ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 3 agosto 2017

Dolce, dolcissimo, perfino mieloso


TIPICO ERRORE MODERNISTA

Un tipico errore modernista: separare l’amore dalla spiritualità. E tale confusione, tale separazione, ancora una volta, le troviamo nelle parole di padre Ermes Ronchi, un tipico esponente della neochiesa di papa Bergoglio 
di Francesco Lamendola 





È un tipico errore, una tipica eresia modernista: la separazione della sfera della spiritualità da quella dell’affettività, come se la seconda potesse fare a meno della prima e come se “amare”, in senso cristiano, fosse la stessa cosa che “amare” nel linguaggio e nel significato di questo mondo. E tale confusione, tale separazione, ancora una volta, le troviamo nelle parole di padre Ermes Ronchi, un tipico esponente della  neochiesa di papa Bergoglio, del quale è un fedelissimo interprete e con il quale si sente in perfetta sintonia.  Padre Ronchi è un servita, e, nella sua formazione, nella sua forma mentis, si nota l’influenza di due serviti illustri che l’hanno preceduto: Giovanni Vannucci (Pistoia, 26 dicembre 1913-18 giugno 1984) e David Maria Turoldo (Coderno, Udine, 22 novembre 1916-Milano, 6 febbraio 1992). 


Diciamo “illustri” nel senso di conosciuti, famosi; ma non nel solo senso che sarebbe auspicabile per degli uomini consacrati al Dio del Vangelo, cioè come modelli viventi di Cristo e guide spirituali per le altre anime. A nostro parere, entrambi hanno svolto un ruolo estremamente negativo nella recente involuzione dei Servi di Maria, fino alla piena condivisione con le linee maestre della neochiesa odierna (anche se loro sono convinti, convintissimi, che si tratti di una evoluzione positiva, ossia di un progresso, in direzione del “vero” Vangelo). Turoldo, in particolare, anche grazie al prestigio di cui godeva come scrittore e come poeta, ha dato un contribuito notevole a tale involuzione, un po’ come Karl Rahner l’ha dato a un altro Ordine molto importante, e che sta svolgendo un  ruolo di primo piano nell’attuale crisi della Chiesa cattolica, quello dei gesuiti. Avevamo già segnalato un tono che non ci sembrava e non ci sembra cattolico, nelle prediche di padre Ronchi, titolare delle meditazioni sugli esercizi spirituali presso la Curia romana nel 2016, su incarico di papa Francesco (cfr. il nostro articolo: Ma padre Ronchi, cosa diavolo sta dicendo?, pubblicato sul sito di Libera Opinione il 10/03/2016); ritroviamo puntualmente quel tono sconcertante, non edificante nel senso cattolico – ma questo, chissà, forse è un motivo di vanto nella neochiesa, da quando il papa se n’è uscito con la sparata che Dio non è cattolico – nella rubrica fissa che egli tiene sul mensile Messaggero di Sant’Antonio, intitolata Le case di Gesù. E riteniamo che esso derivi appunto dall’influenza dei due serviti su ricordati: da Vannucci egli ha ricevuto l’insegnamento che mondo sacro e mondo reale coincidono(intervista ad E. Ronchi sul sito della Fraternità Romena, riportato anche su Wikipedia); dal secondo, che l’uomo è al centro di tutto (eL’Uomo, infatti, si intitolava il foglietto clandestino stampato da Turoldo nel suo monastero milanese, durante la guerra civile del 1943-45), oltre alle simpatie rivoluzionarie, antifasciste, progressiste e di sinistra. Un cocktail micidiale, ma che i seguaci della neochiesa, senza dubbio, trovano irresistibile e se ne vantano, così come si vantano dei cambiamenti che stanno introducendo nella Chiesa, anche se non ne avrebbero alcun diritto e anche se, per dirla con san Paolo, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi. Siamo del resto certi che le nostre critiche, scaturenti da un autentico disagio spirituale che alcuni fedeli provano nei confronti delle cose divenute ormai abituali sulla bocca dei sacerdoti e dei vescovi progressisti, a costoro non fanno né caldo, né freddo. Se ne infischiano, puramente e semplicemente, così come il papa Bergoglio se ne infischia dei legittimi e sacrosanti dubia espressi da quattro eminenti cardinali, e non si è mai curato di dar loro una risposta, così come non si è degnato di concedere loro neppure la richiesta udienza privata. Questo è tipico dei cattolici progressisti e dei modernisti travestiti da cattolici; hanno sempre in bocca i ponti da gettare e i muri da abbattere, nonché la misericordia di Dio che perdona tutto e cancella tutto, anche il peccato degli impenitenti; ma ostentano il massimo disprezzo per quei cattolici che, rimasti fedeli al Magistero e alla Chiesa di sempre, sono da essi bollati quali “tradizionalisti”, espressione che, nel loro vocabolario e nella loro mappa mentale, suona come l’ingiuria più tremenda che sia possibile immaginare. Come tutti i rivoluzionari – perché costoro, sia ben chiaro, sono, a tutti gli effetti, dei rivoluzionari, che hanno introdotto la rivoluzione nella Chiesa cattolica, abusivamente e surrettiziamente – ritengono che gli “altri”, i non rivoluzionari, che, per loro, sono solamente dei “reazionari”, e quindi dei “nemici” (di nuovo, si pensi alle esplicite simpatie resistenziali di Turoldo e altri sacerdoti come lui: gente che non ha esitato a schierarsi in una sanguinosa guerra civile, combattuta da italiani contro altri italiani e da cattolici contro altri cattolici) i quali non meritino altro destino che quello di finire, come diceva con ineffabile gentilezza uno che di queste cose se ne intendeva, Lev Trotzkij, nell’immondezzaio della storia).
Scopriamo intanto, con sorpresa, che il Gesù di Zeffirelli non ha fatto il suo tempo, anzi, è più in voga che mai; è diventato, addirittura, il Gesù ufficialmente accreditato presso gli uomini della neochiesa: dolce, dolcissimo, perfino mieloso; sempre intento, come papa Begoglio, ad abbattere muri e gettare ponti; sempre e comunque dalla parte dei “poveri”, anche se non sono veramente i più poveri, e anche se hanno torto marcio; e sempre e comunque favorevole ad allargare la “casa” fino a includere tutti, a fare una bella famiglia anche con chi non ne vuol sapere di Cristo e della Chiesa, né del Vangelo, né del Padre e dello Spirito Santo, ma anzi vorrebbe vederli cancellati, sotterrati e dimenticati nella coscienza degli uomini. Un Gesù che, se fosse vissuto oggi, avrebbe fatto come monsignor Paglia: avrebbe accettato l’invito di Radio Radicale e sarebbe andato a dire mirabilie del defunto Marco Pannella, portandolo ad esempio di altissima spiritualità e incitando tutti quanti a prenderlo a modello, lui, il campione del divorzio, dell’aborto, della libera droga, delle libere unioni, dei cosiddetti matrimoni omosessuali e, naturalmente, dell’eutanasia, perché la vita è dell’uomo, la dignità è dell’uomo, e quando l’uomo decide che non vale più la pena di viver e che nella sua vita non c’è più sufficiente dignità, lui e lui solo è padrone di far staccare la spina, magari dell’alimentazione, come nel caso di Eluana Englaro, e farsi sopprimere (e non già esser lasciato morire, concetto diverso e adoperato in maniera ingannevole). Un Gesù, quello della neochiesa, che ha il cielo per tetto e l’erba dei prati per pavimento; un Gesù per metà saggio taoista (e rigorosamente ecologista, ci mancherebbe altro!) e per metà leader carismatico di una comunità di “figli dei fiori” dei meravigliosi anni Sessanta del’900 ( due volte meravigliosi: per il Sessantotto e soprattutto per la sua vera matrice ideologica: il Concilio Vaticano II). Mancano solo le chitarre di qualche giovane hippy e poi il quadro sarebbe perfetto.
Ecco, infatti, cosa dice padre Ronchi a proposito del concetto di “casa” nella Bibbia (anche se pi parla solo dei Vangeli), nell’ultimo numero del Messaggero di Sant’Antonio, quello di luglio-agosto 2017 (p. 63):

È splendido pensare a Gesù che con i suoi discepoli e le sue discepole (L 8,2) ha come obiettivo primario quello di fare casa, di condividere vita più che di trasmetter e idee.  Il fuoco si trasmette col fuoco. Lungo le strade di Galilea per tre anni sarà allora contagio di vita., scuola di libertà e di amore. E quando, dopo la defezione di Giuda, sarà necessario ristabilire la cifra di dodici, il criterio di selezione dei candidati sarà espresso così: “Bisogna dunque che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni…, uno divenga testimone, insieme a noi…” (Atti 1, 21-22). Tra coloro che sono stati cn noi. , in quella casa senza pareti, con il cielo per soffitto e l’erba per pavimento; in quel tempio con il lago come abside, fichi e sicomori come colonne, e strade come navate; perché abilitato ad essere apostolo è solo chi ha fatto casa con Gesù, ha condiviso pani e pesci, lacrime e abbracci, e forse non ha capito molto di lui, ma lo ha molto amato e lo ha seguito per tre anni, fino alla notte della paura e della fuga.

Oltre alle quantità industriali di miele con cui è stato confezionato questo brano, quel che colpisce è la costante volontà di umanizzare, anche troppo, la figura di Gesù Cristo, e, più ancora, di umanizzare, ma nel senso di “immanentizzare”, la figura del cristiano. Il cristiano non è più un uomo che guarda costantemente verso il cielo e che indirizza tutta la sua vita verso il Regno di Dio, ma uno che ha mangiato insieme a Gesù, condivide con Lui lacrime e abbracci, sentimenti ed emozioni puramente umani, e non ha importanza se ha capito poco di Lui, purché Lo ami molto. Certo, padre Ronchi sta parlando degli Apostoli, ma è chiaro che il modello del cristiano, per lui, sono proprio loro, più che il Maestro (peraltro, si dimentica di dire che, almeno dopo la Resurrezione e con l’aiuto dello Spirito Santo, gli Apostoli hanno capito ciò che di Gesù non avevano capito prima). Ripetiamo: l’importante, per lui, non è aver capito Gesù, ossia che è Dio fattosi uomo, ma averlo amato molto: tutto si riduce a un fatto sentimentale. Sembra di leggere Renan. E quale è stato l’obiettivo primario del Signore? Fare casa e condividere vita, più che trasmettere idee. Ma stiamo scherzando? E queste sarebbero le parole di un teologo cattolico? Fare casa e condividere vita è stato l’obiettivo primario di Gesù? Tanto per cominciare, Gesù non aveva “obiettivi”, né primari, né secondari: aveva una missione da svolgere, quella di farsi uomo per mostrare agli uomini la strada che conduce al Padre. Sono gli esseri umani che perseguono obiettivi; Dio che si è fatto uomo non “persegue” un bel nulla, Lui è, e col suo essere attira gli uomini verso di Sé, cioè verso Dio, perché Dio è Lui: Chi ha visto me, ha visto il Padre.

Un tipico errore modernista: separare l’amore dalla spiritualità

di Francesco Lamendola

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