ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 29 giugno 2017

Sullo psicodramma migranti in atto in queste ore.

E’ bastata la sconfitta a Sesto San Giovanni per far rinsavire il PD sui migranti? Io non ci credo


L’altro giorno auspicavo la chiusura dei porti italiani come una delle misure necessarie per evitare che la tensione sociale già presente nel Paese a causa dell’eccessiva presenza di migranti (sempre negata dal governo) sfociasse in reazione violenta: sembra quasi che il governo legga RischioCalcolato e lo ritenga degno di ascolto. C’è un problema, però: se passi all’offensiva con l’UE sul tema, devi farlo imponendo un atto unilaterale con un ultimatum chiaro, non paventando l’ipotesi come extrema ratio. Altrimenti, succede che la stessa Europa ti faccia notare questo


e tu faccia la solita figura di merda. Mi permetterete, quindi, di spendere ancora qualche parola sullo psicodramma migranti in atto in queste ore. Non più tardi di due settimane fa, l’arrivo nel fine settimana di 2500 clandestini aveva suscitato l’ennesima reazione indignata delle opposizioni al governo, il quale si limitò a un dichiarazione più che flemmatica: siamo pronti ad accogliere fino a 200mila persone quest’anno, non c’è problema. All’epoca del fatto, erano circa 60mila i presunti profughi giunti sulle nostre coste. Come mai questo panico senza precedenti per 12mila persone in quattro giorni, se c’era ancora tanta recettività umanitaria disponibile in seno al sistema Sprar e dell’accoglienza diffusa? Mi faccio intendere: è ovvio che quel numero rappresenta un salto di qualità e paradigma nell’intera questione migranti ma, visto il placido e solidale approccio usato finora dal governo, mi sembra eccessiva la scelta del ministro dell’Interno, Marco Minniti, di far fare marcia indietro all’aereo che lo stava portando in USA per dei convegni.

Ok l’emergenza ma il Viminale ha una struttura e dei funzionari, era proprio necessario la presenza di Minniti a Roma? E per cosa, per partorire quella geniale richiesta di aiuto presentata dal nostro ambasciatore presso l’UE, di fatto trattata come carta igienica dei cosiddetti partner europei? E poi, ancora, più inquietante è stato il cambio di narrativa posto in essere dal procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Franco Roberti, il quale in pieno bailamme, tanto per abbassare toni, ha dichiarato quanto sue: “Purtroppo sì, gli sbarchi costituiscono una minaccia alla sicurezza nazionale del nostro Paese”. E ancora: “”Negli ultimi anni abbiamo visto infatti più volte che dei migranti arrivati con i cosiddetti barconi intraprendono dei percorsi di radicalizzazione. Ciò è accaduto in almeno due casi, con dei soggetti che hanno realizzato attentati terroristici. Pensiamo solo all’attentatore di Berlino che arrivò a Lampedusa in barcone nel 2011”.

Ma come, fino all’altro giorno l’equazione barcone-Isis era ritenuta una bestemmia xenofoba e adesso è il capo della Procura anti-terrorismo a sostenerla, seppur con toni meno belligeranti di quelli usati da Matteo Salvini? Ma chi cazzo è arrivato nel weekend, un’intera legione dell’Isis? L’intelligence ha notizia di un ingente numero di foreign fighters in fuga da Raqqa e Mosul e intenzionati a tornare in Europa, magari per proseguire qui il jihad, dopo che le difese del Califfato stanno crollando sui fronti caldi mediorientali? Se così fosse, giustamente ci sarebbe riserbo totale sulla vicenda e, quantomeno, tutta questa fretta e questa isteria avrebbero un senso, dopo anni di accoglienza senza limiti. Però stamattina, intervistato a La7, l’ex capo del Sisde, generale Mario Mori, uno che di terrorismo qualcosina ne capisce, ha smontato sul nascere la tesi di Roberti, dicendo chiaro e tondo che un’organizzazione solida e pericolosa come l’Isis (almeno così ce la spacciano da sempre) non rischierebbe mai la vita di un suo operativo addestrato da rimandare in Europa, utilizzando barconi fatiscenti.

Il confine turco, per chi opera in Siria, resta sempre parzialmente aperto, si sa che Recep Erdogan sull’argomento non è proprio granitico. E anche sul caso Amis Amri, l’attentatore di Berlino, la sua radicalizzazione è avvenuta quando era in Italia, non è arrivato da radicalizzato sul barcone dalla Tunisia: nel suo Paese, aveva infatti precedenti da delinquente comune. E poi, anche fosse stato, 1 su 600mila in 3 anni non mi pare possa fare casistica. Il problema è di ordine pubblico e sociale, perché chi arriva qui è al 90% clandestino senza alcun diritto di asilo e va a rifocillare la già ampie schiera della criminalità e del degrado, problemi che la gente vive sulla sua pelle ogni giorno e che preoccupano più dell’Isis. Insomma, al di là dell’ennesimo schiaffo in faccia dell’UE, questo allarmismo senza precedenti del governo fa pensare.
Così come il fatto che la voce più potente e ascoltata in fatto di difesa dei migranti, proprio in queste ore sia sotto pesantissima pressione per le accuse contro il numero tre del Vaticano e responsabile della politica economica, il cardinale George Pell, incriminato per crimini sessuali e posto in congedo dal Papa per potersi difendere: tornerà in Australia ma la bufera sulla Santa Sede, c’è da scommetterci, non si placherà tanto in fretta. Certo, colpire il prefetto per gli Affari economici della Chiesa con accuse vecchie di 30 anni, proprio ora, può far sorgere qualche sospetto di timing (se è colpevole, deve marcire in galera fino alla morte, sia chiaro), magari rispetto alla riforma dello IOR tanto valuta da Papa Francesco e che potrebbe far saltare fuori documenti spiacevoli, così come i covi dell’Isis a Raqqa.

Insomma, sia benvenuta la rivoluzione di attitudine in atto, se servirà quantomeno a limitare gli sbarchi ma i dubbi restano su quanto accaduto realmente questo fine settimana. A partire dalla scelta suicida del governo nei confronti dell’UE, quasi si volesse farsi bocciare l’ultimatum per alzare ancora di più il polverone. Davvero, come riportano alcuni giornali, Minniti starebbe lavorando a un asse con la Merkel sul tema, probabilmente in vista del G20 previsto ad Amburgo a inizio luglio? E se sì, su quali basi, visto che la cancelliera sarà anche stata la paladina delle porte aperte ma, in sede UE, finora non ha mai mosso un dito, affinché all’Italia venisse fornito il supporto di cui ha bisogno e non solo l’elemosina di qualche fondo stanziato in più, come ha fatto ieri la Commissione? Di più, con il voto politico fissato al 24 settembre, davvero Minniti pensa che la Merkel apra a ricollocamenti di massa verso il suo Paese, alienandosi consensi nell’elettorato più di destra, già basiti dall’apertura dell’altro giorno sui matrimoni gay?
Direte voi, riposizionamento del PD verso istanze di destra in vista del voto e dopo la scoppola della amministrative. Ok, ci sta ma così repentino e capace di riservare effetti boomerang come quello sortito a Bruxelles? Tanto più che con la capigruppo che ieri ha rinviato a settembre la discussione sulla legge elettorale, c’è la quasi certezza che si andrà a scadenza naturale per il voto legislativo, quindi primavera 2018? Inoltre, Matteo Renzi è già in netta difficoltà e assediato oggi, se la carta migranti era quella scelta dal resto del suo partito per metterlo in difficoltà. Sarà ma c’ è qualcosa che non torna.

Se poi uniamo il fatto che il 21 giugno scorso, dopo un mese di navigazione, due delle sei corvette ordinate a inizio anni Ottanta dalla marina irachena all’Italia sono giunte a destinazione, con oltre 30 anni di ritardo e in un momento particolarmente sensibile per Baghdad, visto che è di oggi la notizia della liberazione di tutti i quartieri di Mosul dalle sacche di resistenza dell’Isis, il fatto che uno si faccia delle domande, mi pare legittimo. Nel frattempo, anche oggi sbarcheranno 3mila nuove risorse nei porti di Campania e Calabria. E se fossimo di fronte a una prova generale di sgombero del Mediterraneo in previsione di eventi un po’ più gravi che le migrazioni di massa? Ne parliamo presto.
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Di Mauro Bottarelli , il 48 Comment 

Poco tempo e in Siria saremo alla guerra totale. Il Mediterraneo trasporterà missili, non più migranti

Questo articolo è la naturale prosecuzione di quello pubblicato qualche ora fa. O meglio, è la naturale prosecuzione dell’ultima frase di quel pezzo: siamo alle prove generali di sgombero del Mediterraneo per questioni più serie degli sbarchi di migranti? Questo pomeriggio, infatti, al vertice preparatorio di Berlino in vista del G20, è andato in onda il più classico dei giochi delle parti. Il nostro premier, Paolo Gentiloni, ha ribadito la necessità di aiuti concreti per l’Italia, sostenuto da Jean-Claude Juncker, il quale ha sottolineato come gli sforzi di Italia e Grecia siano “eroici” e meritino quindi un sostegno reale da parte dell’Unione: addirittura, si è arrivati a prefigurare mosse in tal senso già al vertice dei ministri dell’Interno previsto a Tallin mercoledì prossimo.

Poi, come nella migliore tradizione cinematografica USA della contrapposizione fra “poliziotto cattivo e poliziotto buono”, ecco che Emmanuel Macron spiazza tutti, dicendo che gli aiuti sono vincolati solo alla gestione e all’accoglienza dei richiedenti asilo e non dei migranti economici. Insomma, idillio nato e morto in dieci minuti. Ma così doveva essere, occorre mantenere alta la tensione e aver creato la narrativa nella testa della gente: siamo al bispensiero orwelliano puro, l’importante è che tutti sappiano che la situazione è tale da giustificare, un domani, misure straordinarie nel Mediterraneo. Il tutto senza farsi troppe domande e senza rompere troppo i coglioni, occorre bloccare il flussi. Gli stessi che fino a 96 ore prima del vertice di Berlino erano assolutamente gestibili e non straordinari, a detta in primis proprio del nostro governo. Ma si sa, Marco Minniti stava volando negli USA prima di tornare a Roma in fretta e furia e sancire, con il suo gesto, l’eccezionalità della situazione: certamente, avrà chiamato Washington per avvisare del cambio di programma, essendo una persona educata. E chissà cosa gli avranno detto dall’altra parte della cornetta.

Io sono quasi certo che una guerra totale in Siria tra USA e Russia sia inevitabile. E, soprattutto, alle porte. Basta aver seguito il dialogo Washington-Mosca delle ultime 48 ore per capirlo, a meno che non ci troviamo di fronte a un’enorme Yalta 2.0 che necessita di arrivare al punto di non ritorno prima di sedersi a un tavolo e discutere: non è la mia versione dei fatti, ve lo dico subito. Attualmente, nello stesso Mediterraneo di cui si sta discutendo per la questione migranti, staziona la portaerei USS George H. W. Bush, oltre ad altri quattro mezzi navali operativi d’appoggio, in modalità ufficiale di pattugliamento. La flotta è dotata di missile Tomahawk, in grado di proteggere i jet eventualmente dislocati in missione operativa contro obiettivi siriani, senza contare gli altri velivoli operativi nell’area in missione anti-Isis e pronti a unirsi a un attacco.

A creare timore in tal senso, ovviamente, è stata la minaccia avanzata lunedì dalla Casa Bianca: sappiamo che Assad sta preparando un altro attacco chimico, se lo farà si prepari a pagare un prezzo molto alto. E se mercoledì, a margine di un meeting NATO a Bruxelles, il generale Mattis ha detto spocchioso che “sembra che Assad abbia capito bene l’avvertimento, non farà sciocchezze”, nelle stesse ore la CNN rilanciava le dichiarazioni anonime di due ufficiali del Pentagono, in base alle quali alcuni membri dell’esercito russo avrebbero visitato la base aerea di Shayrat (quella colpita dai Tomahawk ad aprile) lo stesso giorno, soffermandosi particolarmente nel sopralluogo di alcune aree usate proprio dai militari di Mosca: “E’ altamente probabile che abbiano visitato un hangar un tempo destinato allo stoccaggio di armi chimiche”, avrebbero confermato alla CNN.
In tutta risposta, come mostra questa foto,

il presidente siriano Assad ha visitato la base aerea russa di Latakia, in Siria, quasi una risposta diretta alla minaccia di Washington: della serie, le spalle le ho ben coperte. Ed è vero, perché tra ieri e oggi il ministero degli Esteri russo ha parlato. Molto, rispetto ai propri standard. E ha inviato messaggi inequivocabili. Il vice-ministro, Gennady Gatilov, ha infatti dichiarato che “riteniamo inaccettabile la mnaccia americana, un violazione della sovranità siriana, senza alcun presupposto di necessità militare. E’ un’azione provocatoria e incendiaria. Non escludo che possano esserci delle provocazioni legate a questa scelta, la quale è basata sull’assenza totale di prove. Un completo non-sense”.

Parole che hanno seguito quelle del titolare degli Esteri, Serghei Lavrov, il quale ha dichiarato che “consideriamo queste insinuazioni sulle armi chimiche un qualcosa che fa riferimento alla peggior tradizione dell’intervento NATO del 2003 in Iraq, un invito esplicito a terroristi, estremisti e gruppi armati in Siria a dar vita a un’altra provocazione su larga scala, la quale risulterà fondamentale per portare a termine l’inevitabile punizione del presidente Assad, in base ai piani di Washington. Sono molto chiaro al riguardo, la Russia risponderà appropriatamente e difendendo la sua dignità di nazione a qualsiasi azione o provocazione USA in Siria”.

E tanto per far capire che questa volta non si scherza, la portavoce del ministro degli Esteri, Maria Zakharova, è andata oltre: “Sicuramente c’è un nuovo tipo di intelligence in atto al riguardo, pensiamo che la provocazione sia già stata preparata. E pensiamo che le località prescelte potrebbero essere Saraqib e Ariha, nel Nord-Ovest della provincia di Idlib. Il comunicato della Casa Bianca di lunedì è un lasciapassare per un nuovo intervento, quasi il suo annuncio”. Parole pesanti, quasi come quelle dell’altro alleato di Assad, l’Iran. Il segretario del Consiglio supremo di Sicurezza nazionale, Ali Shamkhani, ha infatti dichiarato che “i comportamenti incauti e avventurosi degli Stati Uniti in Siria sono esempi chiari di chi sta giocando con il fuoco”, sollecitando poi un’indagine dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC): “Se sono sinceri, dimostrino la veridicità delle accuse”.
Ma queste cartina,

parla più di mille dichiarazioni: negli ultimi due giorni l’attività di spionaggio USA in Siria è aumentata in maniera inusuale, proprio in corrispondenza delle visite incrociate di siriani e russi alle rispettive basi aeree. A confermare movimenti lungo la costa orientale della Siria, i segnali dei monitor ADS-B che hanno tracciato i movimenti di velivoli RC-135 Rivet Joint e P-8 Poseidon della Marina statunitense. La maggior parte dell’attività era in perfetta corrispondenza con il momento in cui Bashar al-Assad posava sorridente su un Sukhoi a Latakia, il 27 giugno. Quest’altro tracciato,

ci mostra invece qualcosa di forse ancora più interessante: ovvero il dispiegamento a partire dal 22 giugno, quando ha lasciato la base della RAF di Mildenhall, di un WC-135 Constant Phoenix in direzione Mar Nero, sopra la Romania, dove il sistema di segnalazione radio “Lando 90” lo ha captato il 26 giugno. Il soprannome di quel velivolo è “nuke sniffer”, ovvero una specie di cane antidroga dei cieli ma capace di captare particelle nucleari e attività radioattiva. Siamo al “dispiegamento preventivo”, nell’attesa che il famoso attacco con armi chimiche da parte di Assad o dei russi avvenga? Tanto più che i sensori di cui è dotato possono captare sostanze chimiche nell’area dell’attacco anche giorni o settimane dopo che questo è avvenuto (o, come nel nostro caso, è stato fatto avvenire). Tutte coincidenze?
Forse ma, quando come oggi pomeriggio, il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg (nomen omen), risponde così a una domanda relativa all’attacco hacker dell’altro giorno, qualche dubbio sovviene: “La NATO pronta a intervenire in caso di cyber attacco contro uno dei suoi membri. Stiamo rafforzando le difese informatiche di entrambe le reti dell’Alleanza ma stiamo anche aiutando i membri a rafforzare le proprie difese informatiche. Stiamo studiando in che modo possiamo integrare le loro capacità. Abbiamo anche deciso che un cyber attacco possa attivare l’articolo 5”. Ovvero, l’articolo riguardo la mutua assistenza fra Stati membri, in caso uno di essi velga colpito. Ma guarda. In compenso, questo tweet,



ci mostra come gli attacchi hacker possano rivelarsi alleati straordinari del warfare, il moltiplicatore bellico-industriale del Pil. E, per completezza di informazione, ecco cosa ha dichiarato ieri Vladimir Putin in un discorso alla televisione di Stato russa, i cui contenuti sono stati riportati da Bloomberg: “In generale, la crescente attività di servizi speciali stranieri contro la Russia e i suoi alleati è ovvia. Ci sono operazioni per influenzare i processi politici e sociali interni della nostra nazione”. Tana per Alexei Navalny? Stranamente, mentre Putin parlava al suo popolo, il Pentagono pubblicava un report di 116 pagine intitolato “Russia Military Power”, il repubblicano Adam Smith rendeva noto un “national security manifesto” contro la minaccia del “putinismo, una filosofia dittatoriale” e il senatore democratico della Virginia, Mark Warner, si esprimeva in questi termini pacati: “L’obiettivo della Russia è di seminare caos e confusione, di aizzare discordia interna e minare la democrazia quando possibile, oltre che gettare ombre sugli stessi processi democratici, dove questi esistono”.

Capito perché tanta tensione nel Deep State, temono che qualcuno gli rubi il lavoro. Ancora convinti che a Washington non stia operando la versione 2.0 della Commissione Creel? Scherzi a parte, o siamo in pieno a Yalta 2.0 o è una guerra. E se sarà la seconda, il Mediterraneo trasporterà missili, non più migranti. Siate pronti. E scusate per la lunghezza dell’articolo.
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