ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 9 novembre 2017

I due stendardi

La “svolta luterana” di papa Francesco             

(di Roberto de Mattei) Il 31 ottobre 2016 papa Bergoglio inaugurava l’anno di Lutero, incontrando i rappresentanti del luteranesimo mondiale nella cattedrale svedese di Lund. Da allora riunioni e celebrazioni “ecumeniche” si sono succedute ad abundantiam all’interno della Chiesa.
A un anno esatto da quella data, la “svolta luterana” è stata suggellata da un atto simbolico di cui pochi hanno avvertito la gravità: l’emissione, da parte delle Poste Vaticane, di un francobollo che celebra la nascita del protestantesimo, avvenuta il 31 ottobre 1517, con l’affissione delle 95 tesi di Lutero sulla porta della cattedrale di Wittenberg. «V Centenario della Riforma protestante», si legge in cima al francobollo, presentato il 31 ottobre di quest’anno dall’Ufficio Filatelico del Vaticano.
Secondo il comunicato ufficiale, il francobollo: «ritrae in primo piano Gesù crocifisso sullo sfondo dorato e atemporale della città di Wittenberg. In atteggiamento di penitenza, inginocchiati rispettivamente a sinistra e destra della Croce, Martin Lutero sostiene la Bibbia, fonte e meta della sua dottrina, mentre Filippo Melantone, teologo e amico di Martin Lutero, uno dei maggiori protagonisti della riforma tiene in mano la Confessione di Augusta, Confessio Augustana, la prima esposizione ufficiale dei principi del protestantesimo da lui redatta».

La sostituzione, ai piedi della Croce, della Madonna e di san Giovanni con i due eresiarchi Lutero e Melantone costituisce un’offesa blasfema che nessun cardinale o vescovo cattolico ha finora apertamente biasimato. Il significato di questa raffigurazione è spiegato dalla dichiarazione congiunta della Federazione Luterana mondiale e del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani, apparsa lo stesso giorno della stampa del francobollo. La nota riferisce del positivo bilancio del dialogo tra cattolici e luterani, conferma la «nuova comprensione degli eventi del XVI secolo che condussero alla nostra separazione» e afferma come ambo le parti sono «molto grate per i doni spirituali e teologici ricevuti tramite la Riforma».
Come ciò non bastasse, negli stessi giorni, La Civiltà Cattolica, voce “ufficiosa” di papa Francesco, ha celebrato Lutero con un articolo del padre Giancarlo Pani (Martin Lutero cinquecento anni dopo, in La Civiltà Cattolica, 21 ottobre-4 novembre 2017, pp. 119-130). Padre Pani è lo stesso che nel 2014 affermò che i Padri del Concilio di Trento avrebbero ammesso la possibilità di divorzio e di nuove nozze in caso di adulterio, secondo il costume invalso nella chiesa scismatica greca. Ora egli sostiene che Martin Lutero non fu in alcun modi un eretico, ma un autentico “riformatore”.
Infatti, «le tesi di Wittenberg non sono né una sfida, né una ribellione all’autorità, ma la proposta di rinnovamento dell’annuncio evangelico, nel desiderio sincero di una “riforma” della Chiesa» (p. 128). Malgrado la pretesa «da parte sia della Chiesa di Roma sia di Lutero, di incarnare in toto la verità e di esserne dispensatori», «non si può negare il ruolo che Lutero ha avuto come testimone della fede. Egli è “il riformatore”: ha saputo avviare un processo di “riforma” di cui – quali che siano stati poi gli esiti – ha beneficiato anche la Chiesa cattolica» (p. 129).
Se così è, Lutero fu ingiustamente perseguitato e diffamato dalla Chiesa per 500 anni. È giunta l’ora di riabilitarlo. E per riabilitarlo non ci si può limitare a presentarne il volto profetico, ma bisogna far sì che la Chiesa accolga e metta in pratica le sue istanze riformatrici. E la Esortazione post-sinodale Amoris laetitia rappresenta una tappa decisiva di questo cammino. Non hanno torto dunque gli autori della Correctio filialis a papa Francesco, quando sottolineano «l’affinità tra le idee di Lutero sulla legge, la giustificazione e il matrimonio e quelle insegnate o favorite da papa Francesco in Amoris laetitia e altrove».
Va ricordato a questo punto che papa Bergoglio appartiene, come padre Pani, alla Compagnia di Gesù e che il fondatore di essa, sant’Ignazio di Loyola, fu il campione della fede che la Divina Provvidenza suscitò nel XVI secolo contro il luteranesimo. In Germania, apostoli come san Pietro Canisio e il beato Pietro Fabro contesero palmo a palmo il terreno agli eretici e sul terreno della controversia anti-protestante nessuno superò san Roberto Bellarmino.
La Civiltà Cattolica fu fondata nel 1850, con l’incoraggiamento di Pio IX, ed ebbe per molto tempo un ruolo di baluardo dottrinale contro gli errori del tempo. Fin dal suo primo numero, il 6 aprile 1850, dedicò un ampio saggio (anonimo, ma del padre Matteo Liberatore) al Razionalismo politico della Rivoluzione italiana, in cui riscontrava nel protestantesimo la causa di tutti gli errori moderni. Queste tesi vennero sviluppate, tra gli altri, da due noti teologi gesuiti, i padri Giovanni Perrone (Il protestantesimo e la regola della fede, La Civiltà Cattolica, Roma 1853, 2 voll.) ed Hartmann Grisar (Luther, Herder, Freiburg im Breisgau 1911/1912, 3 voll.).
Ma un particolare significato assume la commemorazione della rivolta luterana fatta dalla rivista della Compagnia di Gesù nell’ottobre 1917, IV centenario della affissione delle tesi di Wittenberg, (Lutero e il luteranesimo, in La Civiltà Cattolica, IV (1917), pp. 207-233; 421-430). Il teologo della Civiltà Cattolica spiegava che: «Essenza dello spirito luterano, ossia del luteranesimo, è la ribellione in tutta la sua estensione e in tutta la forza della parola. La ribellione quindi, che in Lutero si impersonò fu varia e profonda, complessa e vastissima; la quale apparentemente apparve e fu di fatti violenta, rabbiosa, triviale, oscena e diabolica; ma in fondo era studiata, diretta a seconda delle circostanze, e rivolta a fini di opportunismo e di interesse, intesi e voluti con animo misurato e tenacissimo» (pp. 208-209).
Lutero, continua La Civiltà Cattolica, «cominciò quella indegna parodia, con la quale il ribelle monaco attribuiva a Dio le idee, le bestemmie, le infamie della sua mente pervertita: egli oltraggiò in modo inaudito il Papa in nome di Cristo, maledisse a Cesare in nome di Cristo, bestemmiò contro la Chiesa, contro i vescovi, contro i monaci con irruenza addirittura infernale, in nome di Cristo; gettò la tonaca sull’albero di Giuda in nome di Cristo, e in nome di Cristo si congiunse con una sacrilega» (p. 209). «Col pretesto molto comodo di seguire la Scrittura, come quella che sola contiene la parola di Dio, egli rivolse la guerra alla teologia scolastica, alla tradizione, al diritto canonico, a tutte le istituzioni precetti della Chiesa, ai conciliialle quali cose tutte auguste e venerande, egli, Martin Lutero, monaco spergiuro e dottore rifatto, sostituì sé stesso e l’autorità sua! I papi, i dottori, i Santi Padri non valevano più nulla: più di tutti valeva il verbo di Martin Lutero!» (p. 212). La teoria della giustificazione luterana, infine, «è nata dalla fantasia di Lutero, non già dal Vangelo o dall’altra parola di Dio rivelata agli scrittori del nuovo Testamento: per noi ogni novità di Lutero ritrova la sua origine egli stimoli della concupiscenza, e il suo svolgimento nella falsificazione della Scrittura o nella bugia formale» (p. 214).
Padre Pani non potrà negare che il giudizio che egli dà di Lutero capovolge a 360 gradi quello che i suoi confratelli diedero, sulla stessa rivista, un secolo addietro. Nel 1917 egli era riprovato come apostata, ribelle, bestemmiatore; oggi viene esaltato come riformatore, profeta, santo. Nessuna dialettica hegeliana può armonizzare il giudizio di ieri con quello di oggi. O Lutero fu un eretico, che negò alcuni dogmi basilari del Cristianesimo, o fu un “testimone di fede”, che avviò la Riforma della Chiesa portata a termine dal Concilio Vaticano II e da papa Francesco.
In una parola, ogni cattolico è chiamato a scegliere se schierarsi a fianco di papa Francesco e dei gesuiti di oggi, o accanto ai gesuiti di ieri e ai Papi di sempre. È tempo di scelte e proprio la meditazione di sant’Ignazio sui due stendardi (Esercizi spirituali, n. 137) ci aiuta a farle in questi tempi difficili. (Roberto de Mattei)
Tutto è cominciato con lo "spirito del Concilio". La "Correctio" spiegata da Pietro De Marco


Ricevo e pubblico. L'autore ha insegnato nell'università statale di Firenze e nella pontificia facoltà teologica dell'Italia centrale.
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IL RETROTERRA ERETICO DI TANTA ODIERNA PRATICA PASTORALE
di Pietro De Marco
Ciò che mi ha convinto a firmare la "Correctio" è il suo nucleo dottrinale, ovvero la messa in chiaro delle “proposizioni false ed eretiche propagate nella Chiesa" anche da papa Francesco. Le proposizioni censurate hanno infatti il pregio di andare al cuore di opinioni e atteggiamenti intellettuali di rilevanza teologico-dogmatica diffusi da decenni nella "koinè" intellettuale cattolica.
Di tale "koinè" papa Jorge Mario Bergoglio partecipa spontaneamente. Essa è un portato di ciò che si chiama correntemente "spirito del Concilio", cioè del Concilio costruito dall’intelligencija ai bordi dell’aula conciliare e affermato negli anni successivi. Intere generazioni, in particolare quelle oggi anziane, ne sono impregnate e se ne fanno ancora portatrici senza autocritica, come se la Chiesa non avesse trascorso oltre mezzo secolo di travaglio per gli errori e gli effetti perversi indotti proprio da quello "spirito".
Con l’attuale pontificato, una visione "conciliare" fatta di poche formule, per lo più liquidatorie di ciò che è l’essenza del cattolicesimo – ragione e istituzione, dogma e liturgia, sacramenti e morale –, viene dilagando e imponendosi come opinione pubblica della Chiesa, sicura dell’appoggio personale del papa, colma di certezza, senza discernimento delle implicazioni e non senza sufficienza o disprezzo contro chi vi si oppone: così come appunto opera ogni ideologia.
In effetti se ne coglie un aspetto argomentativo e retorico non solo nelle esternazioni continue del pontefice, ma in documenti ufficiali come "Amoris laetitia". Così, per esemplificare, la distinzione tra regolare e irregolare è data per “artificiosa ed esteriore”; il giudizio secolare sul protestantesimo è attribuito a "paura e pregiudizio sulla fede dell’altro”; il rispetto della tradizione significa “tenere sotto naftalina, come una coperta contro i parassiti”; la plurisecolare legittimazione della pena di morte da parte della Chiesa è ricondotta alla “preoccupazione di conservare integri poteri e ricchezze”; e così via. Atteggiamento liquidatorio e tipiche retoriche "di base", oltre che del repertorio anticlericale, che hanno infestato gli anni Sessanta e Settanta (ne ho memoria precisa e copiosa, tra Firenze e Bologna) e da cui il "momentum" conciliare militante non si è mai liberato, ma che erano in declino, finché l’elezione di Bergoglio a papa non li ha paradossalmente rilegittimati addirittura ai vertici.
Premesse ed effetti di questa cultura sono appunto espressi nelle proposizioni definite “false ed eretiche” dalla "Correctio". Tali proposizioni devono essere intese come gli assunti impliciti, ovvero come le premesse maggiori, di quanto correntemente quella visione "conciliare" da anni afferma o propone a credere, e mette in atto sul cosiddetto terreno pastorale. Quando parola e pratica vengono portate alla loro oggettiva premessa di natura dottrinale, ne appare il potere erosivo, distruttivo. Sono queste, infatti, le voragini dottrinali che rendono possibile da decenni un galleggiamento della pastorale su formule liberanti, accostanti, generose, accompagnate da rassicurazioni per il fedele relative al loro fondamento "evangelico": fondamento dato per evidente, data la conformità di Gesù, un Gesù debole e  "peccatore", all’umano ordinariamente sperimentato.
Di fronte a tutto questo la "Correctio" è come una piccola "Pascendi", l'enciclica antimodernista di centodieci anni fa, che però – e drammaticamente – non proviene da un pontefice ma è rivolta a lui come censura.
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Si  è notato acutamente come, proprio nelle culture teologiche e pastorali "critiche" che accompagnano l’azione del papa, sempre volte a declassare la legge canonica, appaia oggi un’attenzione inedita verso la norma. Perché? Perché la sensibilità pastorale, vuota di ragioni teologiche, è divenuta una corsa ad alleggerire, ad esonerare. Le preoccupazioni pastorali che guidano cleri ed episcopati consistono oggi nel cercare di garantire una sorta di trattamento egualitario ai fedeli, di gratificarli con un pubblico riconoscimento di parità di diritti di cui l’accesso all’eucaristia è solo la parte emergente, quale che sia la loro situazione di fronte a teologia morale e a diritto canonico. Non molti sembrano accorgersene, nemmeno il papa, ma la prassi pastorale della misericordia rincorre oggi, in particolare nelle società urbane e secolarizzate di tutto il mondo, nelle "periferie esistenziali" piccolo borghesi più che nelle "favelas", proprio la macchina perversa dell’ipertrofia dei diritti individuali.
Diritti e vantaggi, dunque: la pastorale tende ad assomigliare a un’opera aziendale di fidelizzazione dei clienti. Oggi l’accesso a richiesta all’eucaristia, domani molto oltre. Infatti, al di là della teologia morale e del diritto, è la dissoluzione della teologia della grazia e della vita soprannaturale, è la riduzione dei sacramenti ad antropologia ed etica sociale, che diventano sempre più palesi.
L’esito immediato è un paradossale pelagianesimo senza norme, se non quelle individuali, intuitive, emozionali, di situazione. Che è la linea da secoli percorsa da protestantesimi modernizzanti e da cristianesimi "senza chiesa". Non stupisce quella scoperta quasi entusiastica di Lutero che affiora nelle parole di Bergoglio e che, non senza sbigottimento, la "Correctio" denuncia.
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Per questo la prima formulazione censurata dalla "Correctio" ("Homo iustificatus iis caret viribus…") è, nella sua tecnicità, la più profonda, nel senso che va di più al cuore del dramma pluridecennale della teologia cattolica recente. Essa denuncia nella "pastoralità" corrente la vanificazione della cognizione della grazia, in particolare della grazia santificante, sostituita dalla pretesa del fedele alla giustificazione nei confronti di Dio e della Chiesa.
Anche la più generosa delle ipotesi nei confronti di Francesco, che egli intenda guadagnare generale consenso a Roma nel mondo, per veicolare poi, con l’autorità conferitagli da una nuova legittimazione universale, un annuncio, quello eterno, oggi non ascoltato, anzi irricevibile, avrebbe senso se l'odierna fase di fidelizzazione non lasciasse dietro di sé le macerie delle verità da proporre a credere domani.
Questa ipotesi a due tempi (essere "accostanti" oggi per essere nuovamente ascoltati domani, in una predicazione e in un annuncio rigorosamente ortodossi) ancora caratterizzava le rette intenzioni di papa Giovanni XXIII e dei padri conciliari. Ma la cultura "di base" operante in Bergoglio non vi partecipa più in alcun modo. L’essere "accostanti" equivale oggi in realtà a un acritico farsi uguali per essere accetti, senza alcuna "metanoia" nell’altro. Perché l’altro è divenuto nel frattempo un canone, per di più liquido.
Questa attrazione mimetica verso il mondo, cioè verso la laicità moderna, che in cinquant’anni ha prodotto nella Chiesa un drammatico dissanguamento di uomini, con la Compagnia di Gesù tra le più colpite, ha appunto come retroterra un plesso di convinzioni false ed eretiche. A tali complessi mimetici, proposti con autorità da intellettuali innovatori, a tali affastellamenti di mezze verità e di errori, gli ultimi papi si sono tutti opposti.
Ma ora c'è un papa che per la prima volta si fa garante e attore "in capite" proprio di quel corrosivo magma postconciliare e dell’infelice tentativo odierno di accontentare fedeli riottosi a spese della verità e profondità cristiana. E la pressione sociologica del mondo dei divorziati è, per molti teologi e moralisti, solo un pretesto.
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Il testo qui sopra è una sintesi di un intervento più ampio del professor Pietro De Marco, che può essere letto integralmente in quest'altra pagina di Settimo Cielo:



Settimo Cielo di Sandro Magister 09 nov


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