ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 27 febbraio 2018

Sono venuto a fare restituzione..

Vergogna o sacro timor di Dio? Chi non dobbiamo giudicare?



Abbiamo ricevuto questa e-mail, della quale riportiamo l’essenziale, sulle parole di papa Francesco a riguardo della VERGOGNA nella confessione e del non giudicare.
Cari amici del sito, vi scrivo per avere un chiarimento ad un fatto che mi sta impegnando anche con alcuni sacerdoti, ma dalla quale non ne usciamo. Papa Francesco ha inaugurato una nuova visione della Confessione, sacramento della penitenza, fin dall’Anno della Fede e poi ogni tanto, anche nell’Anno del giubileo misericordioso, insomma, ha parlato della confessione in termini spiccioli e aggiungendo sempre il concetto della vergogna e del non giudicare. (….)  non ne usciamo fuori, anche con il parroco che non sa come rispondere, insomma volevo chiedervi un chiarimento: vergogna o sacro timor di Dio? E come dobbiamo intendere il non giudicare? Come leggere le parole del Papa? (..)
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Gentile F. grazie per questa e-mail, proviamo a fare alcuni ragionamenti insieme.
Intanto, per far capire ai nostri lettori, ci riferiamo alla omelia del mattino del Papa, vedi qui testo ufficiale, nella quale si parla di “due consigli spirituali” da dare e, se i termini hanno ancora un valore, consigliare è offrire qualcosa su cui meditare, ragionare. Purtroppo tutto questo magistero si fonda da cinque anni più sui “consigli” che sulla dottrina, come se non avessimo una dottrina.
Comunque sia, tutto il discorso fatto dal Papa è corretto per una personale conversione ed esame della propria coscienza, è corretto in tutto il contesto del suo modo di offrire alcuni consigli per convertirci in questa Quaresima e assumerci la responsabilità della conversione, facendoci trovare pronti davanti al giudizio di Dio che ci attende. Tuttavia – papa Francesco – tende ad interpretare ancora una volta quel “non giudicare” anche nei confronti del MALE E DEL PECCATO che il prossimo commette. Spesso il problema non sta in ciò che il Papa dice, ma in ciò che dovendo dire, non dice.
Se è vero che dobbiamo occuparci prima dei nostri peccati, ricordiamo la trave e la pagliuzza (Lc.6,41), è anche vero che dobbiamo capire come, dove e quando il nostro prossimo commette il male e perciò non seguirlo. Quando, infatti, nella comunità Paolo si rende conto che avevano accolto ciò che era male, il suo giudizio è terribile: “Non è una bella cosa il vostro vanto. Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta?  Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!” (1Cor.5,6-7)
A cosa si riferisce, Gesù, quando dice di non giudicare? Lo spiega san Paolo, abbiate la pazienza di leggere il passaggio che oggi, infatti, non si cita più nelle Letture liturgiche: “Vi ho scritto nella lettera precedente di non mescolarvi con gli impudichi.  Non mi riferivo però agli impudichi di questo mondo o agli avari, ai ladri o agli idolàtri: altrimenti dovreste uscire dal mondo!  Vi ho scritto di non mescolarvi con chi si dice fratello, ed è impudico o avaro o idolàtra o maldicente o ubriacone o ladro; con questi tali non dovete neanche mangiare insieme.  Spetta forse a me giudicare quelli di fuori? Non sono quelli di dentro che voi giudicate?  Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi!” (1Cor.5,9-13)
Appare evidente perciò che non ci è dato di giudicare chi è fuori della Chiesa, ma coloro che si dicono cristiani, sono battezzati e vivono accanto a noi ma, appunto, vivono nel peccato; noi non solo abbiamo il dovere di giudicare il loro comportamento di peccato, ma addirittura “togliere il malvagio di mezzo a noi”. E’ evidente che può avanzare questa procedura il parroco, chi ha grave responsabilità nella comunità e la comunità stessa che vivesse, però, coerentemente al Vangelo! Il tutto fatto con la carità, ma anche la determinatezza, ben sapendo che la carità è il primo servizio alla Verità.
Abbiamo due aspetti del PROSSIMO: il primo è quello della parabola del Buon samaritano, tanto per fare un esempio che si conosce. In questo caso, questo prossimo, ha bisogno del nostro aiuto e si trova “fuori della locanda” (fuori dalla Chiesa), è sfinito, non va giudicato ma va accolto, curato e condotto nella locanda (nella Chiesa) e aiutato nella via della salvezza – i Sacramenti – insomma, si aiuta il samaritano ferito e derubato dalle false religioni e ideologie, i ladri di ogni tempo, per ricondurlo alla Vita vera per la quale, infatti, è Cristo stesso che si fa prossimo nella parabola.
Il secondo è quello di cui parla sopra san Paolo ed anche sant’Agostino nel suo “La disciplina del cristiano: sono quelli “vicino a noi”, ossia, altri battezzati, cristiani ma in difficoltà. Mirabili le parole del Santo quando afferma: “Se poi tu ami l’iniquità e mandi in rovina te stesso, non è possibile che tu pretenda ti sia affidato il prossimo da amare come te stesso, perché come perderesti te stesso con il tuo modo di amarti, così faresti perdere il tuo prossimo amandolo allo stesso modo. Ti proibisco dunque di amare alcuno, perché sia tu solo a perderti. Ti pongo l’alternativa: o correggere il tuo modo di amare o astenerti da ogni rapporto con altri…”, qui testo integrale.
Restringiamo così ora la questione all’uso del termine “vergogna” per i propri peccati, con la scomparsa del più biblico “sacro timor di Dio”.
Per chi segue da cinque anni questo magistero pontificio, con animo sereno e senza pregiudizi o partitismi, si sarà reso conto che non c’è solo uno sfilacciamento dalla Tradizione catechetica di sempre, ma si usano esempi, termini e concetti molto ambigui, intenti quasi a riscrivere una nuova forma di Catechesi. La fatica sta spesso in quel lavorio nel tentare di far combaciare i nuovi concetti con il Catechismo di sempre.
Nelle parole di Papa Francesco si avverte, quasi, una sorta di elogio nell’essere “peccatore”, una specie di “medaglia al valore”… ma è ovvio che non è così. Purtroppo il modo in cui il santo Padre esprime il proprio concetto è rischiosamente e altamente protestantico! Il suo ragionare è questo:
«Abbiamo peccato e abbiamo operato da malvagi e da empi, siamo stati ribelli, ci siamo allontanati dai comandamenti e dalle tue leggi!». In una parola, «abbiamo peccato, Signore». «Nella mia lingua materna — ha confidato il Papa — alla gente brutta, cattiva, che fa del male si dice “svergognato”, senza vergogna». Perciò, ha insistito, dobbiamo «per favore chiedere la grazia che mai ci manchi la vergogna davanti a Dio: “A te la giustizia, a me la vergogna”». Perché «la vergogna è una grande grazia».
Ecco il punto dolente: la vergogna non è, prettamente, una grazia, lo è invece la COMPUNZIONE del peccato, che infatti è un termine cattolico usato dai Padri e dai Santi proprio nella confessione e nell’esame della coscienza, ed è una grazia che si chiede a Dio.
Certo anche la “vergogna” è utile al processo cognitivo della propria coscienza e capire lo stato in cui si trova e, l’uso che ne fa il papa, parte da una sua esperienza personale che probabilmente raggiunge più facilmente “il popolo”. La vergogna, e il sentire la vergogna, è appunto uno stato di turbamento e di disagio nel rendersi conto di aver fatto qualcosa di non buono nei confronti del prossimo. Papa Francesco lo associa anche nei confronti di Dio, e qui si indebolisce il riferimento catechetico perché, il vergognarsi, riesce maggiormente nei confronti dell’essere che abbiamo davanti e che abbiamo scandalizzato. Ma non è ancora la compunzione, quel comprendere l’AVER OFFESO DIO e il conseguente necessario pentimento.
LA COMPUNZIONE infatti è l’afflizione propria di un cuore, di una anima affranta che riconosce il proprio peccato e si pente degli errori commessi. Mentre il vergognarsi riguarda un rapporto tra le persone, la compunzione riguarda proprio il nostro atteggiamento NEI CONFRONTI DI DIO.
Possiamo dire che senza la compunzione, la vergogna, non raggiungerà mai lo scopo della vera “contrizione del cuore”. E questo lo insegnano i Santi quali, per esempio san Filippo Neri.
Una volta mentre preparava uno stuolo di bambini a confessarsi bene: i maschi da un lato e le femminucce dall’altro, d’un tratto scorge sotto i banchi uno scimmiotto colle corna, il quale si spostava continuamente, andando ora da una parte, ora dall’altra.
— Che fai tu qui, brigante d’un diavolo peloso?
— Sono venuto a fare restituzione.
— Quale restituzione?
— Vengo a restituire a questi ragazzi la vergogna. Quella vergogna e quel pudore che avevo portato via da loro quando li spingevo a fare i peccati, parole oscene, atti brutti e disonesti. Ora restituisco loro la vergogna, affinchè non abbiano a confessarsi bene, ma abbiano a tacere i peccati gravi e vergognosi, facendo così tanti sacrilegi.
Allora, San Filippo, con un segno di croce, fugò il Maligno, giammai stanco e soddisfatto di condurre alla rovina irreparabile tante e tante anime.
Non è un caso se Friedrich Nietzsche afferma che “Gli uomini non si vergognano quando pensano qualcosa di sporco, bensì quando immaginano che si attribuiscano loro questi pensieri sporchi.“, è esattamente ciò che afferma il demonio nel racconto di san Filippo Neri! Vale il detto: l’uomo non si vergogna di peccare, ma si vergogna di pentirsi! Quante volte, infatti, si tende a cambiare confessore o il sacerdote che si conosce, perché si ha vergogna di dire a lui i peccati in cui spesso ricadiamo? E’ un brutto sintomo, questa vergogna! Perchè questa ci porta emotivamente a raffrontarci con chi abbiamo davanti, ma non con Dio. E’ questo che manca nei discorsi del Papa quando parla di “vergogna”.
E’ evidente infatti che, senza vergogna, senza il senso del sacro pudore ne facciamo di cotte e di crude, ma se la vergogna non è accompagnata dalla COMPUNZIONE, non solo non serve a molto, ma farà in modo di giustificare e sminuire certi peccati durante la confessione. Nella compunzione invece c’è qualcosa che emerge: è il rimorso che affiora alle labbra, un dolore per qualcosa che si è fatto o che è passato, un pentimento serio, un pensiero che spinge e porta alla vera umiltà.
Infatti, lo stesso Sacramento è chiamato della CONFESSIONE E NON DELLA VERGOGNA!«Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor.5,20) e la confessione è “dichiarare apertamente” il male commesso, RIPROVANDOLO ossia rigettandolo, rinnegandolo, allontanandolo, condannandolo. Vergogna e senso del pudore, vanno bene per le azioni generali soprattutto nel campo del lavoro, in famiglia, nei rapporti con gli altri, nel vestirsi decorosamente, nel mangiare moderatamente, e così via, ma quando parliamo del rapporto CON DIO, il senso giusto è sacro timor di Dio” il quale conduce alla compunzione del cuore “al cuore affranto e contrito, umiliato” di cui parla il Salmo penitenziale, appunto, che ci conduce ad una presa di coscienza del peccato commesso portandoci a denunciarlo apertamente durante la confessione, SENZA VERGOGNA, come usa il detto….
Infine non sottovalutiamo che la vergogna, senza la vera compunzione e il sacro timor di Dio dato da una FEDE tangibile, come di colui che si lascia abbracciare dal Padre, può condurre alla depressione fino al suicidio… Non dimentichiamo infatti che, nei sette Doni dello Spirito Santo non c’è la VERGOGNA…. c’è la fortezza, la scienza e… il timor di Dio!
Non a caso, la maggior parte dei suicidi o delle gravi depressioni, nascono da stati EMOTIVI GENERATI DALLA VERGOGNA (spesso degenerano nei sensi di colpa gravi, vedi qui), naturalmente una vergogna senza, o privata, del sacro timor di Dio che non significa terrore, ma AMORE: non faccio del male, non mi faccio del male, perché Dio mi guarda, io credo in Lui e Lui mi ama, sta con me, mi guida, mi sorregge nel duro combattimento. E così  se ho peccato, la contrizione, la compunzione EDUCANO LO STATO EMOTIVO DELLA VERGOGNA, indirizzando l’attenzione non ripiegandomi su me stesso – il ché mi condurrebbe di certo al suicidio per la vergogna -, ma guardando DIO, dal quale mi viene il perdono e l’abbraccio della riconciliazione.
E’ forse utile e fondamentale fermarsi a riflettere sulle due “vergogne” descritte nei Vangeli:quella del rinnegamento di Pietro, e quella del tradimento di Giuda, si legga qui un ottimoapprofondimento, ed anche un bel testo di Ratzinger qui.
Non date ascolto a chi canonizza oggi Giudala vergogna che egli provò lo portò, infatti, al suicidio!! Diversa fu la vergogna vissuta da Pietro il quale, attraverso la vera compunzione del cuore, ebbe il coraggio di fare della propria vergogna una tenace e rinnovata professione di Fede al Cristo, morendo a se stesso come ci chiede Gesù, senza per questo suicidarsi.
Laudetur Jesus Christus

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