ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 10 agosto 2017

Una calma e una compostezza sovrumane


LE FAUCI DEL DRAGO   
          
E adesso, chi chiuderà le fauci al drago? Per impedirgli di appestare tutta quanta l’opera di Dio, chi farà quel che fece san Silvestro, scendendo i gradini uno a uno, per legargli il muso e ridurlo all’impotenza? 
di Francesco Lamendola  



 
  
In un pomeriggio di primavera, quasi nell’ultima luce del giorno, un ragazzo molto giovane aveva “scoperto”, praticamente per caso, una delle basiliche più famose della cristianità, quella di Santa Croce a Firenze. Non ne aveva mai sentito parlare, e, nella sua ignoranza, scusabile in parte data l’età, non aveva letto neppure I sepolcri di Foscolo. Si era recato, da solo, nella città sull’Arno per abbeverarsi alla storia dell’arte e per vagare da un museo a una pinacoteca, inebriandosi davanti a quei tesori d’incomparabile bellezza, allora tanto più facilmente accessibili di oggi: non si doveva prenotare, né fare la fila per visitare le Gallerie degli Uffizi (e neppure per entrare nella Basilica di San Marco a Venezia, del resto) e, con pochissimi soldi in tasca, dormendo all’ostello e mangiando qualche tramezzino, aveva vagato estatico da un dipinto all’altro, da un affresco all’altro, da una scultura all’altra. Infine, scendendo da San Miniato al Monte anziché arrivando dal centro cittadino, dove pure aveva l’alloggio, si era imbattuto in quella grande chiesa e vi era entrato, senza sapere nemmeno che conteneva le tombe dei grandi italiani. Ben presto era giunto nella Cappella Bardi di Vernio, nel transetto dell’edificio, davanti agli affreschi eseguiti da Maso di Banco nel 1340, che il Vasari aveva erroneamente attribuito a Tommaso di Stefano detto il Giottino. La luce della sera entrava obliquamente dai finestroni e si posava su quelle antiche scene, creando un’atmosfera suggestiva, che aveva trasportato il ragazzo quasi fuori del tempo e dello spazio.
Gli affreschi narrano le Storie di San Silvestro, ispirate al pittore toscano dalla Legenda aurea di Jacopo da Varazze, uno dei libri più famosi e più letti di tutto il Medioevo. Le cinque grandi scene mostrano, in sucessone, l’imperatore Costantino che annuncia alle madri dei ragazzi che non si sarebbe bagnato nel loro sangue, per guarire dalla lebbra, come aveva richiesto l’oracolo pagano; la visione di san Pietro e san Paolo che appaiono in sogno all’imperatore e gli rivelano la verità di Cristo; il papa Silvestro che istruisce l’imperatore nella dottrina cristiana e infine gli amministra il santo Battesimo; san Silvestro che resuscita il toro, morto per il sortilegio di un dottore ebreo, per mostrare l’onnipotenza del Dio cristiano contro le arti magiche di costui, ispirato, in realtà, dal diavolo; infine il santo che chiude le fauci del drago e poi resuscita due maghi pagani che erano stati uccisi dall’alito micidiale del mostro. Chissà perché, l’attenzione del ragazzo venne subito afferrata dall’ultima scena e in particolare dall’episodio descritto nella parte sinistra del’affresco, quello del drago. La mala bestia era rappresentata sullo sfondo di alcuni templi romani in rovina; la scena, infatti, si svolgeva presso una grotta ai piedi del Palatino, dove nei tempi antichi sorgeva un tempio dedicato ai Dioscuri, Castore e Polluce, prodigiosamente apparsi ai Romani durante la battaglia del Lago Regillo del 499 a. C., nel momento più critico, rincuorandoli e portandoli alla decisiva vittoria sui Latini; e dove poi fu innalzata la chiesa di Santa Maria Antiqua (più tardi ancora Santa Maria Liberatrice). Un drago nel bel mezzo della Città Eterna, che terrorizzava i cittadini e divorava tutti quelli che passavano lì vicino! Era diventato furioso dopo il battesimo di Costantino, perché sentiva che il potere del diavolio sull’umanità, con la conversione dell’imperatore romano, aveva ricevuto un colpo terribile. Che strana storia, però. Il ragazzo, tuttavia, che veniva dal Friuli, non poté fare a meno di rammentare che una leggenda molto simile circolava anche per la storia antica della sua città: si diceva infatti che, in illo tempore, un drago feroce vivesse nel lago che si estendeva dove ora si allarga il Giardino Grande, ovvero la Piazza Primo Maggio; lago poi prosciugato dai patriarchi di Aquileia; mentre il drago venne affrontato e vinto da un cavaliere che si era affidato alla Madonna e che offrì a Lei, come reliquia, una costola del mostro, ancor oggi conservata nella basilica delle Grazie, che si affaccia proprio su quella vasta piazza.
San Silvestro, comunque, nell’affresco di Maso di Banco, teneva stretto con le mani il muso del drago, che torceva il collo nel vano sforzo di liberarsi, e gl’impediva di soffiare l’alito mortale; e in quel gesto c’erano una calma e una compostezza sovrumane, da lasciare affascinati. Vale la pena di rileggersi il brano di Jacopo da Varazze relativo a questo episodio, tratto, a sua volta, da una leggenda popolare (da: Jacopo da Varazze, La leggenda aurea, traduzione dal latino di don Oscar Righi, Alba, Pia Società San Paolo, 1938, pp. 33-34):

… Tutti i presenti cedettero e si convertirono alla fede.
Qualche temo dopo i sacerdoti degl’idoli andarono da Costantino e gli dissero:
- Santo imperatore, dal giorno in cui voi avete abbracciato la fede cristiana, quel dragone che è nel serraglio fa morire ogni giorno più di cento persone col suo alito avvelenato.
Allora l’imperatore domandò consiglio a Silvestro che gli disse:
- Per la virtù di Gesù Cristo io farò cessare il male che quella bestia fa.
I sacerdoti degli idoli promisero che si sarebbero convertiti se egli ci fosse riuscito.
Mentre Silvestro pregava gli apparve san Pietro che gli disse:
- Scendi con due preti nel serraglio, e quando ti sarai avvicinato al dragone digli: “ Satana, resta qui fino a che non sia venuto il Nostro Signore Gesù Cristo, che nacque da una vergine, che fu crocifisso, che risuscitò da morte e siede alla destra del Padre suo, e verrà a giudicare i vivi ed i morti”. Poi legagli la gola con un filo cui farai due nodi che sigillerai col segno della croce; quindi tornerai a me sano e salvo e mangerai il pane che io ti avrò preparato.
Silvestro allora portando con sé grossi fanali, scese nel serraglio insieme a due preti, per una scala che contava centoquarantadue gradini, e disse al dragone le parole dettegli dall’Apostolo, o legò, appose i sigilli, e quando risalì trovò due incantatori che lo avevano seguito per vedere il risultato dell’opera sua, ma erano come asfissiati dal fetido alito del dragone. Silvestro li condusse con sé ed essi si convertirono insieme a tanti altri, e così il popolo fu liberato dalla doppia morte, quella che veniva dal dragone e quella che veniva dal culto degli idoli.

Da sempre, l’episodio di san Silvestro che, senza combattere, lega il muso del drago e gli impedisce di appestare e uccidere le persone con il suo fiato micidiale, è stato interpretato come la vittoria del cristianesimo sul paganesimo; e la discesa di san Silvestro giù per i gradini che portano al serraglio, o alla grotta, che è la tana del mostro – in altre tradizioni i gradini sono 365, proprio come i giorni dell’anno – simboleggia il graduale trionfo del cristianesimo che, giorno dopo giorno, sottrae le anime al potere del diavolo e le restituisce al culto del vero Dio (cfr. anche l’articolo di Alfredo Incollingo, San Silvestro e il drago, pubblicato su Il settimanale di Padre Pio, n. del 23/07/17).
Il ragazzo guardava affascinato quell’affresco, guardava il gesto pacato e sicuro del santo che chiude le fauci del mostro e non permette che il suo fiato mortale ammorbi né i corpi, né le anime; e, pur non conoscendo, allora, la Legenda aurea, intuiva che in quella scena era espresso un simbolismo molto forte, valido non solo per qualche lontana epoca del passato, ma sempre, e quindi anche per il presente. Così come pareva che la scena trasportasse colui che la guarda in un tempo fuori del tempo, così essa pareva esprimere un messaggio che, se compreso, è valido per tutte le epoche. Ma certo non gli sfiorava neppure la mente il pensiero che lui stesso, insieme a tutti quelli della sua generazione, si sarebbero venuto a trovare, un giorno, in una situazione analoga a quella descritta da Jacopo da Varazze, e dipinta da Maso di Banco nella cappella della chiesa fiorentina di Santa Croce. No, una cosa del genere non gli sarebbe mai venuta in mente. E diciamo pure che non sarebbe venuta in mente quasi a nessuno, fino a pochi anni fa, tra i cattolici che hanno ricevuto il Battesimo, sono cresciuto all’ombra della Chiesa, e hanno sempre pensato che le minacce contro di essa vengono bensì dall’esterno, ma che, quando si è al suo interno, si è perfettamente al sicuro, perché vi è chi veglia sulla purezza della dottrina e il credente non deve minimamente preoccuparsi di ciò, così come il semplice soldato non deve neppure immaginare che, un giorno, il comandante supremo, e un buon numero di generali e di ufficiali, non penseranno più a condurre l’esercito alla vittoria, ma si metteranno d’accordo col nemico e faranno di tutto perché il semplice soldato sia gettato allo sbaraglio e, possibilmente, rimanga ucciso o sia fatto prigioniero.
Sono passati molti anni, se rapportati alla durata media di una vita umana, ma pochi, pochissimi, se rapportati alla vita della Chiesa, da quando essa è stata fondata da Gesù Cristo, che l’ha affidata all’apostolo san Pietro, ed ecco che il diavolo del paganesimo è ritornato, ma strisciando nel buio come un enorme serpente, come un drago, ed è penetrato nella città di Dio e ha preso a spirare il suo alito pestilenziale, intossicando e avvelenando le anime, in un modo tale che chi lo respira a fondo è perduto, la sua anima è dannata e lui non se ne rende neppure conto, e se ne va attorno a diffondere, a sua volta, il veleno, contagiando anche altri, come in una serie di cerchi concentrici che si allargano sulla superficie dell’acqua. E si tratta di un fenomeno di una vastità e di una intensità tali, da risultare difficilmente immaginabile alla mente umana; di un’ampiezza e di una capillarità che lo rendono pressoché invisibile, anche se si stia svolgendo sotto gli occhi di tutti, e milioni e milioni di persone, se non fossero più o meno gravemente contagiate, dovrebbero vederlo, dovrebbero accorgersene, dovrebbero lanciare un grido di orrore e di allarme. Come! La Chiesa fondata di Gesù Cristo è ora invasa da cima a fondo dalle forze maligne miranti a stravolgerla, a confonderla, a distruggerla; miranti ad allontanare le anime da Dio, ad allontanarle da Gesù Cristo, a separarle a Maria Vergine; miranti a spacciare una nuova dottrina – nuova, ma antica, perché il grande nemico dell’uomo è sempre lo stesso e, benché si serva di mezzi diversi, in realtà persegue sempre lo stesso obiettivo – per la vera dottrina, mentre in realtà sostituiscono, con metodo e tenacia, un pezzo dopo l’altro, una parola dopo l’altra, un atto dopo l’altro, ciò che è vero e buono e santo con ciò che viene dagli uomini, dalla umana superbia, ispirata, a sua volta, da colui che non si dovrebbe neanche nominare, perché non è degno d’essere paragonato, e sia pure in negativo, al Signore Onnipotente, dal quale ogni cosa ha avuto inizio e al quale ogni cosa tenderebbe a ritornare, se costui, coi suoi sofismi infernali, non avesse pervertito l’intelligenza della creatura fatta a Sua immagine.

E adesso, chi chiuderà le fauci al drago?

di Francesco Lamendola
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