ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 6 settembre 2017

Bien(?)venido

 LE FARC DANNO IL BENVENUTO AL PAPA CON IL LORO LOGO SULLA CATTEDRALE DI BOGOTÀ. UN PO’ COME SE LE BR A SAN GIOVANNI…


Immaginatevi che le Brigate Rosse, nel corso di un concerto organizzato da esse stesse, con fondi di provenienza ignota, a Roma, avessero proiettato sulla facciata della basilica di San Giovanni il loro logo con la stella a cinque punte. Beh, è successo a Bogotà, come informaInfocatolica. Le Farc, l’organizzazione terrorista che per volontà del governo, e nonostante il parere chiaro del popolo colombiano, espresso in un referendum, stanno per diventare partito politico senza neanche chiedere scusa per i crimini compiuti, l’hanno fatto. Un gesto che è stato giudicato dal presidente del tribunale ecclesiastico di Bogotà come “un atto di violenza ideologica e una provocazione irrispettosa. Ripudio totale!”.


Le ombre di una “pacificazione” mal digerita dalla maggioranza del popolo colombiano, della possibilità di un espandersi del contagio anti-democratico da Cuba e Venezuela alla Colombia, e la simpatia che molti, troppi sospettano nel Pontefice regnante verso partiti e dittature di sinistra costituiscono un handicap pesante per la visita in Comobia, anche se naturalmente la macchina informativa governativa – e vaticana – premerà soprattutto sul tasto della festa e dell’entusiasmo.
RadioCom Nacional ha pubblicato un servizio in cui si dice che “Sacerdoti cattolici sono fra coloro che si oppongono alla visita del Papa in Colombia, perché pensano che con le sue dichiarazioni, specialmente sul tema dell’omosessualità e della famiglia, Francesco ha colpito il Magistero della Chiesa”. La Radio ha intervistato un sacerdote che fa parte dei sacerdoti da 20 anni. È venuto a Bogotà e dice che vive il suo apostolato nella fede di Cristo. Chiede di mantenere l’anonimato, comprensibilmente: la Conferenza episcopale ha “scomunicato” di recente la seguitissima “Teleamiga” perché il suo padre-padrone, il prof. Galat, era troppo critico di Francesco. Sostiene che almeno altri 90 sacerdoti cattolici a Bogotà, Medellin e Bucaramanga non sono d’accordo sul modo in cui il papa si è comportato. “E assicura che ci sono delle persone che pregano perché il sommo pontefice non tocchi la terra colombiana”.
Aggiunge: “Sacerdoti che sono in diocesi diverse, non posso nominarli, sono in disaccordo totale con la visita di Francesco; moltissimi gruppi di orazione e laic impegnati nell’orazione pregano che non venga”. E anche in campo laico, secondo la Radio, ci sono molte persone contrarie. “Ci sono quelli che lo chamano il ‘falso papa’, quelli che credono che sia comunista, molti sono convinti che venga a legittimare il processo di pace con le Farc”.
Paradossalmente, ma non tanto, il problema più che la Colombia è il Venezuela. In Colombia ci sono molte persone fuggite dal Paese confinante; e come non pochi altri rimproverano al Pontefice, e alla diplomazia vaticana, la delicatezza di toni con cui trattano il dittatore venezuelano. Sulla falsariga di ciò che è accaduto a Cuba, dove il Pontefice non ha avuto contatti con le personalità dell’opposizione alla dittatura comunista.
Scrive il Wall Street Journal: “Alcuni critici suggeriscono che il papa, che è apparso in pubblico con alcuni degli alleati di sinistra di Maduro, come il presidente boliviano Evo Morales e condivide alcune delle loro vedute politiche, potrebbe trattenersi (dal criticare Maduro, N.D.A.) per simpatia ideologica”. Il WSJ cita una cattolica venezuelana che si è trasferita in Colombia: “Sono cattolica, ma credo che vedere il papa che fa questo genere di cose mi spinge lontana dalla Chiesa. Il papa è nel cuore un comunista che non vuole restare coinvolto nel Venezuela”. 

MARCO TOSATTI

http://www.marcotosatti.com/2017/09/06/le-farc-danno-il-benvenuto-al-papa-con-il-loro-logo-sulla-cattedrale-di-bogota-un-po-come-se-le-br-a-san-giovanni/


PADRE RAMÍREZ RAMOS, IL PARROCO MARTIRE CHE VEGLIA SULLA COLOMBIA E I PRETI «CONSERVATORI»

Padre Ramírez Ramos, il parroco martire che veglia sulla Colombia e i preti «conservatori»
da «Colombia, aspettando la beatificazione del “martire di Armero”» di Luis Badilla-Francesco Gagliano su Vatican Insider, 21 aprile 2017

[...] Padre Pedro María Ramírez Ramos, il «martire di Armero», fu ucciso a 44 anni il 10 aprile 1948, il giorno dopo di un’altra tragica uccisione per la nazione sudamericana, quella del politico cattolico liberale Jorge Eliecer Gaitán, candidato alle presidenziale del 1950. 


Quel 10 aprile è ricordato come il giorno di «El bogotazo», il primo grande e sanguinoso scoppio di violenza del periodo che prese appunto il nome di «La Violenza», una guerra civile durata decenni in cui morirono almeno 300mila colombiani e che vide opposti liberali e conservatori con una ferocia inaudita.

Il Parroco conservatore capro espiatorio della violenza politica  
68 anni fa Padre Ramírez Ramos fu linciato da un folto gruppo di sostenitori liberali di Armero-Tolima poiché ritenuto «un conservatore fanatico e pericoloso». Come se non bastasse, 37 anni dopo l’omicidio, il sacerdote venne accusato di essere «colpevole» della tragica valanga del 13 novembre 1985, che causò oltre 20mila morti, perché avrebbe maledetto il Paese poco prima di morire.

Padre Pedro María Ramírez Ramos, definito venerabile dal 28 maggio 2016 per decreto di papa Francesco, nacque il 23 ottobre 1899 nel Municipio di Huila. Quando aveva solo 16 anni entrò nel Seminario di «María Inmaculada en Garzón» il 4 ottobre 1915. Nel 1920 si ritirò dal Seminario ma otto anni più tardi fece rientro in quello di Ibagué (Tolima). Fu ordinato Sacerdote nel 1931 all’età di 31 anni. L’allora vescovo di Ibagué, monsignor Pedro Martínez, lo nominò parroco di Chaparral (1931), di Cunday (1934), di Fresno (1943) e finalmente di Armero-Tolima.

Il 9 aprile 1948 padre Pedro si trovava nell’ospedale del Paese in visita a un malato, quando arrivarono da Bogotà le prime notizie dell’uccisione del candidato liberale Pedro Eliecer Gaitán e dell’immediato scoppio di un’ondata di violenza terrificante. Armero-Tolima non fu, purtroppo, risparmiata dalla marea che andava montando in tutto il Paese e che vide contrapposti, da subito, i liberali, sostenitori di Gaitán, e i conservatori che si riconoscevano nel presidente Mariano Ospina Pérez (1946-1950). 

L’arresto e il linciaggio  
Negli incidenti di Armero-Tolima gruppi di facinorosi provarono ben presto ad aggredire padre Pedro Maria, poiché si riteneva che fosse vicino ad ambienti conservatori, ma lui riuscì a trovare riparo nella chiesa. Le suore del convento adiacente (Mercedarias Eucarísticas) e alcune famiglie offrirono al Sacerdote aiuto per fuggire dal Paese durante la notte ma lui rifiutò con decisione l’offerta.
Il 10 aprile, nel pomeriggio, un folto gruppo di liberali profanò la chiesa e il convento chiedendo «la consegna delle armi nascoste». Quando verificarono che le presunte armi non c’erano decisero di arrestare padre Pedro Maria il quale venne portato subito sulla piazza centrale e qui fu linciato e il suo cadavere colpito con un machete. Il corpo martoriato del Sacerdote restò in piazza per alcune ore e solo a mezzanotte la salma fu trascinata all’ingresso del cimitero. Il corpo del Prete fu lasciato in un fosso, senza l’abito talare e senza che venisse collocato in una cassa mortuaria, furono inoltre impediti riti religiosi. Quando alcune autorità di Bogotà arrivarono ad Armero, si era già al 21 aprile, fu autorizzata l’autopsia e una sepoltura cristiana rispettosa. Quasi un mese dopo i parenti poterono portare la salma al cimitero di La Plata, paese natale del presbitero, e d’allora questa tomba è divenuta luogo di pellegrinaggi.

Il racconto del gesuita Juan Álvarez Mejía  
Nel suo libro «Una víctima de la revolución de abril» il gesuita Juan Álvarez Mejía racconta: «dopo l’uccisione di Jorge Eliécer Gaitán gran parte del popolo liberale di Armero si alzò contro le autorità esigendo la rinuncia del Presidente Mariano Ospina Pérez. I violenti accusavano anche la Chiesa cattolica ritenendo che fosse complice dei conservatori e contraria all’insurrezione poiché invitava alla calma e alla non-violenza. 
Verso le 14.30 del 9 aprile un folla aggressiva, armata, e con la partecipazione di non poche persone ubriache tentò di arrestare padre Pedro Maria ma suor Miguelina, con decisione, riuscì ad impedirlo. Gli assalitori distrussero molte cose della chiesa, della canonica e del convento. Padre Pedro Maria si negò a fuggire dal Paese nonostante le accorate richieste dei suoi parrocchiani e amici.  
Il 10 aprile, come sempre celebrò la Messa molto presto, confessò un malato in ospedale e fece visita ai 170 carcerati. Prima di mezzogiorno consegnò alle suore le ultime ostie del tabernacolo conservando per sé solo una». 

Un breve testamento  
Poi, con una matita scrisse il suo testamento con questa intestazione: «Voluntad del Pbro. Pedro Ma. Ramírez Ramos, a la Curia de Ibagué y a mis familiares de La Plata». Nel documento si legge dopo: «Da parte mia desidero morire per Cristo e nella sua fede. A S. E. il signore vescovo esprimo immensa gratitudine poiché senza meritarlo mi fece diventare Ministro dell’Altissimo, sacerdote di Dio, e ora parroco di Armero, popolo per quale voglio versare il mio sangue. Un ricordo speciale per il mio direttore spirituale, il santo padre Dávila. Ai miei familiari dico che sarò il primo nell’esempio che loro devono seguire: morire per Cristo. A tutti, con affetto speciale, guarderò dal cielo. La mia gratitudine profonda per le sorelle eucaristiche. Dal cielo intercederò per loro, in particolare per la Madre superiora Miguelina. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Armero, 10 aprile 1948».

Le ultime ore  
Padre Juan Álvarez Mejía così racconta le ultime ore di Pedro María Ramírez Ramos: «Quando all’esterno la folla che era arrivata inferocita fino alle porte del convento cominciò a urlare “consegnate il Prete oppure morirete tutte” le religiose spaventate fuggirono attraverso i tetti. Padre Ramírez Ramos a quel punto restò solo e quindi venne arrestato. Tra insulti e colpi fu portato fino alla piazza dove, senza nessun tipo di accusa o giudizio, fu in pratica consegnato a una folla di mille persone circa, uomini e donne esaltati, e tra loro non pochi ubriachi. Gli atti della prima indagine della giustizia confermano ciò che è accaduto verso le 16,30 del 10 aprile 1948. Questi documenti, in base a numerose testimonianze, confermano che il cadavere del sacerdote fu abbandonato all’ingresso del cimitero con l’aiuto anche di alcune prostitute e loro misero la salma martoriata e seminuda in una fossa dove restò fino all’esumazione, alcuni giorni dopo, ordinata per fare l’autopsia.  
Quando, settimane dopo, la bara del sacerdote fu trasportata da Armero al paese natale, La Plata, lungo il percorso - Ibagué, Espinal, Neiva e Garzón - migliaia di persone lo piansero e da subito cominciò una venerazione mai venuta a meno» [...].  

Birmania, i vescovi non ci stanno: «Francesco rilascia dichiarazioni che non riflettono la realtà»


di Giorgio Enrico Cavallo

Hanno risposto senza troppi giri di parole. «Abbiamo paura che il papa non abbia informazioni abbastanza accurate e rilasci dichiarazioni che non riflettono la realtà». Così Raymond Sumlut Gam, vescovo di Bhamo, in Myanmar (ex Birmania), in un virgolettato estrapolato da AsiaNews (qui). Il riferimento del porporato asiatico è alle parole del pontefice all’Angelus del 27 agosto, quando Bergoglio si è dichiarato vicino ai «nostri fratelli» Rohingya (qui). Che poi sono musulmani. Che vivono in un paese, l’ex Birmania ora Myanmar, con gravissimi problemi interni.
Parole che non hanno sortito un gradito effetto nella curia locale. Figuratevi la maggioranza buddista cosa ha pensato. E che a novembre Bergoglio sarà il primo pontefice a visitare quella nazione dell’Indocina! (i dettagli, qui). Un ottimo biglietto da visita, visto che ora molti temono tensioni nel paese al momento della visita del santo padre.
Nuovamente, Bergoglio si dimostra un abilissimo gaffeur (se così si può dire), diplomatico a dir poco attento e sagace, che dovendo visitare tra pochi mesi un paese con gravi problemi etnici interni, si lascia andare in affermazioni su argomenti che non conosce, mettendo in imbarazzo il clero locale che deve in tutta fretta mettere una toppa per salvare la faccia e magari evitare ulteriori disordini nel paese. Ma non solo: sembra che una tappa del viaggio in Birmania comprenda anche la visita ai Rohingya.
Padre Mariano Soe Naing, portavoce della locale conferenza dei vescovi, ha pertanto dovuto affermare: «Vi sono voci che il Santo Padre visiterà il Rakhine ed i Rohingya. Questo è sbagliato. Se abbiamo mai bisogno di portare il Santo Padre alle nostre persone sofferenti, lo porteremo ai campi profughi dei Kachin, dove molte vittime della guerra civile sono state sfollate dalle loro case». I Kachin sono un’etnia a predominanza cattolica, che forse dovrebbe essere più vicina alla sensibilità del santo padre. Il portavoce continua: «il papa porterà circa 100 giornalisti. Questa visita verrà evidenziata dalla comunità internazionale. Dopo la visita papale, vi saranno molti vantaggi soprattutto nel campo delle relazioni diplomatiche del Myanmar».
Ci permettiamo di lanciare un appello al Vaticano: per le dichiarazioni del papa, almeno prima dei viaggi apostolici, chiedete ai vescovi qual è la situazione locale. Sono lì anche per quello.  

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