ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 3 giugno 2017

Allora si turano gli orecchi per non sentire…

«Nel rotolo vi erano scritti lamenti, pianti e guai»



Vi è una linea di continuità fra la Chiesa dei primi secoli e quella della prima metà del Novecento, anzi, addirittura fra quest’ultima e i profeti dell’Antico Testamento; linea che, invece, si assottiglia e infine si spezza, a partire dalla stagione del Concilio Vaticano II. Noi non vogliamo dire che questa interruzione sia stata causata dal Concilio: ci limitiamo a prendere atto che, dopo di esso, quella continuità si è interrotta. Sussiste, intendiamoci, a parole: quasi tutti i teologi e i pastori della Chiesa odierna lo dicono e lo ripetono; solo, essi parlano di un “aggiornamento delle conoscenze e dei modi di comunicazione”, nonché di un “approfondimento della riflessione religiosa, a partire dall’uomo”. Tuttavia, la verità è che quella continuità non esiste più, ed essi lo sanno benissimo, perché tale era il loro preciso obiettivo, tenacemente perseguito, con pazienza, con costanza, fino al trionfo che oggi stanno celebrando.

Da che cosa si riconosce la rottura di quella linea di continuità? Da diverse cose; una delle quali è la completa abolizione dell’apocalittica. Da quando il cattivo maestro, Umberto Eco, ha pubblicato il libro Apocalittici e integrati, nel lontano 1964 (è ormai trascorso più di mezzo secolo!), i cultori dell’apocalittica sono stati definitivamente relegati nell’inferno dei pessimisti cronici, dei musoni inguaribili, dei denigratori della vita (se sono cattolici, beninteso; se invece sono atei, come Leopardi, diventano invece dei saggi e dei lucidi profeti dell’avvenire). Niente di più falso Gli apocalittici sono, puramente e semplicemente, i cristiani: ogni cristiano – anche se questo discorso, oggi, non piace; e non piace specialmente ai “cattolici” progressisti modernisti – è anche un apocalittico. L’apocalittica è l’insieme delle cose riguardanti il destino finale dell’umanità e del mondo; e, dal momento che, per un cristiano, il nostro destino finale non coincide con la vita quaggiù, sulla terra, vale a dire non coincide con la tomba, va da sé che ogni vero cristiano ha sempre un occhio rivolto alle cose ultime: al destino finale della propria anima, così come a quello dell’umanità tutta. Ma già due anni prima, l’11 ottobre 1962, una voce si era levata, alta e chiara, contro i profeti di sventura e quindi, neanche tanto velatamente, contro l’apocalittica: quella, nientemeno, del papa Giovanni XXIII, precisamente nel suo discorso inaugurale di apertura del Concilio Vaticano II. Strana espressione, in verità: perché i profeti sono sempre, per definizione, profeti di sventura: quando non ci sarà più bisogno che essi annuncino la necessità del pentimento e della penitenza – senza di che seguiranno le meritate sventure -, non ci sarà più nemmeno bisogno di loro, dei profeti. I profeti sono gli uomini chiamati da Dio per esortare l’umanità alla conversione dai peccati: pertanto, è perfettamente logico che essi parlino delle sventure incombenti sul capo di quanti non si vogliono ravvedere. Viceversa, è illogico, assurdo, inaccettabile, che proprio il clero cattolico, nella persona dei suoi più alti rappresentanti, parli in questi termini della profezia cristiana, definendola profezia di sventura. Per quanto, a ben guardare, una logica c’è, anche se non è quella che dovrebbe essere: se il clero ha smesso del tutto di parlare dell’apocalittica; se molti cristiani, ormai, ignorano perfino il significato della parola novissimi; se i teologi “cattolici” parlano e scrivono di tutto, dal sindacalismo ai diritti civili, tranne che della morte, del giudizio e del destino eterno dell’uomo, allora è perfettamente logico e sensato che siano infastiditi dai profeti e dalle profezie. I profeti, infatti, sono come gli sgraditi testimoni che, per il solo fatto di esserci, attestano che la neochiesa modernista sta mentendo su tutta la linea, sta prendendo in giro i fedeli e ardisce perfino d’ingannare Dio.

Ogni cristiano dovrebbe avere in se stesso un qualcosa dell’atteggiamento profetico: perché Dio vorrebbe servirsi di ciascun essere umano per annunciare la Verità. Questo, e non altro, è la profezia: l’annuncio della verità di Gesù Cristo, il nostro Signore e il nostro Redentore. La chiamata di Dio è rivolta a tutti gli uomini, tutti, nessuno escluso: ed essere chiamati significa essere chiamati a testimoniare, con la vita e con le opere. Fin qui, un modernista e un cattolico la pensano allo stesso modo. Ma ecco il punto di separazione, chiaro, nettissimo, inequivocabile: per il modernista, la cosa più importante è trovare un linguaggio comune, uno spirito comune, un sentire comune, fra il Vangelo e il mondo; allo scopo, egli dice, di diffondere più agevolmente e più efficacemente la Parola di Dio. Per il cattolico, non si tratta di annunciare e di testimoniare una verità qualunque, ma la Verità di Dio, così come l’ha insegnata e testimoniata il Figlio, il quale disse di sé: Chi ha visto me, ha visto il Padre. Non solo: la verità deve essere annunciata e testimoniata così come vuole Dio, non come vorremmo noi. Sia nei contenuti, sia nei tempi e nei modi, Dio è un Padre amorevole, ma esigente: non è un padre amicone, permissivo e bonaccione; non è un bancomat spirituale, cui ricorrere nei momenti di penuria, e poi seguitare a far di testa propria; niente affatto: è  un Padre che darebbe (che ha dato) la sua vita per amor nostro, ma per il nostro bene, per il nostro vero bene, non per assecondare qualunque miraggio di falso bene di cui ci possiamo incapricciare.
di Francesco Lamendola del 03-06-2017
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