ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 20 novembre 2017

Il Nobel per la banalità


ARIAS DIO NON TORNA INDIETRO

Dio non torna indietro? Dipende da chi pone le indicazioni stradali. Abusando del suo ruolo di prete, o di ex prete, Arias infila una collezione pietosa di slogan sessantotteschi che meriterebbero il Nobel per la banalità 
di Francesco Lamendola   

Dio non torna indietro, dicono da alcuni decenni, e specialmente oggi, i fanatici dello “spirito del Concilio”, che sentono odor di rivincita e che pregustano, con la “dotta” guida del cardinale Walter Kasper, il piacere di imprimere alla Chiesa cattolica quella irreversibile svolta a sinistra, in senso progressista e modernista, che invece, a partire dalla enciclica Humane vitae di Paolo VI, e sino al pontificato di Benedetto XVI, era stata, secondo loro, perfidamente e ottusamente ostacolata, sabotata, snaturata e perfino “tradita” (come se si potesse tradire una interpretazione soggettiva).
Dio non torna indietro: essi hanno arruolato Dio nelle loro file, gli hanno applicato una coccarda tricolore sul petto, gli hanno messo un berretto frigio sulla testa, gli hanno infilato una bandiera rivoluzionaria tra le mani: e hanno deciso che quel Dio, il loro Dio, andrà sempre avanti, sulle barricate, spazzando via, una dopo l’altra, tutte le resistenze conservatrici e oscurantiste. Dio è con loro, essi con Lui: marciano col medesimo passo cadenzato, verso le magnifiche sorti e progressive.

Juan Arias, classe 1932, ex prete spagnolo passato al secolo e felicemente sposato, giornalista, filologo, scrittore, lungamente presente in Italia (più che nella sua patria natale), corrispondente di El País, è stato, ed è tuttora, uno dei più intrepidi difensori di questa fazione; il suo libro Il Dio in cui non credo, apparso nel 1975, oltre a evidenziare, già nel titolo, l’incontenibile narcisismo e lo spirito profondamente divisivo dell’autore, è stato uno dei primi a suonare la tromba per incitare le folle catto-progressiste a spingere le “riforme” sempre più avanti, allargando al massimo le brecce che erano state aperte nella millenaria struttura della Chiesa.
In un altro suo libro L’ultima dimensione. Libertà, coscienza, creatività, l’infaticabile saggista, fra le altre cose, se ne esce con un concetto teologicamente assurdo e blasfemo: che Dio non torna indietro; volendo intendere che le “conquiste” dello spirito conciliare – non del Concilio in se stesso, nei suoi precisi documenti e nelle sue deliberazioni ufficiali, si badi, ma nelle intenzioni, progressiste, ovviamente, di una parte dei suoi membri – non si toccano; e che se qualcuno le tocca, muore, come morì folgorato quell’Israelita che osò porre le mani sull’Arca dell’Alleanza, e sia pure per impedire che cadesse a terra (2 Samuele, 6, 1-8; 2 Cronache, 13, 9-10).
Bisogna dire, a parziale scusante del poverino, che Juan Arias era profugo dalla Spagna franchista e che in Italia, l’Italia degli anni ’60 e ’70 del Novecento, tutta orientata a sinistra e tutta pervasa dal sacro fuoco del cattocomunismo – aveva trovato una seconda patria, una nuova cittadinanza, e la possibilità di esprimere apertamente le sue idee politiche di sinistra, per la prima volta, senza temere ritorsioni, anzi, trovando molte platee più che disposte ad ascoltare i suoi sermoni per metà religiosi e per metà politici, da ex prete che si porta addosso il vizio di sermoneggiare dal pulpito, anche se ha preferito lasciare la tonaca e correre le strade del mondo, inebriandosi al profumo di una libertà tutta umana e immanente. Senza questa doverosa specificazione, crediamo che sarebbe assai difficile passargli alcune espressioni teologicamente non solo blasfeme, ma demenziali, come quando egli afferma che Dio non ha alcuna nostalgia nei confronti del fascismo. Certo, Arias è rimasto personalmente scottato dalla dittatura franchista, e, dal suo punto di vista, ha tutte le ragioni di detestarla; gli piace anche citare il teologo Dietrich Bonhoeffer, che, oltre ad essere luterano, è anche un teologo”negativo”, cioè, press’a poco, una specie di ateo travestito da teologo: e va bene anche questo, visto che Bonhoeffer è morto in un odioso "campo" di concentramento, assassinato dai nazisti, al cui regime si era coraggiosamente opposto. Però, per carità: non abbassiamo il buon Dio al livello delle nostre beghe tutte umane, tutte moderne! Le lancette dell’orologio di Dio corrono su un altro tempo che quello umano. Perché non dire che Dio non ama neppure il comunismo, allora, quando è ben noto che Stalin ha fatto più vittime – più milioni di vittime, non migliaia – di Hitler; e che Mao ha superato perfino il suo maestro Stalin? Se proprio si vuol dire che Dio non ama i fascisti, perché si dovrebbe dare a intendere che Egli ha, invece, un occhio di riguardo per i comunisti? Forse perché dei “teologi” come Juan Arias hanno simpatie per l’idea comunista, e si sentono forti del fatto di condividerle con un certo numero di sedicenti cattolici e persino di preti? Ma questo è un problema tutto loro: è penoso vederli tirare Dio per il lembo della giacca, e cercare di arruolarlo nel loro esercito. Forse Dio ha qualcosa di meglio da fare, che schierarsi e parteggiare per le ideologie umane, siano esse di destra o di sinistra, reazionarie o rivoluzionarie. Forse il suo Regno, come disse Gesù Cristo a Pilato, non è di questo mondo, dopotutto; e il suo simbolo non solo non è, ma neppure potrebbe mai essere, la falce e il martello: non più di quanto potrebbe mai esserlo la svastica, comunque, oppure la scure con il fascio littorio.
Scrive, dunque, Juan Arias nel suo libro L’ultima dimensione (Assisi, Cittadella Editrice, 1973, pp. 177-180; da notare la dedica iniziale: Agli ultimi, perché è da loro che attendo una speranza che non sia vana; e perciò sin dalla prima pagina si capisce quale sia il Dio da cui egli si attende la redenzione):

Dire che Dio non torna indietro, in questo omento storico – 1973 – equivale a dire che Dio non ha nostalgie fasciste.
Fra i tanti falsi volti attribuiti al Dio cristiano c’è anche questo: il volto del Dio delle paure e delle nostalgie del passato.
Ma anche questo è un idolo da smascherare. Fa, certo, comodo a quanti vorrebbero giustificare davanti alla propria religione il ritorno all’autoritarismo, alle dittature e ai fascismi.
Ma allora bisogna avere il coraggio di farlo da atei o meglio da pagani, perché gli atei seri difficilmente sono fascisti.
È invece necessario dire apertamente che il Dio cristiano, Gesù di Nazareth, non ha niente a che vedere con queste vecchie scorie politiche.
Il vero Dio non ha mai tentazioni di paura e di ritorni; non ha la tentazione di un ordine a scapito della libertà e della giustizia che costano sempre un prezzo molto elevato.
Oggi c’è una doppia preoccupazione;: ci sono coloro che assolutamente vogliono tornare indietro: nella politica, nella religione, nella cultura, in tutto, e ce ne sono tanti altri che hanno invece la paura che si possa davvero tornare indietro.
Per me sono questo ultimi i veri uomini.
Ecco perché dire che Dio non torna indietro è in qualche maniera dare una definizione di Dio nel momento storico presente.
Ma quale Dio?
Certo non il Dio che vorrebbero i nostalgici, eredi fedeli degli israeliti che nel lungo pellegrinaggio nel deserto verso il regno volevano sempre tornare indietro alle gustose cipolle di
Egitto, perché il pane dell’avventura e della fede nel futuro era più amaro e più povero. Ma la liberazione era avanti, dopo il deserto, non indietro.
Il Dio che non torna indietro è il Duo della Bibbia, il Dio dei profeti, il Dio di Abramo, il Dio che condannava continuamente il suo popolo ogni volta che aveva la tentazione non solo di tornare indietro ma anche di fermarsi, mettendo definitivamente la tenda non importa dove pur di non essere “nomadi”, cioè ricercatori di terre nuove.
È il Dio, quindi, che spinge sempre verso il futuro, il Dio che non si ferma mai perché ha sempre l’infinito davanti.
È Gesù di Nazaret che si  chiamato da se stesso col solo nome di “Figlio del’uomo”. È il Dio che, chi lo rifiuta, deve farlo soltanto a un prezzo: rinunciare a lottare per la liberazione del’uomo.
Sì; oggi un ateo può esserlo soltanto a questo prezzo: perché qualsiasi mossa autentica per salvare o liberare un uomo è un gesto cristiano e quindi divino.
Come chi lotta contro ogni dogmatismo, contro ogni dittatura, contro ogni autoritarismo o pressione non può permettersi di chiamarsi fascista.
Da che cosa non torna indietro il Dio cristiano?
Da una enorme “follia” alla quale non abbiamo ancora creduto fino in fondo, La più grande follia che mai abbia sentito la storia, la follia chiamata “incarnazione”, cioè la decisione di Dio di diventare uomo, vero uomo e per sempre, con tutti  rischi e le conseguenze.
Dio, di questa follia non si pente; non torna indietro.
Noi ci abbiamo creduto così poco che continuiamo ad andare avanti come se ciò non fosse accaduto.
Incredibile paradosso: tante volte sono gli atei quelli che sembra abbiano capito qualcosa, perché agiscono come se in realtà l’uomo fosse la cosa più importante su questa terra.
Noi, no. Anche se a volte lo diciamo, in realtà diamo più importanza a un sacco di cose che all’uomo.
Quindi, lo vogliamo o no, noi cristiani sappiamo ormai che il nostro Dio non è più un Dio nascosto, senza nome e senza volto. Ha un volto ben preciso: il volto dell’uomo; e un nome anche ben preciso: il nome anagrafico di ogni singolo uomo.
Quindi, per capire qualcosa di Dio dopo quella sua “follia”, dobbiamo passare per il mistero “uomo”, dobbiamo guardare gli uomini negli occhi e sentire da loro qual è il nome di Dio.
E di questo Dio non si pente più. Non arriverà il giorno in cui dirà: “Bene, mi sono stancato di essere uomo. Torno di uovo al mio cielo., non cercatemi più fra gli uomini ma nella solitudine, fra le nuvole, nel divino. State attenti, più sarete lontani dagli altri uomini più riconoscerete il mio volto”… 

Dio non torna indietro? Dipende da chi pone le indicazioni stradali…

diFrancesco Lamendola
Articolo d'Archivio

Già pubblicato il 21 Marzo 2016


Del 19 Novembre 2017
continua su:
http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/la-contro-chiesa/1897-arias-dio-non-torna-indietro

La Giornata (ipocrita) per i diritti dell’infanzia

    Nella mia totale ingenuità pensavo che oggi, 20 novembre, fosse sant’Edmondo martire. Apprendo invece che è la Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza, istituita, ça va sans dire, dall’Onu. Non c’è niente da fare, non riesco a sintonizzarmi sulla lunghezza d’onda secolarizzata. Procedo con la mia vecchia agenda piena zeppa di santi e ignoro le Giornate mondiali: un peccato del quale prima o poi dovrò rispondere di fronte a qualche tribunale.
Comunque sia, visto che è la Giornata dell’infanzia e dell’adolescenza, sono andato a vedere di che si tratta (a dire il vero, non ho mai ben capito a che cosa servano tutte queste Giornate) e così ho scoperto che vuole essere un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica (perdonatemi l’espressione abusata, ma così dicono i promotori) sulla condizione di tanti bambini e adolescenti che nel mondo soffrono a causa di svariati problemi.
Come leggo su un noto periodico di costume, moda, cultura e politica, sono milioni i minori la cui infanzia è negata e occorre difendere i loro diritti: «Alcuni crescono in carcere, altri lavorano giorno e notte quando le loro mani sono così piccole da non riuscire nemmeno a stringere una mela, altri ancora crescono tra abusi che subiscono in silenzio. Ci sono i bambini che da quando sono nati conoscono solo la guerra, quelli che hanno paura a guardare il cielo perché temono che gli aerei portino solo bombe. Bambini soldato, baby prostitute, baby kamikaze. Ci sono quelli che attraversano il mare da soli, sbattono i denti in silenzio, nascosti nelle stive o aggrappati ai camion che varcano i confini di Paesi sconosciuti. Per tutti loro, il 20 novembre si celebra la Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Era il 1989 quando l’Organizzazione  delle Nazioni Unite firmava la Convenzione dei diritti dell’infanzia, approvata da tutti i paesi del mondo. Cinquantaquattro articoli per sancire e tutelare i diritti dei più piccoli: alla vita, alla salute, allo studio, alla parola che è libertà».
Molto bene. Tuttavia, nella mia totale ingenuità mi chiedo: quali sono i bambini meno tutelati di tutti? Quali sono i bimbi privati di ogni diritto, a partire dal diritto alla vita stessa? Quali i bambini che subiscono la violenza più brutale? Quali i più innocenti fra gli innocenti? Quali i bimbi che non possiedono nessunissima possibilità di far sentire la loro voce o il loro vagito? Quali i bimbi che non vedranno mai la luce? Quali i piccoli che non diventeranno né infanti né adolescenti?
La risposta è semplice: i bambini che vengono uccisi ancora prima di nascere. Anche loro hanno mani piccolissime. Anche loro subiscono abusi tremendi (quale abuso è più grande della negazione della vita stessa?), anche loro conoscono solo la violenza, anche loro non hanno alcuna possibilità di farsi sentire, e anche loro sono milioni e milioni. Però dei bimbi abortiti l’Onu non si cura.
Anzi, il nobile consesso, così prodigo di Giornate mondiali politicamente correttissime, non perde occasione di esortare i paesi membri a garantire l’accesso all’aborto nel modo più ampio possibile.
Allo stesso modo, dei bimbi vittime dell’aborto non si occupano neppure i noti periodici di costume, moda e cultura, sempre pronti a enfatizzare la portata delle varie Giornate mondiali escogitate dai pensatori delle Nazioni Unite. Non se ne occupa la grande stampa, non se ne occupano gli intellettuali specializzati in indignazione. E purtroppo in certi casi non se ne occupano neanche gli uomini di Chiesa, troppo impegnati a rincorrere la modernità.
E così, tanto per restare in argomento Onu, ci tocca pure (roba di qualche mese fa) subire rimbrotti, perché l’Italia, «a causa dell’elevato numero di medici che si rifiutano di effettuare aborti per motivi di coscienza, nonché per la distribuzione degli stessi in tutto il paese», non sarebbe in regola con il rispetto del diritto all’aborto, e quindi «lo Stato dovrebbe adottare misure necessarie per garantire il libero e tempestivo accesso ai servizi abortivi legali sul suo territorio, anche prevedendo un sistema di riferimento efficace per le donne che sono in cerca dei servizi abortivi».
Ora, capite da chi arriva l’invito a mobilitarsi, tramite specifica Giornata mondiale, a favore di infanti e adolescenti? Un po’ come se il Gatto e la Volpe si facessero promotori di una Giornata mondiale per il rispetto dei diritti di Pinocchio, o Barbablù perorasse la causa delle mogli maltrattate.
Fra l’altro, nel loro report di rimbrotti e preoccupazioni rivolto all’Italia, i pensatori dell’Onu sostengono, senza vergogna, che in nome della libertà di pensiero e di espressione «lo Stato dovrebbe depenalizzare la bestemmia», eliminando la sanzione amministrativa che da noi ancora colpisce il bestemmiatore. E notate che la richiesta arriva dagli stessi secondo i quali l’Italia dovrebbe  prevedere strumenti giuridici per contrastare i cosiddetti «hate speech», i discorsi d’odio, a danno di persone omosessuali e transessuali. Cioè: se l’«hate speech» è contro omosessuali e transessuali va sanzionato, se è contro Dio va liberalizzato.
Certe volte mi piacerebbe essere presente alle riunioni dei grandi pensatori Onu, per vederli all’opera mentre lanciano l’idea di una Giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e cinque minuti dopo chiedono più contraccezione, più aborti, meno obiettori.  Dissociazione mentale? No, progressismo.
Sant’Edmondo martire, prega per noi.
Aldo Maria Valli


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