ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 13 gennaio 2018

Date queste premesse..

Rahner, la chiave per scardinare duemila anni di fede




Molti hanno commentato le affermazioni di don Maurizio Chiodi, teologo e membro della Pontificia Accademia per la Vita, sulla contraccezione, e tra di essi anche noi de la Nuova Bussola Quotidiana (vedi qui e qui). In genere però ci si è soffermati sulle sue affermazioni e meno sulle motivazioni o assunzioni di principio. Queste ultime, da lui espressamente indicate, sono due: il principio della interpretazione di Humanae vitae alla luce di Amoris Laetitia e la “svolta antropologica” di Karl Rahner.

Può essere utile indugiare su questi due principi perché, a partire da essi, il prof. Chiodi è stato assolutamente coerente nelle sue conclusioni di apertura alla contraccezione nella morale cattolica. Si potrà così capire anche che i due principi sono strettamente connessi l’uno con l’altro.

La “svolta antropologica” di Karl Rahner, come ho cercato di mostrare in un mio recente libretto, non consiste genericamente in uno sguardo rivolto all’uomo, una specie di nuovo umanesimo o di nuovo personalismo cristiano. Esso consiste nella radicale accettazione della completa storicità dell’uomo. Svolta antropologica vuol dire che Dio si incontra nell’uomo e nel suo mondo storico. L’uomo è sempre “dentro” la storia, è strutturalmente “situato”, ha sempre alle spalle qualcosa che lo condiziona, un orizzonte che viene prima della sua esperienza storica e che la rende possibile.

Per riprendere una immagine di Étienne Gilson, è come se l’uomo fosse davanti ad una scenografia e, tentando egli di andare al di là della scenografia per conoscere la realtà, qualcosa in lui producesse un’altra scenografia, senza mai uscire dalla successione delle scenografie. L’uomo non incontra mai il trascendente, incontra sempre l’immanente perché l’uomo – ecco appunto la “svolta antropologica” – fa strutturalmente parte del problema che egli vorrebbe risolvere, quello del senso della vita, e facendone strutturalmente parte, non vede mai le cose da un punto di vista esterno e trascendente ma sempre dall’interno.
La rivelazione di Dio avviene così, dentro la storia umana e in modo umano, tramite eventi umani: Dio nella storia non c’è, c’è solo l’uomo, e se vogliamo parlare di Dio dobbiamo parlare dell’uomo, se vogliamo vedere Dio dobbiamo guardare l’uomo. Dio si incontra nell’uomo e il mondo è grazia.

Si capisce subito che, date queste premesse, non si potrà pensare all’esistenza di divieti morali da rispettare sempre e in ogni situazione. Né la Humanae vitae né la Veritatis splendor possono stare dentro questo contesto teologico. Esso le espelle da se stesso e, se assunto, ne provoca la radicale revisione. Le pretese di principi morali assoluti sarebbero da considerarsi ideologiche. Dopo la svolta antropologica di Rahner, infatti, ogni posizione dottrinale definitiva, sia in campo dogmatico che morale, è da considerarsi la pretesa ideologica di voler vedere Dio come se fosse una cosa di questo mondo, mentre invece vediamo solo l’uomo, la pretesa di sottrarci al condizionamento strutturale in cui ci troviamo e ridurre la verità cristiana a definizione, a legge, a norma, a struttura, la pretesa di sentire la Parola di Dio definitiva mentre invece Egli è il Silenzio e si esprime atematicamente (ossia non dandoci dei contenuti) da dentro le vicende umane. Dio non lo si vede, e nemmeno la sua dottrina immutabile: nella storia ci si può solo porre domande (la cosiddetta “questionabilità”), discernere sempre provvisoriamente le situazioni, accompagnarci in una ricerca priva di pretese.

Dichiarando i suoi principi di partenza, il Prof. Chiodi si è dimostrato coerente nelle conclusioni. Il problema, piuttosto, è che egli ha indicato nella “svolta antropologica” di Rahner un presupposto ovvio e scontato, mentre rimane ancora qualcuno che lo contesta. Non c’è dubbio che tale principio oggi rappresenti una nuova Scolastica, che il teologo che lo negasse avrebbe difficile vita accademica, che le applicazioni che ne derivano sono dilagate e diventate pane quotidiano fin nella più piccola parrocchia, ma con ciò la “svolta antropologica” di Rahner non è ancora dottrina della Chiesa.

E così arriviamo al secondo dei principi indicati dal prof. Chiodi. Sarebbe normale pensare che, dato che esiste una tradizione della Chiesa, è l’ultimo documento magisteriale a dover essere letto a partire dai precedenti e non viceversa. Anzi, prima ancora, il magistero dovrebbe aver pubblicato l’ultimo documento garantendo che è in linea con i precedenti e ammettendo quindi implicitamente già con la stesura e l’autorevole pubblicazione del nuovo testo che così esso deve essere letto. Ma se ci si colloca dentro la nuova prospettiva della “svolta antropologica” emerge l’esigenza contraria. Dogmi e principi morali cambiano perché Dio ce li rivela non in presunte “tavole” fuori dal tempo, ma dentro le vicende della storia e quindi oggi potrebbe essere proprio Dio a volere che la Chiesa faccia questo passo in avanti nel tema della contraccezione.
Stefano Fontana
http://www.lanuovabq.it/it/rahner-la-chiave-per-scardinare-duemila-anni-di-fede 

Teilhard de Chardin padre della New Age. Osservazioni di Manfred Hauke sulla recente proposta di riabilitazione del paleontologo francese

Come è stato riportato da molti siti (vedi qui, qui e qui), nel novembre dello scorso anno è stata sottoposta alla riunione dell’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura una proposta da far giungere a Papa Francesco, nella quale si chiede di considerare la possibilità di rimuovere il Monitum della Sacra Congregazione del Sant’Uffizio (1962) sulle opere di P. Pierre Teilhard de Chardin, S.J. La petizione è stata accolta sabato 18 novembre durante i lavori dell’Assemblea riunitasi sul tema Il futuro dell’umanità: nuove sfide all’antropologia. La proposta è così motivata: “Riteniamo che un tale atto non solo riabiliterebbe lo sforzo genuino del pio gesuita nel tentativo di riconciliare la visione scientifica dell’universo con l’escatologia cristiana, ma rappresenterebbe anche un formidabile stimolo per tutti i teologi e scienziati di buona volontà a collaborare nella costruzione di un modello antropologico cristiano che, seguendo le indicazioni dell’Enciclica Laudato Si’, si collochi naturalmente nella meravigliosa trama del cosmo”. Proponiamo qui di seguito, nella nostra traduzione e con l’autorizzazione dell’Autore, le puntuali osservazioni critiche del teologo Manfred Hauke pubblicate l’8 dicembre dal quotidiano tedesco Die Tagepost.

Recentemente il Consiglio Pontificio per la Cultura ha pubblicato sulla sua pagina internet una “proposta” che risale all’ultima riunione plenaria tenutasi a metà di novembre: “Il futuro dell’umanità. Nuove sfide per l’antropologia”. Un professore italiano di astrofisica avrebbe chiesto in una lettera a Papa Francesco “di considerare la possibilità di ritirare il monitum con cui nel 1962 la Congregazione per la Dottrina della Fede – allora Sant’Uffizio – colpiva gli scritti di padre Teilhard de Chardin sj”. Questa proposta non è stata messa ai voti, anche se i presenti, e tra questi Cardinali, Vescovi e laici, l’hanno fatta propria e anche sottoscritta.
Il monito in questione è molto breve: “Alcune opere del Padre Pierre Teilhard de Chardin – anche quelle pubblicate dopo la sua morte – vengono diffuse e trovano non poco favore. A prescindere dal giudizio su ciò che attiene alle scienze positive [le scienze naturali], è sufficientemente evidente che le opere suddette contengono ambiguità ed errori tanto gravi in materia filosofica e teologica da ledere la dottrina cattolica. Pertanto gli Eminentissimi e Reverendissimi Padri della Suprema Sacra Congregazione del Santo Offizio esortano gli Ordinari e i Superiori di Istituti Religiosi, i Rettori dei Seminari e delle Università a proteggere efficacemente le anime, specialmente la gioventù, dai pericoli contenuti nelle opere di Padre Teilhard de Chardin e dei suoi seguaci” (tradotto da AAS 54, 1962, 526). Si tratta qui dunque non soltanto di dati scientifici concernenti la dottrina dell’evoluzione ma dell’ambito della filosofia e della teologia rispetto al quale le opere di Teilhard contengono “ambiguità” e “gravi errori” non conciliabili con la Fede cattolica.
Ne L’Osservatore Romano del 1 luglio 1962, dove il monitum fu pubblicato per la prima volta, segue immediatamente un commento non firmato dal titolo “Pierre Teilhard de Chardin e il suo pensiero nell’ambito della filosofia e della teologia” il quale prende in considerazione anche il libro di Henri de Lubac su Teilhard. Nel testo, relativamente dettagliato e dotato di precise indicazioni delle fonti, si osserva che il concetto di creazione di Teilhard non corrisponde a quello della dottrina della Chiesa (“unificazione” al posto di creazione dal nulla). E così anche la trascendenza di Dio non è fatta sufficientemente salva. La distinzione tra naturale e sovrannaturale è cancellata. Lo stesso vale per il rapporto tra spirito e materia. Il peccato originale, come inteso dalla Chiesa, è negato. Gli errori qui menzionati non sono di poco conto. Il commento critica anche il libro di de Lubac che, sebbene elenchi numerose mancanze (soprattutto riguardo al peccato originale), loda la concezione complessiva del pensiero di Teilhard sminuendone gli errori.
La proposta del Consiglio Pontificio per la Cultura potrebbe essere convincente se il suo autore, in base a un’analisi dell’opera complessiva di Teilhard, dimostrasse che il Sant’Uffizio incorse in errori di giudizio per non avere studiato con precisione gli scritti di Teilhard. Ma un simile tentativo non è stato intrappreso. Il documento del Consiglio Pontificio, pubblicato in internet senza firme, ammette al contrario che “è chiaro che il tentativo di un’interpretazione filosofico-teologica fatto da Teilhard è in alcuni punti carente e che l’insufficiente precisione del suo linguaggio non favorisce sempre la giusta comprensione”. Non diversamente affermano il Monitum e il relativo commento quando menzionano gravi errori e proposizioni equivoche. Come potrebbe allora il Santo Padre revocare il Monitum?
I redattori del documento sono certi che un siffatto provvedimento sia un “gesto eloquente” per “promuovere il reciporoco dialogo tra scienza e fede”? Proprio per gli scienziati è importante un linguaggio chiaro e di quella concettualità ben elaborata che si dissolve nella colata pseudomistica del paleontologo francese. Il biologo evoluzionista Franz M. Wuketits (non credente) osserva, in maniera critica, che la “mistica dell’evoluzione” di Teilhard “è difficilmente digeribile per un uomo più o meno abituato a pensare con chiarezza”.
In Teilhard è senza dubbio apprezzabile lo sforzo di descrivere lo sviluppo del cosmo all’interno di una visione che si orienta a Cristo. In questo senso la concezione teilhardiana ha carsicamente condizionato il documento conciliare Gaudium et Spes, e alcuni Papi, da Paolo VI a Francesco, hanno considerato positivamente alcuni singoli aspetti dell’impostazione del gesuita (vedi enciclica Laudato si’ 83, nota 53). Lo svolgimento concreto di questa sintesi è tuttavia viziato da gravi problemi interni e dai danni che ne sono le conseguenze. Queste difficoltà emersero già all’inizio della “carriera” di Teilhard quando, nel 1922, pubblicò un saggio sul peccato originale. Teilhard, che non era un teologo di professione e insegnava geologia all’Istituto Cattolico di Parigi, in questo scritto sostiene il passaggio dall’animale all’uomo tramite l’evoluzione. Creazione, caduta nel peccato, incarnazione e redenzione non sono eventi storici ma sono messi sullo stesso piano delle realtà interne al mondo. Il peccato originale è da sempre mescolato all’essere del mondo proprio come la realtà di Dio. Il male – il peccato originale – è equiparato alla molteplicità nel cosmo che deve cedere a una progressiva unificazione. In questa concezione non c’è naturalmente spazio per l'origine divina dell’uomo nel Paradiso.
Come ricorda criticamente Walter Kasper, lo stesso Teilhard ebbe una volta occasione di osservare che la sua spiegazione del male ha un sentore di manicheismo. Non desta perciò meraviglia il fatto che a Teilhard fu proibito dai suoi superiori di pubblicare ulteriori scritti teologici.
I teologi Hans-Eduard Hengstenberg e Leo Scheffczyk hanno confermato il giudizio critico espresso durante il pontificato di Giovanni XXIII: l’intera concezione di Teilhard è problematica. Questa conclusione concerne la confusione fra natura e grazia, che favorisce la secolarizzazione, e le affermazioni sull’operare di Dio nel mondo stando alle quali gli interventi immediati di Dio dileguano lasciando posto all’operare delle cause seconde create. L’opera di Teilhard contiene una forte tendenza al panpsichismo e al panteismo. Il gesuita francese è uno dei “padri” della New Age. Nel libro culto di questo movimento negli anni Ottanta (Marylin Ferguson, The Aquarian Conspiracy) Teilhard è l’autore più citato. Il significato dell’anima spirituale dell’uomo, l’influsso degli angeli, che non procedono da alcuna evoluzione, la realtà del peccato originale e la realtà di Dio trascendente il mondo cadono, in Teilhard, nel vortice di un pensiero che riporta alla gnosi. La sua proposta ebbe la sua maggior fortuna negli anni Sessanta del secolo passato trascinati dal fascino del “progresso”, ma nella riflessione teologica intanto c'è stato un ulteriore sviluppo. Il dialogo tra le scienze naturali, la filosofia e la teologia è certamente un importante compito, ma a ciò non può essere utile la proposta di lavare le macchie nere di Teilhard de Chardin. 

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.