo giustamente schernito le concezioni del paradiso islamico, la promessa dei piaceri con  le  numerose  vergini Uri.  Ebbene, ecco cosa scriveva Efrem il Siro, santo, vescovo e dottore della Chiesa,  morto  nel 373,  secoli prima di Maometto:
“Pensa al paradiso! Al suo aroma ristoratore e ai suoi piacevoli profumi, la tua giovinezza si rinnova, svaniscono le tue imperfezioni  Chi si è  astenuto dal vino sulla  terra, per lui abbondano i vini in paradiso…E chi visse in continenza, lo accolgono donne nel loro casto grembo, poiché da monaco non cadde fra le  braccia e nel letto dell’amore terreno”


(Disegno di Jean-Elie)
E questo, in uno degli “Inni del Paradiso” che il santo  cristiano  compose! In questa  evocazioni della carnalità è una perenne sapienza, il simbolo coincide con il reale: nell’uomo che ha conseguito la Salvazione, nell’uomo ridiventato integrale, nulla  di ciò  che è suo mancherà,  come il “meno” è contenuto nel “più”- questo   vuol significare sant’Efrem il Siro.  Bisogna recuperare la coscienza, come dice Marletta, che la condizione edenica è lo stato in cui “tutte le possibilità sono co-presenti e l’essere può disporne a suo piacimento.  L’Adamo dell’’Eden è simultaneamente bambino e adulto, corporeo e sottile, fermo e in movimento,  perché  il frutto della ‘dualità’ non ha più potere su di lui, tutte  le possibilità dello stato umano sono a sua disposizione e sono per lui uno”.  E chissà, forse lo stesso vuol dire il Corano con le sue favolose Urì.


(Cristo come Atlante)
E’ uno stato inimmaginabile a noi poveri coinvolti nel tempo (il tempo che è sinonimo di morte, come ci ricorda l’autore).   Marletta ci ricorda sapienze che sono appartenute all’ortodossia  cristiana, anche se oggi sembrano “gnostiche”; fornisce una utile mappa per l’aldilà,  di cui – data la mia età –  non posso che essergli grato. Soprattutto, fa ben capire l’urgenza della necessità di non cadere là dove “il verme non muore”, in quella in A-temporalità maligna  cui corrisponde, nella atemporale Salvezza,  “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”, perché  per ciascuno di noi “le vostre opere vi seguono”. Non suo piccolo merito, rende gli stati paradisiaci  affascinanti  nella loro accurata complessità, e dà la voglia di andarci, il che non è  da poco – specie per uno della mia età.
Penso  infine che il suo libro sarà  essenziale per coloro che vivranno “dopo” .  Dopo  che  “questa generazione”  sarà passata,  cogliendo  i frutti delle sue  apostasie, e il Cuore Immacolato avrà trionfato.

 
 http://www.maurizioblondet.it/guida-alle-molte-dimore-dellaldila-tenere-sottomano/