ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 29 giugno 2017

Non per «puro caso»


La verità della tomba di San Pietro 




Gli scavi per il ritrovamento della tomba di San Pietro

Che cosa dice da secoli la tradizione della Chiesa? Dice che Pietro, il pescatore di Galilea, quello che Cristo stesso considerava «protos», il primo dei suoi discepoli, il principe degli Apostoli fino ad allora, venne a Roma a predicare la buona novella; che a Roma morì martire sotto Nerone nel 64, nel Circo Vaticano, fu sepolto a breve distanza dal luogo del suo martirio, e sulla sua tomba, all’inizio del IV secolo, l’imperatore Costantino fece costruire la grande basilica vaticana.

Questa tradizione secolare della Chiesa cominciò, a un certo momento, a suscitare dissensi da parte degli avversari della Chiesa, e i dissensi giunsero al punto che qualcuno si credette in obbligo di dire, contro ogni verità storica, che Pietro non era mai venuto a Roma, tanto per poter negare la presenza della tomba di Pietro in Vaticano; che è di suprema importanza, in quanto dire tomba di San Pietro a Roma, in Vaticano, significa in un certo senso dire primato della Chiesa di Roma.

Bisognò arrivare a Pio XII, uomo di altissimo ingegno, di grande cultura, di grandissima umanità e dotato di uno spirito veramente lungimirante. Appena eletto Papa, nel 1939, volle aprire alla scienza i sotterranei della basilica vaticana e cercare una risposta alla secolare domanda.
Gli scavi cominciarono e durarono fino al 1949. Furono scavi anormali, in cui molto si distrusse e furono commesse cose quasi inaudite.

Altari come «matrioske»
Trovarono una necropoli, un antico e vasto cimitero, che andava da est a ovest ed era parallelo al Circo di Nerone, quello stesso circo in cui Pietro aveva subìto il martirio. Questa vasta necropoli era stata riempita di terra. Perché Costantino, o chi per lui (il papa Silvestro fu il grande consigliere di Costantino), voleva fare il piano su cui la prima basilica in onore di Pietro doveva essere fondata.

Cosa si trovò sotto l’altare papale? Una successione di monumenti e di altari: uno sotto l’altro, uno dentro l’altro. Ciò significava che quel luogo, il luogo della confessione, era stato da tempo, da secoli oggetto del culto di Pietro. Sotto l’altare papale, che è l’altare attuale, di Clemente VIII (1594), se ne trovò un altro precedente, di Callisto I (1123); dentro l’altare di Callisto II si trovò l’altare di Gregorio Magno (590-604); l’altare di Gregorio Magno, a sua volta, poggiava sopra il monumento che Costantino ancora prima di costruire la basilica, aveva fatto erigere sul luogo della tomba di Pietro, e questo monumento costantiniano può essere datato fra il 321 e il 326.
Questo monumento di Costantino comprendeva un monumento più antico, che risaliva al II secolo, il primo monumento di Pietro. Poi che cosa fu incluso? Ci fu incluso una parte di un piccolo edificio che si trovava addossato a un certo muro rosso che faceva da sfondo al primo monumento di Pietro.
In questo piccolo edificio, c’era un muro coperto di graffiti, di antiche iscrizioni (naturalmente anteriori al monumento di Costantino, perché furono incluse dentro il monumento di Costantino), coperte di epigrafi che indicavano col loro affollamento l’immensa devozione dei fedeli. Poi, oltre questo, si vide che il primo monumento di san Pietro aveva nel pavimento un chiusino, il quale indicava la presenza di un’antica tomba in terra, sulla quale tutti questi monumenti si erano sovrapposti. Sotto questo chiusino, purtroppo, non c’era nulla. Si trovò la terra sconvolta e vuota.

Radiomessaggio “rivoluzionario”


Questo era lo stato delle cose quando si chiusero gli scavi del 1940-49. Pio XII nel radiomessaggio del Natale 1950 dette notizia al mondo degli avvenuti scavi e disse che la tomba di Pietro era stata ritrovata.

Cominciai a occuparmi degli scavi di San Pietro, a scavi terminati e a relazione già pubblicata, nel 1952.
Uno degli scavatori aveva pubblicato, seppure inesattamente, un certo graffito che sarebbe stato trovato proprio sul luogo dove c’era il muro coperto di graffiti del quale ho parlato.
Avevo già avuto occasione di conoscere un certo graffito, dove avevo intuito la lettura «Petrus eni» («eni» nel senso di «enesti»: Pietro è dentro). Fu allora che chiesi a Pio XII di visitare gli scavi, ma nessuno poteva accedervi. Pio XII mi concesse il permesso. Allora cominciai a cercare il graffito, questo «Petrus eni», e non c’era, perché uno degli scavatori l’aveva portato a casa sua.

Entrata nel 1952, ho lavorato fino al 1965, sono stati anni di intensissimo lavoro. Cominciai a studiare il muro dei graffiti, che era stato incluso nel monumento costantiniano. Ora, questo muro era una selva selvaggia, e io disperavo veramente di levarne le gambe - come si suol dire - però, con pazienza, mi misi e cercai di decifrare. Durò mesi la mia decifrazione, fu una delle decifrazioni più difficili che mi occorse di fare. Poi, a un certo momento, afferrai il bandolo della matassa e riuscii a capire.
Lì si era usata una crittografia mistica, cioè si giocava, in un certo senso, sulle lettere dell’alfabeto. Lì c’era a esuberanza il nome di Pietro, espresso con le lettere P, PE, PET, e unito di solito col nome di Cristo, col simbolo di Cristo, con la sigla di Cristo e col nome di Maria, e soprattutto dominavano, su questo muro, le acclamazioni alla vittoria di Cristo, Pietro e Maria. Poi c’era il ricordo della Trinità, il ricordo di Cristo seconda persona della Trinità, e via di seguito. Insomma, tutta la teologia del tempo era lì, squadernata su questo muro.

A colpi di cartoccia


Poi fu la volta delle ossa di Pietro. In un primo momento ero lontana mille miglia dall’idea che avrei potuto un giorno mettere le mani sulle ossa di Pietro.
 Però, mentre ancora stavo decifrando i graffiti (ancora nel 1953), cominciai ad avere in mano le ossa di Pietro.
Le ossa di Pietro stavano nella tomba in terra sotto il chiusino, come la tradizione della Chiesa aveva sempre dichiarato. Poi, quando Costantino volle fare il monumento in onore dell’Apostolo, le ossa furono prelevate dalla terra e ravvolte in un prezioso drappo di porpora e d’oro e deposte in questo loculo, e poi questo loculo chiuso per sempre.

Era avvenuto che, durante gli scavi, gli scavatori, volendo indagare in questo luogo che la tradizione indicava come il luogo della sepoltura di Pietro, andavano un pò per le spicce. A colpi di cartoccia (la cartoccia è quello strumento per piantare i pali nel terreno duro) sfondarono l’altare di Callisto II per arrivare il più presto possibile al luogo stesso.
E che cosa avvenne? Sotto i forti colpi della cartoccia cadde, dall’interno del muro, una quantità di calcinacci, dall’interno e dall’esterno, voglio dire dall’antico muro coperto di intonaco rosso, e tutti si riversarono in questo loculo, sopra le disgraziate ossa che erano state deposte da Costantino nel loculo del monumento. Così si presentò come un ammasso di detriti, non si riconobbero le ossa.

In quel momento era capo della Fabbrica di San Pietro un uomo intelligente, molto pio, molto sensibile al non lasciare allo scoperto le ossa di chiunque, cristiani o pagani che fossero. Monsignor Ksas (uomo di fiducia di Pio XII) notò che fra questi detriti del loculo c’erano delle ossa. Fece buttar via i detriti, raccogliere le ossa dentro una cassetta e la mise in un ripostiglio delle grotte vaticane, dove rimasero ignorate per dieci anni.
 C’erano delle ossa con fili d’oro e pezzetti minuscoli di tessuto color porpora.

Un antropologo di mia fiducia, il professor Correnti, prese in esame il gruppo di ossa della cassetta, e mi disse: “Mah, è una cosa strana, perché gli altri gruppi che mi hanno fatto esaminare erano tutti di diversi individui, questo è di uno solo”. Domandai: “Di che sesso?”. Disse: “Maschile”. “Età?”. “Senile”. “Corporatura?”. “Robusta”.

Non per «puro caso»


Nel ‘64 gli esami erano compiuti. Nel ‘65 uscì il mio libro «Le reliquie di san Pietro sotto la confessione della basilica vaticana», e lì cominciò a scatenarsi la tempesta, perché alcuni, anzi molti, erano felici del risultato; altri no.

Dopo la mia messa a punto che uscì nel ‘67, Paolo VI si trovò obbligato ad annunciare che le ossa di Pietro erano state ritrovate.

Noi sappiamo che Cristo fondò la sua Chiesa sulla roccia di Pietro e le promise la vittoria sulle forze del male. Ora, mi sembra che non sia un puro caso che le ossa del principe degli apostoli, di Pietro, si siano - per miracolosa eccezione - conservate e che siano, per l’appunto, dentro la basilica vaticana, cioè al centro di quella chiesa che - per definizione - è universale.
Loro sanno che «catholicos» vuol dire, in greco, universale.



intervento di Margherita Guarducci, al Centro Culturale di Milano, 1990 


Pubblicato da Centro Studi Federici
che lo ha ripreso da La liturgia della Domenica

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV2043_Guarducci_Verita_tomba_San-Pietro.html


 SS. Pietro e Paolo apostoli

Constítues eos príncipes super omnem terram: mémores erunt nóminis tui. Dómine.
(Graduale)



San paolo nasce a Tarso, probabilmente nel periodo di tempo andante dal 5 al 10 a Tarso di Cilicia, importante centro di fusione di culture, che comprendeva una fortissima presenza ellenica, romana e giudaica, alla quale apparteneva la famiglia di Paolo,che,come tutti i cittadini di Tarso, per una sorta di cio' che oggi potremmo anacronisticamente definire 'statuto speciale ',aveva la cittadinanza romana. Numerose sono le ipotesi che porterebbero allla spiegazione di un tale provvedimento, ma non v'è alcuna certezza a riguardo.

In giovinezza e' mandato a studiare da Gamaliele, rabbino di una grandissima importanza nel mondo ebraico dell'epoca,a sua volta citato due volte negli atti degli Apostoli, dove viene descritto mentre testimonia al Sinedrio a loro favore. Paolo tuttavia non sembra cogliere l'inclinazione del maestro e vede i cristiani come una setta pericolosa da estirpare. La sua prima comparsa nella narrazione biblica non e' certo positiva-si dice infatti negli Atti che Paolo fosse presente e consenziente al martirio del protomartire Stefano diacono. Tuttavia, definire Paolo un persecutore crudele e spietato sarebbe assai scorretto, poiche le notizie sul suo operato in questo ambito negli atti  e nelle lettere sono assai numerosi, ma non mai e' mai spiegata la natura di essi. Probabilmente,oltre che ad essere accentrati nell' area di Gerusalemme,i suoi provvedimenti erano sempre di carattere giuridico e fiscale, anche se la sua appartenenza, seppur indiretta, al Sinedrio fa di lui uno degli ebrei piu influenti del suo ambiente.
Persecutore o meno, Paolo si avvale, circa nel 35, delle lettere del Sinedrio che lo autorizzano a proseguire nell'arresto di tanti i cristiani quanti ne sarebbbe riuscito a trovare a Damasco.ma il Signore, nella sua infinita misericordia verso il genere umano infedele e peccatore,si manifesta a paolo mentre egli sta cercando di  ultimare la rovina della vita della comunita' damascena, avvolgendolo con la luce del suo volte, acceccandolo fisicamente, lui, gia' cieco nell'anima, e giammai rimproverandolo, gli chiede semplicemente ' Saul, Saul, quid me persequeris?'. Alla timorosa domanda sull'identita' del Parlante,a Paolo viene risposto di andare nella citta e che ivi gli sara' detto come procedere.Paolo cosi' entra nella citta' di Damasco, e vi riceve il battesimo da parte di Anania. E' peculiare come gli svariati testi trattino la chiamata di Paolo diversamente: dalla descrizione dettagliata degli atti si passa al contenuto delle lettere paoline, dove la sua conversione viene trattata in modo assai npiu razionale e piu simile ad un cammino di riflessione e speculazione interiore.
Dopo il battesimo ed una permanenza di diversi anni (circa una decina) a Tarso, Paolo conosce il suo curatore Barnaba, che al tempo lavorava nella principale metropoli del vicino oriente, Antiochia, e che porta Paolo con se in qualità' di un suo collaboratore. I due faranno ritorno a Gerusalemme tra un anno circa ,nell'occasione di una raccolta di generi alimentari ideata dalla chiesa di Antiochia in soccorso della chiesa di Gerusalemme, colpita da una disastrosa carestia. Questa, per Paolo, fu gia la seconda visita a Gerusalemme. La prima era stara molto breve, ed era stata fatta per pratiche ragioni di sicurezza, avendo Paolo gia rovinato i rapporti con le autorita' della citta di Damasco, e duro' all'incirca due settimane,durante la quale Paolo conobbe gli apostoli e cerco' di allacciare un  rapporto con la comuniuta' cristiana, che tuttavia fu molto guardinga nei suoi confronti, memori della sua recente posizione nei loro confronti. Questo atteggiamento cambio' quando un influente ex levita, Barnaba appunto', si fece garante della sua persona. Con Barnaba ed alcuni compagni, Paolo nel 45 circa intraprende  quello che sara' il primo dei suoi tre viaggi apostolici. Le aree interessate sono Cipro, isola natale di Barnaba, e le cittadine dell'Asia Minore che essi toccano al ritorno. La loro predicazione ha un grandissimo successo, e viene fondata la comunita' galata. Al ritorno, Paolo e Barnaba vennero coinvolti in un dissidiio particolamente aspro avvenuto tra  un notevole numero di pgani convertiti che non erano precedentemente cresciuti nella fede giudaica, e che di conseguenza non seguivano alcune regole giudaiche, in primis la circoncisione, ed alcuni gruppi di cristiani cresciuti invece appunto nella tradizione levitica che giudicavano tali comportamenti necessari nella vita di un cristiano.
Pietro ribadì che la salvezza  proviene dalla Grazia del Signore Gesù, che con il prorpio esempio diretto non fece distinzione tra i nuovi cristiani e i giudei convertiti; Paolo dal canto suo illustrò i risultati meravigliosi ottenuti fra i ‘gentili’ e si dichiarò a favore della non obbligatorietà dell’osservanza della legge mosaica, al contrario di molti cristiani per lo più ex farisei, che non volevano rinunciare alle loro pratiche, osservate sin dalla nascita, come la circoncisione, l’astensione dalle carni impure, la non promiscuità con i pagani o ex pagani, ecc.
Alla fine fu l’apostolo Giacomo a fare una proposta, accettata da tutti, non imporre ai convertiti dal paganesimo la legge mosaica, la cui pratica rimaneva facoltativa per gli ex ebrei.
A Paolo, Barnaba, Sila e Giuda Taddeo, fu dato l’incarico di comunicare ai fedeli delle varie comunità le decisioni prese. Ma la polemica continuò fra i cristiani delle due provenienze, fino a quando la Chiesa, ormai affermata nel mondo greco-romano, divenne autonoma dall’influenza della sinagoga.
Risolta,o quasi, la questione sulla legge mosaica, Paolo, attorno al 50, organizza un secondo viaggio missionario, assieme a Barnaba, con il quale si dividera' per dei conflitti sorti tra i due apostoli a causa del nipote di Barnaba Marco, che gia procuro' non pochi problemi alla spedizione del viaggio precedente. Paolo quindi diventa il capo indiscusso del gruppo. Le regioni toccate sono un'altra volta le aree gia interessate alla predicazione durante il primo viaggio paolino, e poi ancora le aree dell'Epiro e della Grecia. Paolo e Silvano sono arrestati ed imprigionati una volta a Filippi,ma vengono liberati miracolosamente dopo grazie alla conversione del loro carceriere dopo un terremoto.
Il terzo viaggio apostolico di Paolo comincia a meta' degli anni 50, che si preannuncia essere il maggiore per importanza e per la durata. Come nel viaggio precedente, Paolo passa di nuovo nei territori gia toccati nel viaggio precedente ovvero per alcune aree della Grecia e della Turchia. Comincia ad Efeso, dove Paolo rimane per tre anni. Visita con particolare affetto le comunita  da lui fondate dell'Asia minore, sapendo, dopo la profezia di Agabo (cristiano che predisse tra l' altro la carestia che dette l' occasione per la seconda visita di Paolo a Gerusalemme) di non aver piu  molto tempo a disposizione prima dell'arresto e della prigionia.
Tornato a Gerusalemme, pur conoscendo la riluttanza di alcuni ebrei nei suoi confronti inasprisce la situazione, venendo sospettato  di aver profanato un tempio ebraico poiché vi introdusse un cristiano non giudeo provocò la reazione della folla e solo l’intervento del tribuno Claudio Lisia lo salvò dal linciaggio; convinto però che Paolo fosse un egiziano pregiudicato, lo fece flagellare, nonostante le sue proteste perché ciò era illegittimo, essendo cittadino romano.
Condotto davanti al Sinedrio, Paolo abilmente suscitò una contrapposizione tra Sadducei e Farisei, cosicché Lisia lo riportò in carcere e il giorno dopo, volendosi liberare della spinosa questione, mandò l’Apostolo sotto scorta a Cesarea, poiche quest ultimo era seriamente minacciato di morte,dal procuratore Antonio Felice, il quale lo trattenne per due anni.
Solo il suo successore Porcio Festo, nel 60, provvide ad istruire un processo contro di lui a Gerusalemme, ma Paolo si oppose e come “civis romanus” si appellò all’imperatore.
Appena fu possibile, fu consegnato al centurione Giulio con evidente sollievo di Festo,èer essere trasferito a Roma, accompagnato da Luca e Aristarco; il viaggio a quel tempo avvento uroso, fu interrotto a Malta a causa di un naufragio, dopo tre mesi di sosta, proseguì a tappe successive a Siracusa, Reggio Calabria, Pozzuoli, Foro Appio e Tre Taverne, arrivando nel 61 a Roma.Qui ricevette nel 67 la corona del martirio sotto la persecuzione di Nerone,presso Aquae Salviae,poco piu a sud di Roma.Sono numerose le testimonianze gia dei contemporanei relative al suo martirio-tra i primi abbiamo Tertulliano, che parlando del martirio di Paolo dice che egli 'e' morto come Giovanni'.Un altra importantissima fonte e' Eusebio,che parlando di Paolo nella sua 'Storia Ecclesisastica' specifica che il suo martirio fu lo stesso di quello di Pietro,anche se non lo indica con precisione.La data esatta sarebbe, secondo gli  'Atti di Pietro e Paolo' testo apocrifo del IV secolo scritto in greco,il 29 giugno appunto.

Il ritratto di Paolo che deduciamo dal nuovo testamento e' composito e ricco, a volte contradditorio, formato dall'unione da molti tratti ambivalenti. Paolo era un uomo caratterizato da un zelo infiammato,dovuto alla peculiarita' del rapporto con il Signore,che comincio ' con una manifestazione che non gli poteva certo lasciare dei dubbi o dei tentennamenti, lì sulla via di Damasco. A causa di questo nella sua predicazione non poteva curarsi eccessivamente dei propri rapporti non solo con il potere o con la giurisdizione o con le maggioranze,ma addirittura con gli stessi apostoli,con i quali ha numerosi dissidi, tutti descritti direttamente o indirettamente sia nelle lettere paoline sia negli Atti. Grave e' il dissidio con Marco, che rimprovera per aver mancato di fede durante il suo primo viaggio, e con Pietro, che al concilio di Gerusalemme  pubblicamente si espresse contrario a lui,pur proponendo assieme a Giacomo   una soluzione migliore. Paolo e' pronto a sopportare ogni fatica e prova se queste possono portare ad una maggiore diffusione della chiesa di Cristo,atteggiamento visibile soprattutto alla comunita' di Corinto,ma poco prima delle sue ultime prove,che avranno come premio la corona del martirio,scrivendo la seconda lettera a Timoteo,Paolo sembra stanco,abbattuto e quasi rassegnato,deluso.

Pietro non e' certo meno determinato di Paolo. Forte del rapporto particolarmente stretto che cristo ebbe con lui, nei giorni immediatamente successivi alla sua passione e morte grazie alla sua forza e carisma assume la guida del piccolo ed impaurito per i recenti avvenimenti gruppo degli apostoli, provvedendo subito a ristabilire l equilibrio del gruppo sostituendo il posto di Giuda da un tale Mattia. Subito dopo la Pentecoste, spiegando alla folla incredula gli effetti della discesa dello spirito santo avvalendosi di una lunga citazione del profeta Gioele, Pietro compie il suo primo miracolo, guarendo un paralitico, e subito dopo viene arrestato dai sacerdoti, ma, condotto assieme a Giovanni all'interrogatorio, manifesto' una tale decisione assieme ad una fortissima tranquillita' d animo, ed essi furono rilasciati sotto mancanza di prove. I sinedriti tuttavia non si arresero e poco tempo dopo lui e Giovanni vennero nuovamente arrestati, e secondo la tradizione un angelo li aiuto ad evadere nottetempo. Dopo questo Pietro e Giovanni trascorsero un certo periodo in Samaria, e Pietro poi si diresse verso la zona costiera, a Giaffa, dove, grazie alla propria fama di taumaturgo, accrebbe notevolmente il numero dei fedeli. Nel frattempo Erode Agrippa, cominciata la persecuzione anticristiana, fece imprigionare e giustiziare Giacomo Zebedeo, guadagnandosi  cosi l'appoggio del partiro sinedrita. Procedette nel proprio intento cercando di arrestare Pietro per la terza volta,ma anche qui egli fu soccorso da un angelo, riuscendo ad uscire dalla prigione ed indirizzandosi in seguito alla casa di Maria, madre di Marco. A causa di una conversione attuata da Pietro, quella del centurione Cornelio, nasce una aspra contesa che disgiunge varie parti della giovane chiesa cristiana, in seguito nota come l'incidente di Antiochia. Cornelio infatti risulta il primo convertito al cristinesimo a non aver riportato, nell'infanzia, l'esercizio della legge mosaica, ovvero la circoncisione. L'incidente d antiochia,nonostante sara presente ancora per molto tempo nelle chiese orientali, si risolve con l'in tervento di Giacomo, sanando una condizione che stava ponendo le basi di un vero e proprio scisma. A seguito di cio',avuto scontri in patria  a causa del dissidio, peraltro destinato a prolungarsi, con Simon Mago, Pietro si imbarca da Cesarea Marittima per Roma, arrivandovi presumibilmente attorno agli anni 60, periodo di grandi prove per la comunita' cristiana a causa dellla persecuzione di immani proporzioni attuata dall'imperatore Nerone. Riesce, nel 64,  ad evadere un'altra volta dal carcere mamertino, convertendo pure i suoi due carcerieri, posteriormente giustiziati anch'essi, ma sulla via appia ha una visione di Gesu' che, all'arcinota domanda di Pietro "Quo vadis?" rispondendo "Eo Romam iterum crucifigi", lo invita a tornare i citta' e di avere la corona gloriosa del martirio, comando a cui Pietro obbedisce, e ritenendo di non essere nemmeno degno di morire esattamente come Cristo, chiede di essere crocifisso capovolto.

Orémus.
Deus, qui hodiérnam diem Apostolórum tuórum Petri et Pauli martýrio consecrásti: da Ecclésiæ tuæ, eórum in ómnibus sequi præcéptum; per quos religiónis sumpsit exórdium.
Per Dominum nostrum Iesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum.